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zarif donne

A Teheran ieri e’ arrivato il Ministro degli esteri inglese Boris Johnson, accompagnato da un gruppo di diplomatici, tra cui una donna,  la Direttrice del Dipartimento Politico del Foreign Office, Karen Pierce.

Nel video che vi mostriamo sotto, pubblicato da Iran Wire, si vede chiaramente il Ministro degli Esteri iraniano Zarif mentre, al passaggio della diplomatica inglese Karen Pierce, non solo rifiuta di stringerle la mano, ma la “invita” anche a mettersi il velo velocemente.

Neanche a dirlo, non ci aspettiamo che questa ennesima umiliazione del gentil sesso da parte dei rappresentanti del regime iraniano, venga condannata da esponenti Occidentali come la Mogherini, la Boldrini o la Bonino. Tutte donne capaci di predicare femminismo a casa loro, ma pronte a recarsi a Teheran con i veli più vistosi che le boutique milanesi possono offrire…

Per la cronaca, Johnson e’ arrivato in Iran per risolvere l’annoso caso della volontaria inglese Nazanin Zaghari-Ratcliffe, arrestata nel 2016 e condannata da Teheran a cinque anni di carcere, con l’accusa di essere una spia. Un caso simile a quello di Ahmadreza Djalali, anche lui in possesso di doppia cittadinanza come la Nazanin, e’ accusato di essere una spia dai Pasdaran (Ahmadreza e’ stato condannato a morte).

Neanche a dirlo se, come speriamo, tra qualche mese i due verranno liberati, aspettatevi che l’Occidente venga costretto a pagare milioni di euro di riscatto. Perché l’arresto dei cittadini iraniani con doppia cittadinanza ha proprio questo scopo:  ottenere soldi in cambio della vita dei detenuti, con cui andare a finanziare il terrorismo internazionale legato al jihadismo sciita. In pieno stile mafioso…

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ahmadreza djalali

Sono settantacinque i Premi Nobel che hanno deciso di firmare un appello pubblico all’Ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Gholamali Khoshroo, chiedendo il rilascio immediato del ricercatore medico Ahmadreza Djalali.

Come noto, Ahmadreza Djalali e’ stato arrestato nel 2016 mentre si trovava in Iran per motivi di lavoro, accusato di contatti con un “paese nemico”, ed infine recentemente ufficialmente condannato a morte come “spia del Mossad”. Ahmadreza ha sempre negato le accuse nei suoi confronti, rimarcando come sia stato costretto a firmare due confessioni forzate. Recentemente, si e’ venuto a sapere che qualche anno addietro, il regime iraniano propose ad Ahmadreza di essere reclutato, ma il ricercatore accademico rifiuto’, pagando per questo un prezzo altissimo.

La campagna per la liberazione di Ahmadreza Djalali coinvolge direttamente anche l’Italia. Ahmadreza, in possesso anche della cittadinanza svedese, ha infatti per anni lavorato come ricercatore presso l’università del Piemonte Orientale (tra le prime ad impegnarsi per la sua liberazione).

I settantacinque Premi Nobel che hanno firmato l’appello all’Ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, sono stati rappresentati da Sir Richard Roberts, biochimico e biologo inglese, Premio Nobel per la medicina nel 1993. I 75 Nobel firmatari, hanno anche annunciato il loro sostegno alla petizione internazionale per la liberazione di Ahmadreza Djalali, lanciata su Change. org.

 

 

ahmadreza-djalali

Il 21 ottobre scorso, purtroppo, il regime iraniano ha deciso di condannare a morte il ricercatore medico iraniano – in possesso anche di passaporto svedese – Ahmadreza Djalali.

La sua storia riguarda anche l’Italia, avendo per anni Ahmadreza lavorato per l’Universita’ del Piemonte Orientale di Novara. Proprio da qui, dopo il suo arresto nell’aprile del 2016, e’ partita la campagna piu’ importante per la liberazione dell’accademico iraniano.

Ufficialmente, Ahmadreza e’ stato condannato a morte come “spia del Mossad”, accusato di aver fornito all’intelligence israeliana informazioni in merito agli scienziati nucleari iraniani. Neanche a dirlo, si tratta delle solite accuse che vengono mosse a colui il quale il regime vuole tappare la bocca.

Come dichiarato dallo stesso Djalali in un audio pubblicato due giorni prima la condanna a morte, il regime lo ha costretto per ben due volte a leggere una dichiarazione di colpevolezza già prestampata, ovviamente dopo averlo sottoposto a torture fisiche e psicologiche (audio in farsi).

La vera ragione della condanna a morte di Ahmadreza Djalali e’ stata rivelata ieri dal sito d’informazione americano Washington Examiner e anche dal quotidiano italiano La Stampa. In un documento scritto personalmente da Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano rivela che, nel 2014, venne approcciato dagli agenti dell’intelligence militare e gli venne chiesto di collaborare al fine di raccogliere informazione sui programmi chimici, biologioci e nucleari dei Paesi Occidentali. Ahmadreza Djalali rifiuto’ e continuo’ a rifiutare le proposte dell’intelligence negli anni successivi…fino all’arresto dell’aprile 2016.

Una storia identica capito’ al ricercatore iraniano Omid Kokabee, arrestato mentre si trovava in Iran di ritorno dagli Stati Uniti, ove studiava all’Universita’ di Austin in Texas. Arrestato anche lui per non aver accettato di collaborare con l’intelligence iraniana, Omid venne condannato a dieci anni di carcere e fu liberato solamente nel 2016, per gravissimi motivi di salute.

Attualmente per la liberazione di Ahmadreza Djalali sono impegnati anche centinaia di senatori italiani, guidati da Elena Ferrara e Luigi Manconi. In un appello consegnato alle massime autorita’, questi senatori chiedono di sapere – anche dalla Mogherini – le iniziative diplomatiche in atto per salvare la vita di Ahmadreza. Ad oggi, purtroppo, sembra che poco o niente sia stato fatto e che, quanto e’ stato fatto, non ha sortito alcun risultato positivo.

Iran's Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei meets Italian Prime Minister Matteo Renzi in Tehran

C’e’ un Iran che vive, un Iran che protesta contro le storture drammatiche di un establishment fondamentalista. Un Iran che, nonostante le leggi e le repressioni, scende in piazza senza paura e grida forte “morte al regime”. Di questo Iran, purtroppo, i media principali italiani – e Occidentali – attualmente non raccontano quasi nulla.

Troppo schiacciati sugli interessi politici, questi media si ricordano del nero del regime iraniano, solamente quando si arriva ai casi più drammatici, come ad esempio quello del ricercatore medico Ahmadreza Djalali. Dell’Iran che resiste alla corruzione del potere clericale e miliziano dei Pasdaran, si e’ smesso ormai di raccontare nel 2009, anno delle famose proteste dell’Onda Verde.

Dell’Iran che resiste, quindi, si e’ completamente persa traccia dopo l’elezione di Hassan Rouhani alla Presidenza della Repubblica Islamica, nell’illusione che un bel sorriso cambiasse la natura perversa della Velayat-e Faqih. Cosi non poteva essere, cosi non e’ stato.

In questi giorni le strade della capitale Teheran si sono riempite di migliaia di persone che, stanche della corruzione e del potere finanziario dei Pasdaran, hanno manifestato tutta la loro rabbia. Persone comuni che hanno messo da parte la paura, forse perché spinti dalla disperazione, e’ hanno gridato “Marg Bar” (Morte al) dittatore (Khamenei) e al regime islamista, considerato alla stregua di Isis.

Ora questa protesta sociale si e’ spostata di nuovo nelle università. I primi a manifestare sono stati gli studenti dell’Università di Teheran, spinti anche dalla scelta di Hassan Rouhani di voler nominare a nuovo Ministro Mansour Gholami, considerato uno di coloro che favorirono le repressioni contro gli studenti dell’Ateneo Bu Ali Sina.

Eppure di questo Iran quasi non si sente parlare. Meglio organizzare delegazioni di imprenditori in accordo col regime, rinchiuderli in hotel e portarli a vedere solo ciò che piace agli alleati di Khamenei.

Le stesse cose che l’iraniano medio odia…

ahmadreza djalali

Il 21 ottobre il giudice iraniano Abolqsem Salavati, ha emesso la condanna morte per il ricercatore medico Ahmadreza Djalali, accusato di collaborazione con un Paese nemico, ovvero con Israele. Secondo le informazioni, la sentenza sara’ appellabile entro venti giorni.

Come noto, Ahmadreza Djalali e’ un ricercatore medico che, prima di trasferirsi in Svezia e acquisire la cittadinanza, ha lavorato per anni all’università del Piemonte orientale come esperto della medicina nei casi di emergenza.

Il suo arresto risale all’aprile 2016 quando, tornato in Iran per una conferenza universitaria, e’ stato fermato e accusato contatti con un Paese ostile, in pratica Israele. Una accusa priva di consistenza e di prove, figlia prevalentemente delle lotte interne tra le fazioni, quelle che hanno visto già finire in carcere dieci cittadini iraniani con doppia cittadinanza.

In un video registrato qualche giorno fa, in cui si sente solo la voce del ricercatore iraniano, Djalali denuncia di essere stato sbattuto in isolamento e di essere stato forzato due volte a rilasciare delle confessioni forzate davanti a delle telecamere (leggendo dei testi prestampati dai suoi aguzzini). Nello stesso video, quindi, Djalali nega le accuse nei suoi confronti e le descrive come fabbricazioni dei MOIS, il Ministero dell’Intelligence iraniano.

La notizia della condanna a morte di Ahmadreza Djalali ha sconvolto tutti. Proteste sono arrivate dai Rettori italiani e da parlamentari, come la senatrice novarese del PD Elena Ferrara. Indignazioni che, seppur flebilmente, hanno provocato la reazione del Ministro degli Esteri Alfano che, in queste ore, ha affermato che “l’Italia continuerà a sensibilizzare gli iraniani su questo caso fino all’ultimo” come ha già fatto “a livello diplomatico con il nostro ambasciatore e a livello politico come Farnesina“.

Pur ritenendo importante l’intervento del Ministro Alfano, riteniamo che i fatti hanno dimostrato come il regime iraniano capisca solamente la mano dura. Ecco perché, sarebbe opportuno che tutte le collaborazioni in atto tra Roma e Teheran venissero sospese, sino a quando l’Iran non libererà Ahmadreza Djalali e tutti i prigionieri politici attualmente in carcere.

 

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Meno di due settimane fa, si e’ tenuto a Teheran un Forum tra Iran e Italia relativo all’innovazione e alla ricerca. In quella occasione, la Ministra dell’Istruzione Fedeli si e’ recata nella Repubblica Islamica, seguita da una delegazione di oltre 150 persone, tra cui alti rappresentanti della CRUI.

Prima di andare in Iran, la Ministra ha sottolineato che uno dei temi che avrebbe toccato con il regime, sarebbe stato il caso del ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, incarcerato in Iran dall’aprile del 2016, con l’accusa di contatti con “entità nemiche” (Gaiaitalia.com). Ricordiamo che Djalali si era recato in Iran su invito di una locale università, per partecipare ad una conferenza relativa alla sua specializzazione in medicina di intervento in caso di emergenze relative a disastri. Una specializzazione che Ahmadreza aveva preso anche grazie alla Università del Piemonte Orientale, ove il ricercatore aveva lavorato per oltre quattro anni, prima di trasferirsi in Svezia nel 2015.

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Non sappiamo cosa la Ministra italiana abbia detto alla controparte iraniana, quello che sappiamo e’ cosa e’ successo ad Ahmadreza in questi giorni. Invece di allentare la pressione nei suoi confronti, il regime ha aumentato le minacce e gli abusi.

Secondo quanto riporta Iran Human Rights, Teheran ha negato ad Ahmadreza Djalali il diritto alla scelta indipendente di un avvocato difensore, per la terza volta. Un diniego che, nuovamente, ha fatto spostare il processo nei suoi confronti, già rimandato da mesi (per questo Ahmadreza aveva anche dichiarato lo sciopero della fame e della sete). Il processo contro Ahmadreza Djalali e’ in mano al giudice Salavati, noto per la sua vicinanza alle ali più conservatrici e repressive del regime.

Ricordiamo che, nel gennaio del 2017, la moglie di Ahmadreza Djalali ha inviato una lettera direttamente al Presidente iraniano Rouhani, chiedendo il rilascio del marito, padre dei loro due piccoli bambini. Sinora, la sola risposta che Ahmadreza ha ricevuto, sono state le continue minacce di morte da parte delle autorita’ del regime…

 

La denuncia arriva direttamente dalla prestigiosa rivista scientifica Nature: peggiorano drammaticamente le condizioni fisiche di Ahmadreza Djalali, ricercatore medico, ormai incarcerato in Iran da oltre un anno. Secondo quanto riporta l’articolo, Ahmadreza sarebbe ormai in sciopero della fame da oltre due mesi e negli ultimi giorni, ha anche iniziato a rifiutare i liquidi. Ad oggi, Ahmadreza ha perso oltre il 30% del peso che aveva, prima di finire in carcere. L’11 marzo scorso, Ahmadreza è stato trasportato in ospedale, ma anche qui il prigioniero politico ha rifiutato di alimentarsi (Nature).

Come si ricorderà, Ahmadreza Djalali, 45 anni, è stato arrestato in Iran il 25 aprile del 2016, dopo essere ritornato a Teheran per partecipare ad un evento accademico. Mentre si apprestava a fare ritorno a casa, in Svezia – ove lavorava per il Karolinska Institute di Stoccolma – Ahmadreza è stato arrestato e accusato di “collaborazione con un Governo ostile”. Secondo quanto riporta la moglie, il ricercatore è stato portato in una cella di isolamento e, dopo tre mesi di agonia, è stato costretto a firmare una confessione.

Il primo sciopero della fame di Ahmadreza risale allo scorso dicembre, dopo che il detenuto ha saputo le false accuse nei suoi confronti. Nel gennaio 2017, quindi, il regime ha minacciato Ahmadreza di metterlo a morte. Il 15 febbraio, dopo numerose pressioni famigliari, Ahmadreza ha fermato lo sciopero della fame, ma ha successivamente deciso di riprenderlo dopo che il giudice gli ha negate di cambiare l’avvocato difensore, imposto dalla Corte. Ad oggi, non è nota la data dell’inizio del processo nei suoi confronti.

Il caso di Ahmadreza Djalali coinvolge l’Italia, perchè il ricercatore iraniano ha lavorato presso l’Università del Piemonte Orientale di Novara, tra il 2011 e il 2015. Proprio da qui, come si ricorderà, è partita la campagna per la liberazione di Ahmadreza, che ha visto anche la stessa Farnesina impegnarsi, almeno verbalmente. Il 9 marzo scorso, un appello per la liberazione di Ahmadreza è stato lanciato anche da Committee of Concerned Scientists di New York (link), ma precedentemente anche Amnesty International aveva avviato una “urgent campaign” per lui. Su Change.org, l’appello per Ahmadreza Djalali ha raggiunto oltre 70.000 firme. In Italia, va menzionato l’impegno di Nessuno Tocchi Caino, come sempre in prima fila per i diritti umani in Iran.

Ricordiamo che, oltre ad una moglie di nome Vida Merhannia, Ahmadreza è anche padre di due figli di appena 5 e 14 anni. Da oltre un anno, il regime iraniano nega a questi bambini, l’abbraccio e l’affetto del loro amato padre.