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Mentre Aleppo si tramuta nella nuova Stalingrado, il regime iraniano sta lavorando per riconquistare totalmente il potere in Iraq. Un potere già fortissimo, contenuto per un certo periodo, ormai superato, dall’incapacità di Teheran di controllare totalmente il premier iracheno al-Abadi.

Per questo motivo, l’Iran intende riportare al potere l’attuale Vice Presidente iracheno Nuri al Maliki, ovvero colui che da Primo Ministro dell’Iraq ha volutamente provocato il conflitto settario che – emarginando nuovamente i sunniti dal potere centrale – ha permesso la rinascita di al Qaeda in Iraq e il passaggio ad Isis. La politica di al-Maliki non fu casuale: fu parte di una voluta strategia di sbilanciare il potere verso la maggioranza sciita filo Teheran, con il colpevole sostegno passive degli Stati Uniti, impegnati a ritirarsi dal Paese piuttosto che a pensare alle conseguenze di un ritiro senza prima aver copletato la missione di reale stabilizzazione del Paese. Quando, nel 2014, le politiche di al-Maliki spaccarono la stessa comunità sciita irachena – in particolare si ribellarono l’Ayatollah al Sistani e Muqtada al Sadr – lo stesso Iran fu costretto, a malincuore, a lasciare la premiership ad al-Abadi.

Nonostante il passo indietro, al-Maliki è rimasto il Vice Presidente dell’Iraq e non ha mai abbadonato l’idea di ritornare al potere. Con lui, anche i Pasdaran iraniani, guidati dal Comandante della Forza Qods Qassem Soleimani, non hanno mai accettato di ridursi ad attore di secondo livello, continuando ad aumentare il potere delle milizie sciite irachene e indebolire al-Abadi. Una strategia che, in questi mesi, sta dando i suoi frutti.

In Kurdistan, Teheran sta fortemente appoggiando il PUK di Jalal Talabani, forza politica avversaria del Presidente della Regione del Kurdistan Massoud Barzani. Colpito da una importante crisi economica e dal peso dei rifugiati arabi giunti nel Kurdistan iracheno, Barzani è oggi costretto a fare i conti con un forte malcontento interno. Teheran, per bocca di al-Maliki, ha avviato una campagna di denigrazione di Barzani e dei suoi uomini nel Governo iracheno. In questi giorni, il Ministro delle Finanze iracheno, il curdo Hoshiyar Zebari, è stato costretto a dimettersi, dopo essere stato accusato dal Parlamento di aver incamerato dei fondi pubblici (Ekurd). Prima di Zebari, a dover lasciare fu il Ministro della Difesa iracheno, il popolare sunnita Khalid al Obaidi. Anche al Obaidi fu accusato, nell’agosto del 2016, di corruzione dal Parlamento iracheno.

Proprio sfruttando il potere di sfiducia del Parlamento, il partito di Nuri al Maliki – “State of Law Coalition”, con 92 seggi su 328 – sta eliminando i personaggi sgraditi a Teheran. L’intera coalizione di maggioranza che sostiene al-Abadi, infatti, è praticamente quasi totalmente nelle mani della vicina Repubblica Islamica.

Il nuovo fronte aperto dal Parlamento iracheno, su ordine di Teheran, è ora quello contro la Turchia. All’inizio di Ottobre, il Parlamento di Baghdad ha votato una mozione per impedire la prosecuzione della missione dei militari turchi nella base di Bashiqa. Non solo: il parlamento di Baghdad ha accusato i turchi di essere una “forza di occupazione” e ha chiesto una revisione delle relazioni tra Iraq e Turchia (Rudaw). Una accusa paradossale, soprattutto se si considera che l’intervento dei consiglieri di Ankara in Iraq al fianco dei Peshmerga curdi, fu il frutto di una diretta richiesta del Premier iracheno al-Abadi nel 2014, proprio durante una sua visita ad Ankara. L’inclusione dei turchi nella zona vicino a Musul, era vista dall’allora neo premier iracheno come una via per combattere Isis e diminuire l’influenza di Teheran nel Paese (Daily Mail Online). Oggi, però, al-Abadi è debolissimo e verrà tenuto in piedi fino a quando farà comodo agli iraniani. La crisi diplomatica ha determinato la convocazione dell’Ambasciatore iracheno ad Ankara, da parte del Ministero degli Esteri turco. I turchi hanno ribadito che non ritireranno i 2000 soldati che hanno in Iraq e propbabilmente gli iracheni si rivolgeranno direttamente alle Nazioni Unite (Rudaw).

Dietro la crisi Ankara-Baghdad, però, c’è qualcosa di più profondo: non soltanto c’è il dominio dell’Iran sull’Iraq, ma c’è soprattutto la dimostrazione che il regime di Teheran non ha alcun interesse ad eliminare Isis (Daily Sabah). Al contrario, come abbiamo sempre denunciato (No Pasdaran), Isis sarà lasciato in piedi sino a quando garantirà la realiazzione del progetto geopolitico iraniano. In altre parole, sino a quando la Repubblica Islamica riuscirà ad infiammare il conflitto settario, garantendo il suo potere su due Stati falliti quali Iraq e Siria. Tra le altre cose, non avendo il potere militare della Russia, questo è il solo peso reale che gli iraniani hanno per fare da contraltare a Putin, cercando di avere ancora una voce in capitolo, soprattutto a Damasco…

Peggio: la crisi tra Ankara e Baghdad, avvendondo a pochi giorni dall’incontro a Teheran tra il Ministro degli Esteri iraniano Zarif e il Primo Ministro turco Binali Yildirim, dimostra tutta l’incosistenza politica di Rouhani. Teoricamente, Iran e Turchia hanno forti interessi bilaterali comuni, soprattutto nel settore energetico e nella questione curda (Breaking Energy). Ancora una volta, però, la razionalità si scontrerà contro il fondamentalismo, soprattutto considerando il peso dei Pasdaran, sia in termini politici che economici. Non è un caso che, proprio mentre Zarif sorrideva alla sua controparte turca, il comandante della Forza Quds Qassem Soleimani dichiarava: “Non stiamo difendendo solo la Siria. Stiamo difendendo tutto l’Islam“. Affermazione di cui dubitiamo che ad Ankara esistano sostenitori…

Servizi dalla TV del regime iraniano Press TV

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Il 23 Maggio scorso il Governo di al-Abadi a Baghdad, ha dato il via all’operazione militare per la riconquista di Fallujah dalle mani del Califfato. Una operazione che, se per un verso ha visto coinvolto anche qualche leader tribale sunnita, per la maggior parte viene portata avanti dall’esercito iracheno – ormai quasi totalmente sciita – dalle forze di Mobilitazione Popolare (anche queste quasi interamente sciite) e dalle milizie sciite agli ordini diretti di Teheran, come Kata’ib Hezbollah, l’Organizzazione Badr e Harakat al-Nujaba (IWS).

Il drammatico coinvolgimento del regime iraniano all’interno dell’operazione per la riconquista della città irachena sunnita, e’ stato testimoniato anche dalla visita fatta da Qassem Soleimani – comandante della Forza Qods – al comando per le operazioni creato a Fallujah. Qui Soleimani ha incontrato il Comandante dell’Organizzazione Badr Hadi al-Amir, Akram al-Kaabi – comandante della milizia sciita Movimento Nujaba – e Abu Mahdi al-Muhandis, altro vice comandante di un’altra milizia sciita. Sia Akram al-Kaabi che Abu Mahdi al-Muhandis sono inseriti nella lista dei terroristi dagli Stati Uniti.

Le milizie sciite come Attila: distrutta la Grande Moschea di Gama e ammazzati 17 civili

Nonostante il comando affidato al Generale Abdul-Wahab al-Saadi – su cui torneremo tra poco – e la presenza del parziale sostegno di alcune tribù sunnite, i successi dell’operazione Fallujah sono per ora parziali. Un mezzo fallimento, determinato direttamente dal carattere settario di tutta l’azione militare. Le forze irachene hanno avuto vita facile nel riconquistare alcune aree a nord di Fallujah, in primis la zona di Gama. Qui, neanche a dirlo, alla prima occasione le milizie sciite hanno iniziato a commettere crimini di ogni genere contro la popolazione e i simboli sunniti.

Secondo quanto riportato da fonti locali, le milizie sciite avrebbero distrutto la Grande Moschea di Gama, cantando slogan anti-sunniti (BasNews). Non solo: ai leader religiosi sunniti sarebbe stato impedito di entrare a Gama per organizzare la preghiera del Venerdì e  sarebbero stati arrestati numerosi civili. Peggio: uno sceicco sunnita locale, ha accusato le Forze di Mobilitazione Popolare, di aver rapito 73 uomini del distretto di Gama e di averne condannato già’ a morte 17 (Al Jazeera).

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La guerra intestina a Baghdad

Come ormai noto, all’interno della capitale irachena Baghdad e’ in corso una vera e propria guerra intestina tra le forze sciite. I Sadristi, dopo aver occupato il Parlamento e la Zona Verde, hanno terminato le proteste ma restano sul piede di guerra. Il Premier al-Abadi non riesce a creare un Governo che possa essere autonomo – da Teheran soprattutto – e non corrotto. Con i curdi, quindi, il dialogo e’ praticamente ad un punto morto.

In questo contesto e’ stata sviluppata l’operazione Fallujah. Molti spingevano affinché fosse prima riconquistata Ramadi, caduta nelle mani di Isis il 18 Maggio 2015. L’hanno avuta vinta le milizie sciite, imponendo prima la ripresa di Fallujah considerata un simbolo della resistenza sunnita. Una riconquista che, se per un verso ha come scopo quello di proteggere la sicurezza di Baghdad, per un altro, sembra l’ennesima azione settaria, volta ad allontanare la popolazione sunnita da alcune aree troppo in prossimità dell’area di interesse sciita. 

Non e’ un caso che, prima del lancio dell’Operazione Fallujah, il comandante dell’Organizzazione Badr – proxy di Teheran al 100% – abbia invitato i civili di (sunniti) di Fallujah ad abbandonare la città (Good Morning Iran). Per queste ragioni, nonostante i crimini del Califfato, sembra difficile che nel breve termine Baghdad riesca ad avere il controllo del centro di Fallujah: difficilmente, infatti, la popolazione sunnita abbandonerà la follia di al-Baghdadi per sposare quella dei Mullah iraniani (IWS).

Sul Generale Abdul-Wahab al-Saadi

Una delle ragioni di scontro tra le forze irachene attive nell’Operazione Fallujah, e’ stata la decisione di al-Abadi di affidare il comando al Generale Abdul-Wahab al-Saadi. Al-Saadi, infatti, non e’ amato a Teheran, per la sua insistenza sulla necessita’ di ricevere supporto aereo dalla Coalizione internazionale anti-Isis (ergo dagli Usa).

Questa richiesta ha fatto infuriare la Repubblica Islamica che, nel 2015, e’ riuscita ad ottenere la rimozione di al-Saadi dal comando delle operazioni per la presa di Salah al-Din (ancora oggi sotto attacchi Isis). La decisione di al-Abadi di riportare al comando il Generale al-Saadi, rivela il tentativo del Premier iracheno di trovare una sua autonomia rispetto alle forze settarie al servizio del Pasdaran iraniani.

Conclusioni: la crisi politica a Baghdad e la furia dei Pasdaran ogni volta che interviene la Coalizione Internazionale anti-Isis, fanno ben capire che il vero obiettivo delle forze sciite non e’ quello di eliminare il Califfato, ma unicamente quello di proteggere le aree sciite e portare avanti una pulizia etnica dei sunniti, nelle aree sotto interesse strategico di Teheran 

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