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La persecuzione dei cristiani nella Repubblica Islamica dell’Iran, non si ferma neanche quando i perseguitati sono già in carcere. Quanto successo il 5 Marzo scorso nel carcere di Rajaei Shahr ne è una riprova tangibile. Secondo quanto riferito dall’agenzia HRANA, il Mullah del Braccio 10 della prigione ha deciso di ordinare ai cristiani detenuti di consegnare i loro libri di preghiera. La richiesta, si badi bene, era ovviamente non solo disumana, ma anche illegale: questi testi sacri sono stati ottenuti dai prigionieri cristiani direttamente dalle autorità del regime, attraverso una formale richiesta.

Ovviamente, come noto, nella Repubblica fondamentalista iraniana la legge e le regole valgono fino a quando non incontrano il Mullah o il Pasdaran di turno. Ecco allora che il clerico nominato direttamente dal Ministero della Cultura del Governo Rouhani, secondo le informazioni un tale Mortazavi, ha deciso di far valere il suo volere contro le regole e ordinare la confisca dei testi sacri. La sua brutalità, però, si è scontrata con la fede e il coraggio dei detenuti. I prigionieri cristiani, sfindando l’abuso di potere, si sono rifiutati di obbedire e non hanno consegnato i loro Vangeli.

Il Mullah, chiaramente, non ha accettato il rifiuto e ha deciso di prendersi la sua rivincita. Per questo, ha inventato una accusa di offese contro il Pastore evangelico Farshid Fathi, arrestato nel dicembre del 2010 e condannato a sei anni di carcere per essersi convertito dall’Islam al Cristianesimo. La sua liberazione, teoricamente, dovrebbe avvenire nel dicembre del 2016, ma dopo questa denuncia rischia di rimanere in carcere per altri due anni.

Per conoscere meglio la storia del Pastore Farshid Fathi e agire per la sua liberazione, vi preghiamo di visitare questo sito: http://www.freefarshid.org/farshids-story

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Anche questa volta la condanna, netta e senza appello e arriva direttamente dal Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. Nel nuovo report rilasciato dal Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, lo stato dei diritti umani nella Repubblica Islamica viene delineato in tutta la sua drammaticità. In particolare, il report Onu denuncia l’altissimo numero di esecuzioni capitali (oltre 1000 dall’elezione di Rouhani a Presidente), e l’uso frequente della pena di morte per eliminare i dissidenti politici (il report descrive i casi del poeta Arzhang Davoodi, della povera Reyhaneh Jabbari e le possibili imminenti esecuzioni di tre prigionieri curdi, Hamed Ahmadi, Kamal Malaee, Jahangir Dehghani e Jamshed Dehghani). Una sezione a parte, quindi, è dedicata all’uso della pena di morte contro coloro che hanno commesso un reato da minorenni: almeno 160 prigionieri rientranti in questa categoria sono in attesa di finire sul patibolo, mentre 8 sono stati già ammazzati. Il Segretario Ban Ki Moon ha pubblicamente denunciato questa pratica come illegale, contraria alla Convenzione Internazionale per i Diritti Civili e Politici e alla Convenzione per i Diritti dei Bambini (di cui, per entrambi, l’Iran è volontariamente firmatario).

All’uso illegale della pena di morte, si aggiunge la repressione quotidiana degli attivisti per i diritti umani, in particolare coloro che collaborano con le Nazioni Unite. Il report ricorda gli arresti degli attivisti Saeed Shirzad e Mohammad Reza Pourshajari. Per entrambi, incredibilmente, la loro attività nella difesa dei diritti degli iraniani è considerata un pericolo alla sicurezza nazionale…

Anche per quanto concerne il capitolo dello status delle donne, la situazione è veramente pessima. Solamente il 16% delle donne è inserito minimamente nel sistema lavorativo della Repubblica Islamica, un dato che inserisce l’Iran al 137° posto (su 142), nella classifica del Global Gender Gap Index. Non solo: anche quando lavorano, denuncia l’Onu, le donne guadagnano quasi cinque volte meno degli uominiLa discriminazione delle donne, d’altronde, è parte stessa dei Codici iraniani: secondo il codice civile, articolo 1117, una moglie può essere privata del diritto di lavorare da suo marito, se quest’ultimo ritiene che questa occupazione danneggi la dignità della famiglia. Senza contare il fatto che, sempre secondo la legge, la vita della donna vale metà di quella dell’uomo e alle donne è vietato cantare da sole in pubblico. La Repubblica Islamica, quindi, permette il matrimonio delle “donne” dall’età di 13 anni e in determinati casi anche a 9 anni (praticamente una legalizzazione della pedofilia). Il report ricorda il caso di Razieh Ebrahimi, arrestata con l’accusa di aver ucciso suo marito quando aveva 17 anni. Razieh era stata data in sposa ad un uomo brutale e violento all’età di 14 anni, da cui era stata violentata e aveva partorito un figlio all’età di 15 anni. La povera donna ha ammesso di aver ucciso il marito durante il sonno perchè stanca di subire i continui abusi del marito.

Ancora per quanto riguarda le donne, quindi, Ban Ki Moon denuncia l’arresto di Ghocheh Ghavami, fermata per aver tentato di assistere ad una partita di pallavolo. Oggi, grazie alle pressioni internazionali, Ghocheh è stata rilasciata con la condizionale, ma non può ancora lasciare il Paese. Alle donne continua ad essere vietata la possibilità di assistere ad eventi sportivi in pubblico. Le azioni della polizia morale contro le donne che vestono male il velo continuano ad essere sempre più vessatorie. Non solo: alla polizia morale venno aggiunti i miliziani di Hezbollah Iran che, in nome del codice islamico, hanno attaccato oltre 300 donne con l’acido. solamente perchè vestivano male il velo.

Senza appello è anche la condanna contro l’Iran, per quanto concerne la libertà di parola e di assemblea. Ban Ki Moon denuncia l’arresto dei giovani che hanno girato il video Happy in Teheran, la pena di morte per Soheil Arabi – accusato di aver pubblicato un post offensivo contro il regime su Facebook – la detenzione del giornalista del Washington Post Jason Rezaian e quella dei leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi.

Una ultima sezione, infine, è dedicata alle minoranze religiose, in particolare agli abusi che la Repubblica Islamica commette contro i Baha’i – contro i quali la Guida Suprema Ali Khamenei ha emesso anche una specifica fatwa – contro i sunniti (oltre 150 di loro sono oggi in carcere per motivi religiosi) e contro i crisitiani, particolarmente contro coloro che lasciano l’Islam per abbracciare la fede Protestante (49 detenuti sinora, accusati di apostasia).

Vi invitiamo a leggere il report pubblicato dalle Nazioni Unite e a denunciare l’appeasement Occidentale verso il regime iraniano.

Qui il link per scaricare e diffondere il nuovo report delle Nazioni Unite sullo stato dei Diritti Umani in Iran:

http://www.iranhumanrights.org/wp-content/uploads/A_HRC_28_26_ENG.pdf

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Il 17 febbraio scorso gli uomini della Vevak, il servizio segreto iraniano, hanno compiuto un raid punitivo contro un gruppo di cristiani di Rasht. Sebbene le motivazioni ufficiali di questa azione restino ancora ignote, è possibile comunque provare delineare la situazione. Secondo quanto riportato dal sito Christian Solidarity Worldwide, gli agenti dell’intelligence sono entrati senza mandato all’interno della casa di Yasser Mosayebzadeh, Saheb Fadaie e Mehdi Reza Omidi, tre cristiani iraniani di Rasht. Durante il blitz, gli agenti hanno sequestrato computer, CD, Bibbie e libri di preghiera. I tre cristiani sono stati quindi caricati su una camionetta e portati negli uffici dell’intelligence per rispondere ad alcune domande.

Uno dei fermati, Mehdi Reza Omidi, era stato già arrestato con altri tre fedeli cristiani nell’ottobre del 2013. Per loro l’accusa, assurda, era di aver bevuto vino in occasione di una Comunione e di essere in possesso di una antenna parabolica per la TV. Tutti e quattro gli arrestati, in quella occasione, furono condannati ad 80 frustate. Secondo alcune ipotesi, questa ultima azione dell’intelligence, andrebbe ricondotta ai rapporti tra i tre cristini fermati e il Pastore Yousef Nadarkhani, arrestato per apostasia nel 2010 e condannato a morte. Fortunatamente, grazie alle pressioni internazionali, il Pastore Nadarkhani è stato rilasciato nel 2012.

La stessa pietà, purtroppo, non viene applicata dal regime iraniano verso le altre decine di cristiani attualmente nelle carceri dei Mullah. Tra loro, vogliamo ricordare il Pastore Behnam Irani, anche lui accusato di apostasia per essersi convertito dall’Islam al Cristianesimo e condannato a sei anni di carcere. Le condizioni di salute del Pastore Irani sono drammatiche ma, nonostante il parere positivo dei carcerieri, il giudice ha deciso di non autorizzare la libertà condizionata.

Poco dopo il criminale sgozzamento in Libia dei 21 cristiani copti da parte di Isis, la Guida Suprema Khamenei ha usato il suo account Twitter per condannare l’accaduto e sottolineare come nella Repubblica Islamica non avvengono persecuzioni di non Musulmani da parte di Musulmani. Come abbiamo già scritto, si tratta di una grande menzogna, considerando soprattutto che, l’abuso contro le minoranze etniche e religione (e di genere), è promosso dallo stesso regime al potere, terrorizzato da qualsiasi idea diversa da quella promossa dai Pasdaran e dai Mullah.

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Ormai siamo certo che a Teheran i Pasdaran vogliono vincere la gara di esecuzioni capitali. Solo così si spiega la terribile notizia che arriva dalla Repubblica Islamica: 21 prigionieri sono stati impiccati in sole 48 ore!!! Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa HRANA (Human Rights Activists News Agency), il regime iraniano ha mandato al patibolo tutti questi detenuti senza neanche dichiarare ufficialmente una sola esecuzione. Per la precisione, scrive la HRANA, le impiccagioni sono avvenute in tre carceri: Shiraz, Bam e Banda Abbas.

Presso Bandar Abbas sono stati ammazzati 9 prigionieri, ma solamente di sette sono stati individuati i nomi. Si tratta di Sajad Ghochany  di Tehran, Mohammad Gholami di Tabriz, Mohammad Kazem Yazdani Doboron di Mashhad, Alireza Razmi di Bushehr, Mehdi Shahdadi di Iranshahr, Mosa Nekoei Zadeh di Bandar Abbas e  Ghasem Moradi Zadeh di Yazd. Altri 9 detenuti sono stati impiccati nel carcere di Adel Abad presso Shiraz. Nessuno dei loro nomi, almeno per ora, è stato diffuso. Le altre 3 impiccagioni, come suddetto, sono avvenute presso la prigione centrale di Bam. Qui, sul patibolo sono finiti: Mohammad Hojat Abadi, Rasool Naderi e Hossein Mir Dost.

Continuamo a ritenere vergognoso il silenzio della Comunità Internazionale davanti a questi massacri. Particolarmente, restiamo delusi dal silenzio della diplomazia italiana, teoricamente in prima fila nella promozione della Moratoria Internazionale Contro la Pena di Morte. Considerando l’appeasement verso i Mullah, dobbiamo probabilmente ammettere l’enfasi sulla lotta alla pena capitale, posto dalle stesse Nazioni Unite, rappresenta ancora una volta uno slogan vuoto che non spaventa nessuno, men che meno il fascista regime iraniano.

Vogliamo ricordare infine che, dall’elezione di Rouhani a presidente, sono stati impiccati oltre 1000 prigionieri e che, solamente dall’inizio del 2015, sul patibolo sono finiti 127 detenuti…(dati Iran Human Rights Documentation Center).

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Se in Occidente si mettesse in carcere qualcuno per aver avuto contatti con le Nazioni Unite, probabilmente, l’opinione pubblica e la diplomazia ufficiale si rivolterebbero chiedendo a gran forza la liberazione del prigioniero. Purtroppo, questo non avviene con la Repubblica Islamica dell’Iran. Dall’ottobre scorso – data del rilascio dell’ultimo rapporto dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Iran – il regime iraniano ha inziato a perseguitare chiunque avesse avuto contatti il rapprsentante Onu Ahmad Shaheed.

Il primo caso che vi riportiamo è quello di Atena Daeimi, attivista per i diritti dei bambini e per i diritti civili. Arrestata nell’ottobre scorso e posta in isolamento, Atena è stata incolpata di aver avuto contatti con l’inviato Onu Shaheed. Per questo, la povera attivista è stata portata davanti al giudice con l’accusa di “propaganda contro lo Stato”. Dopo essere stata fermata, Atena Daeimi è stata trasferita nel carcere di Evin, ove sono detenuti la maggior parte dei prigionieri politici. Qui, come protesta contro il regime, Atena ha iniziato lo sciopero della fame. In queste ore, gli attivisti hanno reso noto che Atena è soggetta a dure pressioni da parte di un magistrato di nome Moghise. Secondo le informazioni che arrivato dall’Iran, infatti, questo agente del regime avrebbe minacciato di trasferire l’attivista iraniana nel terribile carcere di Gharchak, presso Veramin. Questo carcere, come denunciato numerose volte, è tristemente noto per l’assenza di servizi e lo stato pessimo delle condizioni igeniche.

Il secondo caso che vi riportiamo è quello sindacalista Behnam Ebrahimzadeh. Behnam non è stato arrestato di recente, ma si trovava già in carcere sin dal 2010, quando è stato arrestato dal regime per la sua attività di sindacalista e attivista per i diritti dell’infanzia. Accusato di essere parte dle MeK – una parte dell’opposizione iraniana in esilio – Behnam si trovava nel carcere di Evin quando è scoppiato il cosiddetto “Giovedi Nero”, ovvero l’assalto delle forze di sicurezza all’interno del braccio 350, quello dove sono rinchiusi i prigionieri politici (aprile, 2014). Per essersi difeso dai Pasdaran, Bahenam è stato trasferito nel braccio 209 della prigione di Evin e un nuovo caso giudiziario è stato aperto nei suoi confronti. Nel gennaio scorso, quindi, Behnam Ebrahimzadeh è stato condannato dal giudice Salavati a 9 anni e mezzo di carcere. Da notare che, tra le motivazioni della sentenza, c’è anche l’accusa di contatti con Ahmad Shaheed, l’inviato delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran. Il caso di Behnam, inoltre, è particolarmente triste, perchè si tratta di un padre disperato con un figlio malato di cancro.

E’ vergognoso che la Repubblica Islamica, parte delle Nazioni Unite, metta in carcere e perseguiti senza conseguenze internazionali coloro che hanno avuto contatti con un rappresentante dell’Onu. Un rappresentante ufficiale, accusato da Teheran di essere solo un agente al servizio della cospirazione. Per il mondo occidentale, che i diritti umani pretende di difendere e sostenere, dovrebbe però essere naturale opporsi a coloro che umiliano l’intera Comunità Internazionale. Purtroppo, ormai troppo stesso, questo dovere viene dimenticato…

L'attivista Behnam Ebrahimzadeh, con il figlio malato di cancro

L’attivista Behnam Ebrahimzadeh, con il figlio malato di cancro

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Ieri abbiamo denunciato la scelta di conferire il Premio Minevra – una onoreficenza in sostegno dei diritti delle donne – alla Vice Presidente iraniana Ebtakar. Abbiamo condannato la decisione della Guiria, evidenziando come la Sig.ra Ebtakar fosse non la rappresentante dei diritti che le donne iraniane meriterebbero, ma una delle sostenitrici di un regime corrotto, misogino e razzista. Oggi vi parliamo di Mohammad Javad Larijani, Segretario dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani del regime iraniano. Fratello del piu’ popolari Ali Larijani, speaker del Parlamento iraniano, Mohammad Javad appartiene ad una famiglia potentissima in Iran, legata direttamente ai Pasdaran e ai Mullah di Qom. Nella sua veste di Segretario dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani, Javad Larijani ha sostenuto, appoggiato e difeso tutte le repressioni messe in atto dal regime iraniano. Soprattutto, quella degli studenti dell’Universita’ di Teheran nel 1999 e quella dell’Onda Verde nel 2009. Per la cronaca, la repressione del 1999 fu approvata e sostenuta anche dall’attuale Presidente iraniano, Hassan Rouhani.

Javad Larijiani è arrivato in Italia per una visita di tre giorni, ospite dell’International Institute for Higher Studies in Criminal Sciences (ISISC) di Siracusa. Per la cronaca, il capo di questo istituto è l’avvocato egiziano Mahmoud Bassiouni, già sotto attenzione dell’FBI per un suo discorso favorevole ad organizzazioni terroriste palestinesi. L’avvocato Bassiouni ha portato in causa l’FBI per avere il file relativi al suo caso, ma ha sempre perso il processo…Prima di arrivare in Italia, Larijani ha affermato che è l’Occidente ad aver ucciso Reyhaneh Jabbari – la donna impiccata in Iran per essersi difesa dal suo violentatore – e che il mondo dovrebbe ringraziare la Repubblica Islamica per le oltre 1000 condanne a morte eseguite in questo ultimo anno

Nel primo giorno della Conferenza organizzata a Palermo – intitolata “Human Rights in the Criminal Justice System”  Larijani ha affermato che “le molte differenze tra Iran e Occidente sono state mal intepretate per mancanza di informazione sulla vera natura della Repubblica Islamica“. Il rappresentante iraniano ha auspicato, quindi, un approccio maggiormente realista, al fine di comprendere “qualità e le esperienze che hanno reso l’Iran la nazione piu’ forte e la democrazia piu’ avanzata della regione…” (fonte Mehr News). Orbene, a questo punto, vorremmo cercare di comprendere che cosa il mondo ha mal compreso della Repubblica Islamica. Soprattutto e cosa farebbe di questo regime fondamentalista la piu’ avanzata democrazia della regione…

Per quanto riguarda il tema dei diritti, infatti, quello che la Repubblica Islamica sostiene è scritto molto chiaramente nei suoi Codici. Come abbiamo piu’ volte ricordato, secondo la legislazione iraniana la donna è inferiore all’uomo, la vita e la testimonianza delle donne vale la metà di quella dell’uomo, le bambine sono costretta portare il velo sin dalle elementari e il matrimonio per loro è permesso sin dall’età di 13 anni…Senza contare che, nella Repubblica Islamica, la conversione dall’Islam ad un’altra fede è giudicata apostasia e punita con frustate e carcere e che gli omosessuali sono considerati dei malati da impiccare. I dati mostrati dall’ultimo report dell’Inviato Speciale ONU Ahmad Shaheed parlano molto chiaramente: oltre 50 cristiani, sono detenuti nelle carceri iraniane e con loro ci sono anche numerosi Baha’i – contro cui Khamenei ha emesso una vera e propria fatwa – Mussulmani Sunniti e altre minoranze etniche. Per quanto concerne la regione mediorientale, vorremmo sapere cosa l’Italia e l’Occidente hanno mal compreso di un regime che, attraverso i pretoriani Pasdaran e proxy come Hezbollah, ha finanziato negli ultimi 30 anni i peggiori attentati terroristi al mondo, grida nelle strade “Morte all’America” e che ha tenuto in vita il regime repressivo di Bashar al Assad.

Dal sito dell’ISISC apprendiamo che l’Istituto ha come partners italiani i Ministeri degli Esteri, della Giustizia e delle Pari Opportunità. Ora, sorge spontanea una domanda: cosa, di grazia, il Codice italiano ha da apprendere da una regime come l’Iran e da un personaggio come Javad Larijani?. Cosa l’Italia antifascista ha da imparare da un uomo che, nel 2010, giustificava la lapidazione in caso di adultario e nel maggio del 2013 giudicava, in una intervista TV (si veda il video sotto) l’omossesualità come una “brutta malattia”??? Ritenuamo che, a questa domanda, ci sia solo una risposta: la democrazia italiana, grazie a Buon Dio, non ha nulla da imparare da un regime corrotto, terrorista, fondamentalista, razzista e misogino!

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In questi giorni è giunta  in Italia la Vice Presidente dell’Iran, la velatissima Masoumeh Ebtekar. Come Khatami e Rouhani, anche la Ebtakar rappresenta la faccia “buona” del regime. Capace di parlare un inglese perfetto, la Ebtakar è arrivata per propagandare la visione dei Mullah, nel Paese che Teheran considera come “la porta verso l’Unione Europea”. La Vice Presidente della Repubblica Islamica, quindi, è atterrata a Roma per diffondere il verbo di Rouhani e Khamenei: un verbo pieno di termini buonisti quali pace, non violenza e diritti di autodeterminazione. Non solo: grazie all’appeasement Occidentale, la Ebtakar si è potuta permettere di fare anche la morale: ha perciò affermato l’illegalità delle sanzioni internazionali e ha ricordato il cosiddetto movimento WAVE – World against Violence and Extremism – lanciato da Rouhani davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite. La Ebtekar ha quindi trovato ottimo spazio per propagandare la sua visione davanti alle telecamere delle TV italiane (in primis Rai News 24), con interviste sui maggiori quotidiani italiani, ma soprattutto durante incontri uffciali con rappresentati istitutzionali italiani. Tra questi, appunto, la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini.

Vogliamo essere chiari: non siamo ingenui! Sappiamo che la Boldrini, come rappresentante del Parlamento, ha dei doveri istituzionali, tra questi sicuramente anche quelli di incontrare personalità di Paesi non democratici, con cui l’Italia mantinene relazioni bilaterali. Il problema di fondo, però, è il contenuto dei colloqui che si svolgono tra le due parti: dai rappresentanti democratici, infatti, ci aspettiamo che vengano condannate duramente le problematiche causate da Stati promotori del terrorismo, responsabili di abusi dei diritti umani e sostenitori di legislazioni perverse. Al di là dell’ottimo inglese e delle belle parole, infatti, la Ebtekar rappresenta un regime fondamentalista che, in solo un anno di Presidenza Rouhani, ha impiccato oltre 1000 prigionieri.

Alla Presidente Boldrini, quindi, vogliamo ricordare che la conoscenza della lingua inglese, non è servita alla Ebtekar per promuovere relazioni cordiali con la Comunità Internazionale, ma per farsi portavoce di quegli studenti fanatici che, nel 1979, occuparono l’Ambasciata americana a Teheran, tenendo in ostaggio 52 dipendenti statunitensi sino al 1981. Non solo: dalla Boldrini, esperta di questioni internazionali e di migrazioni, ci sarammo aspettati qualche parola dura sul ruolo eversivo dell’Iran nella regione Mediorientale. Se oggi esistono milioni di profughi siriani, infatti, è perchè l’Iran ha schierato – dal primo giorno della rivolta – i suoi Pasdaran a difesa del regime assassino di Bashar al Assad. Ben prima che si creasse il fenomeno Isis, quindi, l’Iran contribuiva già a massacrare i civili siriani, colpevoli di ribellarsi all’alleato strategico dei Mullah. Dalla Presidente Boldrini, rappresentante di Sel, ci saremmo aspettati qualche parola contro le condanne a morte degli omosessuali iraniani – considerati alla stregua di malati e impiccati senza alcuna pietà – ed in favore della immediata liberazione delle centinaia di detenuti, rinchiusi nelle carceri iraniane solo per motivi politici e di coscienza (tra questi 50 cristiani!).

Tutto questo non è stato detto in maniera forte e adeguata. Al contrario, la Boldrini ha elogiato l’Iran come fenomeno di stabilità regionale, attore chiave nella lotta contro l’estremismo e il fondamentalismo (fonte IRNA). Nessuna vera e forte condanna è stata espressa nei confronti di Teheran per quell’abuso dei diritti umani condannato in primis dall’inviato speciale ONU Ahmad Shaheed;  nessuna condanna per un regime che si riempie la bocca di parole come “anti-imperialismo”, ma interferisce quotidianamente nella vita di buona parte degli Stati del Mediriente; nessuna condanna per gli oltre 50 cristiani detenuti nelle carceri iraniane; nessuna condanna per quel regime che davanti all’ONU lancia il Movimento WAVE, ma tiene in vita dittatori Assad,  mantiene organizzazioni terroriste come Hezbollah, Hamas e la Jihad Islamica e promuove politiche settarie, prime responsabili della crescita di Isis in Iraq!

Alla Presidente Boldrini, quindi, vogliamo ricordare che la Ebtakar non rappresenta le donne iraniane! Quelle donne che, faticosamente, lottano quotidianamente per affermare la loro personalità, sotto un regime che considera la loro vità “metà di quella dell’uomo”, che impone il velo dai primi anni della scuola elementare, che autorizza i genitori a far sposare la figlia sin dall’età di 13 anni, che impedisce alle donne di assistere ad eventi sportivi in pubblico e che brucia con l’acido le ragazze che malvestono il velo!

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