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Secondo un accordo firmato, separatamente, con la Germania e con l’Italia, il regime iraniano avrebbe dovuto inviare a Berlino e Roma oltre quaranta opere d’arte di artisti Occidentali e iraniani, attualmente esposte al Museo di Arte Contemporanea di Teheran. Le opere, secondo quanto previsto dagli accordi, avrebbero dovuto essere esposte alla Galleria Nazionale di Berlino e al MAXXI di Roma, tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 (Tehran Times).

Improvvisamente, però, secondo quanto dichiarato dal Ministro della Cultura iraniano Reza Salehi-Amiri, Teheran ha deciso di sospendere l’invio delle opere d’arte e di avviare una speciale inchiesta. Perchè? Semplice: per il rischio di non rivedere più le opere inviate. Questo, per due motivi, il primo legale, il secondo vergnosamente offensivo per Germania e Italia.

La questione legale è semplice: le opere non sono del regime iraniano, ma sono state rubate dalle case private della famiglia Pahlavi, dopo la deposizione dello Shah nel 1979. Ergo, una volta uscite dall’Iran, possono essere bloccate dagli eredi Pahlavi, con una semplice causa in Tribunale. La seconda motivazione, ha dell’incredibile: qualcuno a Teheran ritiene che ci sia il rischio che Roma e Berlino facciano una copia delle opere, e decidano di tenere gli originali e rimandare in Iran i falsi. Un insulto vero e proprio!.

Davanti a simili offese, sarebbe una vergogna se – alla fine di questa storia – il Governo italiano e la città di Roma dovessero accettare di continuare la cooperazione culturale con l’Iran!

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Per le ambasciate del regime iraniano – e per i loro servi nel mondo (leggi Diruz…) – il nome del grande poeta Ferdowsi è un motivo di vanto. In suo onore, infatti, vengono organizzati diversi eventi culturali e viene rimarcato il suo profondo valore nella cultura persiana. Peccato che, quando poi si torna nella Repubblica Islamica, il grande letterato autore del famoso Shahnameh (il Libro dei Re), comincia ad essere una ombra pericolosa per la cultura totalitaria dei Mullah. Ecco allora che, lo stesso simbolo da vendere all’estero, diventa un peso di cui sbarazzarsi in patria. Così ha fatto, infatti, il consiglio comunale di Salmas, capoluogo dell’omologa provincia, parte della regione iraniana dell’Azerbaijan Occidentale.

In occasione dell’anniversario dei 36 anni dalla rivoluzione del 1979, la municipalità ha deciso di rinominare la piazza principale della città: da Piazza Ferdowsi, quindi, la piazza si è trasformata in Piazza della Rivoluzione. A tal fine, perciò, il vecchio e caro Ferdowsi – che si ergeva splendente in mezzo alla Piazza – è stato mandato in pensione. Qui sotto vi mostriamo le immagini, tristissime, della rimozione della bella statua del poeta persiano e vi invitiamo. Così, la prossima volta che vedrete un evento organizzato dagli amici del regime Khomineista in Italia, potrete ricordare a questa gente quanto indecente, fondamentalista e talebano sia il regime al potere oggi in Iran.

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Trentacinque anni fa Khomeini tornava in Iran e l’antica Persia si avviava velocemente a diventare una Repubblica Islamica. Al centro, in nome della giustizia ultraterrena, il potere veniva accentrato nella figura del Rahbar, il giureconsulto, a cui la velayat-e faqih consegnava innumerevoli poteri.  A distanza di decenni, quella giustizia in terra promessa dall’Ayatollah sciita sembra essere soltanto un lontano ricordo. Al contrario, al posto del sistema ideale promesso dai mullah, il popolo iraniano si ritrova a vivere in un regime autoritario, fondamentalista, razzista, sessista e oppressivo. Dati alla mano, i duri aggettivi qui usati per descrivere la Repubblica Islamica, sembra essere tutti azzeccati. Pubblichiamo qui i numeri drammatici che descrivono i primi (e speriamo ultimi) tre decenni dell’Iran khomeinista:

  • O: Zero, il numero di donne che occupano oggi la posizione di giudice in Iran. Prima della rivoluzione, diverse donne ricoprivano questa carica e tra loro c’era anche il Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi. Oggi la signora Ebadi vive esiliata a Londra.
  • 1: Uno, il motto della rivoluzione. “Indipendenza, Libertà e Repubblica Islamica”. Ad oggi, l’indipendenza iraniana significa strapotere degli Ayatollah e dei Pasdaran ed assenza drammatica di libertà.
  • 10: Dieci, i giorni che la Repubblica Islamica dedica per celebrare la sua rivoluzione. Questi giorni sono chiamati i “Dieci Giorni dell’Alba (o del Principio)”, e ricordano il periodo che va dal ritorno di Khomeini in Iran – 1 febbraio 1979 – alla sua presa totale del potere l’11 febbraio. Considerati i fallimenyi della Repubblica Islamica, diversi iraniani chiamano oggi questi giorni “I Dieci Giorni del Tormento”.
  • 28: Ventotto, i chilogrammi di carne che, in media, che un insegnante può comprare al mese con il suo salario. Prima della rivoluzione, un insegnante poteva comprare almeno 168 chilogrammi di carne (sei volte di più).
  • 38: Trentotto, ovvero la percentuale dell’inflazione iraniana, secondo lo stesso regime. Prima della rivoluzione, l’inflazione era al 10%.
  • 60: Sessanta, la percentuale delle donne iraniane che oggi frequenta l’università. Un numero maggiore rispetto al periodo precedente la rivoluzione che, chiaramente, ha allarmato i mullah. Oggi nella Repubblica Islamica si parla di imporre quote azzurre, ovvero una percentuale fissa di posti universitari da assegnare – obbligarioramente – agli uomini.
  • 70: Settanta, il numero di persone morte per lapidazione in Iran dal 1979 ad oggi. Questi dati sono stati pubblicati da Human Rights Watch. I condannati, quasi tutte donne, sono stati puniti per adulterio.
  •  86: Ottantasei, la posizione in classifica dell’Iran in termini di libertà di movimento per i suoi cittadini (secondo il rating stilato da Henley & Partners). La Repubblica Islamica, in termini di libertà di viaggiare, è affiancata a paesi brutali come Corea del Nord e Angola. Il passaporto iraniano, a livello internazionale, è considerato tra i peggiori in termini di libero accesso ad un altro Paese.
  • 136: Centrotrentasei, il numero di Baha’i oggi in carcere per la loro fede. Dall’inizio della rivoluzione 222 Baha’i sono stati messi a morte dal regime e l’Ayatollah Khamenei – successore di Khomeini – ha emesso una fatwa per condannare ogni iraniano che mantene un qualsivoglia contatto con questa minoranza.
  •  200 – 250: Tra i Duecento e i Duecentocinquanta, il numero di cinema attualmente funzionanti in Iran. Prima della rivoluzione erano almeno il doppio.
  • 444: Quattrocentoquarantaquattro, i giorni che gli ostaggi americani hanno passato in mano agli estremisti islamici alla vigilia della rivoluzione. I rapitori hanno avuto la pubblica benedizione di Khomeini.
  • 624: Seicentoventiquattro, il numero delle esecuzioni compiute in Iran nel 2013 (dati di Iran Human Rights Documentation Center). Metà di queste pene di morte sono state eseguite sotto il Governo Rohani.
  • 1000: Mille, il numero di prigionieri politici attualmente nelle carceri iraniane, 35 dei quali sono giornalisti.
  • 3000: Tremila, il numero dei Toman – la moneta iraniana – necessari per ottenere un dollaro. La valuta iraniana, dopo la rivoluzione, ha perso oltre il 60% del suo valore.
  • 70000: Settantamila, il numero di Moschee presenti in Iran. Prima della rivoluzione erano circa 50000.
  • 150000: Centocinquantamila, il numero di iraniani con un titolo di studio che, annualmente, lascia la Repubblica Islamica in cerca di un futuro migliore. Le ondate maggiori di emigrazione sono avvenute immediatamente dopo la rivoluzione del 1979 e dopo la repressione dell’Onda Verde nel 2009.
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