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Il Ministero dell’Interno egiziano, ha rivelato di aver scoperto e arrestato una cellula terrorista legata alla Fratellanza Mussulmana. La cellula era composta da 13 individui, i cui obiettivi erano quelli di compiere attentati nel Paese, non solo contro istituzioni nazionali, ma anche contro luoghi di culto cristiani. 

Nei covi usati dai terroristi, sono state trovate armi ed esplosivi di fabbricazione iraniana. Una nuova conferma delle strette relazioni tra il regime di Teheran e la Fratellanza Mussulmana (ricordiamo la famosa visita di Ahmadinejad in Egitto, durante la deleteria Presidenza di Morsi).

Non solo: qualche giorno fa Isis ha pubblicato un video in cui mostrava dei cecchini colpire dei soldati egiziani, nella Penisola del Sinai. Il terroristi di Isis, in quel video, usavano fucili di precisione AM50, già usati dai ribelli Houthi in Yemen.

Si tratta dell’ennesima prova del ruolo eversivo del regime iraniano nella regione Mediorientale – e non solo…Tra le altre cose, osservatori egiziani hanno denunciato il ruolo dei Pasdaran iraniani nel traffico di armi che avviene, per mezzo di tunnel, tra la Penisola del Sinai e la Striscia di Gaza.

Un traffico che vede protagonisti anche i terroristi libanesi di Hezbollah: il caso esemplare fu quello di Sami Shihad, operativo dell’Unita’ 1800 di Hezbollah, arrestato in Egitto nel 2009 per aver trafficato armi tra Iran, Sudan, Penisola del Sinai e Gaza. Sami Shihad riusci a scappare dalle prigioni egiziani e arrivare liberamente a Beirut, per riapparire in pubblico ad una manifestazione di Hezbollah nel 2011. La cosa, risulta meno incredibile se si pensa che, nel 2013, la procura egiziana apri’ una indagine contro Mohammed Morsi, per aver passato informazioni relative alla sicurezza dello stato non solo a Hamas, ma anche ad Hezbollah.

Il chiaro obiettivo di Teheran e’ quello di avere, anche in Egitto, cellule terroriste pronte ad agire – quando richiesto – per fomentare instabilità nel Paese e conseguenti proteste anti Governative. 

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Mentre in Israele imperversa il terrorismo, in Iran arrivano di corsa i rappresentanti delle organizzazioni jihadiste palestinesi. Ovviamente, sono alla ricerca di sostegno materiale ed economico per la loro nuova jihad. Un sostegno che, indubbiamente, verrà presto favorito dal miliardi che la Repubblica Islamica incamererà dall’alleggerimento di parte delle sanzioni internazionali. Per la cronaca, parlando di fatti concreti, ieri a Teheran i rappresentati di Hamas e della Jihad Islamica – Khaled Ghadoumi  e Nasser Abu Sharif – si sono incontrati con un certo Hossein Sheikholaeslam, un personaggino assai poco raccomandabile. Il caro Hossein, infatti, non e’ solo il Segretario Generale della Commissione di Supporto all’Intifada, ma anche l’ex Ambasciatore iraniano in Siria. Per chi non lo sapesse, l’Ambasciatore iraniano in Siria e’ quello che, direttamente, gestisce il movimento terrorista libanese Hezbollah (Good Morning Iran).

Dall’incontro, neanche a dirlo, e’ arrivato un sostegno incondizionato del regime iraniano alla nuova jihad palestinese. Hossein Sheikholaeslam ha colto l’occasione per rimarcare come, la cosiddetta nuova Intifada, sara’ l’occasione per rimettere la questione palestinese al centro dell’agenda islamica (Fars News). Neanche a dirlo, una nuova crisi che cade a pennello per gli interessi del regime iraniano: quale migliore occasione, infatti, per spostare l’attenzione dalla Siria, dai fallimenti nella difesa del macellaio Assad e dalle sconfitte in Yemen? E quale migliore occasione per Hamas, per rifarsi un look? Dopo la vittoria di Morsi in Egitto, Hamas decise di sfidare l’Iran sulla questione siriana. Purgato Morsi, sopravvissuto Assad, entrato in crisi il padrino Erdogan e con Putin ormai in guerra contro la Fratellanza Mussulmana, Hamas ha compreso di essere vicino ad una crisi esistenziale. Senza dimenticare, infine, che Hamas si sta dimostrando incapace anche di controllare la stessa Striscia di Gaza, considerando le recenti infiltrazioni di Isis…

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Ecco allora che, tra terrorismo palestinese e Iran, rinasce la collaborazione stretta, sull’onda della necessita’ reciproca. Durante la conferenza tenutasi a Teheran, per la cronaca, i leader di Hamas e della Jihad Islamica hanno denunciato entrambi gli accordi di Oslo, gli stessi che l’intera Comunità Internazionale sostiene con fermezza (Palestine-Persian). Assai interessante, tra le altre cose, e’ stata la dichiarazione del rappresentante di Hamas Khaled Ghadoumi, in merito al futuro di Israele. Ghadoumi – parlando di una previsione fatta dallo Sciecco Yassin in base ad una interpretazione del Corano – ha affermato che “Israele non esisterà più entro il 2027” (Palestine-Persian). Guarda caso, un’affermazione che va sulla stessa linea delle recenti affermazioni della Guida Suprema Ali Khamenei (“Israele sparira’ entro i prossimi 25 anni”).

Infine, un ultimo appunto che lascia pensare: dopo aver elogiato l’Imam Khomeini, il rappresentante iraniano Hossein Sheikholaeslam ha voluto ricordare come la Prima Intifada del 1987 e’ scoppiata dopo i tragici fatti della Mecca e questa “nuova Intifada” scoppia dopo i tragici fatti di Mina. Per chi non lo sapesse, nel 1987, durante il pellegrinaggio sacro alla Mecca, un gruppo di pellegrini sciiti – fomentato dall’Iran – si scontro’ con le forze saudite, lasciando sul terreno 400 morti. Anche nel caso dell’incidente di Mina, avvenuto nel pellegrinaggio alla Mecca di quest’anno, alcuni commentatori hanno parlato di infiltrazioni di agenti iraniani, allo scopo di destabilizzare il regime saudita (al Monitor).

Al di la’ delle tesi del complotto, ben piu’ importante e’ il significato politico della comparazione fatta da Hossein Sheikholaeslam. L’ennesima implicita minaccia iraniana di usare le crisi del Medioriente per espandere la rivoluzione khomeinista…

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Nervana Mahmoud, famosa blogger egiziana, non ci gira intorno: l’accordo nucleare con l’Iran, rappresenta un potenziale “bacio mortale” per le prospettive di pluralismo democratico in tutto il Medioriente. Grazie a questo accordo, infatti, i rappresentanti illiberali nell’Islam – sia sciiti che sunniti – riceveranno un enorme incoraggiamento. In seguito a questo accordo “il Presidente americano Obama sara’ ricordato dai libri di storia come colui che ha abbracciato i nemici del liberalismo in Medioriente” (Ahram).

Nel suo articolo, Nervana ricorda anche di aver visitato personalmente la Repubblica Islamica qualche anno fa. In Iran, a sua sorpresa, la blogger egiziana trovo’ una società vibrante, con una gioventù carica di valori liberali e voglia di democrazia. “Questi ragazzi” – sottolinea Nervana – “potranno anche celebrare oggi l’alleggerimento delle sanzioni e la fine dell’isolamento, ma e’ assai difficile che l’accordo nucleare sanerà il divario esistente tra loro e i governanti teocratici“. Per i Mullah, infatti, l’accordo nucleare rappresenta unicamente il riconoscimento che, per l’Occidente, il modello teocratico anti-modernista e’ un modello di un successo. 

Non solo: anche per quanto concerne le speranze di vedere l’Iran cambiare il suo atteggiamento aggressivo, secondo la blogger egiziana, si tratta solamente di una grande illusione. In una fase in cui e’ in corso una vera e propria guerra settaria in diversi Paesi Arabi, un Iran più forte determinerà unicamente l’avvio di processi imitativi, rafforzando gruppi e movimenti politici anti-democratici e teocratici.  L’ingerenza iraniana in Libano, Iraq, Siria e Yemen, causerà l’arrivo al potere di forze concorrenti, anche loro ispirate all’Islamismo politico. Dal 1979, infatti, l’Islamismo sunnita ha imparato una sola lezione dall’Iran: “Yes we can“, uno slogan scandito dagli islamisti ben prima della vittoria elettorale di Obama nel 2008. L’Islamismo Arabo vede nell’Iran teocratico un modello capace di realizzare i loro sogni di dominio della società mussulmana. Il nuovo accordo nucleare, quindi, non farà che rafforzare questo terribile obiettivo. 

La Siria, per la blogger Nirvana Mahmoud, sara’ il primo Paese a pagare il prezzo dell’Iran Deal. Il Paese resterà imprigionato nella guerra settaria tra sciiti e sunniti, guidata da forze radicali, anti-democratiche e spietate. Nello stesso Egitto – ove ne la rimozione di Mubarak e ne la fine del regime di Morsi hanno prodotto una democrazia liberale – una parte dei Fratelli Mussulmani ha cominciato a guardare con interesse al modello iraniano, nonostante il forte antagonismo con gli sciiti. Parte dei Fratelli Mussulmani, infatti, ritiene che il fallimento di Morsi e’ stato direttamente causato dalla sua “riluttanza a portare avanti una politica rivoluzionaria”. In questo contesto, la violenza imposta dai Mullah dopo il 1979 contro le opposizioni, viene vista come un “modello”. Dall’altra parte, gli stessi sostenitori del Presidente al-Sisi, useranno l’Iran come pretesto per giustificare repressioni contro le opposizioni, coprendo le loro azioni dietro al fatto che, un Occidente che legittima il regime iraniano dopo 36 anni di violenza, non ha il potere morale di giudicare l’Egitto.

Il durissimo op-ed di Nervana Mahmoud si conclude ricordando il discorso tenuto da Obama al Cairo nel 2009. Un discorso in cui il Presidente americano parlo’ di tolleranza, rispetto per le minoranze, libertà di religione e diritto a godere di una reale democrazia. L’accordo nucleare con l’Iran va esattamente dalla parte opposta rispetto a questi nobili obiettivi. Iran Deal, infatti, legittima un regime che abusa quotidianamente dei diritti umani e che prende in giro l’intera Comunità Interazionale. I suoi effetti collaterali, ovviamente, non potranno che essere estremamente drammaticamente negativi e pericolosi.

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Bernard Lewis, grande esperto di Medioriente, ha scritto un libro dal titolo magistrale: “il linguaggio politico dell’Islam”. Un libro stampato e ristampato ma, purtroppo, poco tenuto a mente. Quando un importante leader politico islamico parla, scrive o pubblica idee sui social, un buon analista dovrebbe essere attento alle parole che vengono usate. Questa affermazione e’ particolarmente vera quando si parla della Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei. Ecco quindi che, tutti i tweet pubblicati sugli account (in farsi e in inglese) devono essere letti attentamente e, ove necessario, compresi profondamente. In questi ultimi giorni, quindi, Khamenei ha pubblicato una serie di tweet sul risveglio islamico – in Occidente noto come le “Primavere Arabe” – e sul futuro del Medioriente. I suoi tweet, si badi bene, erano direttamente ricollegati ad alcuni discorsi rilasciati dalla Guida Suprema nelle stesse ore.

Vogliamo sottolineare due tweet in particolare che, secondo la nostra analisi, devono essere tenuti a mente dall’Occidente, perché potrebbero avere delle conseguenze dirette sulla stabilita’ dell’intera regione Mediorientale. Poco prima delle celebrazioni dell’Eid al Mab’ath – la proclamazione di Maometto a Profeta – Khamenei ha pubblicato questo tweet: gli arroganti hanno temporaneamente soppresso il Risveglio Islamico, ma non potranno sopprimerlo per lungo tempo. La grande potenza islamica non può essere trascurata. Abbiamo volontariamente colorato in rosso la parola “arroganti”, perché in questo termine sta tutto il significato del messaggio di Khamenei.

Il vero significato dell'”arroganza” nel pensiero dell’Islam radicale

Per capire di cosa parliamo dobbiamo ritornare all’inizio del 1900 e, paradossalmente, andare a ricercare il pensiero di un ideologo dell’islamismo radicale sunnita: Sayyid Qutb. Dopo Al Banna – fondatore dei Fratelli Mussulmani – Sayyid Qutb e’ considerato l’ideologo principale della salafia, colui che probabilmente influenzato maggiormente il pensiero dell’Islam radicale. Per sommi capi, Qutb divideva il mondo in due sfere: una sfera rappresentante un “Islam dei veri credenti” (rappresentante il Partito di Dio), e una sfera rappresentante la jahiliyya, ovvero il mondo dell’ignoranza (il Partito di Satana). Si badi bene, pero’: nel pensiero di Qutb, il termine “ignoranza” ha lo stesso significato di “arroganza”. Come sottolinea William E. Shepard – autore del saggio “la dottrina della jahiliyya nel pensiero di Sayyed Qutb” – nel Corano la parola jahiliyya non compare mai con come semplice ignoranza. Al contrario, nel Corano il termine ignoranza compare sempre collegato ad una forte ostilita’ e aggressivita’ di coloro che portano avanti un pensiero pagano e anti islamico (esempio: “la fiera arroganza della jahiliyya“, Corano 48:26).

Da questa interpretazione del concetto di jahiliyya, quindi, si arriva al passo successivo del pensiero radicale di Qutb: se l’ignoranza indica un senso di aggressività da parte del pagano, da ciò deriva anche il dovere del mussulmano di portare avanti un jihad offensivo, inteso come un dovere del fedele di eliminare coloro che si oppongono all’affermazione della vera fede. Tra i nemici da eliminare, quindi, Qutb non individuava solamente i pagani Occidentali, ma anche tutti i leader arabi che non si conformavano al vero pensiero islamico

Ali Khamenei, il traduttore Persiano di Sayyid Qutb

Ali Khamenei e’ un grande conoscitore di tutto il pensiero di Sayyid Qutb, tanto da aver tradotto le opere del pensatore radicale sunnita in Farsi. Non e’ un caso, tra l’altro, che nonostante la divisione tra Sciiti e Sunniti, proprio l’Iran Khomeinista abbia da sempre tentato di avere (non sempre con successo) stretti legami con la Fratellanza Islamica. Come spesso accade, il pensiero estremista – pur nascendo da “ideologie diverse” – trova alla fine un punto di congiunzione. Ecco allora che il tweet di Khamenei sull'”arroganza” di coloro che vogliono sopprimere il risveglio islamico, acquista un significato diverso e drammaticoUn significato che dovrebbe far tremare tutti coloro che hanno a cuore la stabilita’ del Medioriente, soprattutto se lo si ricollega a questo altro tweet pubblicato, il 17 maggio, da Khamenei:

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Nello stesso giorno in cui, parlando davanti a diversi membri dell’establishment iraniano, Khamenei indicava nell’America la creatrice di Isis e nell’Occidente il primo nemico (perché creatore di una conoscenza artefatta), la Guida Suprema iraniana individuava le prime aree dove il risveglio islamico non poteva essere soppresso. Mentre i media internazionali si sono focalizzati sulle parole di Khamenei sullo Yemen, sul Bahrain e sulla Palestina, pochi hanno fatto attenzione al tweet di Khamenei sull’Egitto. Il significato di questo tweet e’ chiaro: il regime di al Sisi e’ parte della jahiliyya, ovvero quel Partito di Satana che si oppone al vero Islam. Per questo, messaggio indiretto contenuto nel tweet, in questo Paese in jihad offensivo e’ giusto e giustificato.

Concludendo, quindi, consigliamo a chi materialmente in Occidente e’ protagonista della vita quotidiana delle relazioni internazionali – e soprattutto chi ha a cuore la stabilita’ del Medioriente – di fare molta attenzione alla chiamata al jihad di Ali Khamenei. Una attenzione particolarmente alta, perciò, andrebbe dedicata allo Yemen, la porta dell’Iran per infiltrare il Sinai – usando i terroristi di Hamas e le bande beduine – per destabilizzare tutto l’Egitto. Un Egitto ritornato ad essere il fulcro dello svilupppo positivo del pensiero islamico, soprattutto dopo il coraggioso discorso di al Sisi ad Al Ahzar.

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La crisi in Yemen e’ sempre più grave. Sostenuti dal regime iraniano, la minoraza Houthi ha rovesciato il Governo centrale e occupato la capitale Sanaa. La crisi ha innescato uno scontro settario con la maggioranza sunnita, guidata dal Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Grazie alle armi arrivate da Teheran, quindi, gli Houthi stanno concentrando la loro attività armata contro il Sud del Paese, in particolare nell’area di Aden. Hadi, come riportano i giornali, ha chiesto una azione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, al fine di stabilire una no fly zone capace di fermare l’avanzata delle milizie ribelli. Il Ministro degli Esteri saudita al Faisal, da parte sua, ha denunciato l’aggressività iraniana e affermato che la Repubblica Islamica non merita la firma di alcun accordo sul nucleare. Un tale accordo, infatti, legittimerebbe unicamente la politica aggressiva dei Pasdaran.

Il controllo dello Yemen, come abbiamo già scritto, e’ parte della politica del regime iraniano per estendere l’impero Khomeinista. La natura della Velayat-e Faqih, da sempre sottovalutata dall’Occidente, e’ quella di estendere le idee fondamentaliste dell’Ayatollah Khomeini, un principio “rivoluzionario” su cui si basa la sopravvivenza stessa del potere dei Mullah. Senza il principio di “esportazione della rivoluzione” infatti, l’Iran entrerebbe in una normalità diplomatiche che – considerando le caratteristiche della popolazione iraniana – determinerebbe il crollo del regime stesso in pochi anni. Nonostante tutto, insieme al fondamentale aspetto ideologico, ci sono anche calcoli prettamente razionali che guidano la politica iraniana nello Yemen.

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Il primo ragionamento razionale e materiale che guida l’aggressività di Teheran, e’ legato al controllo dello Stretto di Bab el Mandeb: si tratta di una intersezione strategica tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo. Attraverso questo Stretto, infatti, si controlla il fondamentale ingresso verso il Mar Rosso, motivo per il quale la crisi Yemenita preoccupa drammaticamente anche il Governo del Presidente al Sisi in Egitto. L’Iran, come noto, tento’ di infiltrare agenti Pasdaran in Egitto durante la Presidenza Morsi, tanto che una delle accuse contro l’ex Presidente salafita e’ proprio quella di essere stato in contatto con l’intelligence iraniana. Al Sisi teme concretamente che il, tramite il controllo dello Stretto di Babd el Mandeb, Teheran metta in atto una politica di destabilizzazione dell’Egitto, usando il territorio del Sudan e la Penisola del Sinai per finanziare le milizie beduine e i terroristi legati alla Fratellanza Mussulmana (Hamas compreso).

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Non e; un caso, quindi, che al Sisi abbia deciso di invitare il Presidente dello Yemen Hadi al Summit Arabo previsto a Sharm El-Shiekh il 28 e il 29 marzo. Cio’ senza dimenticare, ovviamente, quanto lo Stetto di Bab el Mandeb sia importante per quanto concerne il traffico petrolifero: circa 3,8 milioni di barili al giorno passano per questo Stretto verso il Canale di Suez, per raggiungere il Medioriente, l’Europa e gli Stati Uniti. Chi controlla quell’area, infatti, controlla praticamente il petrolio che raggiunge l’oleodotto egiziano SUMED, che dal terminale di Ain Sukhna raggiunge Alessandria e porta poi il petrolio verso l’Europa. Se l’Iran riuscisse a mettere le mani definitivamente sullo Yemen, quindi, avrebbe il controllo diretto e indiretto dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab el Mandeb, due arterie vitali per la stabilita’ della geopolitica Mediorientale e internazionale.

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Gli interessi del regime iraniano nello Yemen, pero’, non si fermano allo Stretto di Bab el Mandeb. Come la cartina fa vedere, lo Yemen si trova proprio davanti alla Somalia, un territorio giudicato da tempo un failed State, in cui a farla da padrone sono le milizie armate. L’instabilita’ somala, e il mercato nero che governa il Paese, e’ funzionale agli interessi iraniani, particolarmente al programma nucleare del regime. In Somalia, pochi lo sanno, sono presenti delle riserve di uranio assai importanti. Gia’ nel 2006, Teheran tento’ di ottenere dalla Somalia uranio in cambio di armi per le milizie locali (il tentativo venne denunciato dalle Nazioni Unite stesse). Tra le altre cose, sempre nel 2006, oltre 700 combattenti somali vennero inviati in Libano per combattere al fianco dei terroristi di Hezbollah. Il report ONU denuncio’ anche le commistioni tra il regime iraniano e i terroristi di al Qaeda, in particolare il sostegno al terrorista qaedista  Saif al-Adel. Nel 2013, quindi, una nave carica di armi iraniane venne intercettata dalle autorità yemenite. Lo Yemen, quindi, denuncio’ che la nave era attraccata in Somalia, prima di provare a raggiungere le milizie sciite nello Yemen.

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell'Agenzia Atomica Iraniana, con l'ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell’Agenzia Atomica Iraniana, con l’ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Depositi di uranio sono stati trovati in Somalia sin dagli anni ’70, ed ultimamente importanti riserve sono state scoperte presso la Regione Autonoma somala di Gal-Mudug. Ad oggi, le riserve di uranio somale sono mal sfruttate, soprattutto in considerazione della mancanza di una infrastruttura industriale per lo sviluppo. Nonostante tutto, come suddetto, la Somalia e’ dominata da un mercato illecito che, chiaramente, presenta un terreno fertile per l’infiltrazione di attori interessati a favorire il commercio illecito. Grazie al controllo dello Yemen, quindi, il regime iraniano non soltanto minaccia direttamente la stabilita’ regionale e gli approvvigionamenti energetici Occidentali, ma potrebbe anche mettere in atto una azione per proseguire, clandestinamente, il suo programma nucleare militare, sfruttando l’accordo con il 5+1 e il clima di appeasement internazionale.

Speriamo solo che qualcuno si svegli…prima che sia troppo tardi…

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GIANNI VERNETTI NO PASDARAN

No Pasdaran ha l’onore di intervistare  nuovamente l’Onorevole Gianni Vernetti, uomo politico conosciuto per la sua strenua difesa dei principi liberali e dei valori della democrazia. Più volte Parlamentare della Repubblica, Gianni Vernetti ha ricoperto l’incarico di Sottosegretario agli Affari Esteri durante il secondo Governo di Romano Prodi (2006-2008), coordinando le politiche italiane in Asia e occupandosi in particolare di molte aree di crisi a cominciare dall’Afghanistan. Con la delega ai Diritti Umani ha rappresentato l’Italia nel Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite e nella Community of Democracies. Durante il suo mandato da Sottosegretario agli Esteri l’onVernetti ha coordinato la campagna per l’approvazione della “Moratoria universale della pena di morte”, conclusasi con l’approvazione di una risoluzione ad hoc da parte della Nazioni Unite nel 2007. Iscritto al Pd, Gianni Vernetti fa parte della corrente renziana all’interno del Partito Democratico. Dopo l’intervista dell’agosto 2013, abbiamo chiesto all’Onorevole Vernetti di fare un follow up sull’attuale situazione mediorientale e, soprattutto, alla questione iraniana. Ecco cosa ci ha detto.

Egregio Onorevole Vernetti, dalla Sua prima intervista con No Pasdaran nell’agosto del 2013 le cose, purtroppo sono peggiorate. Nessuna no fly zone e’ stata imposta sulla Siria e l’appeasement verso l’Iran e’ diventato un dato di fatto. Ormai Teheran e’ sdoganata a livello internazionale e i suoi jihadisti sciiti girano per mezzo Medioriente piu’ o meno liberamente. L’Occidente, senza strategia contro Assad e contro Daesh, ha lasciato agli uomini di Soleimani campo libero senza pensare alle conseguenze.

1- Prima di entrare nei dettagli, ci da una breve visione – ovviamente generale – per fare una quadratura d’insieme sull’attuale situazione geopolitica mediorientale?

La geopolitica mediorientale è nuovamente cambiata con grande velocità.
In sintesi a mio giudizio, questi sono gli elementi più salienti:
a. Errato ritiro degli USA da un Iraq lungi ancora dall’essersi stabilizzato, che ha permesso a nuovi attori (ISIS e Iran) di occupare il vuoto politico e militare lasciato.
b. Nascita, espansione e consolidamento dello Stato Islamico che occupa ancora oggi un vasto territorio fra Siria e Iraq, attrae migliaia di jihadisti anche dall’occidente, stringe alleanze dall’Africa Sub-Sahariana al Sud-Est asiatico, minaccia direttamente l’esistenza di Siria, Iraq e Libano.
c. Nuovo protagonismo iraniano che oggi esercita una inedita, forte e diretta influenza in almeno 4 capitali: San’a, Beirut, Baghdad e Damasco. La presenza delle milizie iraniane di Soleimani nell’assedio di Tikrit sono la certificazione più evidente di tale novità, che si aggiunge all’alleanza militare con Assad, alla presenza di Hezbollah in Libano ed al recente colpo di stato Houtni a San’a.

2- Come suddetto, l’appeasement verso Teheran e’ ormai consolidato, ben prima dell’accordo sul nucleare. I jihadisti sciiti – o comunque i proxy di Teheran – come lei dice, ormai occupano diversi Paesi. Quali conseguenze avra’ la scelta Occidentale di combattere Isis alleandosi con lo sciismo khomeinista?

ISIS e Sciismo Khoeminista sono entrambi nemici dell’occidente. Non ci potrà mai essere un’alleanza, per quanto strumentale, con Teheran per sconfiggere ISIS. Purtroppo i regimi genocidi interpretano la mano tesa dell’occidente (in particolare degli USA oggi) come un segno di debolezza. ISIS verrà sconfitto solo con un incremento dell’azione militare occidentale, con il consolidamento di forti alleanze locali (a cominciare dai Curdi Iracheni e Siriani), attaccando i canali finanziari e di reclutamento in Occidente.

3- Ali Younesi, consigliere di Rouhani, ha detto che l’Iran ormai e’ un impero e la sua capitale sta a Baghdad. Il solo a reagire e’ stato al Sistani, mentre dall’Occidente nessuna voce importante si e’ levata contro l’imperialismo iraniano. Cosa ne pensa?

Quando gli USA si accorgeranno che l’accordo sul nucleare iraniano è solo un miraggio, l’Occidente tornerà a parlare con una voce sola ed a mettere in atto ulteriori misure di contenimento dell’Iran.

4- Capitolo Siria: Assad e’ ancora al suo posto, De Mistura promuove un piano di “pace” che riabilita il dittaore e Kerry lo segue a ruota. Nel frattempo, Assad continua con i barili bomba sui civili e con gli attacchi chimici. Stavolta, pero’, nessuna diplomazia occidentale sembra avere il coraggio di attaccare Assad?

Assad è il problema in Siria, non certo la soluzione. Una volta sconfitta ISIS, rafforzati i curdi, sostenuta una credibile opposizione moderata siriana, si porrà il problema del cambio di regime a Damasco.

5- Come valuta le nuove relazioni tra Hamas e l’Iran anche nell’ottica del Governo egiziano di al Sisi?

Al Sisi non è giunto al potere per una via democratica, ma sta assumendo posizion molto condivisibili nel contrasto al jihadismo in Sinai e nel contenimento di Hamas. A mio giudizio Hams rimane un’organizzazione terroristica e basta ascoltare qualche sermone del suo leader Meshaal contro gli ebrei ed Israele per rendersene conto

6- Esiste una via politica per arrivare alla pacificazione in Siria senza rilegittimare Assad e l’occupazione iraniana?

Credo di si. Ma oggi questa via passa inevitabilmente per un incremento dell’azione militare: solo con ISIS sconfitto sul terreno e con Curdi e opposizioni moderate più forti sara possibile costruire un processo di pacificazione.

7- L’occupazione iraniana e’ arrivata in Yemen. Come valuta il futuro delle relazioni tra Arabia Saudita e Iran, anche nell’ottica di un accordo tra Teheran e Washington?

Non credo che alla fine ci sara nessun accordo sul nucleare fra USA e Iran. L’Arabia Saudita rimarrà un partner Occidentale e dovremmo lavorare per fare in modo che si evolva politicamente.

8- In questo quadro, anche considerando la situazione egiziana, che parte gioca la Turchia di Erdogan? Non allineata a Riyadh, contro Assad, ma sempre piu’ vicina politicamente a Teheran

Credo che la Turchia sia uno dei problemi più seri dell’occidente in Medio Oriente. La svolta islamista di Erdogan la ha allontanata dall’Europa, tutti gli standard delle libertà politiche e civili son peggiorati e nonostante sia un membro NATO non sta dando praticamente alcun contributo all’azione militare contro ISIS. Perdere la Turchia sarebbe una tragedia per l’Occidente e bisogna evitarlo in ogni modo.

9- I rapporti tra Iran e Italia sono sempre piu’ forti. Recentemente, il Ministro Gentiloni si e’ recato a Teheran e non ha detto una parola sui diritti umani. Il Ministro Jannati, quindi, e’ arrivato a Roma accolto con tutti gli onori da rappresentanti come la Presidente Boldrini e il Senatore Casini. Non le sembra una contraddizione per un Paese, come l’Italia, fondato su una costituzione anti-fascista e, teoricamente, in prima linea per la Moratoria Universale contro la Pena di Morte?

Una parte delle cultura politica e diplomatica italiana ha sempre ritenuto che il dialogo fosse l’unica arma per trattare anche con i peggiori regimi. Io credo che si possa dialogare anche con l’Iran, ma solo da una posizione di forza, con un occidente unito nella denuncia forte e chiara di un Iran nucleare, che rappresenterebbe una sfida esistenziale per Israele, ed una minaccia alla stabilita di tutta l’Europa e il Medio Oriente.

10- Ultima domanda: il nuovo rapporto dell’Inviato ONU per i diritti umani in Iran, Ahmad Shaheed, descrive una situazione drammatica. In questo contesto, la persecuzione dei cristiani in Iran e’ aumentata drasticamente sotto il potere di Rouhani. Anche in questo caso, l’Occidente (Italia in testa) tace. Non lo trova profondamente triste? Cosa possiamo fare?

L’Iran è il paese, con la Cina, che detiene il record di esecuzioni capitali che includono anche minorenni, omosessuali, giornalisti, difensori dei diritti umani, oppositori. La persecuzione dei cristiani è in crescita in Iran come in altri paesi della regione. Credo che Italia, Europa, USA e tutto l’occidente dovrebbero promuovere politiche più attive per sostenere le opposizioni democratiche, denunciare le clamorose violazioni dei diritti umani, aumentare la pressione politica e diplomatica nei confronti del regime.

Ringraziamo sinceramente l’Onorevole Vernetti per le Sue preziose risposte che, speriamo sinceramente, possano essere ascoltate e recepite dai politici, dai diplomatici e dai giornalisti, soprattutto in Occidente.

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Questo fine settimana, come vi abbiamo anticipato, il Ministro degli Esteri italiano Gentiloni si è recato in visita in Iran. Prima della sua partenza, purtroppo senza successo, avevamo pubblicato un articolo in cui chiedevamo al Ministro Gentiloni di farsi portatore di un messaggio di libertà per due prigionieri politici detenuti nella Repubblica Islamica, l’attivista Atena Farghadani e l’Ayatollah Boroujerdi. Nessuna risposta positiva è arrivata in tal senso e la questione dei diritti umani – seguendo i lanci di agenzia in Italia e in Iran – non è stata neanche toccata durante la visita diplomatica.

Tralasciando quanto richiesto dal Collettivo No Pasdaran, gli argomenti affrontati durante gli incontri tra Gentiloni e i rappresentanti del regime iraniano, sono rientrati pienamente nei canoni della mera propaganda di Teheran e non hanno affrontato i veri nodi problematici al centro dei rapporti tra la Repubblica Islamica e l’Occidente. Ormai, infatti, il regime iraniano gode di una completa impunità per i suoi crimini, soprattutto per quanto concerne la lotta la terrorismo. In tal senso, il Ministro Gentiloni ha accettato passivamente una lezione di morale dai rappresentati del regime iraniano, in primis dal Capo del Consiglio Nazionale Supremo per la Sicurezza Ali Shamkhani e dal Presidente Rouhani. Shamkhani, secondo quanto scritto da Iran Daily, ha ricordato a Gentiloni che, se oggi l’Occidente ha un problema con il terrorismo , ciò è meramente dovuto agli errori commessi dagli stesso Occidentali nella scelta degli alleati nella regione Mediorientale. Stessa lezione di morale, quindi, è arrivata dal Presidente Rouhani che ha sottolieato come Tehran abbia sempre messo in guardia i Governi Occidentali dal sostenere il terrorismo in Siria, Iraq e Libia.

La Siria e l’Iraq, come noto, restano i casi emblematici della mistificazione iraniana. Come abbiamo già scritto decine di volte, se oggi la Siria è divenuta il centro dello scontro tra Sciiti e Sunniti e se Daesh (Isis) è riuscito a conquistare il supporto di diverse tribu’ sunnite (soprattutto in Iraq), la prima motivazione va ricercata nel sostegno di Teheran ai Governo settari di Bashar al Assad e al Maliki. Il regime iraniano, salvando il potere di Assad, ha trasformato la rivoluzione siriana in una lotta tra due terribili jihadismi, quello khomineista e quello salafita. Stessa cosa dicasi per l’Iraq: Teheran ha reso l’ex Primo Ministro iracheno al Maliki un burattino nelle sue mani, provocando l’estromissione dei sunniti e dei curdi dalla regia del potere in Iraq.

Ritenere, quindi, che la risoluzione del problema di Daesh passi per una alleanza speciale con il jihadismo sciita finanziato dall’Iran, è una risposta drammaticamente errata e destinata ad aumentare lo scontro all’interno del Medioriente. Altrettanto fallimentare, quindi, risulterà il progetto dell’inviato speciale delle Nazioni Unite De Mistura per la Siria. De Mistura ha ormai sdoganato ufficialmente Bashar al Assad, descrivendolo come una presenza essenzale per la risoluzione del conflitto. Damasco ha immediatamente approfittato dell’occasione per dimostrare un pubblico sostegno al piano di De Mistura per una sospensione degli scontro ad Aleppo. Peccato che, tutto questo progetto, abbia sempre incontrato il parere contrario delle opposizioni siriane presenti nell’area di Aleppo (dove ancora combatte una opposizione non qaedista e salafita). Non solo: senza alcuna reazione da parte di De Mistura, Assad ha ordinato l’espulsione di due inviati delle Nazioni Unite, incaricati di portare aiuti umanitari proprio ad Aleppo. La loro colpa è stata quella di aver negoziato con i ribelli per far arrivare gli aiuti umanitari ai civili ancora presenti in città.

A proposito di terrorismo khomeinista, concludiamo questo articolo evidenziando il fatto che la questione dello Yemen non ha meritato alcuna attenzione durante la visita di Gentiloni. Per Teheran, come noto, si tratta di un argomento scottante, considerando il fatto che i Mullah hanno attivamente sostenuto e sponsorizzato il golpe degli Houthi a Sanaa. Anche in questo caso, però, il far finta di nulla rischia di essere un gioco pericoloso. Ciò vale soprattutto per l’Italia, impegnata nella lotta al jihadismo salafita in Libia in stretta alleanza con l’Egitto di al Sisi. Al contrario del Ministro degli Esteri italiano, l’egiziano al-Sisi ha pubblicamente afffrontato la questione dello Yemen, evidenziando una forte preoccupazione per quanto concerne il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb, una porta chiave per l’accesso al Mar Rosso. In tal senso, in una intervista con il quotidiano saudita Asharq al Awsat, al Sisi ha definto la sicurezza dell’Egitto come direttamente connessa a quella degli Stati Arabi del Golfo e lo la stabilità del Golfo come “una redline per l’Egitto”.

Un chiaro messaggio all’Iran, ma anche a tutta  la diplomazia Occidentale: combattere il terrorismo salafita portando avanti una alleanza privilegiata con la Repubblica Islamica dell’Iran – e, indirettamente, tutti i suoi proxy  (leggi Hezbollah in Libano) – può anche essere una sorta di (discutibile) tattica nel breve periodo, ma rappresenta certamente una strategia antiterrorismo fallimentare nel medio e lungo termine.

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