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Ali Shariati e’ un coraggioso giovane iraniano di appena 30 anni. Gli ultimi mesi della sua vita, li ha passati in galera, ad Evin. Una sofferenza non dovuta al fatto che Ali ha compiuto un crimine materiale, ma unicamente per la scelta di questo coraggioso attivista, di protestare contro gli abusi del regime sulle donne.

Come si ricorderà, infatti, due anni or sono, le donne iraniane furono soggette di decine e decine di attacchi con l’acido. Attacchi compiuti dai membri di Hezbollah Iran, contro le donne che portavano male il velo. Nessuno ha mai pagato per quanto accaduto, nonostante il fatto che diverse di queste giovani iraniane, hanno avuto il volto totalmente sfigurato in seguito alla violenza subita. Al contrario, la risposta dei legislatori iraniani fu quella di promuovere un “Piano per la virtù della donna”, in cui si autorizzavano i Basij ad usare le maniere forti contro coloro che violavano i codici di abbigliamento islamici (Iran Human Rights Campaign). Al contrario del Parlamento iraniano, però, centianaia e centinaia di iraniani si ribellarono agli attacchi con l’acido contro le donne. Le strade di numerose città della Repubblica Islamica furono protagoniste di proteste pacifiche, purtroppo represse duramente dal regime.

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Tra coloro che protestarono, davanti al Parlamento iraniano c’era anche Ali Shariati. Arretstato il 18 Febbraio del 2015, Ali è stato condannato a 12 anni e 9 mesi di carcere dal giudice Salavati, noto per essere al servizio dell’intelligence. Il giudice accusò Ali di “aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale“, di “avere una parabola satellitare a casa” e di “fare propaganda contro lo Stato“, per alcuni post scritti contro il regime sui social (Iran Human Rights Campaign).

Poco dopo la condanna, nel Novembre del 2015, Ali Shariati dichiarò lo sciopero della fame e della sete. Uno sciopero che gli fece quasi perdere totalmente la coscienza e gli rese alcuni arti parzialmente paralizzati. La sua richiesta alla Corte era quella di ottenere la libertà condizionata. Una libertà ottenuta per brevissimo tempo dopo la morte del padre nel Maggio del 2016. Purtroppo, una libertà breve; alla fine di ottobre, infatti, le forze di sicurezza sono tornate senza preavviso a prelevarlo e lo hanno rinchiuso nuovamente nel carcere di Evin. A distranza di mesi, Ali ha deciso di dichiarare nuovamente lo sciopero della fame. Per questo, qualche giorno fa, Ali ha deciso di dichiarare nuovamente lo sciopero della fame.

Purtroppo, il caso di Ali Shariati dimostra, nuovamente, l’incapacità del Presidente Rouhani di mantenere le sue promesse elettorali. Le carceri iraniane, dalla sua elezione nel 2013, si sono riempite a dismisura di detenuti politici e di coscienza. Un aumento delle repressioni, davanti alle quali il Presidente ha taciuto quasi totalmente.

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Da poco il mondo ha celebrato la Giornata Onu contro la Violenza sulle Donne. Una violenza non solo fisica, ma anche morale e di persecuzione legale. Esattamente quanto accade nel regime iraniano, ove le donne sono classificate come cittadine di serie B, la cui vita e testimonianza vale esattamente meta’ di quella dell’uomo. Una discriminazione che vieta alle donne di ottenere un passaporto, lasciare il Paese e lavorare senza il permesso di un “tutore maschio” e che – nonostante le promesse – ancora non permette loro di accedere liberamente agli stadi durante eventi sportivi.

Una violenza fisica che passa anche attraverso l’obbligatorietà di portare il velo sin dalla prima infanzia, una costrizione a cui le donne iraniane si sono sempre ribellate, inventando un modo tutto loro di indossare l’hijab e facendo infuriare le frange più conservatrice del clero locale. Una furia che, solamente lo scorso anno, ha portato i membri della milizia Hezbollah Iran, ad attaccare con l’acido decine e decine di ragazze innocenti, unicamente perché accusate di essere malvelate (No Pasdaran). Per quegli orrendi crimini, il regime iraniano non arresto’ mai alcun colpevole. Teheran, pero’, trovo’ il tempo di reprimere con la forza le proteste di piazza contro la violenza sulle donne (No Pasdaran).

Nonostante le denunce internazionali e nonostante l’elezione di un presidente – Hassan Rouhaniche aveva promesso di lavorare per favorire una maggiore uguaglianza tra uomini e donne in Iran, nella e’ cambiato all’interno della Repubblica Islamica. Al contrario, in particolare dopo la firma dell’accordo nucleare, le repressioni e le chiusure sui diritti civili sono aumentate nel Paese. L’ultima decisione ridicola, e’ stata da poco annunciata dalla polizia iraniana: alle donne che verranno pizzicate con il velo indossato male (o senza velo) alla guida, sara’ ritirata la patente e l’auto per almeno una settimana. Alla confisca del mezzo, quindi, si aggiungerà anche una multa o, peggio, una denuncia davanti al Tribunale Rivoluzionario (The Arab Weekly). La decisione, per la cronaca, vale anche per le donne straniere presenti all’interno della Repubblica Islamica.

Tra le altre cose, e’ noto che molte donne iraniane abbassano il velo alla guida per ragioni di sicurezza. E’ altrettanto noto che al regime iraniano poco importanza della vita dei suoi cittadini (o meglio delle sue cittadine), quando si tratta di applicare la Sharia per perpetuare il potere dell’establishment clericale e dei Pasdaran.

Purtroppo, come sempre, questo nuovo abuso dei diritti umani avviene nella piena indifferenza Occidentale. Un Occidente troppo preso ad spartirsi i ‘beni materiali’ dell’Iran, per passare il tempo a riflettere sui ‘beni umani’ della Repubblica Islamica.

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Dopo anni di lotte, denunce, oppressioni e arresti assurdi e ingiustificati (vedi caso Ghoncheh Ghavami), il regime iraniano e’ stato costretto ad aprire un dibattito in merito ai diritti delle donne iraniane, considerate legalmente meta’ degli uomini. Nel merito, il dibattito odierno nella Repubblica Islamica verte su due principali argomenti: 1- il velo obbligatorio; 2- la presenta delle donne all’interno degli stadi (durante eventi sportivi maschili). Per quanto concerne il velo, nonostante il dibattito in corso, poco o nulla e’ stato realizzato. Vogliamo ricordare che, sin dalla decisione di Khomeini di imporre l’hijab obbligatorio, molte donne iraniane – da anni emancipate – si sono ribellate, iniziando a vestire il copricapo islamico in maniera alternativa, lasciando scoperta una parte dei capelli sopra la fronte. Nonostante le reazioni rabbiose dei Mullah, l’establishment religioso ha potuto poco o nulla in aree metropolitano come Teheran, dove la voglia di libertà e’ sempre stata più marcata. Oggi nella Repubblica Islamica il dibattito sul velo e’ stato rilanciato con forza, grazie alle pressioni internazionali, cresciute soprattutto dopo la creazione della pagina Facebook “My Stealthy Freedom” (la Mia Liberta’ Rubata), in prima fila nella lotta al velo obbligatorio (una dimostrazione del valore dell’attivismo internazionale).

Per quanto concerne la presenza delle donne negli stadi, invece, sono cominciate delle parziali aperture (dopo decenni di repressione). Queste aperture, purtroppo, sono limitate e non riguardano sport amati in Iran come il calcio. Proprio l’esclusione delle donne dalla possibilità di vedere partire di calcio maschili, fu il tema del film Offside del regista Jafar Panahi, oggi costretto agli arresti e impedito della possibilità di svolgere liberamente il suo lavoro. Nonostante tutto, consapevoli di avere a che fare con un regime fondamentalista, e’ sempre meglio ottenere queste piccole aperture che nulla.

Queste piccole finestre di libertà nella Repubblica Islamica, purtroppo, stanno scatenando le ire funeste degli ambienti ultra-religiosi, disposti a tutto pur di evitare ogni sorta di apertura che metta a rischio il loro potere sulla società. Va rilevato, dato importante, non si tratta di fazioni minoritarie, ma di organizzazioni addestrate e armate come i Basij (milizia controllata dai Pasdaran) e gli Hezbollah, gli stessi responsabili degli attacchi con l’acido contro le donne malvelate. Attacchi per cui, ancora oggi, nessuno ha pagato il giusto prezzo. Al contrario, le proteste di piazza scaturite per quegli attacchi, sono state duramente represse e una importante attivista per i diritti delle donne, Narges Mohammadi, si trova oggi in carcere. Dopo l’annuncio delle parziali aperture da parte del regime, infatti, questi gruppi paramilitari si sono scatenate, minacciando durissime ritorsioni in caso di apertura degli stadi alle donne. 

Qui di seguito vi riportiamo due reazioni, entrambe pericolose e vergognose. La prima, denunciata da My Stealthy Freedom e altri media in Farsi, mostra un cartellone apparso all’interno della Repubblica Islamica. Dopo l’annuncio da parte del regime delle parziali aperture degli stadi alle donne, i Basij e gli Hezbollah hanno affisso un cartellone in cui si dicono disposti a  “versare il loro sangue, per vietare alle donne l’ingresso negli stadi”. Considerando gli attacchi con l’acido avvenuti ad Isfahan e altre citta’ iraniane (e l’assenza di punizioni per gli autori), la minaccia va presa molto sul serio.

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La seconda immagine, invece, arriva addirittura da Qalamoun, in Siria. Qui Hezbollah – sotto gli ordini di Teheran – e’ impegnato nella guerra al fianco del macellaio Bashar al Assad. Nonostante i combattimenti nell’area, questo jihadista sciita trova il tempo per scattarsi una foto con un messaggio indirizzato alle donne mussulmane: “il vostro hijab, vale più del mi sangue”. Considerando la centralità della cultura del martirio propria del Khomeinismo, un messaggio simile fa ben capire fino a dove siano disposti ad arrivare i Pasdaran, per bloccare i cambiamenti culturali richiesti dalla popolazione iraniana (foto sotto).

Riportiamo infine le polemiche di questi giorni contro la eurodeputata Marietje Schaake: unica donna di una delegazione del Parlamento Europeo che ha visitato l’Iran il 6 e il 7 giugno, la Schaake si e’ presentata nella Repubblica Islamica vestendo il velo in maniera “alternativa” (qui le foto). Questa scelta ha provocato le proteste di numerosi parlamentari iraniani e hanno costretto la stessa eurodeputata olandese a scrivere sul suo blog che “la strada per l’uguaglianza delle donne in Iran e’ ancora lunga”. Per la cronaca, il sito del Ministro degli Esteri iraniano, riportando l’incontro tra la delegazione UE e il Ministro Zarif, ha puntualmente tagliato Marietje Schaake dalla foto…

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Sono passati solo pochi mesi dai terribili attacchi con l’acido contro le donne mal velate in Iran. Decine e decine di attacchi, per i quali nessuno sinora ha pagato il giusto prezzo. Al contrario, in carcere sono finiti, senza processo, diversi di coloro che sono coraggiosamente scesi nelle strade per protestare contro l’attacco alle donne. Come ricorderete, all’epoca i membri del Parlamento e del Governo iraniano fecero a gara per condannare le violenze degli “estremisti”, ma nella realtà la loro azione legislativa si concentrava proprio nella legittimazione del fondamentalismo più becero e delle milizie paramilitari di Ansar-e Hezbollah.

Come denunciato dai Ragazzi di Teheran e Amnesty International, nel Parlamento iraniano pendono già tre proposte di legge contro i diritti delle donne. La prima proposta, volta a promuovere la Virtu’ e la Morale pubblica, se venisse approvata darebbe ai Basij il diritto di agire liberamente per implementare il rispetto della morale e della virtù islamica nella società. Praticamente, un tasto verde per agire senza controllo contro tutti coloro che vengono considerati pericolosi per la “sicurezza nazionale” (la scusa usata sempre dal regime per reprimere ogni oppositore). La altre due proposte, invece, sono state denunciate da Amnesty e definiscono le donne come mere “macchine da riproduzione” per accrescere la popolazione.

Adesso, grazie alla pagina Facebook My Stealthy Freedom, veniamo a conoscenza di una nuova proposta di legge appena presentata in Parlamento. Secondo quanto denunciato dalla giornalista Masih Alinejad, infatti, già 36 deputati hanno firmato una proposta di legge che, se approvata, prevede di punire con la riduzione di un terzo del salario e la sospensione per un anno dal lavoro le donne che si presentano mal velate sul posto di lavoro. Purtroppo, questa proposta di legge e’ stata firmata anche da diverse deputate donne, tra le quali Fatemeh Alya, Zohreh Tayyebzadeh-Nouri, Laleh Eftekhari e Nayereh Akhavan.

Come si vede, quindi, se il Parlamento iraniano approvasse tutte le proposte di legge di cui vi abbiamo appena parlato, la già difficile vita delle donne iraniane diventerebbe davvero impossibile. Per questo, facciamo appello a tutte le forze politiche e all’associazionismo per denunciare questa situazione. In particolare, considerando l’ultima proposta di legge, facciamo appello alle forze sindacali italiane per agire immediatamente al fine di esprimere pubblicamente sdegno e condanna per la repressione dei diritti delle donne in Iran. 

La nuova proposta di legge per punire le donne mal-velate in Iran

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Egregio Sindaco Marino,

Le scriviamo questa lettera aperta dopo aver appreso che la città di Roma, ospiterà il Mese della Cultura dell’Iran: 30 giorni di eventi sull’Iran in occasione del 36° anniversario della Repubblica Islamica. Secondo quanto reso noto dalle agenzie di stampa, una mostra sulla cultura Iraniana sarà organizzata presso il Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, mentre una rassegna di film verrà proiettata presso la Casa del Cinema. Sebbene sia indubitabile che la millenaria cultura persiana meriti numerosi eventi di celebrazione, la rassegna che la città di Roma si appresta ad ospitare non è altro che una propaganda in favore di un regime brutale e fondamentalista.

Scorrendo il programma degli appuntamenti previsti per il Mese della Cultura dell’Iran, infatti, salta immediatamente agli occhi come, in nessun evento, si racconta veramente cosa significa per un artista vivere nella Repubblica Islamica. La rassegna dei film organizzati presso la Casa del Cinema, purtroppo, ne è la dimostrazione più lampante: come Lei potrà immeditamente notare scorrendo i titoli dei film in calendario, mancano all’appello le opere di importanti registi iraniani sgraditi al regime. In particolare, è lampante l’assenza dei lavori di Jafar Panahi e di Mohammad RasoulofJafar Panahi, regista pluripremiato, è stato condannato in Iran a sei anni di carcere e gli è stato vietato di girare film per 20 anni. Nonostante tutto, Jafar non si è arresto alla censura e ha prodotto segretamente il suo ultimo film-documentario all’interno di un taxi, vincendo addirittura l’Orso D’Oro all’ultimo Festival di Berlino. Le immagini della nipote in lacrime con in mano la statuetta della vittoria, come Lei sapra, hanno fatto il giro del mondo.  Mohammad Rasoulof, anch’egli regista pluripremiato, è stato costretto a lasciare l’Iran nel 2010 dopo essere stato arrestato mentre girava un film sull’Onda Verde, il movimento di protesta anti-regime, represso dai Pasdaran nel 2009. Tornato in patria solamente nel 2013, oggi Mohammad vive praticamente imprigionato all’interno della Repubblica Islamica, senza poter esercitare liberamente la sua professione di artista!

Egregio Sindaco, riteniamo che una rassegna culturale in onore di un regime che schiaccia ogni pensiero diverso da quello dei Mullah e dei Pasdaran, non debba trovare spazio in una città come Roma, uno dei simboli della resistenza al regime nazifascita. Una rassegna, organizzata in collaborazione con il Centro Culturale della Repubblica iraniana, organo di propaganda dell’ideologia perversa del Khomeinismo. In nome dell’Ayatollah Khomeini, vogliamo ricordarlo, il regime iraniano ha ucciso centinaia di dissindenti in patria e all’estero, ha finanziato (e finanzia) il peggior terrorismo internazionale, ha abusato e abusa quotidianamente dei diritti umani, reprimendo senza pieta minoranze religiose, etniche, omosessuali e dissidenti politici (oltre 1000 impiccaggioni solamente nell’ultimo anno…). Tutto questo, senza contare le donne, la cui vita vale legalmente metà di quella dell’uomo, attaccate e spesso bruciate con l’acido quando non vestono il velo nella maniera opportuna…Proprio in queste ore, mentre l’ONU apriva la 59a sessione sullo status dei diritti delle donne, il regime iraniano proponeva due leggi ove la figura della donna è trattata come mera “machina da riproduzione” (denuncia Amnesty).

La migliore riprova della necessità di fermare il Mese della Cultura dell’Iran a Roma, sono le affermazioni di Ghorbanali Ali Pourmarjan – Direttore del Centro Culturale della Repubblica Islamica. In una intervista per l’AGC, riferendosi ad Israele, Pourmarjan ha dichiarato testualmente: “Il popolo dell’Iran per la sua cultura, per la sua fede, per la sua civiltà non considera nessuno come nemico. Poi ci sono alcuni, come i sionisti, che considerano l’Iran come nemico, noi non ammettiamo le radici del regime sionista, non lo abbiamo mai riconosciuto presso le Nazioni Unite e consideriamo lo consideriamo illegittimo“. E ancora, parlando della situazione siriana, il rappresentante iraniano ha dichiarato: “La politica dell’Iran è quella di schierarsi dalla parte del popolo oppresso e nel caso della Siria la popolazione sta pagando il prezzo più alto di questa guerra. Ci sono dei gruppi che agiscono contro uno Stato e all’inizio i paesi occidentali li hanno sostenuti definendoli moderati. L’opposizione interna siriana inizialmente si è lasciata ingannare dalle false promesse dell’Occidente. Quando nel 2011 sono iniziati i problemi la Siria aveva chiesto a tutto il mondo di non intervenire sui problemi interni e lasciare ai siriani la possibilità di risolvere la questione, cosa che non è avvenuta. Per quanto riguarda la presenza dell’Iran in Siria e in Medio Oriente è solo per rafforzare la pace nel paese e nella regione. Quello che per noi conta è il destino del popolo siriano. L’Iran ha ribadito più volte che questi terroristi, che vogliono prendere il potere in Siria, sono contro il popolo della Siria e avevamo detto subito che si sarebbero messi anche contro dell’Occidente“.

Si tratta di parole vergognose e fasciste. Non soltanto il diplomatico iraniano a Roma disconosce un Paese riconosciuto dalle Nazioni Unite (Israele), ma mistifica completamente quanto accaduto in Siria negli ultimi quattro anni. Se oggi Isis ha conquistato parte della Siria e dell’Iraq, infatti, è proprio per via dell’interferenza iraniana nella regione. Una interferenza che, nella pratica, si è espressa con la repressione dell’opposizione moderata siriana e dei civili innocenti e con l’esclusione dal potere dei sunniti. Azioni che hanno consegnato le tribu’ sunnite nelle mani del Califfo al Baghdadi.

Per tutte queste ragioni, Egregio Sindaco, Le chiediamo non concedere al regime iraniano la possibilità di usare la città di Roma per diffondere la sua propaganda. Per questo, Le chiediamo di togliere il patrocinio di Roma Capitale dalle iniziative previste per il Mese della Cultura iraniana. Se ciò non sarà possibile, Le chiediamo di agire per ottenere la modifica della rassegna dei film organizzata presso la Casa del Cinema, inserendo in calendario i lavori prodotti da quei registi iraniani che, nonostante le repressioni, hanno avuto il coraggio di opporsi al pensiero unico del regime clericale.

Cordiali saluti

Ragazzi di Teheran

Collettivo No Pasdaran 

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La storia che vi raccontiamo è un misto di crudeltà, medievalità e speranza. Poco tempo fa, una corte islamica in Iran ha deciso di condannare un uomo all’accecamento. La pena è parte del cosiddetto Qisas, ovvero il famoso occhio per occhio dei diritto islamico (Sharia). Nel 2005, infatti, un uomo di nome Hamid S., ha gettato dell’acido contro un altro uomo, Davood Roshanayi, per motivi ancora imprecisati. La povera vittima, purtroppo, ha perso la vista ad un occhio, la funzionalità ad un orecchio e ha riportato bruciature in tutto il corpo. Nonostante tutto, secondo quanto riportati dalla stampa, la vittima era disposta a ricevere una compensazione monetaria in cambio del Qisas.

A dispetto delle negoziazioni in corso tra la famiglia dell’aggressore e quella della vittima, il giudice Dashtban ha deciso di condannare Hamid S. alla pena del Qisas. Purtroppo per il regime, però, la medievalità del sistema giudiziario si è scontratta – ancora una volta – con la contemporaneità e l’umanità della popolazione civile. Dopo numerose ricerce, infatti, lo stesso giudice ha dovuto ammettere che, per il momento, non era ancora possibile eseguire la sentenza di accecamento del prigioniero per via chiurgica. Perchè? Semplice: nessun dottore iraniano si era mostrato disponibile a prestarsi a questa brutalità.

A questo dato positivo proveniente dalla società civile, ne possiamo aggiungere un altro. Lo scorso anno, come abbiamo già ricordato, il regime iraniano ha mandato a morte 721 prigionieri (anno solare 2014). Circa nello stesso periodo, secondo i dati forniti dalle autorità iraniane, ben 681 condannati a morte venivano risparmiati grazie al perdono concesso dalle famiglie delle vittime. Un altro simbolo di come, a dispetto di un regime barbaro, la popolazione iraniana sia capace di dimostrare, anche nella sofferenza, profonda umanità.

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Non ci sono parole per descrivere quanto successo recentemente: in occasione della sua visita in Italia, infatti, il Vice Presidente iraniano Masoumeh Ebtakar ha ricevuto il Premio Minerva, una onoreficenza assegnato a “a Donne che operano nei campi del “Sapere” e che, simbolicamente, rappresentano esemplari modelli femminili per le loro capacità professionali e per i valori positivi di cui sono portatrici“. Ora le cose sono due: o la Giuria che ha premiato la Signora Ebtakar si è totalmente impazzista, oppure non ci resta che concludere che il Premio Minerva si sia improvvisamente trasformato nel “Premio Minerva per il Fondamentalismo e la Cultura del Jihad”. Solo in questo modo, infatti, è possibile spiegare le ragioni per cui, un premio che intende affermare il ruolo della donna nella società contemporanea, sia finito nelle mani di una rappresentante di un regime che – legislativamente parlando – considera la vita della donna “metà di quella dell’uomo”.

Se apriamo il sito del Premio Minerva non possiamo non soffermarci su una bellissima foto di una ragazza che, con delle scritte molto chiare sul palmo della sua mano, denuncia gli abusi che le donne subiscono quotidianamente. Un messaggio giusto, lanciato in occasione della Giornata Onu contro la violenza sulle donne. Peccato che, buona parte degli abusi che vengono commessi nel mondo contro le donne, avvengono proprio nella Repubblica Islamica. Come abbiamo già scritto, la Signora Ebtakar – per quanto istruita – rappresenta l’esatto contrario di quello che il democratico Occidente dovrebbe volere per le donne iraniane. Non soltato ha usato il suo sapere linguistico per farsi portavoce di un gruppo di fondamentalisti che ha occupato l’Ambasciata americana a Teheran – contro tutte le norme internazionali – ma nella sua carriera universitaria e politica non ha fatto nulla di concreto per mutare la bieca legislazione della Repubblica Islamica contro le donne.

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Indipendentemente da quello che si vuole sostenere con i bei sorrisi, nella Repubblica Islamica la donna è inferiore all’uomo, le bambine possono sposarsi dall’età di 13 anni, il velo è imposto sin dalle elementari e il mercato del lavoro per le donne è praticamente un sogno. Non soltanto è assai difficile trovare un lavoro per una donna, ma il salario stesso che percepisce è inferiore a quello dell’uomo. Senza contare tutte le leggi che impongono alle donne di avere il permesso dell’uomo (padre o marito) per ottenere un passaporto, per lasciare il Paese o per divorziare. Un sistema promosso e legalizzato su ispirazione del pensiero dell’Ayatollah Khomeini, un uomo che nei suoi scritti, giustificava la pedofilia e il rapporto sessuale con le bambine.

Mentre la Signora Ebtakar arrivava in Italia, ricevuta con i massimi onori, e si beccava il Premio Minerva, in Iran Reyhaneh Jabbari veniva impiccata per essersi difesa da un violentatore, le donne finivano bruciare con l’acido per aver vestito male il velo, le ragazze venivano arrestate e condannate solo per voler vedere una partita di pallavolo o in carcere per essersi convertire ad una fede diversa dall’Islam. Oltre 380 (dati della polizia iraniana) sono stati i casi di donne bruciate con l’acido negli ultimi sei mesi, in tutta la Repubblica Islamica. Contro questi attacchi, al di là delle pubbliche condanne, il regime non ha fatto nulla. La sola cosa che ha fatto è promuovere la formazione della polizia morale, incaricata di verificare la conformità della donna iraniana alle normative del Khomeinismo.

Premiando la Vice Presidente Ebtakar, quindi, la Giuria del Premio Minerva ha sostenuto una rappresentante politica che non ha fatto nulla di concreto per sostenere l’autodeterminazione delle donne iraniane e che, il suo sapere, lo ha messo solo al servizio di un regime fondamentalista, estremista, sostenitore del terrorismo e soprattutto misogeno!

Vi invitiamo ad esprimere la Vostra protesta direttamente con i responsabili del Premio Minevra.

Ecco i contatti:

 premiominerva@gmail.com

Posta: Via Antonio Pacinotti, 13

 00146 Roma

 Tel +39 06 6892972

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