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In questi giorni il tema dei canali satellitari e delle antenne paraboliche è stato al centro del dibattito politico in Iran. Come noto, in Iran possedere una antenna parabolica è un reato. Averla, infatti, permette al cittadino iraniano di accedere a canali satellitari in lingua farsi, ottenendo quindi una informazione diversa da quella promossa dal regime. Nonostante il divieto, il 70% degli iraniani possiede una antenna parabolica illegalmente, raggiungendo decine e decine di canali capaci di fornire una informazione contraria alla propaganda dei Mullah.

Per questa ragione, numerose volte, i Basij decidono di avviare dei veri e propri raid, sequestrando centinaia di antenne paraboliche e distruggendole in eventi aperti alla stampa. Solamente la scorsa settimana, sono state distrutte oltre 1000 antenne paraboliche a Teheran. In quella occasione, il capo dei Basij Mohammad Naqdi ha sostenuto – comicamente – che le antenne paraboliche sono la prima causa dei divorzi e della tossicodipendenza in Iran (Good Morning Iran). Non solo, Naqdi ha anche indirettamente minacciato il Ministro della Cultura Ali Jannati, accusandolo di avere una posizione non islamica in merito alle antenne paraboliche. Jannati, pochi giorni prima, si era detto non contrario a rivedere la legge contro le antenne paraboliche perchè, secondo il Ministro, non era possibile considerare quasi tutti gli iraniani dei criminali (Equality Italia).

Ancora una volta, però, nel braccio di ferro tra conservatori e pragmatici, sembrano averla avuta vinta i primi. Parlando alla stampa, infatti, il Portavoce del Ministero della Cultura Hossein Noushabadi ha ribadito l’illegalità dei canali satellitari, sottolineando che gli attori iraniani che accettano di lavorare per questi canali, mettono in atto un comportamento “proibito e controrivoluzionario” (Fars News). Si tratta di una vera e propria minaccia, soprattutto perchè nella Repubblica Islamica essere accusato di agire contro la rivoluzione khomeinista, può mandare un artista in carcere per lungo tempo o constringerlo a lasciare il Paese.

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Lei si chiama Sadaf Taherian ed e’, non solo una bravissima attrice iraniana, ma anche una bellissima donna. Una donna sinora costretta ad indossare l’hijab – il velo islamico – per poter lavorare. Un velo che, evidentemente, Sadaf ha sempre portato unicamente per dovere. E’ cosi che funziona nella Repubblica Islamica se vuoi vivere in pace, e’ cosi che funziona sotto la Presidenza di Hassan Rouhani.

Qualche giorno fa, pero’, Sadaf Taherian ha preso coraggio e, anche se intimorita, ha pubblicato una sua foto senza velo nel profilo Instagram. La foto che vi mostriamo sotto, ritrae non solo l’intera bellezza di Sadaf, ma anche la sua gioia nel poter mostrare liberamente il suo intero viso.

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Ovviamente, neanche a dirlo, la risposta del regime clericale non si e’ fatta attendere: il Governo iraniano ha accusato Sadaf Taherian di essere asservita alla cultura Occidentale. Non solo: con Sadaf e’ stata minacciata anche un altra attrice iraniana, Chekameh Chamanmah, anche lei per aver pubblicato su Instagram una fotografia senza il velo. Impaurita dalle minacce, la povera Chekameh ha deciso di cancellare la foto appena pubblicata. 

Sadaf Taherian, invece, ha detto no: ha rifiutato di cancellare la foto dal suo profilo social e ha sfidato apertamente l’establishment. Il primo ad attaccarla, neanche a dirlo, e’ stato il Ministro della Cultura iraniano, un certo Ali Jannati, ricevuto con alti onori in Italia e con cui il Ministro Franceschini ha firmato un Memorandum of Understanding (No Pasdaran). Non solo: parlando con la giornalista iraniana Masih Alinejad – creatrice della pagina Facebook My Stealthy Freedom – Sadaf ha denunciato anche di aver subito numerosi insulti via Internet (My Stealthy Freedom). Chiaramente, come sempre, si tratta dei cani sciolti di Ansar Hezbollah, primi responsabili dell’oppressione della donna in Iran. Gli stessi che hanno bruciato con l’acido decine di ragazze malvelate in tutta la Repubblica Islamica (No Pasdaran). Per questi crimini, per la cronaca, il Governo di Rouhani non ha arrestato neanche un responsabile (The Indipendent).

Il 14 – 15 Novembre, il Presidente iraniano Hassan Rouhani arriverà in Italia. Riteniamo che sia dovere del Governo italiano, denunciare gli abusi dei diritti umani all’interno della Repubblica Islamica. Abusi aumentati sotto la presidenza di Hassan Rouhani (le condanne a morte, nel solo 2015, hanno raggiunto il numero di 1000!). E’ tempo di dire basta ad un dialogo unilaterale e ad una serie di concessioni importanti, senza alcuna condizione. 

#No2Rouhani

 

[youtube:https://youtu.be/PNdwFftpndM%5D

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Solamente la scorsa settimana, abbiamo denunciato la condanna a sei anni di carcere e 223 frustate, emessa dal regime iraniano contro il regista curdo Keyvan Karimi. La sta colpa e’ quella di non aver agito secondo le regole del regime islamico e di aver mostrato quell’Iran che il mondo non deve conoscere (No Pasdaran). Karimi e’ solo l’ultimo caso nella lunga lista delle personalità iraniane perseguitate dal regime per la loro – non allineata – attività artistica. Potremmo infatti parlare del notissimo caso di Jafar Panahi, regista pluripremiato oggi costretto agli arresti domiciliari a Teheran, o di Mohammad Nourizad, ex giornalista conservatore, oggi regista e attivista per la democrazia in Iran. La sua dissidenza, ovviamente, gli e’ costata anni di detenzione.

Ovviamente, ai registi perseguitati, potremmo aggiungere decine di altri artisti – come Atena Farghadami, Fateme Ekhtesari o Mehdi Moosavi – detenuti per aver disegnato una vignetta di satira politica ai Parlamentari iraniani o per scritto delle poesie scomode. Potremmo quindi parlare dell’attivista Omid Alishenas, arrestato nel settembre 2014 con l’accusa di possedere un impianto satellitare e 700 film “osceni”. Per 700 film osceni non si deve pensare a materiale pornografico, ma semplicemente 700 DVD di film e documentari di successo internazionale, sgraditi al regime per motivi culturali o politici (Iran Wire). Tra i DVD trovati in possesso del povero Omid, anche il film “To Light a Candle“, girato dal giornalista Maziar Bahari, per denunciare la persecuzione dei Baha’i all’interno dell’Iran (Iran Wire).

Eppure, nonostante tutte queste persecuzioni e nonostante l’uso politico e propagandistico che il regime iraniano fa del cinema e dell’arte, il Ministero della Cultura italiano continua ad aprire le sue porte unicamente ai rappresentanti dei Mullah. Lo fa firmando speciali Memorandum con il Ministro iraniano Ali Jannati (Press TV), lo fa con la visita del Ministro Franceschini in Iran e lo fa ricevendo una delegazione iraniana, proprio allo scopo di approfondire le relazioni tra Roma e Teheran nel settore cinematografico.

E’ di queste ore, infatti, la notizia dell’arrivo dell’ennesima delegazione da Teheran composta dal Parlamentare Ali-Reza Tabesh e dal Direttore Generale dell’Organizzazione per gli Studi Cinematografici Ruhollah Hosseini, accompagnati dall’attache’ culturale del regime iraniano in Italia, Ali Purmarjan. I tre sono stati ricevuti da Nicola Borrelli, Direttore Responsabile Cinema del Ministero della Cultura. Ovviamente, secondo quanto riporta la stampa iraniana, invece di affrontare le repressioni messe in atto nella Repubblica Islamica contro gli artisti e i cineasti, al centro della discussione e’ stato messo unicamente l’approfondimento delle relazioni tra Italia e Iran nel settore cinematografico (Isna).

Riteniamo che la scelta di sostenere unicamente la propaganda culturale proveniente dall’establishment iraniano, serva unicamente gli interessi del Governo iraniano e dei Mullah. Le stesse figure che promuovono la persecuzione degli artisti e non muovono un dito per sostenere seriamente i necessari cambiamenti sociali e politici necessari nella Repubblica Islamica.

Crediamo che la migliore risposta a questa unilateralità, sia quella di offrire ai lettori la possibilità di scoprire l’Iran che il regime non vuole far conoscere. Ecco perché vi invitiamo a cliccare sul link che segue e guardare voi stessi il documentario di Maziar Bahari, “To Light a Candle“. Per vederlo gratuitamente, dopo l’accesso al sito, cliccare sull’icona “Buy” (sulla vostra destra). Una volta apertasi la finestra per il metodo di pagamento, inserire la parola “omid” (senza virgolette), per vedere il film gratuitamente.

Linkhttps://vimeo.com/ondemand/tolightacandle/117160700

Codice Promo: omid

Trailer

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Il Ministro della Cultura Italiano Franceschini ha visitato l’Iran (Irna). Nel suo viaggio nella Repubblica Islamica, Franceschini ha incontrato il suo omologo Jannati ed evidenziato l’importanza di approfondire le relazioni culturali e artistiche tra i due Paesi (in tal senso esiste un Memorandum of Understanding, firmato durante la visita di Jannati in Italia). Bene, anzi male, come sempre.

Leggere dichiarazioni come quelle fatte da Franceschini, fa male per diversi motivi, Il primo, ovvio, e’ dato dal fatto che – come sempre –  fa soffrire vedere come un rappresentante di un Paese democratico intenda approfondire  le relazioni culturali con un Paese repressivo, senza praticamente chiedere nulla in cambio. Secondo motivo, collegato al primo, fa male vedere come un Ministro di un Paese fondato sull’antifascismo, si prodighi per nelle relazioni culturali con un regime capace unicamente di usare la cultura come propaganda e di imprigionare gli artisti e i rappresentanti del mondo culturale, dissidenti.

Potremmo cominciare ora una sfilza di nomi e cognomi di artisti e intellettuali iraniani uccisi dal regime, incarcerati o costretti al silenzio. Preferiamo, pero’, riferirci ad un caso di attualità: il dramma di Atena Farghadani. Del caso dell’artista iraniana Atena Farghadani, come sanno i nostri lettori, parliamo ormai da mesi. Giovane studentessa impegnata nella lotta per i diritti civili e i diritti delle donne, Atena espresse il suo dissenso verso le politiche misogine del regime, disegnando una vignetta che raffigurava come bestie i parlamentari iraniani intenti a votare una nuova legge contro le donne. Atena carico’ la vignetta sulla sua pagina Facebook e, pochi giorni dopo, venne arrestata e condannata a 12 anni di carcere con l’accusa di “propaganda contro il regime” e “minaccia alla sicurezza nazionale”. 

Come abbiamo denunciato qualche giorno fa – chiedendo il sostegno dei vignettisti italiani – Atena sta male e, in protesta contro la brutalità della detenzione, ha iniziato uno sciopero della fame e della sete che la sta praticamente uccidendo (No Pasdaran). Vogliamo ricordare al Ministro Franceschini che, per il suo coraggio, l’artista Atena Farghadami ha ricevuto il riconoscimento internazionale “Courage in Cartooning 2015“, assegnatole dal Cartoonist Rights Network International (CRNI). 

Invece di promuovere le relazioni con un regime fascista che, tra le altre cose, odia anche la cultura Occidentale (sic), il Ministro Franceschini dovrebbe prodigarsi nel denunciare l’uso politico della cultura da parte della Repubblica Islamica, chiedendo a gran voce la fine degli abusi sui diritti umani e l’immediata scarcerazione di prigionieri politici come Atena Farghadani. Un vero cambio di atteggiamento da parte dell’Iran non arriverà attraverso l’appeasement verso l’establishment clericale, ma unicamente per mezzo della liberazione di coloro che – quotidianamente – lottano per un Iran pluralista, antirazzista e democratico.

Vogliamo infine ringraziare pubblicamente il vignettista Nico Pillinini della Gazzetta del Mezzogiorno, unico vignettista ad aver risposto al nostro appello per la liberazione di Atena Farghadani. Qui sotto la vignetta da lui disegnata in solidarietà con la giovane prigioniera politica iraniana.

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Si chiamava Mahmood Barati ed era un insegnate. Dieci anni fa, in base alla testimonianza di un trafficante, Mahmood venne arrestato con l’accusa di essere implicato nello spaccio di droga. Una accusa che costo’ all’insegnate iraniano la condanna a morte. Una condanna che il regime non ha mai mutato, nonostante il fatto che il pentito – per ben due volte – avesse deciso di ritirare la sua testimonianza e le sue accuse contro Mahmood Barati. La sentenza di morte, secondo quanto riporta Iran Human Rights, e’ stata eseguita ieri nel carcere di Ghezelhesar, presso Karaj. A Mahmood non e’ stato dato neanche il permesso di vedere la sua famiglia un’ultima volta. Insieme all’insegnante, sul patibolo sono finiti altri 10 prigionieri, tutti accusati di reati inerenti alla droga (Iran Human Rights). Tra le altre cose, secondo quanto riporta Amnesty International, il regime iraniano avrebbe ottenuto da Mahmood Barati una falsa confessione, attraverso l’uso della tortura fisica e psicologica (Amnesty International).

Mahmood Barati

Mahmood Barati

Quanto accaduto in queste ore, rappresenta l’ennesima violazione dei diritti umani da parte del regime di Teheran. Non soltanto per l’uso – senza freni – della pena di morte (dall’inizio del 2015, l’Iran ha mandato al patibolo oltre 700 detenuti). Si tratta anche dell’ennesimo crimine contro gli insegnanti iraniani. Negli ultimi mesi, infatti, centinaia di docenti iraniani sono scesi in piazza per protestare contro i bassi salari e le politiche scolastiche del regime (Iran Human Rights). Invece di ascoltare la voce dei lavoratori iraniani, i Mullah hanno reagito come al solito, ovvero come dei cani rabbiosi. Oltre 100 insegnanti sono stati arrestati durante le proteste. Il leader del sindacato degli insegnanti ITTA, Esmail Abdi, e’ stato spedito nel carcere di Evin e la sua sorte rimane tuttora sconosciuta (al Monitor).

Per questo motivo e‘ necessario dare un segnale forte, e’ necessaria una (re)azione dura, soprattutto da parte dei Governi Occidentali. La prima reazione dovrebbe essere la cancellazione – o almeno la sospensione – del Memorandum of Understanding, firmato dal Ministro della Cultura italiano Franceschini, con il suo omologo iraniano Ali Jannati (Press TV). Non e’ accettabile, infatti, pensare di “rafforzare la cooperazione culturale e scientifica”, con regimi che opprimono il libero pensiero, che arrestano indiscriminatamente gli insegnati e che mandano a morte innocenti in base a falsi processi e inattendibili accuse. Senza contare infine che, proprio l’Italia, si considera in prima fila nell’approvazione della Moratoria Internazionale contro la Pena di Morte…l’Iran – in soli due anni – ha impiccato oltre 1500 esseri umani…(Iran Documentation Center).

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Secondo quanto riporta The Art Newspaper, Miuccia Prada sarebbe in prima linea nella promozione della diplomazia culturale tra Italia e Iran. In questo contesto, grazie all’omonima Fondazione, la Signora Prada porterà una serie di antiche sculture al Museo Nazionale di Teheran (The Art Newspaper). Si tratta di una esibizione parte del Memorandum of Understanding firmato tra il Ministro della Cultura iraniano Ali Jannati e quello Italiano Franceschini nel marzo del 2015 (Press TV). Come sempre, almeno teoricamente, le collaborazioni bilaterali tra due Paesi nel campo culturale devono essere sempre viste come un fattore positivo. Il problema e’ che, come noto, nei sistemi non democratici la cultura e’ la prima forma di propaganda dei regime e la prima forma di opposizione dei dissidenti.

Per quanto concerne la Repubblica Islamica, la cultura che il regime khomeinista promuove e’ volta a rappresentare l’attuale Iran come una continuazione storica dell’antica Persia. Una pura falsità, utile solo ai fini della propaganda, soprattutto in questo contesto di appeasement internazionale. Purtroppo, la rivoluzione del 1979 e’ stata completamente snaturata dal regime clericale e il suo effetto diretto e’ stata la creazione di una Repubblica teocratica che, in pochi anni, ha cancellato tutta una serie di diritti civili ottenuti dal popolo iraniano, nonostante la dittatura dello Shah. Mentre espone fieramente statue greche (sfruttando la collaborazione di realtà come la Fondazione Prada), il regime iraniano nasconde completamente il lavoro di molti giovani artisti iraniani, non allineati con il volere dei clerici. Peggio, quando necessario, le forze di sicurezza intervengono arrestando gli artisti e condannandoli a decine di anni di carcere.

Sono decine i casi di artisti iraniani non allineati perseguitati dal regime. Per citarne alcuni, possiamo parlare del regista Jafar Panahi – oggi rinchiuso agli arresti domiciliari e costretto a girare film di nascosto –  di Mohammad Nourizad, di Mostafa Azizi (The Guardian), di Shahriar Siroos – artista Baha’i recentemente imprigionato per ragioni religiose (Payvand) – o degli artisti curdi Salar Sablaghyee e Hazhar Hadadi – arrestati nel marzo del 2015 per aver partecipato ad una celebrazione del Nowrouz, l’antico capodanno Persiano (Kurdish Human Rights). Oggi, pero’, possiamo soprattutto parlare di Atena Farghadani, giovane artista iraniana, condannata a 12 anni di carcere per aver pubblicato sul suo Facebook una vignetta sgradita al regime (No Pasdaran). Atena ha appena ricevuto un premio internazionale per il suo coraggio e le sofferenze che sta patendo in carcere.

Senza contare che, proprio il Ministero della Cultura e della Guida Islamica, e’ il primo responsabile della censura culturale presente all’interno della Repubblica Islamica. E’ questo il Ministero che impone la censura alla letteratura, al cinema, al teatro e alla musica in tutto l’Iran (a tal proposito, consigliamo alla Signora Prada la lettura dell’opuscolo “Cultural Censorship in Iran“). Non solo: e’ sempre il Ministero della Cultura e della Guida Islamica a gestire la censura dei media e quella di Internet, impedendo ai giovani iraniani il libero accesso al diritto di informazione (Iran Human Rights).

In tutta questa storia, spiace dover vedere che proprio la Fondazione Prada abbia deciso di prestarsi alla collaborazione culturale con il regime iraniano. Spiace, perché sappiamo che per anni la Signora Miuccia Prada si e’ battuta per i diritti delle donne e dei lavoratori, ottenendo anche importanti riconoscimenti internazionali (Il Sole 24 Ore). Rattrista, quindi, dover ricordare proprio alla Signora Prada che, nella Repubblica Islamica, la vita delle donne vale meta’ di quella degli uomini, il velo e’ obbligatorio, i matrimoni forzati ancora molto diffuso e la segregazione di genere imposta in molti posti di lavoro. Senza contare che, a dispetto della propaganda del Governo Rouhani, alle donne continua ad essere negato l’accesso agli stadi e il diritto di cantare liberamente in pubblico. 

Concludiamo citando proprio le parole di Miuccia Prada. Una volta la Signora Prada ha affermato: “quello che indossi rappresenta il modo di presentarsi al mondo – soprattutto oggi, quando i contatti umani sono veloci. La moda e’ un linguaggio istantaneo. Come non concordare. Se quello che si indossa rappresenta il modo di presentarsi al mondo, riteniamo allora che la Signora Prada dovrebbe lottare per il diritto delle donne iraniane – e di tutto il popolo – di scegliere autonomamente e indipendentemente come presentarsi all’esterno. Perché per il popolo iraniano, rattrista ricordarlo, la moda e’ ancora un “linguaggio di regime”.

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