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Mentre Aleppo si tramuta nella nuova Stalingrado, il regime iraniano sta lavorando per riconquistare totalmente il potere in Iraq. Un potere già fortissimo, contenuto per un certo periodo, ormai superato, dall’incapacità di Teheran di controllare totalmente il premier iracheno al-Abadi.

Per questo motivo, l’Iran intende riportare al potere l’attuale Vice Presidente iracheno Nuri al Maliki, ovvero colui che da Primo Ministro dell’Iraq ha volutamente provocato il conflitto settario che – emarginando nuovamente i sunniti dal potere centrale – ha permesso la rinascita di al Qaeda in Iraq e il passaggio ad Isis. La politica di al-Maliki non fu casuale: fu parte di una voluta strategia di sbilanciare il potere verso la maggioranza sciita filo Teheran, con il colpevole sostegno passive degli Stati Uniti, impegnati a ritirarsi dal Paese piuttosto che a pensare alle conseguenze di un ritiro senza prima aver copletato la missione di reale stabilizzazione del Paese. Quando, nel 2014, le politiche di al-Maliki spaccarono la stessa comunità sciita irachena – in particolare si ribellarono l’Ayatollah al Sistani e Muqtada al Sadr – lo stesso Iran fu costretto, a malincuore, a lasciare la premiership ad al-Abadi.

Nonostante il passo indietro, al-Maliki è rimasto il Vice Presidente dell’Iraq e non ha mai abbadonato l’idea di ritornare al potere. Con lui, anche i Pasdaran iraniani, guidati dal Comandante della Forza Qods Qassem Soleimani, non hanno mai accettato di ridursi ad attore di secondo livello, continuando ad aumentare il potere delle milizie sciite irachene e indebolire al-Abadi. Una strategia che, in questi mesi, sta dando i suoi frutti.

In Kurdistan, Teheran sta fortemente appoggiando il PUK di Jalal Talabani, forza politica avversaria del Presidente della Regione del Kurdistan Massoud Barzani. Colpito da una importante crisi economica e dal peso dei rifugiati arabi giunti nel Kurdistan iracheno, Barzani è oggi costretto a fare i conti con un forte malcontento interno. Teheran, per bocca di al-Maliki, ha avviato una campagna di denigrazione di Barzani e dei suoi uomini nel Governo iracheno. In questi giorni, il Ministro delle Finanze iracheno, il curdo Hoshiyar Zebari, è stato costretto a dimettersi, dopo essere stato accusato dal Parlamento di aver incamerato dei fondi pubblici (Ekurd). Prima di Zebari, a dover lasciare fu il Ministro della Difesa iracheno, il popolare sunnita Khalid al Obaidi. Anche al Obaidi fu accusato, nell’agosto del 2016, di corruzione dal Parlamento iracheno.

Proprio sfruttando il potere di sfiducia del Parlamento, il partito di Nuri al Maliki – “State of Law Coalition”, con 92 seggi su 328 – sta eliminando i personaggi sgraditi a Teheran. L’intera coalizione di maggioranza che sostiene al-Abadi, infatti, è praticamente quasi totalmente nelle mani della vicina Repubblica Islamica.

Il nuovo fronte aperto dal Parlamento iracheno, su ordine di Teheran, è ora quello contro la Turchia. All’inizio di Ottobre, il Parlamento di Baghdad ha votato una mozione per impedire la prosecuzione della missione dei militari turchi nella base di Bashiqa. Non solo: il parlamento di Baghdad ha accusato i turchi di essere una “forza di occupazione” e ha chiesto una revisione delle relazioni tra Iraq e Turchia (Rudaw). Una accusa paradossale, soprattutto se si considera che l’intervento dei consiglieri di Ankara in Iraq al fianco dei Peshmerga curdi, fu il frutto di una diretta richiesta del Premier iracheno al-Abadi nel 2014, proprio durante una sua visita ad Ankara. L’inclusione dei turchi nella zona vicino a Musul, era vista dall’allora neo premier iracheno come una via per combattere Isis e diminuire l’influenza di Teheran nel Paese (Daily Mail Online). Oggi, però, al-Abadi è debolissimo e verrà tenuto in piedi fino a quando farà comodo agli iraniani. La crisi diplomatica ha determinato la convocazione dell’Ambasciatore iracheno ad Ankara, da parte del Ministero degli Esteri turco. I turchi hanno ribadito che non ritireranno i 2000 soldati che hanno in Iraq e propbabilmente gli iracheni si rivolgeranno direttamente alle Nazioni Unite (Rudaw).

Dietro la crisi Ankara-Baghdad, però, c’è qualcosa di più profondo: non soltanto c’è il dominio dell’Iran sull’Iraq, ma c’è soprattutto la dimostrazione che il regime di Teheran non ha alcun interesse ad eliminare Isis (Daily Sabah). Al contrario, come abbiamo sempre denunciato (No Pasdaran), Isis sarà lasciato in piedi sino a quando garantirà la realiazzione del progetto geopolitico iraniano. In altre parole, sino a quando la Repubblica Islamica riuscirà ad infiammare il conflitto settario, garantendo il suo potere su due Stati falliti quali Iraq e Siria. Tra le altre cose, non avendo il potere militare della Russia, questo è il solo peso reale che gli iraniani hanno per fare da contraltare a Putin, cercando di avere ancora una voce in capitolo, soprattutto a Damasco…

Peggio: la crisi tra Ankara e Baghdad, avvendondo a pochi giorni dall’incontro a Teheran tra il Ministro degli Esteri iraniano Zarif e il Primo Ministro turco Binali Yildirim, dimostra tutta l’incosistenza politica di Rouhani. Teoricamente, Iran e Turchia hanno forti interessi bilaterali comuni, soprattutto nel settore energetico e nella questione curda (Breaking Energy). Ancora una volta, però, la razionalità si scontrerà contro il fondamentalismo, soprattutto considerando il peso dei Pasdaran, sia in termini politici che economici. Non è un caso che, proprio mentre Zarif sorrideva alla sua controparte turca, il comandante della Forza Quds Qassem Soleimani dichiarava: “Non stiamo difendendo solo la Siria. Stiamo difendendo tutto l’Islam“. Affermazione di cui dubitiamo che ad Ankara esistano sostenitori…

Servizi dalla TV del regime iraniano Press TV

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Il 23 Maggio scorso il Governo di al-Abadi a Baghdad, ha dato il via all’operazione militare per la riconquista di Fallujah dalle mani del Califfato. Una operazione che, se per un verso ha visto coinvolto anche qualche leader tribale sunnita, per la maggior parte viene portata avanti dall’esercito iracheno – ormai quasi totalmente sciita – dalle forze di Mobilitazione Popolare (anche queste quasi interamente sciite) e dalle milizie sciite agli ordini diretti di Teheran, come Kata’ib Hezbollah, l’Organizzazione Badr e Harakat al-Nujaba (IWS).

Il drammatico coinvolgimento del regime iraniano all’interno dell’operazione per la riconquista della città irachena sunnita, e’ stato testimoniato anche dalla visita fatta da Qassem Soleimani – comandante della Forza Qods – al comando per le operazioni creato a Fallujah. Qui Soleimani ha incontrato il Comandante dell’Organizzazione Badr Hadi al-Amir, Akram al-Kaabi – comandante della milizia sciita Movimento Nujaba – e Abu Mahdi al-Muhandis, altro vice comandante di un’altra milizia sciita. Sia Akram al-Kaabi che Abu Mahdi al-Muhandis sono inseriti nella lista dei terroristi dagli Stati Uniti.

Le milizie sciite come Attila: distrutta la Grande Moschea di Gama e ammazzati 17 civili

Nonostante il comando affidato al Generale Abdul-Wahab al-Saadi – su cui torneremo tra poco – e la presenza del parziale sostegno di alcune tribù sunnite, i successi dell’operazione Fallujah sono per ora parziali. Un mezzo fallimento, determinato direttamente dal carattere settario di tutta l’azione militare. Le forze irachene hanno avuto vita facile nel riconquistare alcune aree a nord di Fallujah, in primis la zona di Gama. Qui, neanche a dirlo, alla prima occasione le milizie sciite hanno iniziato a commettere crimini di ogni genere contro la popolazione e i simboli sunniti.

Secondo quanto riportato da fonti locali, le milizie sciite avrebbero distrutto la Grande Moschea di Gama, cantando slogan anti-sunniti (BasNews). Non solo: ai leader religiosi sunniti sarebbe stato impedito di entrare a Gama per organizzare la preghiera del Venerdì e  sarebbero stati arrestati numerosi civili. Peggio: uno sceicco sunnita locale, ha accusato le Forze di Mobilitazione Popolare, di aver rapito 73 uomini del distretto di Gama e di averne condannato già’ a morte 17 (Al Jazeera).

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La guerra intestina a Baghdad

Come ormai noto, all’interno della capitale irachena Baghdad e’ in corso una vera e propria guerra intestina tra le forze sciite. I Sadristi, dopo aver occupato il Parlamento e la Zona Verde, hanno terminato le proteste ma restano sul piede di guerra. Il Premier al-Abadi non riesce a creare un Governo che possa essere autonomo – da Teheran soprattutto – e non corrotto. Con i curdi, quindi, il dialogo e’ praticamente ad un punto morto.

In questo contesto e’ stata sviluppata l’operazione Fallujah. Molti spingevano affinché fosse prima riconquistata Ramadi, caduta nelle mani di Isis il 18 Maggio 2015. L’hanno avuta vinta le milizie sciite, imponendo prima la ripresa di Fallujah considerata un simbolo della resistenza sunnita. Una riconquista che, se per un verso ha come scopo quello di proteggere la sicurezza di Baghdad, per un altro, sembra l’ennesima azione settaria, volta ad allontanare la popolazione sunnita da alcune aree troppo in prossimità dell’area di interesse sciita. 

Non e’ un caso che, prima del lancio dell’Operazione Fallujah, il comandante dell’Organizzazione Badr – proxy di Teheran al 100% – abbia invitato i civili di (sunniti) di Fallujah ad abbandonare la città (Good Morning Iran). Per queste ragioni, nonostante i crimini del Califfato, sembra difficile che nel breve termine Baghdad riesca ad avere il controllo del centro di Fallujah: difficilmente, infatti, la popolazione sunnita abbandonerà la follia di al-Baghdadi per sposare quella dei Mullah iraniani (IWS).

Sul Generale Abdul-Wahab al-Saadi

Una delle ragioni di scontro tra le forze irachene attive nell’Operazione Fallujah, e’ stata la decisione di al-Abadi di affidare il comando al Generale Abdul-Wahab al-Saadi. Al-Saadi, infatti, non e’ amato a Teheran, per la sua insistenza sulla necessita’ di ricevere supporto aereo dalla Coalizione internazionale anti-Isis (ergo dagli Usa).

Questa richiesta ha fatto infuriare la Repubblica Islamica che, nel 2015, e’ riuscita ad ottenere la rimozione di al-Saadi dal comando delle operazioni per la presa di Salah al-Din (ancora oggi sotto attacchi Isis). La decisione di al-Abadi di riportare al comando il Generale al-Saadi, rivela il tentativo del Premier iracheno di trovare una sua autonomia rispetto alle forze settarie al servizio del Pasdaran iraniani.

Conclusioni: la crisi politica a Baghdad e la furia dei Pasdaran ogni volta che interviene la Coalizione Internazionale anti-Isis, fanno ben capire che il vero obiettivo delle forze sciite non e’ quello di eliminare il Califfato, ma unicamente quello di proteggere le aree sciite e portare avanti una pulizia etnica dei sunniti, nelle aree sotto interesse strategico di Teheran 

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D'ALEMA

E ci risiamo: dopo l’intervista rilasciata a Repubblica qualche settimana fa, ora Massimo D’Alema si ripete, con nuove dichiarazioni sulla politica estera e sul Medioriente. Stavolta, lo spazio lo concede il Corriere della Sera, pronto addirittura ad inviare Aldo Cazzullo per l’occasione. Guarda caso – ma dai – la prima intervista rilasciata dal buon D’Alema era a poca distanza dall’arrivo del Presidente Rouhani in Italia, visita poi cancellate per i drammatici fatti di Parigi. La nuova intervista al Corriere, guarda caso (ma tu guarda…), arriva invece poco prima della nuova prevista visita di Rouhani a Roma, in programma per il 26 gennaio prossimo…

Sempre guarda caso, quante causalità, il tema dell’intervista dell’ex Ministro degli Esteri e’ lo stesso: il problema del Medioriente sono Israele e Arabia Saudita, Hezbollah e’ un alleato per l’Occidente e sull’Iran e’ stato sbagliato l'”ostracismo”. Cambiano le parole ma, tra le due interviste ai due più grandi giornali italiani, le differenze sulla sostanza praticamente non esistono.

Peccato che, come la volta scorsa, “baffino” ha annusato male anche stavolta. Il “Caro Leader” Massimino, infatti, ha annusato male sia in senso storico che pratico. Per dimostrare quanto affermato, non serve ritornare alla diatriba fra Sciiti e Sunniti e alla recente guerra americana contro Saddam Hussein. In questo senso basterebbe dire che, la Repubblica Islamica dell’Iran, e’ stato il primo Paese a sostenere l’azione USA del 2003 e il completo – e disastroso – disfacimento di tutto il sistema Baathista in Iraq (per non parlare del ruolo iraniano dopo il ritiro USA nel 2011…). Non serve neanche ricordare all’ex Ministro degli Esteri che, nessun conflitto mediorientale (la guerra a Isis in testa), può esser vinto se l’Occidente promuove una alleanza strategica con l’Iran e con Hezbollah, considerati da tutto il mondo sunnita la vera ragione dell’attuale conflitto settario all’interno dell’Islam. Per dimostrare quanto il baffo di Massimino annusi male, basta analizzare quanto sta succedendo oggi in Iraq, particolarmente nella Battaglia di Ramadi.

La Battaglia di Ramadi e’ diventata nota in questi giorni come simbolo della liberazione dell’Iraq dalla follia di Isis, anche se non e’ ancora terminata completamente (un po’ come Kobane fu per la Siria). Come Kobane dimostro’ che solo i curdi potevano liberare la loro città occupata, Ramadi ha dimostrato come solo i sunniti possono veramente liberare le città sunnite da Daesh e – speriamo veramente – l’intera Provincia dell’Anbar (anche nota come il Triangolo Sunnita). Se la Battaglia di Ramadi ha avuto successo, infatti, e’ perché finalmente non e’ stata lasciata nelle mani delle milizie sciite filo – iraniane. Al contrario, a guidare le Forze di Sicurezza Irachene, sono stati 5000 membri delle locali tribù sunnite, coadiuvate da altri 500 combattenti sunniti che hanno assicurato il controllo della parte Nord della città. Al contrario delle altre battaglie di Tikrit e di Baiji, il Premier iracheno al Abadi ha deciso di tenere fuori dal conflitto le milizie sciite, responsabili di atroci massacri contro la popolazione locale sunnita.

La reazione iraniana alla Battaglia di Ramadi e’ stata la dimostrazione lampante degli ‘errori Dalemiani’. Pur, di facciata, elogiando il successo delle Forze Irachene, Teheran e’ rimasto estremamente deluso dalla non presenza delle milizie sciiti nel conflitto. Non solo: i Pasdaran hanno preso come un vero e proprio affronto da parte del Premier iracheno al Abadi, la scelta di lasciare le parti liberate di Ramadi in mano unicamente alle tribù sunnite. Per questo, non casualmente, gli iraniani hanno scelto di mostrare al pubblico una foto della superstar Qassem Soleimani – ormai oggetto da poster e cartelle scolastiche – nella parte orientale della Provincia dell’Anbar (foto). Un pietoso tentativo di dimostrare un protagonismo iraniano nella Battaglia di Ramadi, praticamente inesistente.

C’e’ qualcosa di più drammatico nel ragionamento di D’Alema, qualcosa che parte evidentemente dall’ignoranza sulla situazione reale delle partite in gioco. In Iraq, ad esempio, dalla sua nomina il Premier al Abadi sta faticosamente tentando di sganciarsi – almeno parzialmente – dall’Iran. Per questo, non solo l’Iran e’ stato contrariato dai fatti di Ramadi, ma ha anche duramente condannato il sostegno aereo dato dalla coalizione americana anti-Isis. L’esecuzione del clerico sciita al Nimr a Ryadh, quindi, ha dato la scusa alle forze irachene filo-iraniane – in primis la Forza di Mobilitazione Popolare – di iniziare una protesta per chiedere la fine dei rapporti con Arabia Saudita e Stati Uniti e un legame ancora più forte con la Repubblica Islamica dell’Iran (ISW). Fortunatamente, almeno per ora, al Abadi ha deciso di restare neutrale, proponendo l’Iraq come mediatore tra i due Paesi in guerra diplomatica.

Sostenere la versione Dalemaniana della soluzione alla crisis – ovvero aumentare la legittimazione di Hezbollah e dell’Iran – significherebbe quindi vanificare ogni sforzo che sta facendo al Abadi per diminuire il conflitto settario in Iraq. Quel conflitto incrementato e sostenuto dall’ex Premier iracheno al-Maliki, internazionalmente considerato come un puppet dei Pasdaran iraniani. Al contrario, se davvero l’ex Ministro degli Esteri italiano fosse sincero nel suo ragionamento “geopolitico”, dovrebbe invocare un maggiore coinvolgimento dei sunniti nel Governo centrale iracheno a Baghdad. Un coinvolgimento oggi impossibile, proprio per l’opposizione dell’Iran, naturalmente proiettato a realizzare il suo imperialismo regionale in Iraq (Stratfor). Eppure, basterebbe leggere le parole di Struan Stevenson, ex Presidente del Parlamento Europeo e attuale Presidente del ‘European Iraqi Freedom Association’ (EIFA). Secondo Stevenson, infatti, un coinvolgimento dei sunniti nel Governo di Baghdad, potrebbe garantire all’esercito iracheno un sostegno di oltre 100.000 combattenti sunniti. Una forza che potrebbe spazzare via Isis in poco tempo, garantendo il sostegno delle forze locali al Governo centrale.

A quanto pare, pero’, al buon D’Alema i fatti interessano poco…sicuramente meno di una rilassante passeggiata a braccetto con Hezbollah…

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Ecco, questo articolo potrebbe aprirsi cosi: “Caro Occidente, se almeno non vuoi dare retta alla logica, ascolta la voce dei tuoi alleati curdi”. Perché, sommariamente, di questo si tratta. Non c’e’ miglior risposta a chi propone una alleanza con l’Iran per sconfiggere Isis, di questa denuncia che arriva direttamente dai Curdi, ovvero da una delle forze scelte dall’Occidente per sconfiggere il Califfato.

Secondo quanto denunciando le forze curde, infatti, l’Iran ha avviato una massiccia campagna di reclutamento di jihadisti sciiti da inserire nella sua proxy milizia irachena Hashd al-Shaabi.  Una campagna che avrebbe portato oltre 5000 nuovi miliziani all’interno di questa organizzazione. Tra loro, denunciano dal Kurdistan, ci sono quasi 2000 curdi sciiti. Secondo Erbil, quindi, lo scopo di questa campagna di reclutamento non e’ tanto la lotta contro il Califfato, ma quella contro le forze sunnite curde dei Peshmerga (AINA).

“Hashd al-Shaabi” – anche nota come Forza di Mobilitazione Popolare – rappresenta un ombrello di organizzazioni sciite, creata in seguito ad una fawta emanata dall’Ayatollah al Sistani nel 2014. Nonostante l’obiettivo di al-Sistani fosse quello di creare una forza non settaria, per combattere il Califfato, il regime iraniano ha presto agito per prendere il controllo dell’organizzazione. Basta un breve sguardo alle milizie che compongono Hashd al-Shaabi, per capire che, i comandanti dell’organizzazione rispondono direttamente a Qassem Soleimani, Comandante della Forza Quds (Orsam). Non solo: e’ da tempo noto che l’Iran non gradisce il Governo di Barzani nel Kurdistan iracheno, considerato troppo indipendente. Quindi, a dispetto di diverse collaborazioni, Teheran ha da tempo messo in moto azioni politiche e militari per provocare una rivolta nel Kurdistan iracheno (No Pasdaran, No Pasdaran).

Scontri tra i Peshmerga e le unita’ della Forza di Mobilitazione Popolare sono già avvenuti. L’ultimo di questi scontri e’ accaduto lo scorso 12 Novembre, presso il checkpoint di Tuz Khurmatu, la principale autostrada tra Baghdad e Kirkuk. Lo scontro, durato tre giorni, ha provocato 21 feriti. Una rivalità che si aggiunge a quella già da tempo in corso tra i Curdi e i miliziani sciiti dell’Organizzazione Badr, anche loro al servizio dell’Iran (l’Organizzazione Badr e’ la formazione più importante della Forza di Mobilitazione Popolare).

Nel giugno scorso, Amnesty International ha pubblicamente denunciato Hashd al-Shaabi, accusandola di essere solamente l’ennesima milizia settaria e di portare avanti vere e proprie azioni di pulizia etnica verso i sunniti (East Online). Purtroppo, l’Occidente sta attivamente sostenendo questa milizia, non rendendosi conto che lo stesso Primo Ministro iracheno al-Abadi – ormai avverso a Teheran – ne ha praticamente perso il controllo. Aumentare il potere della Forza di Mobilitazione Popolare, quindi, significa solamente aumentare il potere dell’Iran in Iraq e amplificare lo scontro settario in Medioriente.

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Da qualche tempo i quotidiani sono pieni di articoli in merito all’alleanza militare fra Russia e Iran, addirittura definita una nuova “quadruplice alleanza”, pensando anche all’inclusione dell’Iraq e di Hezbollah. La realtà sembra più sfumata di quanto viene raccontato. Questa affermazione, tra le altre cose, vale sia per quanto concerne la Siria che per quanto riguarda l’Iraq.

Sulla Siria, e’ indubbio che sia Mosca che Teheran voglio la salvezza dell’Alawistan. Il regime iraniano intende preservare il collegamento preferenziale con i terroristi di Hezbollah in Libano. La Russia, come noto, intende preservare le sue basi militari sulla costa siriana, particolarmente la base navale di Tartus. Per entrambi – per l’Iran e la Russia – e’ importante l’accesso al Mar Mediterraneo, vitale per Mosca, priva di un hub in un mare caldo, alternativo a quello sulla costa siriana.

Nonostante le convergenze, l’intervento russo in Siria non va letto come un sostegno indiscriminato a Teheran e ad Assad. Al contrario, come i fatti sembrano dimostrare, Mosca e’ entrata in gioco quando praticamente le forze iraniane erano allo stremo e quando lo stesso Hezbollah aveva annunciato l’intenzione di non partecipare più a campagne offensive in Siria. Senza contare che, sullo stesso futuro di Bashar al Assad, Iran e Russia sembrano divise. Proprio in queste ore, dopo l’incontro a Vienna, il Portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha dichiarato che Mosca non sostiene il “regime change“, ma neanche ritiene vitale la presenza di Assad al potere (The Star).

Al contrario, l’Iran continua a fare quasi totalmente quadrato intorno a Bashar al Assad. Due giorni fa, il Vice Ministro degli Esteri siriano Faisal Meqdad e’ volato a Teheran, al fine di bloccare ogni proposta di Governo di transizione per la Siria che implichi la rimozione di Assad. Nonostante le aperture alla transizione di alcuni rappresentanti del Governo iraniano, l’ala dura del regime – Pasdaran ed enturage di Khamenei – hanno ribadito il loro sostegno al dittatore siriano (Stratfor).

Non solo: Russia e Iran sembrano divergere anche sulla visione degli attori regionali. Mentre Mosca porta avanti un coordinamento militare con Israele e tenta costantemente di ingaggiare diplomaticamente l’Arabia Saudita, l’Iran persevera nel promuovere il terrorismo regionale e attaccare quotidianamente Riyadh. Secondo una indiscrezione uscita in queste ore, la Russia avrebbe anche chiesto all’Iran di obbligare Hezbollah ha ritirare una parte del suo arsenale missilistico dalla Siria. L’Iran avrebbe rifiutato.

Anche sull’Iraq, la questione non e’ ancora chiarissima. E’ vero che il Governo di al Abadi ha chiesto a Mosca un coordinamento di intelligence, ma e’ anche vero che – ormai da settimane – si vocifera di scontri al vertice in Iraq tra la fazione di primo ministro al Abadi – sostenuta dall’Ayatollah al Sistani, da sempre contro le posizioni politiche di Khomeini – e quella vicina al Generale iraniano Qassem Soleimani, vero capo di milizie sciite irachene come Kata’ib Hezbollah. Ergo, anche in questo caso, la richiesta di al Abadi di un impegno di Mosca in Iraq, non significa direttamente una “quadruplice alleanza”, ma potrebbe essere letto anche come un tentativo del premier iracheno di rafforzare la sua posizione contro la Repubblica Islamica.

In conclusione, ribadiamo: e’ ovvio che la Russia e l’Iran hanno una serie di interessi convergenti (Alawistan, lotta a Isil e lotta contro l’estremismo sunnita, business militare). E’ altrettanto vero, pero’, che la Russia non ha alcuna intenzione di rafforzare la posizione iraniana nella regione. Non solo per divergenza di ragioni politiche e relazioni diplomatiche, ma anche per un proprio interesse personale. L’accordo nucleare con l’Iran, se per un verso ha rimesso al centro la diplomazia russa, per un altro ha riportato in gioco un pericoloso competitor energetico. Da tempo la Russia sa bene che l’Europa e gli Stati Uniti, vedono proprio nell’Iran – nel medio termine – l’alternativa alle fonti energetiche russe per il Vecchio Continente.

Ecco allora che, letta in questa luce, quella che pare essere una alleanza di ferro, risulta avere i piedi d’argilla. La trasformazione della convergenza tra Iran e Russia da “incontro di interesse” a reale alleanza militare, e’ più nelle mani del comportamento Occidentale, che nella reale volontà dei protagonisti euroasiatici. 

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Ci svegliamo stamattina con un tweet che arriva direttamente dalla Ambasciata Italiana in Iraq. Il tweet, con tanto di foto allegata, informa dell’incontro tra l’Ambasciatore Italiano in Iraq. Marco Carnelos, con il suo omologo iraniano, Hassan DanaeifarOra, esternandoci dalle posizioni politiche, rileviamo che – per un verso – questo incontro e’ certamente parte dell’attivita’ diplomatica dell’inviato della Farnesina a Baghdad. Per un altro verso, pero’, questo incontro pone una serie di interrogativi molto importanti. Interrogative che, non solo concernono la tipologia dell’incontro, ma anche e soprattutto il suo contenuto. Rivolgiamo quindi una serie di domande direttamente all’Ambasciatore Carnelos, sperando di ricevere risposte (che ovviamente pubblicheremo senza alcun problema). Vediamo cosi non ci quadra di questo incontro:

  1. L’Ambasciatore iraniano a Baghdad, Hassan Danaeifar, non e’ un vero e proprio diplomatico. Come dichiarato dallo stesso Qassem Soleimani al Generale americano Petraeus, l’ambasciatore iraniano in Iraq appartiene alla Forza Qods, unita’ dei Pasdaran per le azioni esterne (ovvero per gli attentati), e soprattutto inserita nella lista delle organizzazioni terroriste dagli Stati Uniti e dal Canada. Ora, sebbene questa stessa designazione non e’ stata ancora formulata dalla UE, ci chiediamo se davvero sia il caso per un diplomatico italiano, di incontrare un rinomato membro dei Pasdaran, responsabile diretto dell’instabilità che attraversa oggi l’Iraq e, soprattutto, della morte di centinaia di soldati della coalizione internazionale?
  2. Per quanto concerne gli attentati avvenuti in Iraq, vogliamo ricordare i terribili attacchi subiti dai militari italiani a Nassiriya. Ora, a tal proposito, vogliamo chiedere all’Ambasciatore italiano se: – e’ consapevole che, l’attentato del 2003 contro i militari italiani a Nassiriya, vede indirettamente responsabile la Repubblica Islamica? A Teheran, infatti, era attiva un centro di coordinamento dei jiadisti di al Qaeda, legati al terrorista al Zarqawi…; – e’ consapevole che sono stati gli iraniani, in particolare i membri della Forza Qods a finanziare gli attacchi del 2004 compiuti dell’Esercito del Mahdi contro i soldati italiani (famosa battaglia dei due ponti)?
  3. I Pasdaran sono i primi responsabili della politica settaria messa in atto dall’ex Primo Ministro iracheno al Maliki. Una politica che ha fatto fallire il surge di Petraeus, ha allontanato dal potere i curdi e i sunniti e ha praticamente permesso ad Isis di espandersi dalla Siria all’Iraq (sua base originaria). Ora, ci chiediamo se l’Ambasciatore ha domandato al suo ‘omologo’ iraniano qualcosa in merito al comportamento delle milizie sciite, addestrate e finanziate dall’Iran, attualmente attive sul territorio iracheno? Ci poniamo questa domanda, soprattutto alla luce delle parole del Generale Petraeus che, di recente, ha bollato le milizie sciite come strategicamente più pericolose di Isis…;
  4. In merito alla protezione dell’unita’ dell’Iraq, ci chiediamo se l’Ambasciatore italiano ha chiesto conto al suo ‘omologo’ delle parole dei dirigenti della Repubblica Islamica in merito alla loro visione dell’Iraq? Soprattutto, ci riferiamo alle parole di Ali Younesi, consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei, che ha pubblicamente annunciato che la “capitale dell’impero iraniano si trova a Baghdad”Ci chiediamo anche se l’Ambasciatore italiano ha chiesto al Pasdaran Danaeifar, come mai durante la visita in Iran, il Primo Ministro iracheno al Abadi sia arrivato in compagnia di Abu Mahdi al-Mohandes, leader della milizia sciita Kataib Hezbollah?
  5. Chiediamo, quindi, cosa pensa l’Ambasciatore italiano Carnelos, delle denunce fatte dell’ex Presidente del Parlamento Europeo Struan Stevenson? Stevenson ha direttamente accusato (video sotto) l’Iran, al Maliki e le milizie sciite, di portare avanti una campagna di assassinio degli oppositori politici in Iraq e di aver permesso l’espansione di Isis…
  6. Ci chiediamo, infine, se durante l’incontro con l’agente della Forza Qods, l’Ambasciatore Carnelos ha chiesto conto delle denunce che arrivano dal Kurdistan iracheno, in merito alle azioni che la Repubblica Islamica sta compiendo per provocare la caduta di Barzani, alleato dell’Occidente nella lotta contro Isis (link?

Non sappiamo se l’Ambasciatore Carnelos risponderà mai alle nostre domande o se, per lui, lo farà qualche suo collaboratore o la Farnesina stessa. Dati i precedenti, onestamente, non abbiamo grandi aspettative. Nonostante tutto, ribadiamo la dispobilita’ a pubblicare qualsiasi replica ufficiale e soprattutto, ci auguriamo che l’Italia non pensi davvero di poter sconfiggere Isis attraverso una alleanza con i jihadisti sciiti. Sarebbe proprio quello che il Califfato aspetta per cancellare dalle mappe l’Iraq e aumentare la repressione (spesso vero e proprio genocidio) verso gli sciiti iracheni.

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