Archivio per la categoria ‘Sciiti Sunniti’

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Pochi  giorni fa l’esercito israeliano ha lanciato l’operazione Scudo del Nord, operazione volta a stanare i tunnel che il gruppo terrorista di Hezbollah ha scavato tra il sud del Libano e il nord di Israele. Si tratta di azioni che violano la Risoluzione ONU 1701 che, come noto, vieta ai jihadisti di Hezbollah di schierare personale armato e armamenti tra la Linea Blu e il fiume Litani.

Uno sguardo agli articoli pubblicati dai media vicini ad Hezbollah nel recente passato, dimostra come bastava prendere sul serio quanto veniva scritto da quelle stesse fonti di informazione, per comprendere la minaccia in corso. Gia’ nel 2016, infatti, il quotidiano libanese Al-Safir, aveva scritto che – insieme alle azioni in Siria – Hezbollah continuava la sua attivita’ contro Israele “conducendo osservazioni, preparandosi e scavando tunnel che causano ai coloni e ai soldati nemici di perdere il sonno”.

Tunnel che, come riportato in un articolo del gennaio 2014 di Ibrahim al-Amin – Direttore del giornale libanese pro-Hezbollah al-Akhbar – proprio i terroristi del “Partito di Dio” avevano insegnato a scavare ai terroristi di Hamas. Secondo quell’articolo, infatti, prima della rottura tra Hezbollah e Hamas sulla Siria (oggi ricomposta), i jihadisti sciiti avevano insegnato la tecnica dei tunnel sotterranei ai jihadisti sunniti palestinesi. Tecnica applicata dai terroristi di Hamas anche in Siria, ove sono stati scavati tunnel nell’area di al-Quseir e altrove.

Insomma, per prevenire questa nuova crisi al confine tra Libano e Israele e per impedire ancora una nuova stagione di sofferenze in quell’area, bastava leggere le fonti vicine ad Hezbollah e non trattarle come propaganda. Cosi come bisogna fare sempre, quando si leggono le minacce che provengono dalla Repubblica Islamica dell’Iran (e suoi proxy).

Lo stesso Iran che, ordinando a Hezbollah di scavare questi tunnel, mina la stabilita’ di tutto il Medioriente e quel piccolo residuo di pace regionale che ancora, faticosamente, (re)esiste.

 

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Danish police stand guard at the city court, during a trial of those arrested in connection with the February 2015 shooting attacks at a free speech event and a synagogue, in Copenhagen

Ci risiamo: dopo quanto accaduto in Francia il 30 giugno – dove il regime iraniano puntava a colpire durante l’annuale meeting del gruppo di opposizione MeK – ora i media riportano che un attentato terroristico di matrice iraniana, è stato sventato in Danimarca. Questa volta, Teheran puntava a uccidere un oppositore legato al Movimento Arabo di Liberazione dell’Ahvaz.

Probabilmente, si trattava di una vendetta dopo l’attacco avvenuto durante una parata militare iraniana nella regione dell’Ahvaz, il 23 settembre scorso. Il regime, infatti, accusò i ribelli arabo-iraniani di aver compiuto l’attacco. Ad ogni modo, in pochi mesi, si tratta del secondo tentativo del regime iraniano di colpire in Europa con metodi terroristici.

Nel caso francese, il tentativo di attacco ha portato all’arresto di quattro persone, uno di questi un diplomatico iraniano a Vienna. Peggio, la Francia e l’Olanda hanno espulso dei diplomatici iraniani a seguito delle investigazioni. Ricordiamo che, a quell’evento del MeK, erano presenti anche rappresentanti italiani, tra cui parlamentari e anche l’ex Ministro degli Esteri Giulio Terzi. Rappresentanti che, nel caso in cui l’attentato fosse andato a buon fine, avrebbero potuto essere uccisi.

In seguito al tentativo di attacco in Danimarca, Copenaghen ha deciso di richiamare il suo Ambasciatore a Teheran. Il governo danese ha quindi anche chiesto che l’UE approvi nuove sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran.

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La Corte Suprema iraniana ha confermato la condanna a morte per Hedayat Abdollahpour, 25enne curdo, accusato di aver preso parte ad uno scontro a fuoco tra i Pasdaran, e il movimento separatista curdo DPIK, di stanza nel nord dell’Iraq.

La follia di questa condanna e’ che, secondo quanto dichiarato dall’avvocato del condannato, Hossein Amadiniaz, un giudice della Corte Suprema iraniana ha esplicitamente ammesso che Hedayat e’ innocente e che non ha avuto nulla a che vedere con lo scontro a fuoco. Nonostante cio’, la conferma della pena capitale e’ frutto – avremme ammesso lo stesso giudice – delle pressioni delle forze militari e di sicurezza iraniane.

Inizialmente, infatti, la Corte Suprema aveva cancellato la condanna a morte per Hedayat Abdollahpour. Il 18 gennaio scorso, pero’, Abdollahpour e’ stato nuovamente condannato a morte dalla Sezione 2 del Tribunale Rivoluzionario di Oroumiyeh. Per lui, l’accusa era sempre quella di “cooperazione con un gruppo di opposizione curdo”. La Corte Suprema, stavolta, ha confermato la condanna alla pena capitale con una sentenza emessa il 7 ottobre scorso.

Per la cronaca, Hedayat e’ un meccanico ed e’ stato chiamato dalle parti del villaggio di Oshnavieh, per riparare una automobile. Arrivato li, si e’ trovato nel mezzo di uno scontro a fuoco, in cui non ha in alcun modo preso parte.

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La crisi diplomatica tra l’Iran e il mondo arabo – Qatar escluso – ormai si estende a macchia d’olio. Dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra Iran e Marocco e dopo le accuse a Teheran del Governo algerino, ora si apre il fronte con la Giordania.

Secondo un importarte rappresentante giordano, Amman ha richiamato il suo Ambasciatore a Teheran, S.E. Abdullah Abu Rumman, e non pare avere alcuna intenzione di nominare un successore.

Ovviamente, la crisi si inserisce all’interno dello scontro tra Arabia Saudita e Iran, con il Ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi che ha dichiarato che la “stabilita’ di Riyad e’ parte della sicurezza del Regno Hashemita. La Giordania rigetta l’interferenza iraniana negli affari interni dei Paesi della regione”.

Teheran non ha reagito ufficialmente a questa decisione giordana, ma le agenzie di stampa iraniane hanno gia’ iniziato a martellare contro Amman. La Tasnim News, vicina ai Pasdaran, ha accusato le forze speciali giordane di aver aiutato la monarchia del Bahrain a reprimere le “manifestazioni popolari”.

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Nel mondo arabo e’ in corso una vera e propria ribellione contro il regime iraniano e le sue ingerenze negli affari interni dei Paesi sunniti. Una ribellione iniziata dalle monarchie del Golfo, che come noto ha prima coinvolto l’Arabia Saudita, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti, poi ha addirittura determinato la crisi diplomatica ancora in corso con il Qatar. Successivamente, quindi, sia il Consiglio di Cooperazione del Golfo che la Lega Araba, hanno duramente condannato i proxy di Teheran, inserendo addirittura Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Negli ultimi mesi, quindi, sono particolarmente i Paesi arabi del Nord Africa a rigettare le ingerenze iraniane. Qualche settimana addietro, il Marocco ha deciso di rompere le relazioni diplomatiche con l’Iran, accusando la Repubblica Islamica di finanziare i ribelli Sharawi, per mezzo dell’Ambasciata iraniana ad Algeri. Il Ministero dell’Interno marocchino ha anche pubblicato un report speciale, denunciando che 40 miliziano filo iraniane stazionavano Dar al-Bayda, 6000 a Marrakesh e qualche centinaio nella capitale Rabat.

In Algeria, a sua volta, il Governo locale ha condannato Teheran, sostenendo che il locale addetto culturale iraniano Amir Mousavi, abbia messo in atto una strategia per indottrinare gli sciiti algerini e portarli a ribellarsi verso il Governo centrale. Infine, riportamo la notizia data dai media dell’uccisione di due Pasdaran in Libia (giunti dalla Tunisia). Notizia data dal canale arabo Al-Arabiya. 

Tutti questi rivolgimenti del mondo sunnita, che oggi coinvolgono direttamente il Nord Africa, devono rappresentare degli appunti molto importanti per il Governo italiano. Ribellioni che ben dimostrano come, per un Paese mediterraneo come l’Italia, l’Iran non possa certamente essere considerato un partner (o peggio un alleato). Soprattutto alla luce delle recenti prese di posizione russe contro la permanenza delle forze iraniane in Siria!

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Il risultato delle elezioni irachene sta terrorizzando Teheran. Il successo del partito Sairoon del clerico Moqtada al-Sadr – che ha ottenuto 54 seggi all’interno del parlamento iracheno – sta sconvolgendo completamente la strategia imperialista iraniana in Iraq.

Qui, infatti, Teheran aveva puntato sia sul partito dell’attuale Premier Haider al-Abadi, che su quello dell’ex Premier Nuri al-Maliki, quest’ultimo un vero e proprio fantoccio nelle mani dei Pasdaran. Sia al-Abadi che al-Maliki sono alleati dell’Iran, ma si sono presentati alle elezioni divisi, per ragioni di politica interna. Il partito di al-Abadi (al-Nasr) ha ottenuto 42 seggi, mentre quello di al-Maliki, ne ha ottenuti 25. Altri 47 seggi sono stati ottenuti invece da Hadi al-Amiri, gia’ capo dell’organizzazione Badr, armata e finanziata direttamente dai Pasdaran.

L’incubo iraniano quindi, e’ che al-Sadr arrivi al potere, magari in alleanza con l’attuale premier al-Abadi, come suddetto non nemico di Teheran, ma non completamente controllato dagli iraniani. Al-Sadr, lo ricordiamo, pur essendo un clerico sciita, da anni ormai guida un movimento di riforma dell’Iraq, che ha come suo primario obiettivo la lotta alla corruzione e il distacco dell’Iraq dall’invadenza del vicino iraniano. A tal fine, al-Sadr ha notevolmente migliorato i rapporti con gli Stati arabi sunniti, in primis con l’Arabia Saudita. Per queste ragioni, prima delle elezioni, Ali Akbar Velayati – consigliere politico di Khamenei – aveva dichiarato che per Teheran era fondamentale impedire la vittoria “dei liberali e dei comunisti” (riferendosi indirettamente proprio ad al-Sadr).

La notizia dell’arrivo immediato di Soleimani a Baghdad, e’ il chiaro indice della tensione che si respira a Teheran. Immediatamente dopo le elezioni, al Sadr ha ricevuto le congratulazioni del Premier al-Habadi e ha persino incontrato al-Amiri. Una alleanza di al-Sadr quindi con questi due rappresentanti iracheni, rischierebbe di far nascere a Badghad un Governo che non prende ordini direttamente dalla Repubblica Islamica. Peggio, un Governo che – sebbene non ostile a Teheran – non ha alcuna intenzione di aprire un fronte di confronto con i sunniti.

Moqtada Al-Sadr, d’altronde, ha sempre sottolieanto la necessita’ di combattere il settarismo, prima causa del sostegno dei sunniti a al-Qaeda e Isis. Settarismo che l’Iran ha fortemente provocato, specialmente durante l’epoca di al-Maliki.

 

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Per l’ennesima volta, dalla Siria giungono immagini drammatiche: decine e decine di corpi senza vita, parecchi di donne e bambini, privi di vita e con della bava bianca che esce dalla loro bocca. Segno evidente di quello che, secondo le forze di opposizione e gli attivisti, sembra essere l’ennesimo attacco chimico da parte del regime siriano, questa volta contro Douma.

Neanche a dirlo, Damasco nega ogni accusa e accusa i ribelli, come già accaduto nelle precedenti occasioni. Secondo il regime e i suoi sostenitori – anche qui in Italia – non ci sarebbero motivi per Assad per attaccare con armi chimiche, proprio nel momento in cui sta praticamente vincendo la guerra. Apparentemente, si tratta di una argomentazione forte, ma in realtà si tratta di un affermazione fallace.

Assad non ha mai vinto nulla: a riprendere in mano la Siria contro le opposizioni siriane e contro Isis non e’ stato il dittatore siriano. Fosse stato per le sue “capacita’”, il regime siriano sarebbe stato già abbattuto da anni. Assad e’ stato salvato prima dal diretto intervento del regime iraniano e poi, una volta che anche le forze di Teheran si trovavano al limite del collasso, dall’esercito russo (in particolare dall’aviazione). Con un piccolo inconveniente per Damasco, Teheran e Mosca: la Turchia di Erdogan, dopo anni di sostegno alle peggiori forze islamiste presenti in Siria, ha deciso anche lei di prendere parte attiva e diretta nel conflitto, attaccando le forze curdo-siriane e penetrando massicciamente nell’enclave di Afrin.

Neanche due settimane fa, proprio ad Ankara, si e’ tenuto un vertice a tre tra Erdogan, Rouhani e Putin. Di Assad e dei suoi rappresentanti, almeno davanti alle telecamere, praticamente non c’era nemmeno l’ombra. Segno evidente della totale marginalità del governo centrale siriano. Nonostante il comunicato stampa congiunto, i protagonisti del vertice di Ankara hanno concordato la necessita’ di evitare il regime change, di giungere ad un cessate il fuoco e di avviare la ricostruzione. E proprio sulla ricostruzione si gioca il nodo centrale della crisi siriana. 

Al di la’ delle apparenze, Mosca e Teheran non giocano proprio la stessa partita. Putin vuole chiudere ogni crisi con Ankara, anche per poter agevolare la costruzione del gasdotto Turkish Stream, per aumentare il gas esportato in Europa. Per giungere a questo obiettivo, il Presidente russo e’ ben contento di sacrificare una parte della Siria, il cuscinetto di Afrin, pronto a diventare un’area sotto diretto controllo di Ankara. A Teheran pero’, al di la’ delle apparenze, non la vedono nello stesso modo.

L’Iran ha bisogno come il pane di massimizzare i profitti della ricostruzione della Siria. In particolare, le Guardie Rivoluzionarie, hanno bisogno di inserire le loro compagnie negli affari post-bellici, soprattutto dopo la rivolta del popolo iraniano contro la corruzione delle società finanziarie legate ai Pasdaran e contro i costi che il regime iraniano sostiene per Damasco. Tornare a casa dopo centinaia di morti e senza alcun guadagno economico, quindi, e’ per Khamenei e le Guardie Rivoluzionarie impensabile. Solo in questo modo, inoltre, e’ per Teheran pensabile di realizzare veramente la costruzione del “corridoio Mediterraneo” che lega Teheran-Baghdad e Damasco. 

Sulla ricostruzione siriana, pero’, ha messo da anni mano Putin ed e’ ben noto ormai che le imprese russe sono in piena competizione con quelle iraniane. La Russia, inoltre, non ha solo interessi economici concorrenti a quelli dell’Iran, ma ha anche altri interessi geopolitici. Non solo Putin non ha alcuna voglia di guerreggiare con Erdogan, ma non ha neanche alcuna voglia di entrare in rotta di collisione con Israele. In Israele vivono oltre un milione di russi, con una forte influenza culturale e istituzionale nel Paese. Per Mosca, quindi, Israele non rappresenta un nemico, ma un partner politico, militare ed economico. Putin conosce bene le red lines di Israele in Siria – nessuna presenza di Pasdaran e milizie sciite nell’area del Golan – e non ha alcun interesse a non considerarle e farle rispettare.

Cosi si chiude il cerchio e si ritorna al solo attore che, in questo momento, avrebbe avuto un reale interesse a colpire con armi chimiche, riaprendo la pagina del conflitto siriano e la postura internazionale verso il dittatore Assad, ormai da molti attori Occidentali quasi riabilitato: parliamo della Repubblica Islamica dell’Iran.

Per Teheran, Assad ormai e’ un alleato di Putin, prima ancora che un suo alleato. Assad a sua volta, sgomita per avere una qualche influenza nel gioco delle tre potenze, mostrandosi pubblicamente sicuro di se, mentre guida la sua automobile apparentemente senza scorta, per trenta metri di strada…

In questo contesto, risulta sospettoso – ma assai logico – il video di un giornalista libanese di Hezbollah, diffuso poche ore prima dell’attacco chimico a Douma: in quel video, il giornalista afferma che, i primi bombardamenti del regime contro la città siriana, rappresentavano l'”antipasto” e che il “bello” sarebbe arrivato nelle ore successive. Parole che, lette a posteriori, suonano come un tragico preavviso…