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Tra il 13 e il 15 febbraio scorso, centianaia di manifestanti hanno affollato le strade di numerose città della Provincia del Khuzestan, ove vive prevalemtemente la minoranza araba (sunnita) iraniana. Le proteste, nuovamente, sono nate dalla mancanza totale del regime di attenzione verso questa zona, ove la disoccupazione è altissima, cosi come la crisi ambientale. Si tratta infatti di una zona dove l’inquinamento la fa da padrone e manca persino l’acqua potabile (Ahwaz Monitor).

Invece di accogliere le richieste sociali dei dimostranti, il regime ha reagito al solito modo, ovvero inviando le forze di sicurezza allo scopo di reprimere le manifestazioni. Il risultato è stato drammatico: un manifestante è stato brutalmente ucciso presso Falahyeh, il suo nome era Kazem Maniaat. Numerosi altri sono stati feriti e decine sono stati arrestati (Ahwaz Monitor).

A scatenare le proteste, è stata anche l’uccisione di un membro della minoranza Ahwazi, avvenuto lo scorso venerdì sempre presso Falahyeh. Il civile ucciso si chiamava Hassan Alboghobesh ed è stato colpito alla testa da colpi d’arma da fuoco sparati a caso da sconosciuti – in realtà agenti del regime – mentre le persone si recavano al lavoro. Con lui sono stati colpiti altre due persone, Syed Ali Moussawi e Syed Reza Moussawi, rimasti feriti. Come la foto di seguito dimostra, Hassan Alboghobesh è stato trasportato subito all’ospedale, ma per lui non c’è stato nulla da fare.

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Un video ripreso amatorialmente, che riportiamo di seguito, mostra Hassan Alboghobesh disteso a terra, in una pozza di sangue.

Ricordiamo che, solamente il 24 ottobre del 2016, una bambina di soli tre anni della minoranza araba Ahwazi, Raghad Abbas, venne uccisa brutalmente con un colpo di pistola, quando gli agenti del regime spararono senza pietà contro la macchina del padre Abbas Hassan Mashal Al-Sari. Riportamo di seguito una foto della piccolo Raghad (Counter Currets).

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Nonostante le repressioni, gli spari e gli arresti, le proteste sono continuate in decine di città del Khuzestan, tra le quali la capitale Ahwaz, e Abadan, Muhammarah, Hamidiyeh, Bandar-e Mahshor (Mahshar), Hendijan, Falahiyeh, Howeyzeh e Bowie. Purtroppo, insieme ai due decessi, numerosi manifestanti sono stati feriti e diversi sono stati arrestati. Qui di seguito vi mostriamo alcune immagini delle proteste.

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E’ un periodo questo in cui la repressione del regime iraniano si accanisce particolarmente contro i poeti. Dopo il caso dell’arresto di Fatemeh Ekhtesari e Mehdi Mousavi, condannati a un totale di 20 anni di detenzione e 200 frustate (No Pasdaran), adesso veniamo a sapere che l’intelligence iraniana ha tentato di arrestare Alibait Sayah, un poeta di Ahvaz. Le forze di sicurezza sono arrivate improvvisamente nella casa di Alibait, sicure di trovarlo, ma hanno scoperto che il poeta non era in casa. Per questo, hanno ordinato alla famiglia di farlo presentare il prima possibile nell’ufficio dell’intelligence di Ahvaz (Hrana).

Alibait Sayah e’ nato nel 1978 e risiede ad Ahvaz. Ha due figlie e per mantenersi fa il fotografo. Tra le altre cose, egli e’ tra i fondatori dell’istituto Shorough, bandito dal regime iraniano per la sua attività culturale non allineata. Alibait, scrive i suoi poemi in arabo e la repressione contro di lui si lega alla generale repressione della popolazione Ahwazi in Iran. Solamente poco tempo fa, il regime iraniano ha impiccato un altro poeta Arabo-iraniano, Hashem Shaban, con l’accusa di essere un “nemico di Dio” (Repubblica).

Purtroppo, in conclusione, dobbiamo ricordare che Alibait Sayah e’ stato già arrestato nel 2008 e posto sotto stretta sorveglianza. In quella occasione, il regime gli confisco’ anche la telecamera e il PC e gli fu proibito di leggere i suoi poemi in pubblico.

Tutto questo avviene nell’Iran di Hassan Rouhani. Lo stesso Rouhani che il prossimo 14 novembre arriverà in Italia, per una visita ufficiale. Al Governo Italiano il compito di chiedergli conto degli abusi dei diritti umani, compiuti quotidianamente dal regime iraniano. 

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Gli Azeri iraniani hanno detto basta. La loro soglia di tolleranza verso il razzismo costantemente promosso dalla TV di stato del regime (Irib), si e’ esaurita. Dopo l’ennesimo programma trasmesso dai canali statali in cui l’etnia Azera veniva totalmente negata, gli Azeri iraniani sono scesi in strada il 9 Novembre scorso, per manifestare contro il regime. Le manifestazioni – a cui hanno partecipato migliaia di persone – sono avvenute presso Tabriz, Urmia e Zanjan (Radio Free Europe). Alla questione della negazione della identità etnica, si aggiunge anche quella dell’indifferenza del regime verso diverse aree dell’Azerbaijan iraniano. Esempio per eccellenza e’ il dramma del Lago di Urmia, ad occidente del Mar Caspio e maggiore dei laghi iraniani. Patrimonio Unesco e area di sopravvivenza per molti Azeri iraniani, il lago sta lentamente sparendo. Nonostante tutto, il regime non ha avviato alcuna politica tesa al recupero ecologico della zona e al salvataggio delle Comunità  autoctone (The Guardian).

La scintilla che ha fatto scattare le nuove proteste, e’ stata una scena di un popolare programma per bambini, dal titolo “Fitilehha”. Nella puntata, si vedeva un bimbo Azero lavarsi i denti con lo scopettone del WC. Durante le proteste, i manifestanti hanno gridato slogan contro le istituzioni, chiedendo la fine del “razzismo di Stato”. Costretto dalla situazione, il capo della TV pubblica iraniana IRIB, Mohammad Sarafraz, ha posto le scuse pubbliche dell’emittente, promettendo dure punizioni per i responsabili.

La protesta Azera fa paura al regime, per diversi motivi. In primis, la protesta dimostra il fallimento della politica dell'”iranizzazione in nome di Khomeini”, quel tentativo di superare le differenze etniche all’interno della Repubblica Islamica, in nome del glorioso passato dell’Iran (o meglio della Persia) e della Rivoluzione islamica del 1979. Nonostante lo stesso Khamenei sia Azero, a quanto sembra questo non basta ad unire una minoranza di 10 milioni di persone, sotto una sola bandiera. Peggio, come molti cartelli delle recenti proteste hanno dimostrato, una parte importante degli Azeri iraniani si definiscono direttamente “turchi” (meglio turcofoni), riconoscendosi potenzialmente in una patria esterna al confine della Repubblica Islamica, quale potrebbe essere oggi guidata da un Governo (quello di Erdogan), che aspira ad avere una influenza oltre i confini della Turchia (anche se gli Azeri iraniani sono in buona parte sciiti). Se si considera le non buone relazioni diplomatiche tra Iran e Turchia – nonostante gli interessi economici – il grado di tensione e’ alto. 

Peggio, la protesta Azera fa paura per ragioni geopolitiche: solamente il 55% degli iraniani può definirsi “puramente persiana”. Dopo gli Azeri, altre importanti minoranze vivono all’interno della Repubblica Islamica, tra loro Curdi, Arabi e Balochi. Tutte etniche che si sentono escluse dal potere e dalla gestione dei privilegi di un regime estremamente corrotto. Non a caso, solamente qualche mese fa, dopo la tragica morte di una ragazza a Mahabad, violenti scontro erano scoppiati nel Kurdistan Iraniano (No Pasdaran). La situazione degli arabi nell’Ahwaz, infine, e’ quindi davvero tragica: seduti sui pozzi di petrolio iraniani e considerati una quinta colonna al servizio di Riyadh, gli Arabi iraniani sono praticamente visti come cittadini di terzo grado (Ahwaz News Agency).

In un Medioriente ormai Terra di Hobbes – seguendo la definizione di Limes – l’Iran teme che la protesta identitaria si allarghi a tutte le etniche del Paese. In quel caso, anche la Repubblica Islamica rischierebbe seriamente di scoppiare dal suo interno, restando preda di una costante instabilità. Per queste ragioni, in occasione della visita di Rouhani a Roma, e’ bene che il Governo italiano ricordi al Presidente-clerico, la necessita’ di rispettare i diritti umani delle etniche che compongono l’Iran e l’importanza della fine del razzismo di Stato della Velayat-e Faqih.

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L’11 aprile scorso, con una vittoria contro il Gostaresh Foolad (squadra di Tabriz), il Foolad ha vinto il campionato di calcio iraniano. La vittoria del Foolad è arrivata grazie ad una rete di Mehrdad Jama’ati al 37° minuto, un goal che ha permesso alla squadra di Hossen Faraki di riconquistare l’Iran Pro League esattamente dieci anni dopo l’ultima vittoria del titolo, nel 2004-2005. Si tratta di uno scudetto molto importante, non soltanto a livello calcistico, ma anche morale. Il Foolad  è la formazione della Provincia del Khuzestan, un’area abitata dall’etnia Ahwazi, ovvero arabi sciiti e sunniti, considerati praticamente cittadini di serie B nella Repubblica Islamica.

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Ovviamente, con la vittoria dello scudetto, è esplosa anche la gioia dei tifosi. Anche in Iran, però, i festeggiamenti della tifoseria hanno travalicato la sfera sportiva per toccare la protesta politica. Al contrario degli stadi europi, però, nella provincia del Khuzenstan i tifosi non hanno usato l’occasione per diffodere odio e razzismo. Al contrario, i sostenitori del Foolad hanno coraggiosamente intonato canti contro il regime dei Mullah e in favore della libertà del popolo iraniano. Sfidando il severo controllo delle forze di sicurezza, i fans hanno cantato sia in arabo che in persiano slogan contro il regime. Nel video diffuso sui social networks, postato qui sotto, potrete sentire i tifosi gridare “la nazione vuole rovesciare il sistema”.  

 

Mentre il mondo dipinge un nuovo Iran inesistente, la brutalità del regime sta provando sempre più malcontento all’interno della Repubblica Islamica. Qui sotto vi riportiamo dei video che testimoniano le proteste contro il regime avvenute nella città di Ahwaz, capitale della Provincia del Khuzestan, presso Esfahan, culla della civiltà iraniana e a Dezful, nel sud est del Paese. Ad Esfahan, in particolare, la folla ha invocato la morte di Ezotollah Zarghami, capo dell’IRIB World Service, il sistema mediatico attraverso cui gli Ayatollah diffondono le loro folli idee. In particolare, a protestare contro il regime sono stati gli appartenenti all’etnia Bakhtiari, insultata in una recente serie TV mandata in onda dai canali IRIB e accusati di essere stati dei collaboratori dei colonialisti britannici. Le proteste della folla hanno costretto la TV del regime a sospendere la serie.

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