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Il Premier iracheno al-Habadi lo ha definito un accordo disgustoso, che offende tutto il popolo iracheno. E’ stato questo il commento fatto dal Primo Ministro di Baghdad, dopo l’annuncio dell’accordo di tregua tra l’esercito libanese e Hezbollah, con i jihadisti sunniti di Isis.

Ufficialmente, l’accordo e’ stato concordato per arrivare allo scambio dei corpi di otto soldati libanesi uccisi dai terroristi di Isis, con la liberazione di circa 400 jihadisti sunniti dalle carceri libanesi, 17 bus con aria condizionata, 11 ambulanze e un libero passaggio per i membri del Califfato su alcuni territori siriani, controllati da Assad (NY Times).

Nei fatti, pero’, si tratta di un accordo che riconosce il Califfato dichiarato da al-Baghadi nel 2014 e tutta la strategia sinora intrapresa, per contrastare ed eliminare Isis. La rabbia di al-Habadi, quindi, e’ più che comprensibile, soprattutto considerando quello che l’Iraq ha passato (e sta passando) per mano di Isis.

Pochi hanno fatto caso al fatto che, nell’accordo tra Libano-Hezbollah e Isis, c’era anche il ritorno del corpo del jihadista sciita iraniano, membro dei Pasdaran, Mohsen Hajj, catturato e poi ucciso dai jihadisti sunniti del Califfato in Siria.

Al ritorno della sua salma, i media iraniani vicini ai Pasdaran, particolarmente l’agenzia di stampa Tasnim News, hanno dedicato una grandissima attenzione. Segno evidente che Mohsen Hajj rivestiva un ruolo di estrema importanza per Teheran in Siria, probabilmente di collegamento con il gruppo terrorista Hezbollah (Stripes.com).

Cosi, in cambio di questa salma, la Repubblica Islamica dell’Iran ha praticamente costretto il Libano a riconoscere pubblicamente Isis per la prima volta, generando la rabbia degli stessi alleati di Teheran, praticamente usati come carne da macello per gli obiettivi espansionistici del regime iraniano.

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Ban Ki Moon, il Segretario delle Nazioni Unite, ha fatto infuriare le grandi potenze. Ieri, infatti, era il giorno il Consiglio di Sicurezza ha ascoltato il primo report del Segretariato Generale in merito all’implementazione della Risoluzione ONU 2231 (testo), ovvero la Risoluzione che ha legittimato l’accordo nucleare con l’Iran e soprattutto la fine di molte delle sanzioni contro la Repubblica Islamica.

Ovviamente, neanche a dirlo, tutti i sostenitori dell’Iran Deal – Stati Uniti in testa – si aspettavano unicamente un endorsement silezioso da parte del Segretario Generale, visto dall’Amministrazione Obama come un mero esecutore del volere geopolitico di Washington. Purtroppo per Samantha Powell, Ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, cosi e’ stato solamente in parte. Per un verso, infatti, il report di Ban Ki Moon ha continuato a sostenere la necessita’ di tutelare l’accordo. Per un altro , pero’, pur usando toni diplomatici, il report ha denunciato le violazioni dell’accordo da parte di Teheran (UN.org).

Le violazioni riscontrare nel report, sono almeno quattro:

  1. I test missilistici compiuti dall’Iran in questo ultimo anno. Test che, secondo Ban Ki Moon, non rispettano lo spirito costruttivo della Risoluzione 2231. In questo senso vogliamo ricordare che, il 28 Marzo del 2016 gli Ambasciatori di Francia, USA e Gran Bretagna alle Nazioni Unite, scrissero chiaro e tondo in una lettera, che i test missilistici compiuti dall’Iran nel Marzo 2016, rappresentavano una chiara violazione dell’Allegato B della risoluzione 2231, consideranco che i missile balistici iraniani erano “intrisecamente capaci” di trasportare armi nucleari (Daily Mail);
  2. Per quanto concerne il trasferimento di armamenti, il report ricorda il sequesto, avvenuto lo scorso aprile nel Golfo di Oman, di una nave carica di armi da parte della marina americana. La nave, secondo le indagini, era partita dall’Iran. Tra le altre cose, il report sembra non menzionare il fatto che, appena un mese prima, un’altra nave carica di armamenti partita dall’iran era stata bloccata dalla marina australiana. Entrambi i carichi di armi erano destinati ai ribelli Houthi in Yemen (USNI News);
  3. Il report denuncia la partecipazione di diversi gruppi iraniani, alla Quinta Esibizione della Difesa in Iraq, organizzata a Baghdad tra il 5 e l’8 marzo 2016. Una esibizione che ha permesso alle societa’ iraniani produttrici di armamenti e tecnologia militare, di esportare armi fuori dall’Iran, senza preventivamente avvertire il Consiglio di Sicurezza, come previsto dal paragrafo 6 dell’Allegato B della Risoluzione 2231. Tra le societa’ che hanno preso parte all’esibizione, c’era anche DIO (Defense Industries Organization), controllata direttamente dal Ministro dell’Intelligence iraniano e da sempre coinvolta nel traffico di materiale nucleare e missilistico. La DIO e’ inserita nella lista delle organizzazioni citate dalla risoluzione 2231, ovvero di coloro sono state tolte dalla lista delle sanzioni, ma devono ottenere un permesso per poter trasferire il loro materiale all’esterno;
  4. Infine il testo cita i viaggi fuori dall’Iran compiuti da Qassem Soleimani, capo della Forza Qods. Solemaini, vergognosamente, e’ stato inserito nella lista di coloro che possono godere della sospensione delle sanzioni internazionali (nonostante l’assurdo diniego di Kerry). Nonostante tutto, per compiere viaggi fuori dall’Iran, il comandate Pasdaran ha bisogno di una autorizzazione da parte di “tutti gli Stati” contraenti l’accordo, per poter lasciare la Repubblica Islamica. Neanche a dirlo, Soleimani ha dato zero importanza a questo limite, visitando liberamente Mosca, Baghdad e Damasco in questo ultimo anno.

Come suddetto, il report di Ban Ki Moon ha fatto infuriare le grandi potenze, con Stati Uniti e Russia unite nel criticare il Segretario delle Nazioni Unite per “aver ecceduto il suo mandato”. Al ridicolo non c’e’ mai fine…

I responsabili dell'attacco ad AMIA. Dall'alto a sinistra: Akbar Hashemi Rafsanjani, Ali Fallahian, Ali Akbar Velayati, Moshe Rezai, Imad Fayez Moughnieh, Moshen Rabbani, Ahmad Reza Ashgari e Ahamad Vahidi

Dall’alto a sinistra: Akbar Hashemi Rafsanjani, Ali Fallahian, Ali Akbar Velayati, Moshe Rezai, Imad Fayez Moughnieh, Moshen Rabbani, Ahmad Reza Ashgari e Ahamad Vahidi

Liberi tutti, non importa quanto siano macchiate di sangue le loro mani. Potrebbe essere questo lo slogan dell’Iran Deal, almeno per quanto concerne la fine delle sanzioni verso alcuni dei maggiori esponenti dell’establishment del regime iraniano. Tra coloro che beneficeranno del sanction lifting dell’Unione Europea, ad esempio, c’e’ anche l’ex Ministro della Difesa di Teheran, il Pasdaran Ahmad Vahidi (articolo WSJ). Vahidi, pero’, non e’ stato solo uno dei principali pianificatori del programma nucleare iraniano ma – come ex capo della Forza Quds – e’ stato anche uno dei primi responsabili dell’organizzazione degli attentati finanziati dal regime iraniano all’estero.

Tra gli attentati più importanti compiuti dagli agenti di Teheran sotto ordine di Vahidi, c’e’ stato anche l’attacco al centro ebraico AMIA di Buenos Aires il 18 luglio del 1994. Un terribile scoppio che ha fatto crollare una intera palazzina e ha provocato la morte di 85 innocenti, colpiti unicamente per la loro fede. L’Interpol indico’ in Ahmad Vahidi e altre esponenti del regime iraniano i responsabili diretti dell’attentato. Purtroppo – come la triste uccisione del giudice argentino Alberto Nisman ha dimostrato – negli anni l’Iran ha lavorato in combutta con una parte del Governo argentino per insabbiare la verità. In queste settimane, quindi, il sito Business Insider, ha denunciato come Buenos Aires stia ancora aiutando Teheran ad insabbiare la verità, in cambio di accordi economici. Vogliamo anche ricordare che, l’attentato al centro AMIA, fu deciso da una commissione speciale iraniana in cui sedeva anche l’ex Presidente Rafsanjani e l’attuale consigliere di Khamenei, Velayati.

Aggiungiamo anche che, purtroppo, del sanction lifting del Dipartimento del Tesoro americano beneficerà anche la compagnia del Pasdaran, la Khatam al Anbia. Come denuncia l’esperto Ali Alfoneh, pero’, depenalizzare la Khatam al Anbia – un vero e proprio impero economico delle Guardie Rivoluzionarie – avrà come effetto un aumento del business legato al terrorismo internazionale e al sostegno ai regime anti-Occidentali. La Khatam al Anbia, infatti, ha interessi che partono dall’Iran e arrivano sino al Venezuela, passando per l’Iraq, il Libano e la Siria. La prima conseguenza di questa decisione, quindi, sara’ il rafforzamento di gruppi terroristi come Hezbollah e di ditattori assassini come Bashar al Assad.

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L’accordo nucleare firmato ieri a Vienna delude, ma non sorprende nessuno. Era ovvio che si sarebbe arrivati ad un compromesso, perché questo era l’interesse sia degli Occidentali che del regime iraniano. Era interesse degli Occidentali liberarsi della questione nucleare iraniana, particolarmente oggi in cui il focus e’ l’isolamento di Mosca e l’obiettivo di dare agli europei fonti energetiche alternative a quelle russe. Ecco allora spiegata l’importanza di rimettere Teheran in gioco e unire il gas iraniano a quello che azero, destinato a raggiungere l’Europa nel prossimo futuro grazie al pipeline TAP. Era interesse iraniano firmare questo accordo per trovare una storica legittimità internazionale, far accettare alla prima potenza mondiale il ruolo egemone della Repubblica Islamica nell’area del Golfo e far riportare l’economia iraniana, ormai in vera e propria fase di stagnazione. Insomma: siamo davanti ad un accordo politico e non tecnico, un accordo che legittima un programma nucleare clandestino e che butta all’aria anni di iniziativa diplomatica e di sanzioni, capaci di ottenere il sostegno anche di alleati storici dell’Iran come la Cina e la Russia.

Oggi, pero’, piuttosto che scrivere righe e righe sulla posizione dell’opposizione iraniana all’accordo nucleare, abbiamo deciso di usare le parole di una terza parte per descrivere la pericolosità di questo accordo.  Abbiamo scelto di farlo usando le parole di Richard N. Haass, Presidente del noto think tank americano Council on Foreign Relations – CFR. Nessuno, obiettivamente, può accusare il CFR di essere stato contrario al negoziato con la Repubblica Islamica o di aver preso una posizione ideologica sul dialogo con Teheran di questi mesi. Nonostante tutto, nella prima intervista rilasciata dopo la firma dell’accordo a Vienna, Richard Haass ha bocciato, senza mezzi termini, quanto deciso dal 5+1 a Vienna. Una bocciatura che e’ stata sintetizzata dal CFR con questo titolo (riportiamo direttamente in inglese): “Imperfect’ Iran Accord Could Exacerbate Mideast Situation“, ovvero, l’accordo imperfetto con l’Iran provocherà un amplificazione delle crisi mediorientali. Premesso il titolo, andiamo a riportare i punti salienti dell’intervista (link), ovvero come il Presidente del CFR spiega la sua posizione.

Personalmente” – afferma Haass – “sono maggiormente preoccupato delle conseguenze di lungo periodo (derivate dal rispetto iraniano dell’accordo stesso), piuttosto che dagli effetti nel breve termine determinati da una violazione dell’accordo stesso da parte dell’Iran“. Ancora: se per un verso Haass dichiara che nei prossimi 15 anni Teheran non produrrà una bomba nucleare, per un altro verso afferma senza mezzi termini: “risorse finanziarie significative cominceranno ad arrivare in Iran e Teheran potrà usarle per ogni scopo. Ci sara’ un lifting all’embargo sulle armi dopo cinque anni e dopo otto ci sara’ anche un lifting sull’importazione della tecnologia missilistica. All’Iran verrà permesso di mantenere tutta la capacita’ nucleare e ciò’ rappresenta un risultato molto lontano da quello che le Nazioni Unite e altri avevano sostenuto inizialmente…La mia preoccupazione e’ che l’Iran inizi a preposizionare le centrifughe dopo dieci anni e, dopo quindi anni, inizi ad arricchire l’uranio. In pratica, potrebbe preparare la strada per il ‘breakout’. Nell’accordo non c’e’ nulla che impedisca questa possibilità…Ergo, mi impensieriscono meno gli effetti strategici di una ‘non-compliance’ iraniana, piuttosto che gli effetti strategici significativi di una ‘compliance’ iraniana“. 

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Utilizzando le parole di un ex diplomatico americano (George Kennan), alcuni credono che questo accordo avrà la capacita’ di addolcire l’Iran. Penso che questo sia un ‘pensiero speranzoso’…Spero sia vero, ma personalmente non lo condivido. Semmai, il flusso di risorse avrà esattamente un effetto contrario…e ritengo sia un errore difendere questo accordo basandosi sull’idea che cambierà il comportamento del regime iraniano“. Parlando delle fazioni in lotta all’interno del regime iraniano (Bazari, Pasdaran, Clerici, Pragmatici), Richard N. Haass, evidenzia ancora un punto importante: “Non credo che, ad oggi, sia possibile prevedere cosa accadrà. E’ anche possibile che il regime, nel breve periodo, radicalizzi le sue posizioni, per dimostrare di non essersi inchinato al ‘Grande Satana’. Quindi, bisogna stare attenti nel prevedere o credere che ci sara’ una moderazione nel comportamento dell’Iran verso i suoi cittadini e verso i suoi vicini“.

Parlando degli effetti regionali dell’accordo nucleare, Richard N. Haass parla di una alleanza vera e propria tra Israele e Arabia Saudita e sottolinea come, dopo l’accordo, gli Stati Uniti debbano ricostruire una strategia con gli alleati in Medioriente, non solo Gerusalemme e Riyadh, ma anche la Giordania, minacciata direttamente dalla crisi siriana (Amman ha da poco bloccato un tentativo di attacco terrorista organizzato da una cellula finanziata dall’Iran). In tal senso, quindi, Haass afferma: “Washington deve lavorare per scoraggiare i regimi arabi e la Turchia nel loro obiettivo di realizzare un ‘hedging’ (copertura, ombrello), contro il programma nucleare iraniano, iniziando dei loro programmi nucleari (proliferazione). Male come e’ messo oggi il Medioriente, e’ possibile immaginare una situazione ben peggiore: un Medioriente capace di avere dita multiple su multiple bombe nucleari“.

Ritornando nuovamente al contenuto dell’accordo, il Presidente del CFR rimarca come: “non si capisce perché sia stato imposto un limite alle centrifughe di dieci anni e all’arricchimento di quindi anni, quando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare e’ a tempo indeterminato. Personalmente avrei optato per un vincolo a tempo indeterminato al programma nucleare iraniano e se l’Iran avesse rigettato la proposta degli Stati Uniti e dell’Europa, avremmo dovuto essere preparati a non firmare questo accordoancora, non capisco il lifting all’embargo sulle armi di cinque anni e sui missili di otto anni…c’erano troppe aree in cui dovevamo distinguere meglio le diverse posizioni, piuttosto che insistere nell’ottenere qualcosa più vicino alle nostre posizioni”. 

Concludendo, questo e’ il giudizio finale del Presidente del CFR Richard N. Haass sull’accordo di Vienna: “E’ imperfetto e non risolve i problemi delle ambizioni nucleari dell’Iran. Alla meglio, ci farà guadagnare quindi anni. Inoltre, non risolve i problemi relative al ruolo regionale dell’Iran. Peggio, potrà esacerbare questo ruolo, grazie alle risorse che l’Iran incamererà, sia finanziarie che psicologiche“.

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A Ginevra il gruppo del 5+1 e l’Iran hanno trovato un accordo temporaneo sul nucleare. Secondo il testo approvato, per un periodo di sei mesi, Teheran si impegna a non arricchire l’uranio al 20% (limitando l’arricchimento al 5%), a non installare nuove centrifughe presso Natanz e Qom, a non portare avanti il completamento dell’impianto di Arak ed a permettere maggiori controlli da parte degli ispettori internazionali dell’AIEA. In cambio di queste azioni, il regime iraniano riceverà un importante alleggerimento delle sanzioni internazionali ni settori petrolifero, automobilistico e dell’aviazione civile. In aggiunta, Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite, si impegnano a non approvare nuove sanzioni verso l’Iran fino alla fine dell’accordo temporale.

L’accordo è stato salutato da quasi tutta la Comunità Internazionale come un successo che, secondo il Presidente americano Obama, renderà il mondo un posto più sicuro. A dispetto dei commenti, però, tutti sanno bene che la verità è assai diversa: l’accordo temporaneo con l’Iran rappresenta la fine dell’Occidente, concetto ormai privo di significato e svuotato di ogni potere. Quello che classicamente viene definito il mondo libero e che, nel recente passato, è uscito vittorioso dalla Guerra Fredda, oggi non ha più la forza di restare unito e di difendere fino in fondo i valori su cui è fondato. Al contrario, l’Occidente oggi è debole e diviso e per questo molto disponibile a trovare compromessi con chi, secondo la logica, dovrebbe rappresentare un pericolo e non un alleato.

Il raggiungimento dell’accordo di Ginevra era stato ormai previsto da tempo. Basti pensare che, solamente qualche settimana fa, gli analista del Belfer Center di Harvard, James K. Sebenius e Michael K. Singh, avevavo pubblicato un report che metteva in luce i reciproci vantaggi di Stati Uniti e Iran nel firmare un accordo di riconciliazione. Il report era corredato di grafici ove, considerando gli interessi dei due Paesi, veniva tracciato matematicamente il punto di incontro tra Teheran e Washington. Come potete osservare da soli nel grafico sottostante, si tratta di un punto che passa ben lontano dalla fine definitiva del programma nucleare clandestino del regime iraniano. Al contrario, se si osserva la parte in grigio e la retta F, ben si capisce come il punto di incontro tra i due Paesi (ma possiamo anche dire tra quasi tutto l’Occidente e l’Iran), passa per una accettazione di un programma nucleare iraniano senza troppe restrizioni sull’arricchimento, capace di rendere Teheran indirettamente un “paese di soglia”, non in possesso dell’arma nucleare, ma in grado di produrla senza troppe difficoltà nel futuro.

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Per quanto concerne i contenuti dell’accordo, si tratta di una vittoria di Pirro, di facile uso solamente per quelle diplomazie Occidentali che intendono usare l’appeasment con l’Iran per ottenere nuovi accordi commerciali. In preda alla crisi economica e in nome dell’ “economy first“, il mondo libero ha preferito avere qualche goccia di petrolio in più, legittimando in cambio un programma nucleare che rappresenta un pericolo per l’intero globo. A poco serve la sospensione semestrale dell’arricchimento dell’uranio al 20%. Teheran, infatti, mantiene intatto tutto l’uranio sinora arricchito al 3,5% e al 20%, quantitativi che già da soli bastano all’Iran per costruire un ordigno nucleare. Non solo, il regime potrà anche liberamente incrementare la sua quantità di uranio, grazie alla libera facoltà ottenuta di continuare l’arricchimento al 5%. Idem si dica del numero delle centrifughe: il regime salva tutte le sue 19000 centrifughe IR-1 e IR-2 già installate, un numero di macchinari che garantisce agli Ayatollah di poter portare l’arricchimento dell’uranio a percentuali superiori senza troppi problemi. Si tratta di un totale successo per il regime iraniano, tale da permettere al Capo dell’Agenzia Nucleare iraniana Salehi di rimarcare come l’Iran si sia volontariamente sottoposto alla sospensione dell’arricchimento al 20% (quindi senza vincolo internazionale) e di annunciare la costruzione di due nuove centrali nucleari.

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Nulla, invece, viene detto nel testo in merito a tanti altri nodi di vitale importanza come, ad esempio, le attività clandestine che l’Iran sta ancora portando avanti, la costruzione di nuove centrali nucleari in zone sismiche o gli esperimenti compiuti nella base militare di Parchin. Solamente in questi giorni, il giornale francese Le Figaro ha denunciato che – in considerazione dell’attenzione del mondo su Arak – l’Iran ha deciso di aprire un nuovo impianto clandestino per la costruzione della bomba al Plutionio press Shiraz. Questo nuovo impianto sarebbe stato denominato IR-10 e la sua esistenza sarebbe è stata anche pubblicamente dall’ex capo dell’agenzie atomica iraniana Fereydoun Abbasi Davani, nell’aprile del 2013. Le Figaro, in esclusiva, ha anche pubblicato un disegno dell’impianto di Shiraz che vi riportiamo qui sotto.

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Insomma, in poche parole, il mondo non ha voluto guardare in faccia la realtà, preferendo ripetere gli errori compiti nei precedenti con l’Iran e in quelli portarti avanti con la Corea del Nord (non è un caso, probablimente, che uno dei negoziatori americani fosse proprio Wendy Sherman, la stessa persona che promosse i negoziati con Pyongyang prima che il regime nordcoreano decidesse di interromperli e costruire la bomba atomica). Al contrario, i diplomatici non hanno voluto ammettere che l’Iran non è cambiato e che. nonostante i sorrisi, il regime resta lo stesso e restano intatte le repressioni che quest’ultimo quotidianamente porta avanti.

Con la firma dell’accordo di Ginevra, quindi, non soltanto è stato salvato un sistema politico corrotto e dittatoriale ma, indirettamente, lo si è anche rafforzato. L’effetto naturale di questa scelta dell’Occidente, chiaramente, sarà quello di abbandonare totalmente il popolo iraniano nelle braccia degli Ayatollah e di soffocare drammaticamente le istanze di libertà che da anni provenivano dai giovani iraniani. Purtroppo c’è di peggio. A Ginevra non è stato soltanto rafforzato un regime a livello interno, ma è stato anche incrementato il potere della Repubblica Islamica a livello regionale. Come contropoartita per il finanziamento del terrorismo internazionale, per il sostegno ad Assad e per le continue minacce ai vicini sunniti ed a Israele, l’Iran ha ricevuto in premio un accordo che – in poche parole – le permetterà presto di potersi dichiarare una potenza nucleare a tutti gli effetti. 

Concludendo possiamo dire che, dopo Ginevra, il mondo sarà definitivamente diverso. A dispetto di quello che lasciano capire i sorrisi di tanti diplomatici, non è detto, purtroppo, che sarà anche un mondo migliore…