Archivio per la categoria ‘Sciiti Sunniti’

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Il 27 febbraio scorso, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, ha presentato un report sulla Siria, relativo alla battaglia di Aleppo. In questo report, quasi totalmente ignorato dai grandi media nazionali, le Nazioni Unite puntano l’indice contro Assad e i suoi alleati, in particolare l’aviazione russa (Testo del Report).

Secondo quanto denunciato nel report, l’aviazione siriana ha volontariamente colpito i convogli umanitari delle Nazioni Unite, uccidendo decine di lavoratori e mandando in fuoco chili di aiuti di prima necessità per la popolazione locale. Convogli che, si badi bene, erano stati autorizzati pubblicamente dallo stesso Governo di Damasco e di cui il regime siriano conosceva – costanetemente – la posizione. Gli attacchi determinarono la sospensione degli aiuti umanitari da parte delle Nazioni Unite per motivi di sicurezza, aumentando lo stato di indigenza della popolazione di Aleppo est.

Una volta catturata la parte est di Aleppo, quindi, le forze del regime siriano hanno ucciso sul posto decine di persone e arruolato ragazzi e uomini nell’esercito siriano, separandoli dalle loro famiglie. Di queste persone, ancora oggi, non si ha alcuna notizia.

Purtroppo, il report denuncia cose ben peggiori: secondo quanto scritto nero su bianco, l’aviazione siriana ha bombardato Aleppo est con bombe al cloro, colpendo volontariamente le infrastrutture civili. Non viene invece denunciato l’uso di armi chimiche da parte dell’aviazione russa. Ricordiamo che, l’ex Presidente USA Obama, aveva ripetutamente indicato nell’uso di armi chimiche, la redline insuperabile nella guerra siriana. Come noto, di insuperabile c’è stata solo la sua indifferenza al conflitto mediorientale!

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Come suddetto, il report denuncia anche come le forze pro Assad, hanno colpito infrastrutture civili come gli ospedali, i mercati, le residenze dei civili e le scuole. Il risultato è stato la morte di centinaia di civili innocenti, tra cui bambini e donne incinte. La campagna aerea di bombardamente, iniziata nel Settembre del 2016, ha causato almeno 300 morti, tra cui 96 bambini, solamente nei primi quattro giorni di bombardamenti…Nel novembre del 2016, quindi. è stato anche distrutto un orfanotrio presso il distretto di Salah al-Din.

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Le conclusioni sono spietate: sia i ribelli siriani che le forze pro-regime sono accusati di gravi violazioni dei diritti umani. Con l’aggiunta, però che, mentre le varie forze ribelli si arrendevano, le forze pro Damasco continuavano a bombardare senza tregua. In nessuno degli incidenti presi in esame dal report, quindi, è stato rilevato che le infrastrutture colpite avevano una qualche funzione di tipo militare.

Questo report ci sembra la risposta migliore a tutti coloro che, anche in Italia, propongono di ristabilire normali relazioni diplomatiche con Assad. La lettura delle pagine di denuncia dell’ONU, mostra chiaramente come stringere nuovamente le mani del dittatore siriano, sia non solo un crimine, ma anche un grave errore politico!

 

 

 

 

 

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La bella ragazza della foto in alto, si chiamava Mahdi Mir Kwame ed era un architetto e una attivista democratica curda. Il 5 febbraio scorso, Mahdis è stata convocata all’ufficio dell’intelligence di Krmashan, dove è stata rinchiusa per due giorni nelle prigioni del palazzo, e sottoposta a numerosi interrogatori.

L’8 febbrao scorso, quindi, appena un giorno dopo il suo rilascio, la giovane Mahdis ha deciso di suicidarsi, ingerendo un quantativo eccessivo di sonnifero. Secondo quanto riporta al-Arabiya, la decisione di commettere un gesto estremo da parte di Mahdis è direttamente ricollegata alle violenze subite in carcere. Sembra che la giovane è stata anche violentata dalle guardie carcerarie del Ministero dell’Intelligence. Mahdis aveva solo 26 anni (Hegaw).

Appena poche settimane prima, il 15 gennaio scorso, un’altra attivista curda residente a Krmashan, si era uccisa dopo essere stata detenuta per ben quattro mesi, ovviamente senza alcuna accusa e processo formale. La giovane si chiamava Shiler Farhadi e aveva solo 23 anni.

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Lo scorso 19 febbraio, parlando alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha accusato l’Iran di favorire il conflitto settario in Medioriente e di voler trasformare la Siria e l’Iraq in due Paesi totalmente sciiti.

Le parole del Ministro turco, hanno provocato la rabbia di Teheran: il Portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Ghassemi ha reagito accusando nuovamente Ankara di sostenere gruppi terroristici (Good Morning Iran), e ha annunciato la convocazione dell’Ambasciatore turco in Iran, Hakan Tekin. Il Portavoce Ghassemi ha anche aggiunto alle sue dichiarazioni una velata minaccia, affermando che “la pazienza iraniana ha un limite” (Reuters).

Neanche a dirlo, anche la Turchia ha risposto alle scelte iraniane. Il Ministero degli Esteri di Ankara ha rilasciato un comunicato ufficiale, invitando il regime iraniano ad avere un “atteggiamento costruttivo” e sottolineando che la pretesa iraniana di avere un comportamento “positivo e onesto” è assai contraddittoria (Ministero degli Esteri Turchia).

L’escalation della crisi diplomatica tra Turchia e Iran, deve assolutamente preoccupare la Comunità Internazionale. Non solo coinvolge un Paese Nato, ma soprattutto due visioni opposte di intendere le crisi mediorientali e lo stesso Islam. In questo contesto, davanti ad una Turchia che si riavvicina sempre di più alla Russia e alle monarchie sunnite del Golfo, continuare a legittimare la Repubblica Islamica rischia di provocare nuove crisi difficilmente sanabili pacificamente.

 

Tra il 13 e il 15 febbraio scorso, centianaia di manifestanti hanno affollato le strade di numerose città della Provincia del Khuzestan, ove vive prevalemtemente la minoranza araba (sunnita) iraniana. Le proteste, nuovamente, sono nate dalla mancanza totale del regime di attenzione verso questa zona, ove la disoccupazione è altissima, cosi come la crisi ambientale. Si tratta infatti di una zona dove l’inquinamento la fa da padrone e manca persino l’acqua potabile (Ahwaz Monitor).

Invece di accogliere le richieste sociali dei dimostranti, il regime ha reagito al solito modo, ovvero inviando le forze di sicurezza allo scopo di reprimere le manifestazioni. Il risultato è stato drammatico: un manifestante è stato brutalmente ucciso presso Falahyeh, il suo nome era Kazem Maniaat. Numerosi altri sono stati feriti e decine sono stati arrestati (Ahwaz Monitor).

A scatenare le proteste, è stata anche l’uccisione di un membro della minoranza Ahwazi, avvenuto lo scorso venerdì sempre presso Falahyeh. Il civile ucciso si chiamava Hassan Alboghobesh ed è stato colpito alla testa da colpi d’arma da fuoco sparati a caso da sconosciuti – in realtà agenti del regime – mentre le persone si recavano al lavoro. Con lui sono stati colpiti altre due persone, Syed Ali Moussawi e Syed Reza Moussawi, rimasti feriti. Come la foto di seguito dimostra, Hassan Alboghobesh è stato trasportato subito all’ospedale, ma per lui non c’è stato nulla da fare.

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Un video ripreso amatorialmente, che riportiamo di seguito, mostra Hassan Alboghobesh disteso a terra, in una pozza di sangue.

Ricordiamo che, solamente il 24 ottobre del 2016, una bambina di soli tre anni della minoranza araba Ahwazi, Raghad Abbas, venne uccisa brutalmente con un colpo di pistola, quando gli agenti del regime spararono senza pietà contro la macchina del padre Abbas Hassan Mashal Al-Sari. Riportamo di seguito una foto della piccolo Raghad (Counter Currets).

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Nonostante le repressioni, gli spari e gli arresti, le proteste sono continuate in decine di città del Khuzestan, tra le quali la capitale Ahwaz, e Abadan, Muhammarah, Hamidiyeh, Bandar-e Mahshor (Mahshar), Hendijan, Falahiyeh, Howeyzeh e Bowie. Purtroppo, insieme ai due decessi, numerosi manifestanti sono stati feriti e diversi sono stati arrestati. Qui di seguito vi mostriamo alcune immagini delle proteste.

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Il video che vi mostriamo qui di seguito, riprende il momento del lancio di due missili dallo Yemen verso l’Arabia Saudita. Missili lanciati dai ribelli Houthi e che hanno colpito la capitale saudita Riyad. Questo attacco, se ancora ce ne fosse stato bisogno, dimostra come gli Houthi – per quanto non direttamente sciiti doudecimani – sono praticamente ormai una milizia armata in mano al regime iraniano.

In primis, fattore meramente di contorno, durante il video si sentono gli autori dell’attacco gridare slogan contro gli Stati Uniti, contro Israele e contro gli ebrei, slogan tipici delle manifestazioni di piazza iraniane, ovviamente in seguito alla rivoluzione jihadista del 1979. Questo aspetto degli slogan, ovviamente, evidenza una comunanza ideologica fra Teheran e gli Houthi: una comunanza non solo nello sciismo, ma anche e soprattutto nel khomeinismo.

C’è però un secondo fattore, più importante e riguarda i missili che sono stati lanciati verso la capitale saudita: si è trattato di missili “Volcano 2”, dei missili a corto raggio di tipo “Scud”, secondo la classificazione NATO. In teoria si tratta di missili di fabbricazione russa, in russo noti come “Borkan 2”. Nello Yemen, però, questi missili ce li hanno portati i Pasdaran iraniani. Cosi come li hanno portati in Siria sin dal 2013, fornendoli in primis al gruppo terrorista libanese di Hezbollah (Brown Moses Blog, Brown Moses Blog). Nel 2015, quindi, in Siria ne è apparsa anche una versione più avanzata, fotografata per la prima volta ad Idlib, durante un attacco dell’esercito lealista (Syria Direct).

Per la precisione, come il video dell’agenzia iraniana Mehr News dimostra, l’attacco è stato diretto verso i civili, al contrario di quanto sostengo gli stessi Houthi.

🎥 اصابت موشک نیروهای #یمن به ریاض #عربستان

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Il regista iraniano Keyvan Karimi, rinchiuso nelle carceri iraniane dal novembre del 2016, sta molto male. Nonostante le sue pessime condizioni di salute, il regime rifiuta di consentirgli l’uscita dal carcere di Evin, per essere trasferito in una struttura ospedaliera esterna (Iranhumanrights.com).

Come si ricorderà, il regista curdo iraniano Karimi venne condannato al carcere con l’accusa di “aver insultato il sacro”, dopo aver pubblicato un documentario dal titolo “Scrivere sulla città”, relativo ai murales sui muri della capital Teheran. In realtà, Karimi non ha in alcun modo offeso l’Islam sciita, ma solamente denunciato gli abusi del regime, soprattutto dopo le repressioni dell’Onda Verde nel 2009.

Inizialmente, il giudice Mohammad Moghisseh aveva condannato Karimi a sei anni di dentenzione e 223 frustrate (No Pasdaran). Fortunatamente, anche grazie alle pressioni interne e internazionali, in appello la condanna è stata ridotta ad un anno di carcere e al pagamento di 20 milioni di rial (700 dollari).

Una settimana la condanna di Karimi, ben oltre 130 registi e documentaristi iraniani, decisero di scrivere un appello pubblico, chiedendo alla magistratura iraniana di cancellare la condanna contro il regista curdo (comunicato in farsi). La stessa cosa, a livello internazionale, fecero numerosi registi dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia. Per l’Italia, la solidarietà al Keyvan Karimi venne dall’associazione “100 autori” (km-studio.net).

Keyvan Karimi ha anche vinto importanti premi internazionali – anche in Italia – grazie ai suoi documentari di denuncia sulle condizioni sociali della Repubblica Islamica dell’Iran.

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Dopo diciassette giorni di ricerche, le forze di sicurezza turche hanno arrestato Abdulkarim Masharipov, uzbeko di 33 anni, soprannominato “Abu Muhammad al-Khorasani” e noto a livello internazionale per essere il terrorista del Reina, ovvero colui che nella notte di capodanno ha ucciso 39 civili innocenti nella famosa discoteca di Istanbul.

Poco dopo l’arresto di Masharipov, il quotidiano turco Miliyet, ha pubblicato un articolo in cui – implicitamente – mette sotto accusa il regime iraniano per quanto accaduto nella capitale turca. Secondo quanto pubblicato, infatti, il terrorista del Reina è stato addestrato in Afghanistan ed è entrato qualche tempo dopo in Iran, dal Pakistan. Incredibilmente, però, Abdulkarim Masharipov è stato liberato senza spiegazione dalle carceri iraniane e lasciato entrare illegalmente in Turchia, passando per l’Azerbaijan iraniano . Entrato in Turchia, il terrorista islamico si è stabilito a Konya con la famiglia (moglie e due figli). Da Konya, quindi, Masharipov sarebbe arrivato ad Istanbul il 16 dicembre 2016 (al-Arabiya).

Il rilascio sospetto di Abdulkarim Masharipov dalle carceri iraniane, riapre purtroppo la gravissima questione delle commistioni tra il regime di Teheran, e il jihadismo sunnita. Come noto, per anni i Pasdaran iraniani, coadiuvati da Hezbollah, hanno fornito addestramento, armi e lasciapassare ai terroristi di al Qaeda (anche agli autori dell’attentato dell’11 settembre 2001). Tutti contatti testimoniati da prove concrete e che hanno portato anche alla condanna del regime iraniano da parte di diverse Corti americane.

In questi ultimi anni, quindi, è stato più volte notato come tra il regime iraniano e Isis, nonostante l’apparente stato di guerra, ci siano numerose commistioni. In particolare, è stato sottolineato come il Califfato svolga una funzione geopolitica fondamentale per l’Iran, permettendo a Teheran di occupare con le milizie sciite Paesi come la Siria e l’Iraq, usando il pretest di Isis per diffondere l’ideologia della Velayat-e Faqih. Tra coloro che accusano il regime degli Ayatollah di commistioni con i jihadisti di al-Baghdadi, ci sono anche due importanti ex diplomatici iraniani, Abolfazl Eslami e Farzad Farhangian. Entrambi hanno defezionato nel 2010, quando i Pasdaran hanno represso il Movimento dell’Onda Verde.

Farzad Farhangian, in particolare, è stato molto duro e ha accusato l’Iran di proteggere Isis e di aver permesso ai terroristi del Califatto di aprire una base operativa presso la città iraniana di Mashhad. Farhangian descrive questa base di Isis a Mashhad, come un centro legato all’intelligence iraniana e il cui scopo è quello di promuovere e favorire il caos all’interno degli Stati arabi della regione, in particolare in Arabia Saudita e in Bahrain.

Il terrorista del Reina

Per approfondire

La funzione provvidenziale unzione geopolitica di Isis per l’Iran, Link: No Pasdaran

Rapporti tra Iran e Talebani, Link: No Pasdaran

Rapporti tra Iran e al Qaeda, Link: No Pasdaran