Archivio per la categoria ‘Sciiti Sunniti’

Risultati immagini per iraq usa

Come noto e come riportato da tutti i giornali, l’Ambasciata americana in Iraq e’ stata presa d’assalto da “manifestanti iracheni”, in risposta ad un raid aereo statunitense che ha colpito il gruppo terroristico Kataib Hezbollah, finanziato e armato dal regime iraniano.

Come suddetto, da molti media le manifestazioni che hanno preso d’assalto l’Ambasciata USA e costretto Trump ad inviare altri 750 marines a Baghdad, sono meramente la risposta all’azione militare americana. Si tratta di una lettura parziale, perché dietro questo assalto c’e’ molto di più. C’e’ una vera e propria guerra – neanche troppo tiepida – tra Stati Uniti e Iran, per il futuro dell’Iraq stesso e probabilmente dell’intera regione mediorientale.

Come e’ stato fatto notare più volte, l’Iraq e’ il vero terreno di espansione imperialista del regime iraniano. Lo e’ geograficamente – perché territorio pianeggiante – e lo e’ anche religiosamente, in buona parte sciita. Per questo, dal ritiro americano voluto da Obama nel 2011, l’Iran ha deciso di penetrare in Iraq, per farne praticamente una sua provincia. Teheran ha infiltrato le Unita’ di Mobilitazione Popolare – invocate dal Grande Ayatollah al-Sistani per eliminare Isis – e ha corrotto i politici chiave iracheni, per assicurarsi fedeltà e libertà d’azione.

Peccato che, come spesso accade, i soldi e le armi da soli non bastano a garantire fedeltà generale alla causa, se intorno si diffonde unicamente corruzione e miseria. Da questa corruzione e miseria, infatti, nascono le recenti manifestazioni anti-iraniane, promosse per la prima volta non dai sunniti iracheni, ma proprio dagli sciiti. Migliaia di manifestanti che, al grido di “Stop all’interferenza iraniana”, hanno resistito alla repressione delle milizie paramilitari sciite (ovvero in primis di Kataib Hezbollah) e hanno persino assaltato i consolati iraniani di Najaf e Kerbala (città sante sciite).

Per l’Iran pero’ perdere l’Iraq non e’ neanche pensabile e per questo Teheran e’ disposto a tutto per mantenere il potere. Un progetto che non nasce ora, ma che va avanti da mesi. Politicamente parlando, oltre alla mano dura, l’Iran non ha accettato di piegare la testa davanti alle proteste degli sciiti iracheni: se, per un verso, queste proteste hanno costretto il premier iracheno al-Mahdi a rassegnare le dimissioni, l’Iran sta provando a imporre come nuovo premier Asaad al-Eidani, Governatore della Provincia di Basra. Una nomina che e’ stata rigettata dal Presidente Barham Salih, che ha minacciato di dimettersi.

Il secondo step e’ stato quello di alzare la tensione con gli Stati Uniti, non soltanto per reagire agli attacchi contro Kataib Hezbollah, ma anche per tenere in scacco tutta la zona Verde di Baghdad (dove sono gli uffici Governativi e le Ambasciate). Secondo alcuni, come riporta anche il Foglio oggi, il neo responsabile della Zona Verde a Baghdad, il Generale Tahseen al-Aboudi, e’ stato nominato direttamente su ordine di Qassem Soleimani, comandante della Forza Qods.

Tenere sotto scacco il perimetro delle Ambasciate straniere, e’ fondamentale per Teheran. Non e’ un caso che, nell’ottobre del 2019, il quotidiano ultra-conservatore iraniano Kahyan – sotto diretta influenza della Guida Suprema Khamenei – invitava gli iracheni ad imitare quanto fatto dai “rivoluzionari” iraniani, ovvero prendere d’assalto l’Ambasciata americana e cacciarne tutti i diplomatici.

Immagine

Ovviamente, e’ una strategia totalmente opposta a quella promossa dall’ex Presidente americano Barack Obama, colui che con il JCPOA ha legittimato l’illegale programma nucleare iraniano e che nel 2011 ha addirittura ricevuto alla Casa Bianca una delegazione irachena, guidata dall’allora Premier filo-iraniano al-Maliki, nella quale era persino incluso Hadi al-Ameri, comandante dell’Organizzazione Badr, tra coloro che in questi giorni hanno preso d’assalto l’Ambasciata americana in Iraq…

Come si evince quindi, la partita per l’Iraq e’ una partita chiave per fermare le ambizioni imperialiste del regime iraniano. Per l’Occidente, infatti, vincere questa partita non significherebbe solamente fermare l’imperialismo iraniano in Iraq, ma avrebbe anche un effetto positivo sul Libano, altro Paese dove i manifestanti (in primis sciiti), stanno cercando di liberarsi dalla morsa del regime iraniano, che da trent’anni ha creato nel Paese un vero e proprio Stato nello Stato. Non solo: avrebbe un effetto positivo sullo stesso Iran, dove nelle ultime settimane migliaia di cittadini sono scesi in piazza contro la corruzione e contro l’aumento del prezzo della benzina, gridando a gran voce “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”!

Immagine

Immagine

 

Risultati immagini per ‫حسن نصرالله حسان دياب‬‎

Secondo le informazioni che giungono da Beirut, potrebbe essere l’ex Ministro dell’educazione Hassan Diab potrebbe essere nominato come nuovo premier libanese. Dopo il ritiro della candidatura dell’ex Premier Hariri, a quanto pare Diab potrebbe prevalese, grazie al sostegno di Hezbollah, di Amal, del Free Patriotic Movement (FPM) e dello stesso Presidente libanese Michel Aoun – fondatore del FPM – oggi alleato del Partito di Dio.

Con questo appoggio, una volta ottenuta l’investitura da parte del Presidente Aoun, Diab dovrebbe essere confermato da almeno 70 dei 128 parlamentari libanesi.  Purtroppo per il Libano, quella di Diab – se confermata – non sara’ una candidatura capace di risolvere le problematiche del Paese, quelle che hanno portato alle proteste popolari di queste settimane e alle dimissioni di Saad Hariri.

La candidatura di Diab, oltre alla retorica di circostanza, si caratterizza infatti per essere meramente di parte, non sostenuta per nulla dalle opposizioni unite nella coalizione , se non per il fatto che anche Diab e’ sunnita, unicamente perché secondo l’accordo gli accordi di Ta’if del 1989, il Presidente in Libano deve essere cristiano, il Premier sunnita e lo speaker del parlamento sciita.

Peccato che, oltre a questa assurda divisione fissa delle tre cariche principali in base alla fede, quegli stessi accordi di Ta’if prevedevano anche il disarmo totale delle milizie armate presenti in Libano. Una richiesta reiterata anche dalle Nazioni Unite con le Risoluzioni 1559 e 1701, ove non solo viene richiesto nuovamente lo smantellamento delle milizie armate, ma anche la necessita’ che il governo centrale libanese riesca ad avere un controllo totale del territorio nazionale, l’eliminazione di tutte le forze straniere dal Libano e l’embargo internazionale sulla vendita delle armi e materiali al Libano, se non su autorizzazione del Governo.

Purtroppo, da anni, gli accordi di Ta’if e le Risoluzioni ONU sono rimaste lettera morta. A farle rimanere tali, per eccellenza, sono stati il regime iraniano e il suo proxy libanese Hezbollah, ovvero coloro che nel Paese dei Cedri hanno creato un vero e proprio Stato nello Stato, con un esercito parallelo a quello ufficiale libanese.

La nomina di Hasan Diab, sostenuta proprio da coloro che rispondono agli ordini diretti di Teheran, difficilmente risponderà alle richieste della piazza libanese, ovvero la necessita’ di debellare la corruzione, superare il settarismo e cancellare l’interferenza di Teheran negli affari interni di Beirut. Più facile che ottenga l’effetto contrario, ovvero quello di esacerbare le divisioni interne e di aumentare la distanza tra la piazza e il potere centrale. Per questo sarebbe opportuno che i Paesi esteri direttamente coinvolti nella stabilita’ libanese, come l’Italia con Unifil 2, si oppongano, pretendendo non solo la nomina di un personaggio meno divisivo, ma anche e soprattutto il rispetto delle Risoluzioni ONU.

Risultati immagini per iran muslim brotherhood

Aprile 2014, Turchia: in una località non nota della Turchia, si incontrano una delegazione della Forza Quds iraniana – unità speciale dei Pasdaran, responsabile di esportare la rivoluzione khomeinista nel mondo – e una delegazione della Fratellanza Mussulmana.

Secondo un cable del Ministero dell’Intelligence iraniana (MOIS), infatti, è in Turchia che i due rami dell’islamismo politico, ancora una volta, trovano un punto di incontro per combattere la loro jihad insieme, a dispetto delle differenze tra sciiti e sunniti.  Sia chiaro: l’alleanza tra islamismo khomeinista e islamismo della fratellanza mussulmana è cosa antica, tanto è vero che il primo traduttore in farsi il principale ideologo della Fratellanza Mussulmana Sayyid Qutb, è proprio Ali Khamenei, Guida Suprema iraniana. Una alleanza che, da decenni, ha portato non solo Teheran a finanziare i peggiori gruppi terroristici sunniti, ma anche a stabilire un legame profondo con al-Qaeda, garantendo ancora oggi ai terroristi de La Base, protezione e libero passaggio sul territorio iraniano.

Ritornando all’incontro del 2014 in Turchia, si è chiaramente trattato di un momento fondamentale delle relazioni tra Pasdaran e Fratellanza Mussulmana. A conferma di quanto affermiamo, c’è il fatto che lo stesso Generale Qassem Soleimani avrebbe voluto partecipare all’incontro, ma per ragioni di opportunità, Ankara non concesse il visto. Per la Forza Quds, non potendo arrivare Soleimani, la delegazione era guidata da un uomo identificato come Abu Hussain. Di contro, la delegazione dei Fratelli Mussulmani era rapprestata da Ibrahim Munir Mustafa, Mahmoud El-Abiary e Youssef Moustafa Nada. Per la cronaca, Nada è direttamente sospettato dall’Amministrazione americana di aver direttamente finanziato al-Qaeda…

Di cosa si è parlato durante l’incontro? Lo rivela lo stesso cable del MOIS: le due parti hanno convenuto di collaborare sullo Yemen, sull’Iraq e sulla necessità di lanciare una coalizione congiunta contro l’Arabia Saudita. Di contro, le due parti hanno convenuto di non collaborare eccessivamente in Siria e in Egitto, per evitare di essere reciprocamente screditati politicamente.

Concludendo, possiamo unicamente registrare che a questo punto, dopo la caduta di Morsi in Egitto, non è un caso che gruppi terroristici come Hamas, parte della Fratellanza Mussulmana e finanziati direttamente dall’Iran, hanno trovato proprio nella Turchia di Erdogan un luogo sicuro, per compiere liberamente i loro loschi traffici…

Shallah and Khamenei

Sono ore di tensione in Medioriente, dopo che Israele ha colpito Baha Abu al-Ata, comandante della Jihad Islamica palestinese e considerato dall’intelligence israeliana il vero responsabile dei continui attacchi missilistici verso le Comunita’ israeliane del sud del Paese. Ovviamente, attacchi avvenuti su ordine diretto di Teheran.

Già perchè, se l’Iran dona a Hamas milioni di dollari al mese, il più fedele puppet dei Pasdaran nella Striscia di Gaza è la Jihad Islamica (PJI). La Jihad Islamica Palestinese è nata nel 1979, lo stesso anno in cui avviene la Rivoluzione islamista in Iran. Pur essendo una organizzazione sunnita, creata da due fuoriusciti della Fratellanza Mussulmana – Fathi Shikaki e Abd al Aziz Awda – si è sempre caratterizzata per una relazione ideologica speciale con il khomeinismo.

I terroristi della JIhad Islamica sono stati espulsi dall’Egitto nel 1981, dopo essersi resi responsabili dell’assassinio del Presidente Anwar al-Sadat. Lasciato Il Cairo, i terroristi della JI si sono rifugiati a Gaza, ma hanno anche mantenuto quartier generali in Libano e a Damasco. Da qui sono iniziati i rapporti stretti con Hezbollah e con i Pasdaran iraniani, che hanno garantito loro fondi, armi e addestramento militare.

Dall’inizio degli anni ’90, quindi, l’ala armata del PIJ – la Brigata al-Quds – ha iniziato a collaborare strettamente con la Forza Qods iraniana, rendendosi responsabili di decine di attentati suicidi contro obiettivi israeliani. Ovviamente Israele ha reagito, uccidendo a Malta Fathi Shikaki. Nel 1997, quindi, la PIJ è stato inserito nella lista dei gruppi terroristici da parte degli Stati Uniti (è anche nelle liste dei gruppi terroristici dell’UE).

La Jihad Islamica palestinese, per la cronaca, non fa nulla per nascondere le sue relazioni strette con Teheran. Nel 2002, ad esempio, il terrorista Ramadan Shalah – capo della PIJ dal 1995 al 2018 – incontrando la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei affermò che Teheran si era impegnato a coprire il 70% degli attentati suicidi organizzati dal Jihad Islamica Palestinese. In quella occasione, Shalah definì la PIJ come “un altro frutto del rigoglioso albero dell’Ayatollah Khomeini”.

Le relazioni tra la PIJ e l’Iran hanno subito anche un momento di crisi tra il 2015 e il 2016, quando il gruppo terrorista palestinese ha rifiutato di sostenere Teheran in Yemen. Come reazione, i Pasdaran hanno creato a Gaza la Brigata As-Sabarin, guidata da un ex membro della PIJ, Hisham Salem. La crisi si è chiusa nel 2016 e l’Iran ha ricominciato a finanziare fortemente i gruppi terroristici palestinesi a Gaza (Hamas compreso).

Secondo gli ultimi dati disponibili di intelligence, gli iraniani finanziano la PIJ con almeno 70 millioni di dollari annui e, ovviamente, inviando nella Striscia missili balistici a corto e medio raggio – come il Fajr-5 – con cui non solo la Jihad Islamica Palestinese, ma anche Hamas, colpiscono ripetutamente i civili israeliani. Per la cronaca, dal 2018, il nuovo leader della PIJ è Ziyad al-Nakhalah, rifugiato al sicuro in Siria.

 

Il 1º novembre 2019, il Dipartimento di Stato americano ha rilasciato il nuovo report sul Terrorismo a livello internazionale. Il regime iraniano, anche quest’anno e come avviene dal 1984, e’ considerato il primo Paese al mondo sponsor del terrorismo.

Per Washington, Teheran sostiene il terrorismo internazionale investendo almeno un miliardo di dollari l’anno per sostenere le organizzazioni terroristiche nel mondo. Tra queste, come noto, il proxy principale e’ Hezbollah in Libano, ma ci sono anche le milizie sciite in Iraq, il regime di Assad, i gruppi terroristici in Yemen e Bahrain e soprattutto le organizzazioni terroristiche palestinesi, tra cui Hamas e la Jihad Islamica.

I finanziamenti e le armi che Teheran trasferisce alle organizzazioni terroristiche nel mondo, come noto, vengono gestite direttamente dalla Forza Qods, unita’ speciale dei Pasdaran, comandata dal Generale Qassem Soleimani. In questi mesi, quindi, e’ ripresa anche l’attività terroristica delle stesse cellule della Forza Qods, anche in Europa, dove Teheran ha cercato di colpire alcuni dissidenti. Attività che non e’ passata inosservata e che ha portato l’Olanda a espellere due diplomatici iraniani, il Belgio ad arrestare un diplomatico iraniano e due cittadini iraniani, la Danimarca a richiamare il suo Ambasciatore da Teheran e l’Albania ad espellere tutti i diplomatici iraniani dal Paese. In questi giorni, quindi, proprio in Albania e’ stata arrestata una cellula terroristica della Forza Qods che, tra le altre cose, lavorava anche con la malavita turca.

Dal report del Dipartimento di Stato americano, pero’, salta all’occhio un’altra incredibile informazione: mentre Teheran predica al mondo di combattere il terrorismo di Isis, continua a lavorare direttamente con al-Qaeda. Secondo il report, infatti, gli iraniani continuano a non consegnare i terroristi di al-Qaeda presenti sul proprio territorio e permettono a questi terroristi (sunniti) di muovere fondi e miliziani liberamente, non solo in Iran, ma anche nel Sud dell’Asia e in Siria. Per la cronaca, quella tra al-Qaeda e l’Iran e una collaborazione di lunga data, che ha visto i terroristi di Hezbollah incontrarsi direttamente con Bin Laden e contribuire allo stesso addestramento dei qaedisti.

Dal report, per chi segue gli avvenimenti in Iran, non emerge nulla di nuovo, se non la conferma che l’idea che Teheran combatte il terrorismo e’ mera propaganda. La Repubblica Islamica, infatti, resta per antonomasia la madre da cui si genera il peggior terrorismo internazionale.

 

Kurdish Labour Activists Summoned for Protest Against Turkish Army Incursion Into North, East Syria

Ufficialmente il regime iraniano ha condannato l’azione turca in Siria. Ufficialmente, perché nei fatti, all’interno della Repubblica Islamica, è assolutamente vietato esprimere ogni forma di solidarietà verso i curdi.

A dimostrazione di quanto affermato, arriva la notizia della convocazione di tre sindacalisti curdi iraniani, per aver pubblicamente attaccato l’intervento di Ankara nel nord-est della Siria, anche noto come Rojava.

I tre – Seyed Ali Hosseini, Mahmoud Salehi e Osman Ismaili – sono stati trasportati il 13 ottobre scorso nell’ufficio dell’unità d’intelligence dei Pasdaran, presso la città di Saqqez. Come suddetto, il fermo dei tre sindacalisti curdi è direttamente legato alle proteste organizzate dai curdi iraniani, nelle città di Khoy, Orumiyeh, Mahabad, Piranshahr, Sardasht, Bukan, Saqqez, Baneh, Marivan, Sanandaj, Dehgolan, Divandareh, Kermanshah, Javanrood, Paveh, Ravansar, Ilam e Ivan.

Quanto accaduto contro i tre attivisti curdi dimostra che, dietro l’apparenza, Turchia e Iran condividono l’obiettivo di schiacciare la questione curda e di spartirsi il controllo della Siria, per realizzare i loro obiettivi imperialisti e islamisti.

NATO’s Trojan Horse Rolls Toward Washington | HuffPost

 

soleimani

Parlando il 7 ottobre ad una conferenza con comandanti Pasdaran – trasmessa dalla TV iraniana – il Generale Qassem Soleimani ha spavaldamente affermato che le Guardie Rivoluzionarie hanno esteso la resistenza islamica dai 2000 km del Libano, a mezzo milione di chilometri quadrati in tutto il Medioriente.

Ovviamente, con queste parole, il capo della Forza Qods intedeva riferirsi alla diffusione ormai ovunque di milizie sciite paramilitari al servizio di Teheran. Dalla sola Hezbollah in Libano, infatti, ora siamo passati a decide e decine di gruppi armati jihadisti sciiti, sparsi tra Siria, Iraq e lo stesso Yemen.

Non a caso, in un secondo passaggio del suo discorso, Soleimani parla direttamente del fatto che la Repubblica Islamica ha creato una “continuità territoriale della resistenza” – tradotto, dei gruppi armati terroristici filo-iraniani – che connette Iran, Iraq, Siria e Libano.

E’ davvero un discorso che deve preoccupare la Comunità Internazionale, anche perché rientra in un periodo di forte protagonismo mediatico dello stesso Soleimani, che non può passare inosservato. Prima con una intervista speciale sulla guerra del Libano del 2006 pubblicata sul sito della Guida Suprema Khamenei, poi con la notizia del supposto tentativo di attentato allo stesso Soleimani svelata dalla TV iraniana qualche giorni addietro, il comandante della Forza Qods si sta imponendo sempre di più come una figura pubblica centrale nella vita politica della Repubblica Islamica. Un protagonismo che non può che far riflettere e che rischia di portare l’Iran definitivamente nelle mani dei Pasdaran, con conseguenze nefaste per l’intera regione Mediorientale.

L’imperialismo iraniano, infatti, non potrà che esacerbare gli scontri regionali, con effetti diretti (contro Israele e arabi sunniti) e indiretti (con la Turchia e la Russia), davvero imprevedibili. Nessuno infatti, ufficialmente o non ufficialmente, permetterà che sia Teheran il solo master della regione e, in questo contesto, l’instabile Iraq rischia davvero di diventare il centro definitivo dello scontro per fermare l’avanzata iraniana…