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Saad Hariri e’ un uomo di tatticismi. Lo e’ da quando, erede del defunto padre Rafiq e’ saltato in aria nel 2005, dilaniato dall’esplosivo piazzatogli da agenti deviati dell’intelligence libanese, su ordine di Damasco e Teheran.

Nonostante la morte del padre, Hariri ha governato il Libano accettando di scendere a patti con Hezbollah, ovvero con l’emblema di coloro che – pur vivendo nel Paese dei Cedri – rappresentano uno Stato nello Stato al servizio degli agenti esterni che hanno ucciso Rafiq Hariri.

Non e’ la prima volta che Hariri si dimette da Primo Ministro libanese. Era già accaduto nel 2011 e anche in quella occasione Hariri attacco’ Hezbollah, accusandolo di sabotare il suo Governo. Allora, pero’, Saad Hariri non punto’ l’indice contro Teheran duramente, ne tanto meno annuncio’ le sue dimissioni dall’Arabia Saudita.

Quanto sta accadendo in questo momento e’ diverso. E’ diverso perché, come suddetto, Hariri ha detto basta da Riad e ha non solo attaccato Hezbollah, ma soprattutto il regime iraniano. Il Presidente libanese Aoun, vicino ad Hezbollah, ha rifiutato le sue dimissioni invitandolo a ritornare in patria, ma Hariri ha continuato il suo viaggio nel Golfo, raggiungendo gli Emirati Arabi Uniti, altro alleato di Riad.

Le dimissioni di Saad Hariri sono parte di una vera e propria dichiarazione di guerra dell’Arabia Saudita contro il regime iraniano. Non e’ dato sapere se questa guerra verrà combattuta tra i due contenenti del Golfo direttamente, ma sicuramente ci saranno delle importanti ripecussioni, in primis in Libano, ma non solo. In Libano, ovviamente, i rischi sono molteplici: non solo lo scontro tra Hezbollah e le fazioni anti iraniane, ma anche il possibile nuovo scontro (in questo caso militare), tra il Partito di Dio e Israele.

Ieri pero’, a Riad e’ arrivato a sorpresa anche Abu Mazen, Presidente dell’ANP e da poco in accordo con Hamas per un nuovo Governo di unita’ nazionale. Lo stesso Hamas che, appena qualche giorno addietro, ha inviato una delegazione in Iran, promettendo a Teheran di restare un alleato fedele. Dulcis in fundo, appena qualche giorno prima di visitare l’Iran, a Riad era arrivato il Premier iracheno al-Abadi, sciita, ma alla ricerca disperata di appigli esterni per non diventare un altro puppet del regime iraniano.

A fare da cornice a questi giochi di potere regionali, c’e’ la nuova politica dell’Amministrazione Trump verso il regime iraniano e soprattutto verso il Pasdaran, ormai sulla via di essere dichiarati una organizzazione terroristica tout court. Una mossa che segue la decisione del Congresso americano del 2015, che ha portato all’inserimento di 100 personalità e enti legati ad Hezbollah, nella lista delle sanzioni.

Concludendo, quanto accaduto con Saad Hariri non e’ puro tatticismo, me a’ parte di un gioco più grande, che vede l’Arabia Saudita intenzionata a fermare ad ogni costo l’avanzata dell’Iran nella regione Mediorientale, considerata una minaccia alla sopravvivenza stessa del regime wahabita. Per queste ragioni, l’Europa deve stare molto attenta a giocare tutte le sue carte investendo sul regime iraniano.

La bonarietà dell’ex Presidente americano Obama, l’accordo nucleare, la crisi siriana e quella irachena (e quella in Yemen), avranno anche costruito per l’Iran una autostrada per amplificare il suo potere regionale. La cosa pero’ e’ andata troppo oltre e tanti attori, tra loro assai diversi, convergono su un solo punto: quell’autostrada va distrutta, ad ogni costo…

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Il ruolo dell’Iran nel contesto palestinese e’ assai noto. E’ noto il supporto di Teheran ad Hamas e alla Jihad Islamica ed e’ noto anche l’avvicinamento tra la Repubblica Islamica e il partito di Abu Mazen, al Fatah. Cosi come, anche se sfugge ai più, e’ noto il ruolo del jihadismo palestinese nella crisi siriana, talvolta a supporto del regime di Bashar al Assad (al Fatah e Fronte Popolare) e talvolta a sostegno dei ribelli jihadisti sunniti, coloro che materialmente hanno rovinato la credibilità dell’opposizione siriana (Hamas).

Negli ultimi mesi, prima dello scoppio della nuova crisi tra israeliani e palestinesi, avevamo riportato il nuovo avvicinamento tra il Presidente dell’ANP Abu Mazen e l’Iran. Un riavvicinamento sia indiretto – Abu Mazen ha riaperto l’ufficio di Fatah a Damasco – sia diretto, attraverso rappresentanti palestinesi in Iran e il tentativo di organizzare un viaggio dello stesso Abbas a Teheran (No Pasdaran). Ovviamente, lo scoppio della nuova crisi in Medioriente, ha dato al regime iraniano una nuova grande opportunità. L’occasione per divergere l’attenzione internazionale verso il “nemico sionista” e per “sequestrare” ancora una volta la causa palestinese. 

Pochi giorni dopo lo scoppio di quella che i media definiscono l’ “Intifada dei Coltelli” – in realtà una nuova jihad palestinese, la cui deriva drammatica e’ già segnata – a Teheran e’ stata organizzata una conferenza tra i rappresentanti di Hamas e della Jihad Islamica in Iran (Khaled Ghadoumi e Nasser Abu Shairf) e Hossein Sheikholeslam, ex Ambasciatore iraniano a Damasco e attualmente Segretario della Commissione per il Supporto all’Intifada (Good Morning Iran).

In questi giorni, quindi, e’ arrivata una conferma diretta del coinvolgimento iraniano nella jihad palestinese. Questa conferma ha un nome e un cognome: Ahmad al-Sarhi. Ahmad e’ stato ucciso dall’esercito israeliano il 20 Ottobre scorso, presso Al Bureij, nella Striscia di Gaza (Ynet). Chi era Ahmad al-Sarhi? In tre parole: un uomo dell’Iran. Gia’, perche’ Ahmad era un comandante del Movimento al-Sabreen, un gruppo armato creato dai Pasdaran, dopo le diatribe con Hamas sorte in seguito allo scoppio della guerra siriana. Al Sabreen, per la cronaca, e’ guidato da un ex membro della Jihad Islamica Palestinese, tale Hisham Salem (al Monitor), e ha uno stemma praticamente identico a quello delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (The Washington Institute). Tra le altre cose, come riporta Khaled Abu Toameh, anche Hisham Salem e’ rimasto vittima degli accoltellamenti: colpito da ignoti assalitori si trova oggi in gravi condizioni in ospedale (Twitter). Ad ogni modo – dopo il tentativo di ristabilimento di buone relazioni tra Hamas e l’Iran – Hamas ha concesso al movimento al-Sabreen di operare a Gaza, con l’obiettivo di creare un contatto con Hezbollah in Libano (The Algemeiner).

Il coinvolgimento del regime iraniano nella jihad palestinese, deve preoccupare l’intera Comunità Internazionale. Se l’ottica e’ quella della fine della violenza e del ristabilimento dei negoziati tra le parti, permettere a Teheran di soffiare sul fuoco, agirà esattamente in senso contrario. Un ‘soffio’ mortale che, senza dubbio, va bloccato prima dello sblocco dei fondi iraniani sequestrati per mezzo delle sanzioni. Parte di questi soldi, come noto, verra’ girata da Rouhani ai Pasdaran, per continuare a finanziare la jihad persiano-sciita nel mondo.

Alcune foto del terrorista palestinese Ahmad al-Sarhi (Fonte: al Watan Voice)

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L’ultima notizia in ordine di tempo e’ l’arresto in Egitto di quattro esponenti di Hamas, comandanti dell’ala navale del gruppo terrorista, mentre tentavano di raggiungere Teheran con un volo dal Cairo. Ovviamente, il viaggio nella Repubblica Islamica non era finalizzato ad una “vacanza di piacere”, ma a scopi militari. I quattro, infatti, avrebbero dovuto ricevere un addestramento militare da parte dei Pasdaran, per poter compiere attentati in Israele (Arutz Sheva). L’arresto dei quattro esponenti di Hamas, pero’, e’ solo l’ultima di una serie di notizie a raffica che coinvolge il rapporto tra la galassia palestinese e l’Iran. Sempre per quanto concerne Hamas, infatti, solamente la scorsa settimana il servizio segreto interno di Gerusalemme – lo Shin Beth – aveva rivelato i dettagli dell’arresto di Ibrahim Adel Shehadeh Shaer, responsabile della costruzione di alcuni tunnel tra Gaza e il confine con Israele. Durante l’interrogatorio, Ibrahim Shaer aveva ammesso che l’Iran (nonostante la questione siriana) ha inviato nella Striscia di Gaza soldi, armi ed equipaggiamento elettronico, per organizzare attentati. Non solo: Teheran ha anche addestrato diversi terroristi di Hamas per azioni di infiltrazione all’interno di Israele (Ynet). Tutto questo, nello stesso momento in cui – sui media – viene riportata la crisi dei rapporti politici tra Hamas e l’Iran, derivata dal riavvicinamento tra il movimento terrorista palestinese e l’Arabia Saudita (Huffington Post Arabi).

La vera novità pero’ e’ il corteggiamento che Fatah – il partito di Abu Mazen – sta facendo in queste settimane all’Iran. Dopo la firma dell’Iran Deal, infatti, Abu Mazen ha sguinzagliato i suoi fedelissimi, per riuscire a raccogliere qualche spicciolo dal regime iraniano. Ecco allora che e’ sceso in campo un tale Ahmed Majdalani, membro dell’esecutivo dell’OLP, che ha immediatamente consegnato una lettera di congratulazioni a Rouhani, firmata dal Presidente dell’ANP (Before it’s News). Non solo: poco dopo la consegna della lettera, si e’ iniziato a parlare di un viaggio di Abu Mazen nella Repubblica Islamica e della nomina di un ambasciatore iraniano nei Territori Palestinesi (Fars News). Non e’ dato sapere, ad oggi, se il viaggio di Abu Mazen in Iran avverrà veramente. Per un verso, infatti, i palestinesi hanno già inviato a Teheran Abbas Zaki proprio per organizzare la visita (PMW); per un altro verso, pero’, dall’Iran arrivano reazioni negative all’arrivo del Presidente dell’ANP. Hussein SheikhoIeslam, consigliere dello speaker del Parlamento Larijani, ha dichiarato Abbas “persona non grata in Iran”, rimarcando la volontà della Repubblica Islamica di voler ristabilire le relazioni con Hamas, a dispetto delle differenze sulla Siria (Times of Israel).

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A dispetto della trombata ricevuta, Abu Mazen e il suo movimento, continuano ad avvicinarsi al cosiddetto “asse della resistenza”: a riprova di quanto affermato, va riportata la notizia della riapertura dell’ufficio di Fatah a Damasco, dopo ben 33 anni di assenza. La riapertura, decisa proprio nel periodo in cui la Siria e’ occupata dal regime iraniano, e’ un dettaglio di assoluta importanza (Middle East Monitor). Infine, sempre per quanto riguarda il partito di Abbas, riportiamo un video trasmesso da Al Alam, canale in arabo del regime iraniano. Nel video, girato a Gaza, un comandante dell’ala militare di Fatah – le Brigate dei Martiri di al Aqsa – prega il regime iraniano di dar loro soldi per costruire altri tunnel per compiere attentanti contro Israele (PMW).

Comunque vada a finire la strategia di Abu Mazen e comunque la si pensi sul conflitto, la deriva filo-Teheran della galassia palestinese, dovrebbe preoccupare tutta la diplomazia internazionale. In un Medioriente ormai privo di una guida forte e sempre più in balia delle alleanze di convenienza (spesso economiche), un nuovo prepotente ingresso del regime iraniano nel conflitto israelo – palestinese, avrà come solamente una drammatica conseguenza: aumento della violenza e delle sofferenze. 

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Lo denuncia BBC e lo dicono i fatti: mentre l’Occidente parla con Rouhani e Zarif, la politica estera dell’Iran è sempre di piu’ nelle mani dei Pasdaran. Forse non si tratta di una novità, ma è certo che le Guardie Rivoluzionarie stanno militarizzando l’intera attività esterna del regime islamico. Quanto appena affermato, è dimostrato dai recenti accadimenti nell’area del  Golan siriano. Qui, il 18 gennaio scorso, sono stati uccisi sei terroristi di Hezbollah – tra cui Jihad Mughiniyah – e un alto Generale della Forza Qods iraniana, Mohammed Ali Allahdadi. A questo punto, però, la domanda è: ma cosa ci faceva un generale iraniano nel Golan siriano? Considerando che, dal 2011 ad oggi, l’Iran controlla praticamente il regime di Assad, sicuramente la presenza dei Pasdaran in Siria non stupisce. Tuttavia, bisogna considerare che l’area del Golan siriano, per le forze sciite, è divenuta recentemente molto pericosa, soprattutto perchè controllata in buona parte dalle forze ribelli. Allora: come mai l’Iran ha deciso di rischiare un alto ufficiale in una zona altamente a rischio? Secondo alcune fonti di intelligence, il Generale Allahdadi svolgeva un compito specifico.

Il Golan come nuovo fronte strategico

Non solo Teheran ha salvato il regime di Bashar al Assad con armi e finanziamenti, ma ha anche creato un nuovo corpo pretoriano, improntato sul modello delle milizie Basij. Ordinando ad Hezbollah ad entrare nel conflitto siriano, quindi, l’Iran ha determinato lo scoppio di un vero e proprio conflitto settario all’interno dell’Islam. Una guerra ormai senza confine tra il khomeinismo e il salafismo piu’ radicale (Isis, al Nusra). La recente uccisione del terrorista libanese Jihad Mughniyah e del generale iraniano Mohammed Ali Allahdadi, ha dimostrato come – a dispetto delle parole di dialogo e pace predicate da Rouhani e Zarif nel mondo – i centri di potere in Iran stanno attivamente lavorando per ampliare la profondità strategica della Repubblica Islamica. Secondo le informazioni provenienti dalla stampa araba, infatti, l’obiettivo dell’asse sciita nel Golan era quello di aprire un nuovo fronte di guerra nel sud della Siria. Come dimostrato dai ribelli in occasione della cattura dell’area di Tel al Harrah e come confermato dai mediala missione affidata al Generale Allahdadi  era quella di costruire una base missilistica nel Golan, con lo scopo di provocare un conflitto con Israele, senza tuttavia coinvolgere il Libano. A tal fine, secondo quanto scritto dal quotidiano arabo Al Hamdan, Hezbollah e i Pasdaran avevano da tempo costruito nella zona delle basi militari. Tra queste il quotidiano nomina: la base regionale di Tel Al-Sha’er (nell’area di Ayouba), la base della Divisione 90 (nell’area di al Koum) e la base di Tel al Ammar (area di Al-Nouriyya).

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L’Iran produce i missili direttamente in Siria 

Con lo scoppio della guerra settaria in Iraq, per l’Iran si è fatto sempre piu’ difficile rifornire di armamenti il regime siriano. Per questo, al fine di raggiungere i suoi obiettivi, il regime iraniano ha deciso di usare il territorio della Siria per costruire in loco i missili. Una conferma è stata data direttamente da un alto comandante iraniano lo scorso anno. Parlando all’agenzia Fars News, il Generale Amir Ali Hajizadeh, alto comandante Pasdaran, ha publicamente ammesso che Teheran ha costruito sul suolo siriano un’industria per la produzione dei missili. Ricordiamo che, sino a pochi mesi fa, la via preferita usata dal regime iraniano per inviare armamenti in Siria era quella aerea. In particolare, il Governo iracheno di al Maliki ha lasciato i suoi aeroporti a disposizione dei Pasdaran che, violando ogni normativa internazionale, hanno usato gli veicoli civili a questo scopo.

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Il fronte del Golan si unisce a quello palestinese. Hamas si inchina, Abu Mazen presto in Iran?

In questa nuova guerra, nonostante la recente “crisi diplomatica”, Hezbollah e l’Iran avrebbero ricevuto l’aiuto Hamas. Il movimento islamico palestinese, infatti, ha completamente dimenticato i profughi palestinesi in Siria, lasciati senza acqua dal regime di Bashar al Assad. In cambio dei soldi, quindi, i salafiti di Gaza hanno deciso di abbandonare la Jihad contro Assad, per mantenere il controllo nella Striscia. Una decisione derivata soprattutto dalla fine dell’esperienza Morsi in Egitto e dall’arrivo al potere di al Sisi, giurato nemico della Fratellanza Islamica.

Secondo i piani del Generale iraniano Ali Hajizadeh, l’mpianto di costruzione dei missili in Siria, sarebbe stato a disposizione dei proxy iraniani in Libano e nei Territori palestinesi. Non bisogna dimenticare che, negli ultimi mesi, la Guida Suprema Ali Khamenei ha pubblicamente affermato che Teheran intende armare non solo Gaza, ma anche tutta la Cisgiordania. In tal senso, è importante sapere che in questi giorni, Azzam al Ahmad, membro del Comitato Centrale di Fatah, ha rilsciato una intervista al quotidiano iraniano Ettelaat: dopo aver elogiato il regime dei Mullah, al Ahmad ha dichiarato che il Presidente Palestinese Abu Mazen è pronto a visitare l’Iran ed attende unicamente un invito ufficiale.

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Conclusione: fermare la “Jihad Sciita” per evitare l’esplosione di tutto il Medioriente 

La Siria è solo la punta, probabilmente piu’ importante, di una vera e propria Jihad sciita. Una Jihad basata sulla versione Khomeinista dello sciismo, attualmente in atto in buona parte del Medioriente e del Golfo. Nell’area del Golfo, proprio allo scopo di minacciare l’Arabia Saudita, la Repubblica Islamica ha forzato la minoranza Huthi a rompere il patto con il Governo centrale di Sanaa, provocando lo scoppio di una nuova guerra civile. Purtroppo, l’Occidente ha deciso di combattere la guerra ad Isis, alleandosi indirettamente con l’Iran. Accettando passivamente il fatto che gli iraniani fossero già presenti in Siria e Iraq, l’Occidente ha scelto la via piu’ facile per avviare quella guerra ad Isis via terra che, per via delle opinioni pubbliche interne, non è possibile combattere pubblicamente. Tuttavia, questa strategia rischia di rivelarsi una mera tattica e di provocare effetti disastrosi. Proprio l’azione iraniana in Siria e Iraq ha determinato la scelta di numerse tribu’ sunnite di accettare il potere del terrorista salafita al Baghdadi. La sola via per sconfiggere Isis, quindi, passa proprio dalla fine dell’influenza iraniana nella regione mediorientale e dal ritorno alla politica di quelle forze sunnite escluse per troppi errori di miopia. Serve, infine, non dimenticare il pericolo del programma missilistico iraniano, da tempo condannato dalle Nazioni Unite, a cui la Repubblica Islamica non intende rinunciare. Firmare un accordo nucleare con Teheran, dimenticando il pericolo dei vettori balistici, costituirebbe davvero un precendente pericoloso.

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Da anni il regime siriano, insieme ovviamente a quello iraniano, si vanta di rappresentare e sostenere la causa palestinese, usando i profughi presenti nei campi di Yarmouk e Deraa come “bandirerine” da esporre davanti al mondo. Dall’inizio della terribile guerra siriana, Damasco non ha fatto altro che emettere comunicati vantandosi del sostegno umanitario costante ai due campi profughi palestinesi. Ovviamente si è sempre trattato di mera propaganda, ma oggi ne abbiamo una durissima controprova.

Un report pubblicato dalla Lega Palestinese per i Diritti Umani, denuncia come il regime di Bashar al Assad – tenuto in vita solamente grazie ai finanziamenti iraniani – stia attuando una criminale politica di assetamento dei campi profughi palestinesi. Grazie al sostegno del gruppo terrorista palestine Fronte Popolare di Liberazione della Palestina – Comando Generale (FPLP – CG) – e attraverso massicci attacchi aerei, Assad ha causato una vera e propria catastrofe umanitaria. Degli oltre 200.000 abitanti presenti sino al 2011 a Yarmouk, sono rimaste meno di 30.000 persone. Dall’8 settembre del 2013, quindi, il regime siriano ha iniziato a bloccare gli approvvigionamenti di acqua, lasciando oltre 10.000 famiglie alla ricerca di acqua per bere, cucinare e lavarsi. Una ricerca disperata che costringe donne e bambini a rischiare di venir uccisi dai cecchini di Assad.

Stessa situazione catastrofica nel campo profughi di Deraa: qui, l’acqua potabile è stata tagliata per otto mesi dall’aprile del 2014 e i primi pozzi potabili di acqua sono distanti almeno 10 chilometri dal campo. Le aree dove è presente l’acqua sono nelle mani delle forze di opposizione che, da parte loro, rifiutano di entrare nel campo profughi per il rischio di scontri con le forze del regime.

Tutto ciò avviene, come suddetto, con la complicità diretta del regime iraniano, il primo finanziatore economico e sostenitore militare del regime di Bashar al Assad. Solamente in questi giorni, un’altra delegazione iranianaguidata dall’ex Ministro del Petrolio il Pasdaran Rustam Qassemiha incontrato il Presidente siriano, promettendo nuovi aiuti economici al dittatore. Tutto questo, però, avviene anche con il completo silenzio dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e la stessa Autorità Palestinese (ANP). Peggio, di recente il Presidente Palestinese Abu Mazen ha mandato una lettera di congratulazioni per la rielezione farsa proprio a Bashar al Assad. Infine, questo crimine sta avvenendo con la complicità dell’organizzazione dell’Onu UNRWA, la cui presenza a Yarmouk e Deraa è praticamente nulla.

Ancora una volta, la Repubblica Islamica dell’Iran – e i suoi alleati – rivelano la loro unica e vera natura: quella di criminali assassini!

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Il nostro, chiaramente, è un titolo provocativo. Una provocazione che, però, intende denunciare alcune scelte di politica estera dell’Italia che, purtroppo, non sembrano avere un obiettivo strategico di lungo periodo. Nell’incontro di ieri tra il Ministro degli Esteri Mogherini e il suo omologo iraniano Zarif, infatti, le due parti hanno convenuto sulla necessità di “lavorare ad un nuovo equilibrio regionale”. In poche parole, la responsabile della Farnesina – e neo Mrs. Pesc – ha affermato di voler costruire le basi di un nuovo Medioriente in accordo con il regime iraniano. A questo punto, è possibile porsi tre domande:

1- Cosa significa moralmente costruire un nuovo Medioriente in accordo con la Repubblica Islamica?

2- Cosa significa strategicamente costruire un nuovo Medioriente in alleanza con Teheran?

3 Può bastare la minaccia di Isis per creare una partnership speciale con la Repubblica Islamica? Se si, avrà successo questa strategia per fermare gli islamisti?

Vediamo di rispondere punto per punto, in maniera breve, ma efficare. Prima domanda: Cosa significa moralmente costruire un nuovo Medioriente in accordo con la Repubblica Islamica? Beh su questo punto, considerati anche le centiana di articoli scritti in questi anni, potremmo davvero pubblicare un libro. Il regime iraniano è probabilmente il campione dell’abuso dei diritti umani. Tralasciando il periodo precedente all’avvento al potere di Rouhani, quindi considerando solo l’ultimo anno, la Repubblica Islamica si è distinta per aver messo a morte, incarcato e torturato, un numero impressionante di esseri umani. Lo vogliamo ricordare, Teheran in soli 12 mesi ha impiccato oltre 800 prigionieri. Per un Paese come l’Italia, promotore di una moratoria internazionale contro la pena di morte, appare davvero paradossale stringere una allenza speciale con chi la pena di morte la usa quotidianamente. Alle esecuzioni capitali, inoltre, vanno sommati gli arresti dei giornalisti, la promozione della segregazione di genere e il finanziamento del terrorismo a livello internazionale. Insomma, per farla breve, creare un nuovo Medioriente con l’Iran, certamente, dovrebbe porre dei problemi morali abbastanza importanti. Certo: Isis è una organizzazione senza alcun valore morale, ma la Repubblica Islamica – o almeno gli uomini oggi al potere – spesso non sono da meno…Tutto ciò senza contare gli effetti sul popolo iraniano. Proprio mentre i giovani iraniani cercano una via per trovare la loro libertà, rafforzare l’establishment al potere a Teheran, non farà che chiudere concretamente gli spazi dei giovani iraniani, soprattutto quelli delle minoranze religiose (in primis i cristiani incarcerati in Iran) e delle donne.

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Seconda domanda: Cosa significa strategicamente costruire un nuovo Medioriente in alleanza con Teheran? Qui si apre un capitolo semplice da spiegare, ma difficile da accettare. Si sta facendo largo l’idea – spesso sostenuta anche Oltre Atlantico, che l’Iran possa rappresentare una soluzione per la stabilizzazione del Medioriente. Orbene, una cosa indubbiamente è certa: l’Iran è un grande Paese della regione mediorientale e, teoricamente, nessun Medioriente stabile sarebbe possibile senza il sostegno dell’Iran. Questo, come detto, purtroppo solo teoricamente. Dal 1979 in poi, sebbene come sostengono i lobbisti pro Iran Teheran non ha mai iniziato una guerra, la Repubblica Islamica si è caratterizzata per essere un soggetto di instabilità regionale. Finanziando il terrorismo internazionale, creando realtà come Hezbollah, mantenendo in vita il regime di Assad e – nel post Saddam Hussein – influenzando la politica settaria dell’ex Premier iracheno al Maliki, l’Iran ha promosso le crisi che oggi attraversano il Medioriente. Al contario del live motive che viene oggi decantato dalla diplomazia internazionale, attraverso i Pasdaran, i Mullah hanno sostenuto una politica aggressiva di esportazione della rivoluzione khomeinista che, come effetto ultimo, ha avuto lo scoppio di una vera e propria guerra intestina dentro l’Islam, tra Sunniti e Sciiti. Pensare di capire il fenomeno Isis, senza comprendere l’evoluzione della guerra civile siriana e l’intervento di Teheran per salvare Bashar al Assad, significa non aver capito nulla dell’attuale crisi mediorientale. Su questo punto, inoltre, è possibile sollevare alcune questioni non legate ad Isis, ma ad altri temi regionali in cui l’Iran è coinvolto: come è possibile pensare ad un rafforzamento dell’esercito libanese senza disarmare Hezbollah, argomento sul quale Teheran è contrario? Come conciliare i propositi di pace che l’Italia promuove tra israeliani e palestinesi, pensando di coinvolgere l’Iran negazionista e finanziatore di Hamas e della Jihad Islamica nel “nuovo Medioriente”? Ricordiamo che, proprio in questi giorni, il “moderato Rouhani” ha promesso di liberare la Moschea di al Aqsa…

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Terza e ultima domanda: Può bastare la minaccia di Isis per creare una partnership speciale con la Repubblica Islamica? Se si, avrà successo questa strategia per fermare gli islamisti? Riprendendo quanto suddetto, Isis è un fenomeno impazzito di reazione del sunnismo alla minaccia iraniana. La forza di Isis è derivata principalmente da due fattori: 1- la guerra civile siriana e l’intervento iraniano; 2- la politica settaria pro Sciita dell’ex Primo Ministro iracheno al Maliki. Purtroppo per Doha, Teheran e Damasco, che di Isis hanno fatto uso in chiave anti opposizione moderata siriana, i jihadisti islamici sunniti sono sfuggiti di mano a tutti. Le scelte di al Maliki, influenzate direttamente dall’Iran, hanno quindi incoraggiato molte tribu’ sunnite irachene a sposare la causa dell’Isis, pur non condividendone la radicalità religiosa. Un gioco di potere sporco, in cui la Repubblica Islamica non ha meriti, ma responsabilità. Pensare di sconfiggere Isis con una alleanza speciale con l’Iran, purtroppo, rischia seriamente di rivelarsi una strategia perdente. Basti vedere, di recente, la reazione dell’Arabia Saudita all’influenza dell’Iran in Sudan. Riyadh ha costretto Khartum a chiudere tutti gli istituti culturali iraniani nel Paese, per il timore della diffusione dello sciismo. Chiaramente, la situazione irachena è diversa, anche per la presenza nel Paese di una forte componente sciita. Pensare di riportare nella giusta casa le tribù sunnite unitesi a Isis, promuovendo nel contempo la presenza iraniana a Baghdad, rischia di avere un effetto dirompente sulla stessa unità nazionale dell’Iraq. Una volta sconfitto Isis, infatti, nessun Paese sunnita permetterà che Teheran comandi nella capitale irachena. Senza contare, infine che, proprio dall’Iraq, sono arrivati la maggior parte dei jihadisti sciiti che stanno combattendo oggi al fianco di Bashar al Assad.

Concludendo: quella a cui assistiamo oggi, non solo in Italia, sembra essere la disperata strategia di un Occidente senza una visione complessiva dei problemi. Una confusione in cui Teheran, offrendo anche incentivi economici, intende inflarsi per ottenere il massimo profitto. Come, però, già successo dopo lo scoppio delle Primavere Arabe – quando la Repubblica Islamica tentò di farsi portavoce delle piazze sunnite – il rischio concreto è quello di assistere e promuovere un nuovo fallimento. Un rischio che, si badi bene, potrebbe avere conseguenze ben piu’ gravi e longeve della drammatica minaccia del Califfato di al Baghdadi.

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Nel video che vi proproniamo in basso, appena tradotto dall’Istituto americano Memri, il rappresentante iraniano Amir Mousavi annuncia che l’Iran invierà missili nella West Bank, allo scopo di aprire una altro fronte nel conflitto tra israeliani e palestinesi. Secondo Amir Mousavi, inoltre, nella West Bank non serviranno missili a lungo raggio, perchè la distanza tra le città palestinesi e quelle israeliane e geograficamente minore. Ci auguriamo che, video come questo, rendano chiaro a tutti come Teheran non può essere un partner per la pace in nessun conflitto regionale!