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Mentre Aleppo si tramuta nella nuova Stalingrado, il regime iraniano sta lavorando per riconquistare totalmente il potere in Iraq. Un potere già fortissimo, contenuto per un certo periodo, ormai superato, dall’incapacità di Teheran di controllare totalmente il premier iracheno al-Abadi.

Per questo motivo, l’Iran intende riportare al potere l’attuale Vice Presidente iracheno Nuri al Maliki, ovvero colui che da Primo Ministro dell’Iraq ha volutamente provocato il conflitto settario che – emarginando nuovamente i sunniti dal potere centrale – ha permesso la rinascita di al Qaeda in Iraq e il passaggio ad Isis. La politica di al-Maliki non fu casuale: fu parte di una voluta strategia di sbilanciare il potere verso la maggioranza sciita filo Teheran, con il colpevole sostegno passive degli Stati Uniti, impegnati a ritirarsi dal Paese piuttosto che a pensare alle conseguenze di un ritiro senza prima aver copletato la missione di reale stabilizzazione del Paese. Quando, nel 2014, le politiche di al-Maliki spaccarono la stessa comunità sciita irachena – in particolare si ribellarono l’Ayatollah al Sistani e Muqtada al Sadr – lo stesso Iran fu costretto, a malincuore, a lasciare la premiership ad al-Abadi.

Nonostante il passo indietro, al-Maliki è rimasto il Vice Presidente dell’Iraq e non ha mai abbadonato l’idea di ritornare al potere. Con lui, anche i Pasdaran iraniani, guidati dal Comandante della Forza Qods Qassem Soleimani, non hanno mai accettato di ridursi ad attore di secondo livello, continuando ad aumentare il potere delle milizie sciite irachene e indebolire al-Abadi. Una strategia che, in questi mesi, sta dando i suoi frutti.

In Kurdistan, Teheran sta fortemente appoggiando il PUK di Jalal Talabani, forza politica avversaria del Presidente della Regione del Kurdistan Massoud Barzani. Colpito da una importante crisi economica e dal peso dei rifugiati arabi giunti nel Kurdistan iracheno, Barzani è oggi costretto a fare i conti con un forte malcontento interno. Teheran, per bocca di al-Maliki, ha avviato una campagna di denigrazione di Barzani e dei suoi uomini nel Governo iracheno. In questi giorni, il Ministro delle Finanze iracheno, il curdo Hoshiyar Zebari, è stato costretto a dimettersi, dopo essere stato accusato dal Parlamento di aver incamerato dei fondi pubblici (Ekurd). Prima di Zebari, a dover lasciare fu il Ministro della Difesa iracheno, il popolare sunnita Khalid al Obaidi. Anche al Obaidi fu accusato, nell’agosto del 2016, di corruzione dal Parlamento iracheno.

Proprio sfruttando il potere di sfiducia del Parlamento, il partito di Nuri al Maliki – “State of Law Coalition”, con 92 seggi su 328 – sta eliminando i personaggi sgraditi a Teheran. L’intera coalizione di maggioranza che sostiene al-Abadi, infatti, è praticamente quasi totalmente nelle mani della vicina Repubblica Islamica.

Il nuovo fronte aperto dal Parlamento iracheno, su ordine di Teheran, è ora quello contro la Turchia. All’inizio di Ottobre, il Parlamento di Baghdad ha votato una mozione per impedire la prosecuzione della missione dei militari turchi nella base di Bashiqa. Non solo: il parlamento di Baghdad ha accusato i turchi di essere una “forza di occupazione” e ha chiesto una revisione delle relazioni tra Iraq e Turchia (Rudaw). Una accusa paradossale, soprattutto se si considera che l’intervento dei consiglieri di Ankara in Iraq al fianco dei Peshmerga curdi, fu il frutto di una diretta richiesta del Premier iracheno al-Abadi nel 2014, proprio durante una sua visita ad Ankara. L’inclusione dei turchi nella zona vicino a Musul, era vista dall’allora neo premier iracheno come una via per combattere Isis e diminuire l’influenza di Teheran nel Paese (Daily Mail Online). Oggi, però, al-Abadi è debolissimo e verrà tenuto in piedi fino a quando farà comodo agli iraniani. La crisi diplomatica ha determinato la convocazione dell’Ambasciatore iracheno ad Ankara, da parte del Ministero degli Esteri turco. I turchi hanno ribadito che non ritireranno i 2000 soldati che hanno in Iraq e propbabilmente gli iracheni si rivolgeranno direttamente alle Nazioni Unite (Rudaw).

Dietro la crisi Ankara-Baghdad, però, c’è qualcosa di più profondo: non soltanto c’è il dominio dell’Iran sull’Iraq, ma c’è soprattutto la dimostrazione che il regime di Teheran non ha alcun interesse ad eliminare Isis (Daily Sabah). Al contrario, come abbiamo sempre denunciato (No Pasdaran), Isis sarà lasciato in piedi sino a quando garantirà la realiazzione del progetto geopolitico iraniano. In altre parole, sino a quando la Repubblica Islamica riuscirà ad infiammare il conflitto settario, garantendo il suo potere su due Stati falliti quali Iraq e Siria. Tra le altre cose, non avendo il potere militare della Russia, questo è il solo peso reale che gli iraniani hanno per fare da contraltare a Putin, cercando di avere ancora una voce in capitolo, soprattutto a Damasco…

Peggio: la crisi tra Ankara e Baghdad, avvendondo a pochi giorni dall’incontro a Teheran tra il Ministro degli Esteri iraniano Zarif e il Primo Ministro turco Binali Yildirim, dimostra tutta l’incosistenza politica di Rouhani. Teoricamente, Iran e Turchia hanno forti interessi bilaterali comuni, soprattutto nel settore energetico e nella questione curda (Breaking Energy). Ancora una volta, però, la razionalità si scontrerà contro il fondamentalismo, soprattutto considerando il peso dei Pasdaran, sia in termini politici che economici. Non è un caso che, proprio mentre Zarif sorrideva alla sua controparte turca, il comandante della Forza Quds Qassem Soleimani dichiarava: “Non stiamo difendendo solo la Siria. Stiamo difendendo tutto l’Islam“. Affermazione di cui dubitiamo che ad Ankara esistano sostenitori…

Servizi dalla TV del regime iraniano Press TV

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D'ALEMA

E ci risiamo: dopo l’intervista rilasciata a Repubblica qualche settimana fa, ora Massimo D’Alema si ripete, con nuove dichiarazioni sulla politica estera e sul Medioriente. Stavolta, lo spazio lo concede il Corriere della Sera, pronto addirittura ad inviare Aldo Cazzullo per l’occasione. Guarda caso – ma dai – la prima intervista rilasciata dal buon D’Alema era a poca distanza dall’arrivo del Presidente Rouhani in Italia, visita poi cancellate per i drammatici fatti di Parigi. La nuova intervista al Corriere, guarda caso (ma tu guarda…), arriva invece poco prima della nuova prevista visita di Rouhani a Roma, in programma per il 26 gennaio prossimo…

Sempre guarda caso, quante causalità, il tema dell’intervista dell’ex Ministro degli Esteri e’ lo stesso: il problema del Medioriente sono Israele e Arabia Saudita, Hezbollah e’ un alleato per l’Occidente e sull’Iran e’ stato sbagliato l'”ostracismo”. Cambiano le parole ma, tra le due interviste ai due più grandi giornali italiani, le differenze sulla sostanza praticamente non esistono.

Peccato che, come la volta scorsa, “baffino” ha annusato male anche stavolta. Il “Caro Leader” Massimino, infatti, ha annusato male sia in senso storico che pratico. Per dimostrare quanto affermato, non serve ritornare alla diatriba fra Sciiti e Sunniti e alla recente guerra americana contro Saddam Hussein. In questo senso basterebbe dire che, la Repubblica Islamica dell’Iran, e’ stato il primo Paese a sostenere l’azione USA del 2003 e il completo – e disastroso – disfacimento di tutto il sistema Baathista in Iraq (per non parlare del ruolo iraniano dopo il ritiro USA nel 2011…). Non serve neanche ricordare all’ex Ministro degli Esteri che, nessun conflitto mediorientale (la guerra a Isis in testa), può esser vinto se l’Occidente promuove una alleanza strategica con l’Iran e con Hezbollah, considerati da tutto il mondo sunnita la vera ragione dell’attuale conflitto settario all’interno dell’Islam. Per dimostrare quanto il baffo di Massimino annusi male, basta analizzare quanto sta succedendo oggi in Iraq, particolarmente nella Battaglia di Ramadi.

La Battaglia di Ramadi e’ diventata nota in questi giorni come simbolo della liberazione dell’Iraq dalla follia di Isis, anche se non e’ ancora terminata completamente (un po’ come Kobane fu per la Siria). Come Kobane dimostro’ che solo i curdi potevano liberare la loro città occupata, Ramadi ha dimostrato come solo i sunniti possono veramente liberare le città sunnite da Daesh e – speriamo veramente – l’intera Provincia dell’Anbar (anche nota come il Triangolo Sunnita). Se la Battaglia di Ramadi ha avuto successo, infatti, e’ perché finalmente non e’ stata lasciata nelle mani delle milizie sciite filo – iraniane. Al contrario, a guidare le Forze di Sicurezza Irachene, sono stati 5000 membri delle locali tribù sunnite, coadiuvate da altri 500 combattenti sunniti che hanno assicurato il controllo della parte Nord della città. Al contrario delle altre battaglie di Tikrit e di Baiji, il Premier iracheno al Abadi ha deciso di tenere fuori dal conflitto le milizie sciite, responsabili di atroci massacri contro la popolazione locale sunnita.

La reazione iraniana alla Battaglia di Ramadi e’ stata la dimostrazione lampante degli ‘errori Dalemiani’. Pur, di facciata, elogiando il successo delle Forze Irachene, Teheran e’ rimasto estremamente deluso dalla non presenza delle milizie sciiti nel conflitto. Non solo: i Pasdaran hanno preso come un vero e proprio affronto da parte del Premier iracheno al Abadi, la scelta di lasciare le parti liberate di Ramadi in mano unicamente alle tribù sunnite. Per questo, non casualmente, gli iraniani hanno scelto di mostrare al pubblico una foto della superstar Qassem Soleimani – ormai oggetto da poster e cartelle scolastiche – nella parte orientale della Provincia dell’Anbar (foto). Un pietoso tentativo di dimostrare un protagonismo iraniano nella Battaglia di Ramadi, praticamente inesistente.

C’e’ qualcosa di più drammatico nel ragionamento di D’Alema, qualcosa che parte evidentemente dall’ignoranza sulla situazione reale delle partite in gioco. In Iraq, ad esempio, dalla sua nomina il Premier al Abadi sta faticosamente tentando di sganciarsi – almeno parzialmente – dall’Iran. Per questo, non solo l’Iran e’ stato contrariato dai fatti di Ramadi, ma ha anche duramente condannato il sostegno aereo dato dalla coalizione americana anti-Isis. L’esecuzione del clerico sciita al Nimr a Ryadh, quindi, ha dato la scusa alle forze irachene filo-iraniane – in primis la Forza di Mobilitazione Popolare – di iniziare una protesta per chiedere la fine dei rapporti con Arabia Saudita e Stati Uniti e un legame ancora più forte con la Repubblica Islamica dell’Iran (ISW). Fortunatamente, almeno per ora, al Abadi ha deciso di restare neutrale, proponendo l’Iraq come mediatore tra i due Paesi in guerra diplomatica.

Sostenere la versione Dalemaniana della soluzione alla crisis – ovvero aumentare la legittimazione di Hezbollah e dell’Iran – significherebbe quindi vanificare ogni sforzo che sta facendo al Abadi per diminuire il conflitto settario in Iraq. Quel conflitto incrementato e sostenuto dall’ex Premier iracheno al-Maliki, internazionalmente considerato come un puppet dei Pasdaran iraniani. Al contrario, se davvero l’ex Ministro degli Esteri italiano fosse sincero nel suo ragionamento “geopolitico”, dovrebbe invocare un maggiore coinvolgimento dei sunniti nel Governo centrale iracheno a Baghdad. Un coinvolgimento oggi impossibile, proprio per l’opposizione dell’Iran, naturalmente proiettato a realizzare il suo imperialismo regionale in Iraq (Stratfor). Eppure, basterebbe leggere le parole di Struan Stevenson, ex Presidente del Parlamento Europeo e attuale Presidente del ‘European Iraqi Freedom Association’ (EIFA). Secondo Stevenson, infatti, un coinvolgimento dei sunniti nel Governo di Baghdad, potrebbe garantire all’esercito iracheno un sostegno di oltre 100.000 combattenti sunniti. Una forza che potrebbe spazzare via Isis in poco tempo, garantendo il sostegno delle forze locali al Governo centrale.

A quanto pare, pero’, al buon D’Alema i fatti interessano poco…sicuramente meno di una rilassante passeggiata a braccetto con Hezbollah…

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L’Occidente e’ abituato ad una lettura unilaterale della storia. Questo vale per le conquiste positive – non tutte infatti vengono dall’Occidente – ma anche per gli errori negativi – non tutti vengono dall’Occidente. L’Occidente, quindi, e’ abituato anche a pensare la geopolitica intorno a se stesso, guardando alle regioni del mondo confinanti come parte di questa unilateralità. La questione della strategia da applicare contro il Califfato, ne e’ un esempio lampante. 

In questi giorni, infatti, l’Occidente non e’ solo preso a cercare una strada per sconfiggere Daesh con i propri mezzi, ma discute anche di come farlo con gli alleati regionali. Il tutto, senza veramente aver compreso l’altra parte della geopolitica, ovvero quella che riguarda gli interessi dei potenziali “alleati”. Ecco allora che, in questo contesto, in tanti propongono di creare una special relationship soprattutto con l’Iran e le forze sciite (Khomeiniste) in Medioriente, evitando di farsi una domanda centrale: ma l’Iran vuole davvero sconfiggere il Califfato? 

Beh, apparentemente la risposta sarebbe positiva. Il vicino Stato Islamico di al-Baghdadi, infatti, non solo e’ sunnita, ma e’ anche di tradizione Hanbalita, Salafita e jihadista. Ergo, i primi nemici del Califfato sono proprio gli sciiti, in particolare gli sciiti legati alla Repubblica Islamica dell’Iran, vista come un male assoluto. Per questo, dicono analisti e esponenti politici alla D’Alema, l’Iran ha inviato mezzi e Pasdaran per combattere Isis, rappresentando sul terreno una forza che l’Occidente deve sostenere.

Premessa: una tesi simile, apparentemente basata sul realismo, e’ di per se una strategia perdente. Come sottolineato da sempre, pensare di sostenere il jihadismo sciita contro quello sunnita, non farà che aumentare il conflitto settario all’interno della regione Mediorientale, garantendo la nascita di una nuova spirale di violenza e odio nel futuro remoto. Non solo: anche chi propende per una nuova demarcazione di parte dei confini mediorientali fondata sulle divisioni etniche e religione, dovrebbe ricordarsi che in questa parte del mondo non e’ ancora lontanamente giunto quel processo di “laicizzazione” della politica iniziato nel Vecchio Continente con il “Date a Cesare quel che e’ di Cesare” e con il “cuius regio, eius religio“.

Torniamo alla domanda precedente: ma l’Iran vuole davvero sconfiggere il Califfato? Ne siamo davvero certi? Beh, per dare una risposta a questa domanda, proviamo a farlo ripercorrendo alcune fasi storiche centrali e il loro significato sugli interessi del regime iraniano.

Partiamo da un nome: Nuri al Maliki. Ex Primo Ministro iracheno, al-Maliki era in carica quando gli Stati Uniti decisero il ritiro delle truppe dall’Iraq (ritiro definitivo nel dicembre 2011). Lo stesso momento in cui, per mezzo di una strategia impressa dall’allora Generale Petraus, gli Usa cercavano di recuperare il sostegno delle tribù sunnite irachene e riportarle ad essere parte del gioco politico di Baghdad. Fu al-Maliki, a terminare il sostegno alle tribù sunnite irachene e ai cosiddette “Comitati del Risveglio”, creati appositamente per combattere le forze salafite presenti in Iraq, quelle da cui e’ originato Isil (Che cos’e’ l’Isis?). Perché? La risposta e’ semplice: al-Maliki volle approfondire lo scontro settario all’interno dell’Iraq – non solo con i sunniti ma anche con i curdi – per aumentare il suo potere. Lo fece nonostante la sua alleanza formale con gli Usa e appoggiandosi totalmente all’Iran. Fu il regime iraniano, infatti, a sostenere maggiormente il Governo al-Maliki, non solo politicamente, ma anche militarmente, rafforzando la presenza nel Paese di milizie sciite al servizio dei Pasdaran, quali l’Organizzazione Badr e Khata’ib Hezbollah. Senza capire questo passaggio, senza comprendere il peso di questa decisione, non e’ possibile comprendere l’evoluzione di Isis e la sua presa del potere a Musul, avvenuta praticamente quasi senza combattere. Quale interesse geopolitico per l’Iran? Il regime iraniano, geograficamente parlando, ha una sola via naturale di espansione territoriale: quella nel pianeggiante Iraq sciita, per anni religiosamente controllato dall’Ayatollah al Sistani, da sempre contrario al Khomeinismo. Grazie ad al-Maliki e al vuoto di potere creatosi, l’Iran e’ riuscito ad infiltrare radicalmente questa area – sia militarmente che religiosamente – con lo scopo di cambiare la natura dello sciismo locale, una volta venuto a mancare il ‘competitor’ al Sistani.

Ora un secondo nome: Bashar al Assad. Il regime di Assad, dopo il 2003, ha favorito l’ascesa del jihadismo sunnita in Iraq in funzione anti-americana. Lo ha fatto esattamente come l’Iran: lasciando a disposizione il proprio territorio per il libero passaggio di milizie salafite legate ad al-Zarqawi, in quel momento naturale alleato contro l’Occidente. In seguito, centinaia di questi jihadisti sunniti – non più utili dopo il ritiro USA – sono finiti nelle carceri siriane. Dall’Ottobre 2011, quindi, il regime iraniano e Assad, hanno scientificamente avviato una campagna di delegittimazione dell’opposizione siriana. Lo hanno fatto, ovviamente, liberando dalle prigioni siriane i peggiori jihadisti sunniti e lasciandoli liberi di unirsi a quello che poi sarebbe diventato il Califfato. Quando Isis ha conquistato Raqqa, quindi, Assad e i Pasdaran iraniani, si sono ben guardati dall’attaccare quella città. Al contrario, hanno avviato una indiretta collaborazione con il Califfato, comprando indirettamente il petrolio da al-Baghdadi e avviando di concerto con Isis, una campagna di attacco alle altre formazioni ribelli presenti in Siria. Per la cronaca, tra coloro che sono stati liberati dalle carceri siriane, c’era anche Abu Musab al-Suri, ideologo di Isis e dei attentati terroristici nello stile di quelli recentemente avvenuti a Parigi. Quale interesse geopolitico per l’Iran? Grazie alla “jihadizzazione dell’opposizione siriana”, avvenuta in primis grazie a Isis, il regime iraniano e’ riuscito a dare nuova legittimita’ ad Assad, presentandolo al mondo come il campione della “Siria pluralista”. Salvando il sistema Assad – anche grazie all’intervento militare della Russia – l’Iran e’ riuscito a salvare i suoi sbocchi nel Mediterraneo (Alawiti e Hezbollah). Che si salvi o no Assad, il regime iraniano ora non teme più di vedere le aree Alawite e i contatti diretti con Hezbollah, cadere in mano ai ribelli siriani. 

Una indiretta conferma di quanto affermato, arriva anche da un altro fattore. Pur avendo a disposizione un esercito ufficiale – l’Artesh – il regime iraniano ha sempre e solo agito in Siria e Iraq per mezzo dei Pasdaran. In altre parole, ha sempre e solo agito per mezzo di quella Guardia Rivoluzionaria che, ufficialmente, non ha il compito di difendere la “nazione iraniana”, ma “l’Iran Khomeinista”. Allo stesso tempo, lo ha fatto privilegiando il potere della Forza Quds – controllata dal Generale Qassem Soleimani – il cui compito e’ quello di esportare la rivoluzione Khomeinista nel mondo. Eppure, logica vuole che, se davvero una realtà come il Califfato fosse una minaccia esistenziale per l’Iran, la Repubblica Islamica dovrebbe usare tutte le sue forze per eliminarla. Al contrario, l’Artesh non e’ praticamente nella “partita Isis”, se non in maniera secondaria, ovvero dopo i Pasdaran e gli stessi Basij. Quando il comandante delle Forze di Terra dell’Artesh, Generale Mohammad Pakpour, si azzardo’ qualche mese fa a denunciare i rischi di una presenza di Isis ai confini iraniani, ad azzittirlo fu direttamente il Capo di Stato Maggiore iraniano, Generale Hassan Firouzabadi, un uomo legato ai Pasdaran. Firouzabadi dichiaro’ perentoriamente che “l’Iran non ha preoccupazioni per la minaccia di Isis” (Critical Threats).

Diviene allora fondamentale ricordare quanto affermato dal Capo dei Pasdaran, Mohammad Ali Jafari, solamente qualche giorno fa. In un pubblico discorso, Jafari ha dichiarato che l’Iran sta formando una sola grande nazione Islamica con Siria, Iraq e Yemen (No Pasdaran). Un obiettivo di propaganda ovviamente, ma che ben disegna il quadro geopolitico perseguito dalla Repubblica Islamica. Un quadro che, per poter esser minimamente realizzato, ha bisogno della “contrapposizione”, ovvero di un “nemico provvidenziale”, come il Califfato islamico di al-Baghdadi. Proprio grazie a questo nemico provvidenziale – e a coloro che follemente propongono di sconfiggere il salafismo sunnita con il khomeinismo sciita – l’Iran può presentarsi al mondo Occidentale come il solo rappresentante di un “Islam del dialogo”. Peccato che, quando dalla propaganda si passa alla realtà, si tratta dello stesso Iran che, perseguendo questo imperialismo, sta ponendo in atto tutte le premesse per lo scoppio di una crisi senza fine. Che si chiami Isis o altro, nessun sunnita, infatti accettera’ di farsi dominare o rischiare di essere dominato da agenti dell’Iran.

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Impressionante! Solo questa parola merita di essere usata per descrivere il mare di commenti assurdi, seguiti ai criminali fatti di Parigi. Tra le altre cose, e’ stato detto dall’ex Ministro degli Esteri D’Alema, che la politica europea verso Hezbollah e’ stata un errore e che con il Partito di Dio libanese bisogna trattare. Abbiamo sentito, quindi, l’europarlamentare Gianni Pittella, a capo del gruppo socialista, parlare della necessita’ di creare un alleanza con Russia e Iran (Unita’.tv).

E’ questa la strada giusta per eliminare Isis? E’ questa la via per convincere i potenziali futuri jihadisti europei ad abbandonare il loro amore per lo Stato Islamico? Beh, se qualcuno la pensa veramente cosi, allora e’ bene che si abitui – ancora di più – a vivere nel conflitto. Perché, di tante possibili opzioni, quella di una alleanza presenziale fra Occidente e Islam sciita, e’ il primo passo verso il successo pieno di Isis. Un primo passo che lo Stato Islamico spera e attende e grazie al quale riuscirà ad aumentare esponenzialmente il successo del suo pazzo proselitismo.

Perché? Perché qualcuno dovrebbe credere a quanto affermato in precedenza? Per due ordini di motivi: 1- un motivo religioso; 2- un motivo storico. Partiamo dalla prima ragione, quella più semplice da spiegare, ovvero la religione. Non lo scopriamo noi, ma e’ cosa ben nota, che Islam Sunnita e Sciita hanno ormai preso due strade totalmente separate. Peggio, dalla nascita del Wahhabismo, Fratellanza Mussulmana e dell’Iran Khomeinista, l’Islam si e’ sempre di più trasformato in Islamismo, rendendo i due opposti politicamente simili, ma totalmente e radicalmente antagonisti. Pensare di risolvere il problema dello Stato Islamico, della sua attrazione verso i fanatici della Salafya in Occidente, e’ davvero privo di senso. Al contrario: maggiormente l’Occidente virerà verso un potenziamento dell’Islam sciita Khomeinista – e ribadiamo la parola Khomeinista – maggiormente il numero di adepti al Califfato aumenterà. Non solo: insieme all’antagonismo dei potenziali jihadisti, ci sara’ quello delle petromonarchie del Golfo, prima fra tutti l’Arabia Saudita. Ogni soluzione diplomatica delle varie crisi mediorientali, quindi, sara’ fragile e probabilmente di breve periodo.

Per quanto concerne la ragione storica, vogliamo evitare di addentrarci negli effetti della rivoluzione islamica del 1979 in Iran. Preferiamo concentrarci, unicamente, sull’attualità contemporanea. Il conflitto tra Sciiti e Sunniti non nasce certo con la guerra siriana. In Siria, pero’, trova una nuova ragione di essere. Peggio: trova la ragione per eccellenza. Purtroppo, grazie al maledetto Califfato e alle incapacità dei sostenitori dell’opposizione laica, la storia della rivoluzione siriana e’ stata ormai capovolta dai protettori di Assad. Cosi, e’ stato dimenticato che se siamo arrivati a questo punto, se gli islamisti sunniti hanno trovato terreno fertile in Siria, e’ stato grazie al macellaio Assad e alle repressioni compiute con il sostegno dell’Iran e di Hezbollah. E‘ stato Teheran ad ordinare ai miliziani sciiti libanesi di entrare nel conflitto siriano, un ordine che ha scatenato ovviamente la reazione del mondo sunnita. E’ stato l’Iran a non permettere la fine del regime di Bashar al Assad, quando ancora la Siria aveva una opposizione credibile e non legata al terrorismo internazionale. Peggio, e’ stato il regime di Bashar al Assad a fomentare la nascita del Califfato, liberando nell’Ottobre del 2011 centinaia di islamisti arrestati dalle prigioni del regime (Newsweek). Un fatto ben noto, spesso volontariamente dimenticato, che aveva come scopo quello di delegittimare l’opposizione siriana (The National). Un progetto sicuramente riuscito, ma sfuggito di mano allo stesso regime. Un regime, quello di Assad, che non si e’ fatto problemi ad evitare volontariamente di bombardare le postazioni di Daesh e che, proprio dai jihadisti di al Baghdadi, ha fatto numerosi affari economici (No Pasdaran).

Spostandoci dalla Siria all’Iraq, anche in questo caso, le conseguenze dell’infiltrazione iraniana nel Paese sono palesi. Dopo il ritiro americano dall’Iraq, infatti, il governo filo-iraniano dell’ex premier al Maliki, ha volontariamente interrotto il sostegno ai Comitati del Risveglio, non rispondendo alle richieste di armamenti fatte dalle tribù sunnite, all’inizio della nuova penetrazione dei miliziani dello Stato Islamico in Iraq. L’attuale Isis – grazie anche ad ex comandanti di Saddam Hussein – nasce in Iraq nel 2006. Quando gli americani si ritirano da Baghdad, pero’, i jihadisti sunniti sono quasi sconfitti, grazie alla politica impressa dal Generale Petraeus e volta a recuperare il ruolo dei sunniti all’interno del Paese. Sotto ordine di Teheran, purtroppo, al Maliki cancella tutto quanto. Svuota di potere i sunniti e i curdi, generando il loro profondo malcontento. Non solo: depotenzia l’esercito iracheno e riempie il Paese di milizie sciiti al servizio di Qassem Soleimani. E’ in questo clima che, dopo essere penetrato nell’anarchia siriana come un cancro, i jihadisti sunniti di al Baghdadi ritornano in Iraq e conquistano Musul nel 2014. Lo fanno quasi senza combattere, con un esercito iracheno in rotta e quasi tutte le tribù sunnite pronte a giurare fedeltà al Califfo per combattere l’infiltrazione di Teheran.

In conclusione: pensare di eliminare lo Stato Islamico con una alleanza preferenziale con la Repubblica Islamica dell’Iran e Hezbollah, non e’ solo sbagliato, ma anche masochista. Sara’ il primo passo verso il baratro e verso il passaggio dello Stato Islamico da un processo di insediamento ad uno di consolidamento. Aprite gli occhi finché siete in tempo!

Milizie Sciite in Iraq, Fonte: Orsam

Milizie Sciite in Iraq, Fonte: Orsam

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Sono passati due anni da quando le forze di sicurezza irachene – su ordine del regime iraniano – attaccarono Camp Ashraf, cittadinaabitata da migliaia di rappresentanti della dissidenza iraniana, tutti legati al gruppo dei Mojahedin del Popolo (MeK). Il campo venne creato nel 1986, quando la Francia decise la ricollocazione dei vertici del MeK in Iraq. Dopo la guerra del 2003, i rappresentanti del MeK dichiararono la loro neutralità e accettarono volontariamente il disarmo, dopo una negoziazione con il Generale USA Ray Odierno. Grazie a questo accordo e dopo una investigazione internazionale che dimostro’ il rispetto dei patti da parte dei membri del MeK, nel 2004 gli abitanti di Camp Ashraf furono tutti dichiarati “persone protette”, in base alla Quarta Convenzione di Ginevra (New York Times).

Nonostante le garanzie del 2004 e a dispetto dell’opposizione espressa dai dissidenti iraniani, nel 2009 la responsabilità della protezione di Camp Ashraf venne trasferita alle forze di sicurezza irachene, dopo che Baghdad firmo’ un documento in cui garantiva il rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra. Nonostante le promesse, dopo il trasferimento del potere, il Governo dell’ex Primo Ministro al Maliki ha continuamente ordinato attacchi contro Camp Ashraf e reso la vita degli abitanti del campo un vero e proprio inferno. Facciamo presente che oggi, dopo numerose pressioni internazionali, il Governo settario di al Maliki e’ stato sostituito e in Iraq si prospetta l’apertura di un processo contro l’ex Primo Ministro iracheno, proprio per i suoi contatti con il regime iraniano.

Il primo settembre 2013 infine, in un vero e proprio raid punitivo, le forze di sicurezza accerchiarono Camp Ashraf e attaccarono armi in pugno i dissidenti iraniani. Il risultato di quell’azione criminale fu la morte di 52 innocenti e il rapimento di sette persone, la cui sorte e’ tuttora ignota. Di seguito mostriamo alcune drammatiche immagini di quel massacro (NCR-IRAN). Terribili istantanee che, senza necessita’ di ulteriori commenti, mostrano chiaramente la brutalità del regime iraniano e dei suoi puppet internazionali. Per non dimenticare…

Con l’occasione, pubblichiamo nuovamente l’intervista rilasciata a No Pasdaran dal già Ministro degli Esteri Italiano Giulio Terzi, proprio in merito alla vicenda di Camp Ashraf e agli abusi dei diritti umani commessi dal regime iraniano (No Pasdaran). Qui, invece, un video ripreso durante le fasi drammatiche del massacro (Youtube).

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Ci svegliamo stamattina con un tweet che arriva direttamente dalla Ambasciata Italiana in Iraq. Il tweet, con tanto di foto allegata, informa dell’incontro tra l’Ambasciatore Italiano in Iraq. Marco Carnelos, con il suo omologo iraniano, Hassan DanaeifarOra, esternandoci dalle posizioni politiche, rileviamo che – per un verso – questo incontro e’ certamente parte dell’attivita’ diplomatica dell’inviato della Farnesina a Baghdad. Per un altro verso, pero’, questo incontro pone una serie di interrogativi molto importanti. Interrogative che, non solo concernono la tipologia dell’incontro, ma anche e soprattutto il suo contenuto. Rivolgiamo quindi una serie di domande direttamente all’Ambasciatore Carnelos, sperando di ricevere risposte (che ovviamente pubblicheremo senza alcun problema). Vediamo cosi non ci quadra di questo incontro:

  1. L’Ambasciatore iraniano a Baghdad, Hassan Danaeifar, non e’ un vero e proprio diplomatico. Come dichiarato dallo stesso Qassem Soleimani al Generale americano Petraeus, l’ambasciatore iraniano in Iraq appartiene alla Forza Qods, unita’ dei Pasdaran per le azioni esterne (ovvero per gli attentati), e soprattutto inserita nella lista delle organizzazioni terroriste dagli Stati Uniti e dal Canada. Ora, sebbene questa stessa designazione non e’ stata ancora formulata dalla UE, ci chiediamo se davvero sia il caso per un diplomatico italiano, di incontrare un rinomato membro dei Pasdaran, responsabile diretto dell’instabilità che attraversa oggi l’Iraq e, soprattutto, della morte di centinaia di soldati della coalizione internazionale?
  2. Per quanto concerne gli attentati avvenuti in Iraq, vogliamo ricordare i terribili attacchi subiti dai militari italiani a Nassiriya. Ora, a tal proposito, vogliamo chiedere all’Ambasciatore italiano se: – e’ consapevole che, l’attentato del 2003 contro i militari italiani a Nassiriya, vede indirettamente responsabile la Repubblica Islamica? A Teheran, infatti, era attiva un centro di coordinamento dei jiadisti di al Qaeda, legati al terrorista al Zarqawi…; – e’ consapevole che sono stati gli iraniani, in particolare i membri della Forza Qods a finanziare gli attacchi del 2004 compiuti dell’Esercito del Mahdi contro i soldati italiani (famosa battaglia dei due ponti)?
  3. I Pasdaran sono i primi responsabili della politica settaria messa in atto dall’ex Primo Ministro iracheno al Maliki. Una politica che ha fatto fallire il surge di Petraeus, ha allontanato dal potere i curdi e i sunniti e ha praticamente permesso ad Isis di espandersi dalla Siria all’Iraq (sua base originaria). Ora, ci chiediamo se l’Ambasciatore ha domandato al suo ‘omologo’ iraniano qualcosa in merito al comportamento delle milizie sciite, addestrate e finanziate dall’Iran, attualmente attive sul territorio iracheno? Ci poniamo questa domanda, soprattutto alla luce delle parole del Generale Petraeus che, di recente, ha bollato le milizie sciite come strategicamente più pericolose di Isis…;
  4. In merito alla protezione dell’unita’ dell’Iraq, ci chiediamo se l’Ambasciatore italiano ha chiesto conto al suo ‘omologo’ delle parole dei dirigenti della Repubblica Islamica in merito alla loro visione dell’Iraq? Soprattutto, ci riferiamo alle parole di Ali Younesi, consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei, che ha pubblicamente annunciato che la “capitale dell’impero iraniano si trova a Baghdad”Ci chiediamo anche se l’Ambasciatore italiano ha chiesto al Pasdaran Danaeifar, come mai durante la visita in Iran, il Primo Ministro iracheno al Abadi sia arrivato in compagnia di Abu Mahdi al-Mohandes, leader della milizia sciita Kataib Hezbollah?
  5. Chiediamo, quindi, cosa pensa l’Ambasciatore italiano Carnelos, delle denunce fatte dell’ex Presidente del Parlamento Europeo Struan Stevenson? Stevenson ha direttamente accusato (video sotto) l’Iran, al Maliki e le milizie sciite, di portare avanti una campagna di assassinio degli oppositori politici in Iraq e di aver permesso l’espansione di Isis…
  6. Ci chiediamo, infine, se durante l’incontro con l’agente della Forza Qods, l’Ambasciatore Carnelos ha chiesto conto delle denunce che arrivano dal Kurdistan iracheno, in merito alle azioni che la Repubblica Islamica sta compiendo per provocare la caduta di Barzani, alleato dell’Occidente nella lotta contro Isis (link?

Non sappiamo se l’Ambasciatore Carnelos risponderà mai alle nostre domande o se, per lui, lo farà qualche suo collaboratore o la Farnesina stessa. Dati i precedenti, onestamente, non abbiamo grandi aspettative. Nonostante tutto, ribadiamo la dispobilita’ a pubblicare qualsiasi replica ufficiale e soprattutto, ci auguriamo che l’Italia non pensi davvero di poter sconfiggere Isis attraverso una alleanza con i jihadisti sciiti. Sarebbe proprio quello che il Califfato aspetta per cancellare dalle mappe l’Iraq e aumentare la repressione (spesso vero e proprio genocidio) verso gli sciiti iracheni.

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Pagina 99 ha pubblicato ieri una intervista ad Emma Bonino. Ovviamente il tema era l’Iran e la necessità – secondo l’ex Ministro degli Esteri italiano – di firmare un accordo con il regime dei Pasdaran. Abbiamo fatto chiedere, via Twitter, sia al sito Pagina 99 che e alla giornalista autrice dell’intervista (Marina Forti), il diritto di replicare alle parole della Bonino e di dire la nostra in merito a quanto sta accadendo oggi nella Repubblica Islamica. Abbiamo atteso oltre 24 ore, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Per questo, prendendoci il diritto di replica di cui si gode nelle democrazie, ci permettiamo di rispondere qui alle affermazioni di Emma Bonino. Lo faremo con una contro intervista, ovvero useremo le stesse domande rivolte alla Bonino dalla giornalista di Pagina 99, modificandone chiaramente il testo per poter rispondere coerentemente con le nostre posizioni. Vi daremo una versione dei fatti diversa, sperando che serva a far comprendere veramente il pericolo che la lobby pro regime iraniano rischia di causare al popolo iraniano e alla Comunità Internazionale.

  • Vi opponete all’appello in favore di un accordo entro il 24 novembre, scadenza fissata un anno fa quando il negoziato prese avvio, evitando ulteriori dilazioni. Perché?

NP: Ci opponiamo a quell’appello, come abbiamo già detto, perchè lontano dalla realtà dei fatti e dalla vera risoluzione dei problemi legati al programma nucleare del regime. Parlando solo dei fatti e seguendo l’ultimo report dell’AIEA, l’Iran non ha in alcun modo dato la certezza che il programma nucleare non sia volto alla costruzione di una bomba atomica. Al contrario, come denunciato dagli ispettori internazionali, l’Iran ha aumentato la produzione di uranio arricchito al 5% e conserva la capacità di riconvertire in pochi mesi l’uranio arricchito al 20%  e trasformato in ossido. Come denunciato dalla UANI, attraverso questa modifica Teheran sarebbe capace di produrre almeno 7 bombe nucleari. In questi mesi, l’Iran ha rifiutato ben 5 volte l’ingresso agli ispettori internazionali. Senza contare che l’Iran non permette agli ispettori stessi l’accesso al sito militare di Parchin, ove il regime – con un programma sotto stretta sorveglianza dei Pasdaran e grazie al sostegno di scienziati dell’Est Europa (Danilenko in testa) – ha già testato gli effetti di una esplosione nucleare. Tralasciamo, infine, il fatto che Teheran ha violato l’accordo temporaneo del Novembre 2013 caricando l’uranio in una centrifuga avanzata IR-5 e violando le sanzioni internazionali…

  • Cosa rispondereste a chi sostiene che un accordo sarebbe garanzia rispetto ai rischi di proliferazione atomica, mentre senza alcun accordo il programma nucleare dell’Iran resterebbe senza monitoraggio?

NP: L’Iran è parte del Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Avrebbe potuto sviluppare un programma nucleare al 100% pacifico con la collaborazione della Comunità Internazionale ed ottenendo tutto il know – how necessario a costi praticamente bassisismi. Nonostante tutto, però, Tehera ha scelto la via di un programma nucleare clandestino, sviluppato grazie alla collaborazione di A.Q. Khan – il padre dell’atomica Pakistana – e grazie alla Corea del Nord, anch’essa Paese in possesso della bomba nucleare. Non solo: a questo programma nucleare, i Mullah hanno affiancato un programma di sviluppo di missili balistici e hanno già testato, come suddetto, gli effetti di una esplosione nucleare a Parchin. In poche parole, i veri fini della Repubblica Islamica sono chiarissimi, in primis ai Paesi limitrofi al regime iraniano. Ergo: un accordo nucleare non fondato su reali basi, ovvero sulle normative internazionali e sulla rinuncia sincera del regime alla possibilità di produrre un arma atomica nel prossimo futuro, sarebbe la miccia che innescherebbe una proliferazione nucleare in tutta la regione. Provocherebbe una sensazione di abbandono, paura e smarrimento nei Paesi sunniti del Golfo, ma anche nell’Egitto e nella Turchia. Questi Paesi si sentirebbero autorizzati a seguire la stessa strada del regime iraniano, producendo essi stessi il know – how necessario per costruire un ordigno nucleare. Facciamo presente che, proprio a proposito di diplomazia e monitoraggio, l’AIEA è fuori dal tavolo negoziale con l’Iran…Vorremmo consigliare a tutti coloro che vogliono capire la reale natura del programma nucleare iraniano di leggere il report pubblicato da Der Spiegel nel 2010 “The Birth of a Bomb: A History of Iran’s Nuclear Ambitions“.

  • L’accordo preliminare del novembre 2013, e il riavvicinamento tra Iran e Usa, hanno provocato un terremoto politico in Medio Oriente. Nell’appello dei Sette per l’Iran si parla di «collaborare con l’amministrazione Usa per rassicurare gli alleati regionali». Pensa a Israele, all’Arabia Saudita?

NP: Purtroppo è un vizio dell’Occidente tutto, in particolare degli europei, quello di credere in un regime iraniano diverso. Capita ogni volta, ogni santa volta che qualcuno con un viso “piu’ accetabile” di quello di persone come Ahmadinejad, arriva al potere. E’ successo con Khatami e ora succede con Rouhani. Con il piccolo particolare che, alla fine dei conti, il regime iraniano è sempre lo stesso e chi comanda al suo interno – la Guida Suprema e i Pasdaran – hanno sempre la stessa mentalità medievale e militarista. I vicini dell’Iran, Israele e Arabia Saudita in testa, lo sanno bene. Lo sanno perchè hanno testato e testano quotidianamente il significato di quanto abbiamo affermato sopra. Il programma nucleare iraniano è proceduto in maniera spedita sotto i diversi presidenti che si sono succeduti in Iran. Anche quanto, con Rouhani come negoziatore, l’Iran ha accettato di sospendere l’arricchimento dell’uranio (2003-2004), lo ha fatto solo per ingannare l’Occidente e poter concludere senza pressioni la costruzione dell’impianto nucleare di Esfahan. Questo, si badi bene, lo ha amesso Rouhani durante l’ultima campagna elettoriale per la presidenza. La storia della fatwa sulle armi nucleare, creata ad arte dai diplomatici iraniani nel 2010, è un’altra invenzioni a cui credono soltanto gli ingenui. Di questa fatwa, infatti, non c’è traccia nel sito della Guida Suprema Khamenei e Teheran non ha mai fornito il testo del Rahbar in cui, giudiciamente parlando, egli afferma quanto il regime millanta in tutto il mondo…Ergo, se gli Stati Uniti intendono veramente rassicurare gli alleati regionali, è necessario mantenere una linea di fermezza che non permetta ai Pasdaran di rafforzarsi ed uscire vincitori da questa partita diplomatica. Se cosi fosse, infatti, gli effetti collaterali di questo appeasement sarebbero drammatici.

  • Pensate che, qualora fosse raggiunto l’accordo sul nucleare, vedremo l’Iran cooperare con gli Stati uniti e l’Occidente per esempio nella lotta allo Stato Islamico in Iraq e Siria?

NP: Stiamo parlando del nulla. In Siria e in Iraq, l’Iran è stato ed è il problema e non la soluzione. Bashar al Assad è rimasto al potere grazie ai soldi e ai Pasdaran iraniani. In Iraq, quindi, al Maliki ha creato un Governo settario – causa diretta della crisi irachena – seguendo gli ordini dei Mullah iraniani. Le posizioni di al Sistani a Najaf, quindi, sono state totalmente messe in secondo piano, per venire incontro ai voleri dei Khomeinisti. Grazie al sostegno iraniano, Bashar al Assad ha ucciso centinanai di innocenti sirianie e reso il conflitto nell’area una guerra tra salafismo e khomeinismo. Isis stesso, un tempo organizzazione minoritaria e senza potere, si è rafforzato grazie alle repressioni di Damasco e alle politiche settarie del Governo iracheno. Le tribu’ sunnite e molti ex membri della Guardia Repubblicana di Saddam Hussein, hanno quindi giurato fedeltà ad al Baghdadi non per ragioni religiose, ma solo per motivi di potere. La stessa fine del Governo Maliki ha cambiato ben poche cose in Iraq: in primis perchè le posizioni chiave del Governo (Vice Presidenza e Ministero dell’Interno, ad esempio) restano in mano agli uomini di Teheran. Secondariamente, perchè è l’unica via per battere Isis è quella di cacciare Bashar al Assad e recuperare le tribu’ sunnite all’interno del gioco di potere iracheno. In questi giorni, lo stesso Obama ha capito che una strategia anti Isis che permetta ad Assad di sopravvivere, si rivelerebbe un fallimento totale. Su questi aspetti, le posizioni di Washington e Teheran divergono radicalmente. Senza contare quello che l’Iran sta facendo ora in Cisgiordania per incrementare la tensione e premere sugli Stati Uniti: non ha fatto caso che la maggior parte dei recenti attentati palestinesi sono stati compiuti dalla Jihad Islamica? Ergo: pensare all’Iran come un elemento di stabilità regionale, risulta oggi alquanto ridicolo…

  • Un altro terreno di obiezioni al negoziato è che in nome di interessi geopolitici si legittima un regime illiberale, che viola i diritti delle persone, opprime le donne. Pensa che dialogare con l’Iran andrebbe a danno delle libertà e dei diritti umani?

NP: di quale dialogo sui diritti umani stiamo parlando? In un anno di Presidenza Rouhani, quasi 1000 prigionieri sono stati impiccati, giovani iraniani sono stati sbattuti in carcere per aver registrato video dove ballavano liberamente, i giornalisti continuano ad essere perseguitati e quasi 400 attacchi con l’acido sono stati compiuti contro le donne iraniane (dati della polizia iraniana). In un anno di dialogo con la Repubblica Islamica, decide e decine di politici europei e delegazioni economiche sono arrivate in Iran. A fronte di tutti questi incontri con esponenti internazionali, nulla è venuto nelle tasche degli iraniani, ne a livello di libertà personali, ne tantomeno a livello economico. Il regime iraniano continua ad essere lo stesso regime corrotto e terrorista di sempre. Lo stesso Rouhani, parlando davanti ai Pasdaran, ha chiaramente detto di non voler toccare gli interessi economici delle Guardie Rivoluzionarie. Un accordo nucleare con l’Iran – fatto senza le giuste basi – non farebbe che chiudere l’attenzione internazionale sul regime iraniano, abbandonando il popolo al suo destino. Un assaggio di quanto diciamo lo abbiamo avuto poche settimane fa, quando le proteste per i diritti delle donne in diverse città iraniane, sono state represse senza alcuna reale condanna internazionale…Senza contare la reazione del regime iraniano al report dell’Inviato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Iran, Ahmed Shaheed. Per Teheran è solo un servo alle dipendenze del Grande Satana (gli USA). Piccolo particolare da aggiungere: i Mullah hanno sempre negato all’inviato Onu l’ingresso in Iran…Se queste sono le premesse, non c’è alcun motivo per essere positivi…

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