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khamenei morte

E’ giallo in Iran su quanto accaduto al sito di informazione Ghanoon Daily: il giornale online, infatti, ha pubblicamente annunciato la morte della Guida Suprema Ali Khamenei.

Pochi minuti dopo la pubblicazione dell’articolo, il pezzo e’ stato rimosso dal sito web. Gli editorialisti di Ghanoon Daily, ha pubblicato un pezzo in cui ha denunciato di aver subito un attacco hacker. La stessa informazione e’ stata diffusa attraverso l’account Twitter.

Difficile comprendere quale sia la verità, soprattutto considerando che da giorni in Iran si rincorrono le voci del ricovero in ospedale della Guida Suprema. Nelle celebrazioni relative al trentanovesimo anniversario della rivoluzione khomeinista, Khamenei non e’ apparso in pubblico, ma ha diffuso solamente un messaggio pubblico.

Cio’ che e’ sicuro e’ che la salute della Guida Suprema iraniana e’ estremamente cagionevole e, il suo decesso, causerà una lotta intestina all’interno del regime che rischia davvero di lasciare sul campo diverse vittime. Coloro che attualmente sono vicini al Rahbar, ne sono perfettamente consapevoli…

hossein shariatmadari

Hossein Shariatmadari, Direttore del quotidiano iraniano Kayahn e consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei, ha denunciato l’accordo nucleare firmato dall’Iran nel 2015, sostenendo che Teheran in quell’accordo ha solo fatto concessioni, senza ottenere nulla.

Shariatmadari, nominato Direttore di Kayahn da Khamenei stesso, ha rimarcato come gli Stati Uniti non abbiano intrapreso alcuna azione contro la Corea del Nord, nonostante il programma nucleare e missilistico di Pyongyang. “Al contrario dell’Iran”, ha evidenziato Shariatmadari, “la Corea del Nord non ha il sostegno popolare verso il suo Governo…per questo l’Iran, puo’ tranquillamente resistere agli Stati Uniti”.

Per queste ragioni, Hossein Shariatmadari ha invitato il Governo Rouhani ad imitare quello nordcoreano, senza temere alcuna ripercussione da parte di Washington. Pochi giorni fa, il Telegraph ha denunciato che proprio l’Iran sta aiutando la Corea del Nord, ad ottenere la bomba nucleare.

 

Protesters carry posters of Shi'ite cleric al-Sadr and Ayatollah al-Sistani during a demonstration against U.S. forces in Kut

Secondo fonti irachene vicine ad al-Sadr, sia Moqtada al-Sadr che il Grand Ayatollah al-Sistani, hanno rifiutato di incontrare l’inviato di Khamenei, Mahmoud Hashemi Shahroudi.

Shahroudi, potente capo del Consiglio per il Discernimento – e tra i possibili successori dello stesso Khamenei – era arrivato in Iraq per cercare di riunire il fronte sciita iracheno e di chiedere ai due maggiori leader di questa Comunità religiosa – Sistani e al-Sadr – di sostenere l’ex Premier iracheno Nuri al Maliki.

Non solo Shahroudi e’ tornato a casa a mani vuote, ma non e’ stato neanche ricevuto dai suoi interlocutori. Volontariamente, la notizia e’ stata fatta circolare proprio dagli ambienti di Moqtada al-Sadr, ormai in rotta totale con Teheran. Al-Sadr, negli ultimi mesi, ha preso una serie di posizioni critiche verso la Repubblica Islamica e i suoi proxy in Iraq.

In particolare, al-Sadr ha chiesto lo scioglimento della Forza di Mobilitazione Popolare e l’inclusione della stessa nell’esercito iracheno, e ha iniziato un tour regionale nei Paesi arabi sunniti – sia in Arabia Saudita che negli Emirati Arabi Uniti – allo scopo di evitare nuovamente la spaccatura dell’Iraq su basi settarie.

Va aggiunto che, alle frizioni descritte in alto, va aggiunto il recente accordo firmato dall’esercito libanese e da Hezbollah, con Isis in Siria. Un accordo considerato un tradimento da parte degli iracheni e che vedrà numerosi terroristi del Califfato trovare campo libero per schierarsi nuovamente ai confini tra Siria e Iraq.

Lungi dal comprendere il messaggio che parte della Comunità irachena sciita sta inviando a Teheran – ovvero “non immischiatevi più'” –  l’inviato del regime iraniano ha fatto sapere che non intende retrocedere di un passo, ovvero che non muterà il suo sostegno alle milizie sciite irachene sotto il suo controllo.

Il destino dell’Iraq, quindi, sembra essere quello di un nuovo scontro settario, non solo tra le diverse Comunità etniche e religiose (sciiti-sunniti, Kurdistan, triangolo sunnita), ma anche all’interno della stessa componente sciita, spaccata tra la fedelta’ a Teheran e quella a Baghdad…

Protesta a Baghdad dei Sadristi contro l’influenza iraniana in Iraq

shahroodi

L’Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi e’ stato nominato da Khamenei nuovo Presidente del Consiglio per il Discernimento, ereditando la posizione che era del defunto Ayatollah Rafsanjani. Il Consiglio per il Discernimento e’ un organo ufficialmente nato per dirimere le controversie tra il Parlamento iraniano e il Consiglio dei Guardiani, ma che oggi svolge principalmente un ruolo consultivo verso la Guida Suprema. I membri del Consiglio per il Discernimento sono nominati dalla Guida Suprema per cinque anni.

In questo senso, le posizioni politiche che prende il Presidente del Consiglio stesso devono essere prese in considerazione, soprattutto quando – raramente – dissentono con quelle della Guida Suprema (come accaduto negli ultimi anni tra Khamenei e Rafsanjani).

La nomina di Hashemi Shahroudi a Presidente del Consiglio del Discernimento, rappresenta un colpo per Rouhani e una nuova vittoria politica per la fazione più conservatrice, vicina sia alla Guida Suprema che ai Pasdaran.

L’Ayatollah Shahroudi, infatti, non solo e‘ stato per anni a capo del Supremo Consiglio Islamico iracheno – partito politico sciita filo iraniano, con tanto di milizia armata a seguito (l’Organizzazione Badr) – ma e’ stato anche dal 1999 al 2009 a capo della Magistratura iraniana. In questa posizione, Shahroudi ha dato il meglio di se: ha benedetto la repressione della protesta degli studenti iraniani, ha nominato il Procuratore Saeed Mortazavi (quello delle torture nel carcere di Kharizak e della morte della giornalista irano-canadese Zahara Khazemi), e ha contribuito alla prima repressione dell’Onda Verde (2009). 

La nomina di Shahroudi, quindi, manda dei segnali molto chiari relativamente al regime iraniano: il potere resta saldamente nelle mani della fazione più conservatrice e repressiva. Shahroudi, infatti, darà luce verde non solo alla stretta sui diritti civili, ma anche all’espansione del potere dei Pasdaran sia all’interno del Paese, che all’esterno (in Iraq in primis).

Ovviamente, in palio c’e’ qualcosa di più importante, ovvero la successione allo stesso Khamenei a cui, proprio l’Ayatollah Shahroudi, risulta essere tra i favoriti.

 

unesco2030

Lo scorso mese di maggio, poco dopo essere stato rieletto, il Presidente iraniano Hassan Rouhani aveva dato mandato al Ministero dell’Educazione e della Guida Islamica, di lavorare per integrare l’Agenda 2030 sull’Educazione approvata dall’Unesco, con il sistema in vigore nella Repubblica Islamica.

Considerando le polemiche da tempo in corso in Iran sul tema, Rouhani aveva sostenuto che Ali Khamenei, la Guida Suprema, fosse stata male informata in merito al contenuto dell’Agenda 2030 Unesco, da alcuni membri della fazione conservatrice, contrari al testo stesso (Payvand).

Il tema dell’Agenda Unesco 2030 – firmata dal regime iraniano nel 2016 – era diventato anche un tema di scontro durante la campagna elettorale e, già nel maggio 2017, Khamenei ne aveva vietato l’implementazione (Fars News).

Purtroppo per Rouhani, a smentirlo ci ha pensato direttamente Khamenei che, ancora una volta, ha dimostrato come in Iran il vero potere non sia nelle mani del Presidente. Parlando davanti all’Unione degli Studenti islamici lo scorso 8 giugno, Khamenei ha negato che qualcuno avesse mal riportato il contenuto del documento Unesco e ha ribadito che, “la grande Repubblica Islamica”, non si farà dettare la politica nazionale sull’educazione dall’estero. Infine, chiudendo la questione, Khamenei ha aggiunto: “Perché poche persone all’Unesco o alle Nazioni Unite devono scrivere la nostra politica sull’educazione? Questo colpisce la nostra indipendenza” (Tasnim News).

La domanda e’ ora una sola: perché Khamenei & Co., si oppongono con estrema tenacia all’Agenda Unesco 2030 sull’Educazione? Perché tanto clamore in Iran, anche se questa agenda Unesco che, tra le altre cose, non e’ considerata vincolante? Le ragioni sono almeno due.

La prima riguarda la lotta interna fra fazioni in Iran: Rouhani punta a sfruttare l’Agenda Unesco, come tema per colpire la fazione conservatrice. Lo stesso identico ragionamento, quindi, va fatto per la fazione contraria al Presidente, che preme sulla questione dell’educazione, al fine di bloccare ogni tentativo di cambiare le regole del gioco in Iran.

Purtroppo, pero’, c’e’ qualcosa di peggio: l’Agenda Unesco 2030 sull’Educazione, infatti, ha tra i suoi obiettivi il diritto all’accesso all’educazione senza discriminazioni e la parità di genere. Due temi che, nella Repubblica Islamica, sono praticamente un tabù. Il sistema iraniano, ad esempio, discrimina l’accesso all’istruzione ad alcune minoranze, primi fra tutti i Baha’i, considerati dal regime una setta peccaminosa. Praticamente su base settimanale, dei Baha’i vengono esclusi dal sistema educativo nazionale. Secondariamente, come noto, nel sistema iraniano le donne valgono legalmente la meta’ dell’uomo e a loro e’ negato l’accesso agli stadi pubblici e persino il diritto di pedalare in pubblico. Divieti a cui le donne iraniane si ribellano costantemente, ma che formalmente restano costantemente in vigore.

L’Agenda Unesco 2030 sull’Educazione, in poche parole, tocca le basi discriminatorie su cui il sistema della Repubblica Islamica e’ fondato. Non a caso, il sociologo dell’Unesco Said Peyvandi, ha espressamente sottolineato che “il documento Unesco e’ diametralmente opposto al pensiero dell’Ayatollah Khamenei” (CHRI).

Ecco perché, se davvero si vuole parlare di “nuovo Iran” e avere con questo Paese delle relazioni fondate sullo Stato di Diritto, e’ assolutamente centrale che documenti Unesco come l’Agenda 2030 sull’Educazione, siano considerati una condizione fondamentale dei rapporti tra Occidente e Iran. Di converso, prendere una posizione diversa, significherà permettere a Teheran di perpetuare il suo sistema fondamentalista e razzista.

Servizio del canale del regime iraniano in inglese, Press TV

 

 

untitled

In questi giorni il mondo islamico celebra l’Eid al-Ahda, la Festa del Sacrificio ricollegata alle prove superate da Abramo e dalla sua famiglia. In questo periodo, come noto, i mussulmani compiono il sacro pellegrinaggio alla Mecca (Hajj). Da settimane, ormai, il regime iraniano ha avviato una durissima campagna mediatica contro l’Arabia Saudita, accusata di essere peggio di satana. Una campagna di odio promossa da Ali Khamenei, Guida Suprema iraniana e sposata alla fine anche dal Presidente Hassan Rouhani (No Pasdaran).

In queste ore, infine, è arrivato anche il messaggio del Capo di Stato Maggiore dell’esercito iraniano, il Pasdaran Mohammad Bagheri. Congratulandosi con il mondo islamico per la festa dell’Eid, Bagheri ha invitato i mussulmani a promuovere “il jihad, perseguendo il patto con Dio”. Che non si tratti di un “Grande jihad“, ovvero un jihad fondato meramente sullo sforzo spirituale interiore, è dimostrato dalla chiosa finale del messaggio di Bagheri. Concludendo il suo messaggio, infatti, Bagheri ha auspicato la “distruzione del nemico sionista” (leggi Israele), dei tafkiri e dei loro sostenitori (leggi Arabia Saudita). Segno chiaro della promozione di un “piccolo jihad“, ovvero un jihad esteriore e di Guerra (Mehr News).

Ennesima riprova delle illusioni di chi considera il regime iraniano un soggetto di stabilizzazione delle regione mediorientale!

russia iran

Lo avevamo sottolineato sin dall’inizio: l’Iran, pur avendone approfittato, non ha gradito l’intervento di Mosca nella guerra siriana. Questo per tre motivi:

  1. l’intervento russo ha dimostrato che l’asse filo-Iran stava per crollare;
  2. le redline di Mosca in Siria non corrispondono a quelle di Teheran (compresa la sopravvivenza di Bashar al Assad);
  3. la geopolitica di Putin non corrisponde a quella iraniana. Putin, infatti, ha tutto l’interesse a costruire una alleanza tattica con l’Iran sul piano militare, ma non ha alcuna intenzione di sacrificare le relazioni con Israele e alcuni Paesi sunniti, per stringersi nella morsa dei Mullah (No Pasdaran).

Come noto, qualche giorno fa Mosca ha reso noto di aver inviato i bombardieri impegnati in Siria nella base iraniana di Hamedan, anche nota come base Nojeh (Iran occidentale). Si badi bene: questa mossa annunciate direttamente dalla Russia non era temporanea, ma era intesa ad essere duratura. Ciò è dimostrato dal fatto che Mosca aveva specificato le ragioni tecniche di questo cambiamento: risparmio di carburante e possibilità di caricare piu’ bombe per attaccare Aleppo. In quello stesso momento, la Russia aveva annunciato l’intesa con gli Stati Uniti per “combattere il terrorismo” ad Aleppo, una intesa poi smentita da Washington.

L’annuncio di Mosca ha generato il caos istituzionale in Iran. La Costituzione iraniana, infatti, vieta di offrire ad una paese straniero una base militare all’interno della Repubblica Islamica. Immediatamente, infatti, almeno 20 parlamentari iraniani hanno chiesto una immediata sessione speciale del Majlis, dedicate alla spiegazione di quanto stesse accadendo. In quelle prime ore, non casualmente, il potente speaker del Parlamento iraniano Ali Larijani, aveva addirittura negato la presenza di bombardieri russi in Iran.

Infine, meno di un paio di settimane dopo l’annuncio di tutte queste evoluzioni, un portavoce del Ministero degli esteri iraniano – Bahram Qassemi – ha dichiarato che la presenza russa ad Hamedan era temporanea e che l’operazione era ormai terminata. Purtroppo, Qassemi non aveva fatto i conti con i Pasdaran, da sempre assai poco capaci di affrontare le problematiche in maniera diplomatica e scaltra.

Il Ministro della Difesa iraniano, il Pasdaran Hossein Dehqan, ha sfruttato la situazione per andare in televisione e attaccare frontalmente la Russia: Dehqan, infatti, ha ammesso che l’operazione dell’arrivo dei bombardieri russi ad Hamedan doveva restare segreta, ma che questa segretezza era stata “tradita” dalla Russia, perchè Putin ha voluto dimostrare al mondo che la Russia “è una superpotenza e un Paese influente”. Non solo: parlando in merito alle richieste di chiarimenti da parte del Parlamento, Dehqan ha affermato che il Majlis “non ha niente a che fare con questa storia” (The Long War Journal).

Immediata la reazione di Mosca e del Parlamento iraniano alle parole di Hossein Dehqan: dalla Russia, il Ministero della Difesa ha voluto sottolineare che “nessuno ci ha cacciato da Hamedan e dall’Iran” (EA World View). Lo speaker iraniano Ali Larijani, ha quindi attaccato Hossein Dehqan, invitandolo a rispettare il Parlamento e sottolineando, tra le altre cose, che “i jet russi ad Hamedan non si sono fermati. L’Iran e la Russia sono uniti nella lotta al terrorismo e questa unione è un beneficio per tutti i mussulmani“. Ovviamente, dietro le parole di Ali Larijani c’era la Guida Suprema Ali Khamenei. Proprio per questo, dopo le critiche subite, il Ministro della Difesa Dehqan ha immediatamente fatto marcia indietro, inviando una lettera di scuse ad Ali Larijani (Mehr News).

Conclusione: un grande caos. Nessuno esclude ovviamente che, dietro lo scontro istituzionale scatenatosi dall’arrivo dei russi ad Hamedan, ci sia un gioco diplomatico di Mosca e Teheran per divertere l’attenzione dalle attuali operazioni militari ad Aleppo. Al di là delle supposizioni, però, ciò che resta è la nuova dimostrazione di estrema debolezza diplomatica del regime iraniano. Un regime che, come sempre, sembra piu’ capace di abbaiare che di mordere. L’arrivo dei bombardieri russi ad Hamedan, intendeva chiaramente essere una mossa di Teheran per costringere Mosca a considerare l’Iran un partner necessario (cosi come l’incontro organizzato in fretta e furia tra Zarif e la sua controparte turca, dopo il riavvicinamento tra Ankara e Mosca). Chiaramente, l’eventuale reale fine della presenza russa ad Hamedan e soprattutto gli attacchi lanciati dal Ministro della Difesa iraniano Dehqan, avranno un effetto concreto sulle posizioni della Russia e, chissà, sulle scelte di Putin in Siria.