Archivio per la categoria ‘Proxy Iran’

iran drone israel

Diversi sono stati i commenti scritti in seguito al lancio di un drone iraniano sui cieli israeliani. Come noto il drone, una copia del UAV americano US Sentinel, ed e’ stato abbattuto da un Apache dell’IAF dopo neanche due minuti di volo sopra i cieli israeliani. Durante i raid israeliani di risposta al lancio del drone, un F16 di Gerusalemme e’ stato colpito e i due piloti israeliani – dopo aver fatto ritorno nei cieli nazionali – hanno abbandonato il velivolo.

Per molti commentatori, si e’ trattato del primo scontro “diretto” tra israeliani e iraniani, in considerazione del fatto che i droni di Teheran in Siria, sono manovrati direttamente dai Pasdaran (o meglio dalla Forza Qods, al comando di Qassem Soleimani). La domanda allora e’ una sola: perché il regime iraniano e’ giunto sino a tanto?

Alcuni esperti, hanno giustificato l’accaduto con la situazione di forza in cui il regime iraniano si troverebbe attualmente: in Siria Assad ha consolidato il suo potere, con frange di resistenza ormai asserragliate ad Idlib. In Iraq, il regime iraniano si appresta ad accrescere il suo potere, trasformando alcune milizie paramilitari sciite in partiti politici e provando a ridare la volata ad al-Maliki per ritornare al Governo.

Per quanto ci riguarda, nonostante le apparenze, a spingere Teheran a provocare Gerusalemme non e’ stata la forza della Repubblica Islamica, ma la sua debolezza. Nonostante gli apparenti successi, la geopolitica del regime iraniano resta estremamente fragile, sia esternamente, che internamente.

Esternamente, l’asse con Ankara e Mosca e’ tutt’altro che un asse. E’ una alleanza di convenienza e gli attori che la compongono hanno alcuni interessi comuni e molti che divergono. Senza fare la lista delle divergente, basta guardare quanto sta succedendo con l’operazione turca ad Afrin: una operazione che praticamente avallata da Putin, in cambio di accordi energetici con Erdogan. Da quando l’operazione dell’esercito turco e’ cominciata, l’Iran non fa che chiederne la fine, ma nessuno lo ascolta. Sul futuro stesso della Siria, le visioni dei tre alleati divergono, con Erdogan e Putin disposti a sacrificare in qualche modo Assad, e i Pasdaran chiusi a riccio sul dittatore siriano. Sulla stessa ricostruzione della Siria, e’ noto che i russi stanno cercando di ridurre notevolmente il peso delle compagnie iraniane. 

Sempre esternamente, Erdogan non anela a vedere un Libano e un Iraq controllato da Hezbollah o dalle milizie della Forza di Mobilitazione Popolare. Putin, da canto suo, non ha mai fatto mistero di voler trovare un accordo anche con i sauditi, utile a Mosca sia a livello energetico che per quanto concerne il rischio di radicalismo islamico di ritorno, per quanto concerne i terroristi ceceni sparsi per il Medioriente. Sempre Putin, non ha alcuna voglia di entrare in rotta ci collisione con Israele, un Paese dove vivono oltre un milione e mezzo di russi, economicamente molto attivi, soprattutto nel settore delle start-up!

Internamente – ed e’ questo il punto più sottovalutato, ma forse più rilevante – il regime iraniano e’ tutt’altro che stabile. Tra poco Khamenei morirà (voci sul suo decesso si sono già diffuse), e a Teheran si aprirà (o meglio, e’ già in corso) un durissimo conflitto interno per la sua successione. Un conflitto che si dipana, nello stesso tempo in cui l’economia iraniana non riesce ad attirare gli investitori stranieri e mentre ancora adesso la popolazione iraniana scende in piazza contro la corruzione nel Paese. La si metta come si vuole, ma al di la’ del ruolo di Ahmadinejad in queste recenti proteste popolari, la questione politica e’ molto più rilevante. La lotta delle donne contro il velo e gli slogan della piazza “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”, indicano chiaramente una forte insoddisfazione per i costi della politica imperialista del regime.

Per farla breve, quanto accaduto tra Israele e Iran, proprio alla vigilia delle celebrazioni del trentanovesimo anniversario della Rivoluzione iraniana, più che un atto di forza di Teheran, sembra il sintomo di un disperato atto di debolezza. Un tentativo, quanto mai classico, di uscire dall’angolo, cercando di allargare il conflitto contro un nemico che potesse far dimenticare le storture dell’Iran. E’ da qui che bisogna ripartire per comprendere la pericolosità di quanto accaduto.

Cosa fare? Come il fallito accordo nucleare ha dimostrato, la strategia  obamiana di creare un equilibrio delle forze in Medioriente, si e’ rivelata sbagliata. Obama non ha compreso che Teheran non ha mai avuto il senso del limite e che quanto scritto nella Costituzione khomeinista, ovvero l’obiettivo di esportare la rivoluzione del 1979, non sono solo parole, ma drammatica pratica. Per questo, la Comunità Internazionale deve smettere legittimare il regime iraniano senza condizioni. Smettere di chiudere gli occhi davanti agli abusi del regime iraniano ad ogni minimo standard proprio dello Stato di Diritto.

Solo in questo modo, si riuscirà veramente a sostenere un cambiamento positivo all’interno dell’Iran che, nel tempo, permetterà di superare il sistema islamista e far fiorire la forza di un Paese che, se fosse veramente capace di agire democraticamente, potrebbe risultare veramente il perno della stabilita’ Mediorientale, in pace e sicurezza con i suoi vicini. Altre strategie di “engagement” degli islamisti, per quanto machiavelliche, sono e saranno sempre ingenue illusioni.

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alqaeda iran

Una nuova foto del terrorista qaedista Sulaiman Abu Ghaith e’ stata recentemente resa pubblica. Abu Ghait, oggi condannato all’ergastolo negli Stati Uniti, non era solo il genero di Osama Bin Laden, ma per anni e’ stato anche il portavoce di al-Qaeda.

La cosa particolare di questa nuova foto e’ che, scattata nel 2009, mostra Sulaiman Abu Ghait mentre si trova in Iran, ove per anni ha trovato rifugio, protetto dai massimi vertici del regime iraniano. La foto da poco resa pubblica, e’ parte del materiale trovato nel rifugio di Bin Laden ad Abbottabad.

In quegli anni, e’ necessario ricordarlo, Teheran stabili’ una alleanza segreta con al-Qaeda, nonostante le differenze teologiche. Una alleanza basata unicamente sull’odio verso un comune nemico, gli Stati Uniti. Le reazioni tra Iran e al-Qaeda, pero’, risalgono alla creazione stessa dell’organizzazione terroristica di Bin Laden, quando i Pasdaran iraniani fornirono ai terroristi qaedisti armi ed addestramento, attraverso Hezbollah.

Durante la presenza americana in Iraq, quindi, la Repubblica Islamica iraniana permise ad una cellula di al-Qaeda di stabilirsi in Iran, concedendo loro non solo rifugi sicuri, ma anche la libertà di movimento. Tra coloro che, con la propria famiglia, raggiunsero l’Iran, c’era anche Sulaiman Abu Ghaith.

Solaiman Abu Ghaith, purtroppo, fu uno stretto assistente di Khalid Sheikh Mohammed, tra gli organizzatori dell’attentato dell’11 settembre 2001. Dopo quell’attentato, praticamente, Abu Ghaith fu promosso a portavoce di al-Qaeda, fino al suo arresto in Turchia nel 2013.

Estradato negli Stati Uniti, Abu Ghaith e’ stato condannato all’ergastolo.

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Fonte: Foundation Defense Democracies

Il think tank americano Foundation for Defense Democracies (FDD), ha pubblicato un interessante articolo di David Adesnik, sul dove, come e quanto il regime iraniano spende, per finanziare l’espansione del khomeinismo a livello internazionale, ovvero per finanziare il terrorismo internazionale.

Secondo quanto riporta l’FDD, il regime iraniano spende:

  • tra i 15 e i 20 miliardi di dollari l’anno per sostenere il regime di Assad in Siria. A questa spesa va aggiunta una linea di credito di 1 miliardo di dollari concessa nel 2017, da sommarsi a ai 5,6 miliardi di dollari di linee di credito concesse da Teheran negli anni precedenti. Il costo maggiore, ovviamente, e’ quello relativo al mantenimento delle milizie sciite in Siria (almeno 20,000 uomini). A questi costi, va aggiunto, non sono inclusi i rifornimenti concessi, praticamente gratis, da Teheran per petrolio e gas;
  • almeno 1 miliardo di dollari e’ stato speso ogni anno, sin dal 2014, per mantenere le milizie sciite in Iraq. Dopo la fine del controllo territoriale di Isis, sembra che Teheran ridurrà il sostegno, riducendo anche il numero di miliziani sciiti nel Paese (molti si tramuteranno in forze di riserva), portando il finanziamento annuale a circa 150 milioni di dollari l’anno;
  • circa 700-800 milioni di dollari l’anno per sostenere Hezbollah in Libano;
  • 100 milioni di dollari per finanziare i gruppi terroristi palestinesi di Hamas e la Jihad Islamica Palestinese. Va anche detto che, una fonte diplomatica, ha parlato alla Reuters di un sostegno di 250 milioni di dollari annui da parte di Teheran a Hamas;
  • alcuni milioni di dollari, decine sembra, vengono dirottati dall’Iran per sostenere i ribelli Houthi in Yemen. Un sostegno che include anche il trasferimento di missili balistici, per colpire le città saudite.

A questi miliardi, vanno aggiunti i soldi che il Governo iraniano fornisce annualmente ai Pasdaran, ovvero a coloro che materialmente, controllano, ideologizzano e addestrano, le milizie sciite nel mondo. Sotto questo profilo, la trasparenza e’ relativa: ufficialmente, infatti, le Guardie Rivoluzionarie hanno un budget annuo di 8,2 miliardi di dollari.

E’ pero’ una stima relativa, non solo perché lo stesso Governo concede più fondi ai Pasdaran, ma anche perché le Guardie Rivoluzionarie controllano buona parte dell’economia iraniana, compresa quella sommersa. Miliardi di dollari che, ovviamente, non e’ possibile quantificare precisamente.

In poche parole, secondo le stime dell’FDD, il regime iraniano spende 16 miliardi di dollari, solamente per sostenere l’espansione del khomeinismo a livello internazionale. Soldi tolti alla popolazione iraniana, che in buona parte vive nell’indigenza e sotto la sogna della povertà. Ecco spiegate molte delle ragioni di Iran Protests e soprattutto dello slogan “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”.

 

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Appena due giorni fa, sicuro di se, il capo dei Pasdaran Jafari ha dichirato finita la “sedizione”, ovvero le proteste anti-governative, considerate dall’establishment iraniano frutto di complotti contro il regime. 

Precisando che, anche dopo l’annuncio di Jafari, le proteste sono continuate in alcune aree, e’ un dato di fatto che – nelle ultime ore – non assistiamo ad immagini con centinaia di persone in piazza che, disperati, attaccano le forze Governative e le sedi clericali, intonando slogan come “Morte a Khamenei, Morte a Rouhani” o “No Gaza, No Damasco, No Beirut, la mia vita solo per l’Iran”.

Lo scontento e’ improvvisamente terminato? Chiaramente no. E’ semplicemente entrata in azione la macchina repressiva del regime che, come anche La Stampa riporta oggi, ha addirittura richiamato alcune milizie sciite impegnate in Siria e Iraq, per reprimere le manifestazioni.

In meno di dieci giorni, il regime ha ucciso 24 manifestanti, ne ha arrestati oltre 1200 e ha bloccato totalmente diversi social network (in primis Twitter e Telegram). Numeri che, indubbiamente, non indicano affatto la fine del malcontento, ma un’ondata repressiva assolutamente brutale. Nel carcare di Evin, come riferito da un detenuto, decine e decine di prigionieri sono stati ammassati in singole celle, per fare posto “nuovi arrivi”…Per la cronaca, visto che si dice che Teheran e’ rimasta calma, nella sola capitale in manette sono finite quasi 500 persone

Per quanto riguarda i social, quindi, improvvisamente il Governo ha deciso di sbloccare l’applicazione di messaggistica istantanea cinese WeChat, segno evidente che la censura punta a chiudere definitivamente Telegram, contando sul sostegno di Pechino nel filtraggio dei messaggi.

In queste ore, sei importanti avvocati per i diritti umani iraniani – Shirin Ebadi, Nasrin Sotoudeh,  Abdolkarim Lahiji, Mohammad Seifzadeh, Mohammad Olyaeifard e Mahmoud Rahmanifar Esfahani – hanno diffuso un comunicato ufficiale, in cui chiedono che i rappresentanti del regime che hanno incitato alla violenza contro i manifestanti, vengano perseguiti penalmente.

Una richiesta che, neanche a dirlo, difficilmente sara’ accolta in Iran e che – purtroppo – difficilmente sara’ sostenuta da quelle autorità politiche europee – Federica Mogherini in testa – che in questi giorni hanno taciuto per giorni, per poi diffondere vergognosi comunicati equidistanti, praticamente già superati prima di essere diffusi alla stampa…

rouhani jafari

Ieri il capo dei Pasdaran Jafari ha dichiarata conclusa la “sedizione”, come l’establishment politico e militare iraniano definisce coloro che protestano contro il regime. Tra le solite teorie complottiste e le accuse al network di Ahmadinejad, ad oggi, oltre 500 manifestanti sono finiti in carcere e più di 20 sono i morti.

Non sappiamo dire se Jafari ha ragione o torto. Sappiamo che, dopo le parole del capo dei Pasdaran le proteste sono continuate e che, nelle prossime ore, saranno affiancate da altre manifestazioni filo-regime. Una cosa pero’ non cambierà l’esito finale di questa nuova ondata di proteste anti-governative: il cerchio parallelo che governa l’Iran, affosserà definitivamente Rouhani.

La fine della “strategia del camaleonte”

Le nuove proteste iraniane, sono state provocate da un mix di ragioni, a cominciare dall’aumento del prezzo di alcuni beni primari, la fine di alcuni sussidi statali alle fasce più povere (e conservatrici) della popolazione e il fallimento di istituti finanziari molto spesso parte del network economico delle Guardie Rivoluzionarie.

In passato, davanti al malcontento popolari, alle proteste e al “vento internazionale”, il regime ha risposto con la strategia del camaleonte. Prima con Rafsanjani, poi con il riformista Khatami, poi con l’ultraconservatore Ahmadinejad ed infine con il “pragmatico” Rouhani, la Repubblica Islamica ha cercato di sopravvivere portando alla guida delle istituzioni ufficiali, Presidenti capaci di colorarsi a seconda delle necessita’ storiche e sociali.

E ora, resta solo il clientelismo

Ora pero’, dopo il fallimento di Rouhani, praticamente tutte i colori sono stati usati e nelle mani dell’establishment militare e clericale iraniano, resta un foglio bianco da riempire. Questa volta, non potrà essere colorato di “riformismo”, sia perché si tratta di un esperimento vecchio, sia perché i riformisti si sono tenuti alla larga da queste proteste, perdendo la faccia davanti a coloro che erano in piazza per motivi economici e di diritti civili.

Ergo, per sopravvivere nel breve periodo, il cerchio parallelo che realmente governa l’Iran – Pasdaran, clerici, Bonyad – avrà bisogno di comprare il consenso, tornando ad elargire sussidi alla popolazione in maniera clientelare. Tutto questo mentre il Paese vive in una situazione economica drammatica e deve mantenere in vita decine e decine di milizie sciite e proxy regionali, per dare un senso alla sua natura rivoluzionaria.

Pagherà Rouhani, ma il problema e’ il sistema

Chi dovrà pagare il prezzo di questa disperata strategia di sopravvivenza, e’ ovviamente Rouhani, in realtà ormai da tempo impegnato a comprare il consenso dei Pasdaran, unici beneficiare dell’aumento del budget annuo, nella nuova legge di bilancio presentata dal Governo.

Rouhani, si badi bene, come Khatami e’ pero’ solo un pezzo del sistema. Un sistema governato da una galassia parallela, che ormai e’ percepita da larga parte della popolazione iraniana – non solo attivisti, ma anche minoranze etniche – come soffocante e superata (meglio, da superare).

Ecco perché, ogni cura che il regime metterà in atto per superare questa nuova ondata di proteste – che essa sia repressiva o clientelare – potrà essere solo di breve periodo e certamente non potrà essere conforme alle regole dello Stato di Diritto.

Soprattutto considerando che, tra non molto, scoppierà la vera partita politica in gioco nella Repubblica Islamica: la successione ad Ali Khamenei…

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E’ una rivoluzione? E’ solo una rivolta? I sauditi infiltrano le proteste? E’ opera del network clientelare e criminale di Ahmadinejad? E’ un complotto contro Rouhani?

Queste sono alcune delle domande che, in queste ore, gli esperti e  gli “esperti” di Iran e Medioriente, si fanno, in seguito all’inizio delle proteste nella Repubblica Islamica. Non abbiamo una risposta per tutto e ne riteniamo che, ad oggi, sia possibile avere una risposta definitiva.

Le ragioni della protesta: 

Ci sono pero’ alcuni dati di fatto che, per comprendere quanto sta accadendo, devono essere sottolineati. Li elenchiamo brevemente:

  • Scandali economici, soprattutto legati a gruppi finanziari legati spesso al network dei Pasdaran. Gruppi che hanno attirato i fondi dei cittadini, promettendo interessi esorbitanti e perdendo alla fine tutti questi risparmi;
  • Aumento del prezzo di alcuni beni alimentari di prima necessita’, quali uova e pane;
  • Miliardi di Rial spesi per finanziare le peggiori milizie terroriste sciite in Medioriente, in Paesi come il Libano, la Siria, l’Iraq e lo Yemen. Anche in questo caso, durante le proteste, tra i primi slogan c’e’ stato “No Gaza, No Beirut, la mia vita solo per l’Iran”. Soldi deviati alla popolazione, ovviamente;
  • Conflitto – mafioso – tra gruppi politici all’interno del Paese, soprattutto quello tra i sostenitori di Ahmadinejad e la potente famiglia Larijani, che controlla anche la Magistratura. In queste settimane, in particolare, Ahmadinejad ha accusato la figlia di Sadiq Larijani, capo della Magistratura, di essere una spia degli inglesi, mentre i Larijani hanno minacciato Ahmadinejad di aprire una indagine sugli scandali finanziari relativi alla sua Presidenza;
  • Delusione nei confronti di Rouhani, incapace di mantenere le promesse fatte sui diritti civili durante la campagna elettorale e ormai virato verso una linea più conservatrice, aumentando anche il budget dei Pasdaran nella legge di bilancio, con lo scopo di “comprare” il loro sostegno (in pieno stile clientelare del regime mafioso iraniano);
  • Delusione nei confronti di Rouhani, per quanto concerne la ripresa economica del Paese. I miglioramenti in alcuni numeri, non si sono tradotti in vantaggio verso le frange più povere del Paese, rimaste ai margini. Questo, nonostante i miliardi arrivati a Teheran da tutto il mondo, dopo la fine di molte delle sanzioni internazionali. La scusa della persistenza delle secondary sanctions americane regge, poco, dato che a Teheran non sono interessati solo gli europei, ma anche i cinesi e i russi, ben poco preoccupati dei rischi delle reazioni della Casa Bianca.

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(Forse) Un po’ più 1999 che 2009…

Queste sono solo alcune, forse le maggiori, ragioni della nuova protesta in Iran. Detto questo, quanto sta accadendo nella Repubblica Islamica non può essere ad oggi comparato al 2009, ovvero alle proteste dell’Onda Verde. In quel caso esisteva una ragione preponderante – i brogli nella rielezione di Ahmadinejad – e una leadership della protesta – Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi – ad oggi costretti agli arresti domiciliari.

Forse, con mille cautele, quanto sta accadendo e’ un pochino più comparabile alla protesta del 1999, quella degli studenti di Teheran, repressa nel sangue con la benedizione anche dello stesso Rouhani. Allora alla Presidenza c’era Khatami, un “riformista” che deludeva per la sua incapacita’ di tradurre le belle parole in fatti. All’epoca i Pasdaran inviarono una lettera a Khatami, minacciando che – davanti ad una sua inazione – avrebbero represso nel sangue la protesta. Cosi accadde e, di li a poco, Ahmadienjad arrivo’ al potere, sostenuto anche da Khamenei (che oggi lo odia).

Le proteste di questi giorni, pero’, per il regime sono peggio del 1999 e del 2009: dal 1979 ad oggi, davanti al malcontento della popolazione, l’establishment iraniano ha reagito come un camaleonte, cambiando colore a seconda di dove andava il vento. Il fallimento di Khatami, Ahmadinejad e Rouhani, pero’, dimostra che il problema e’ il sistema. Un sistema che, al fianco di organi istituzionali ufficiali, ha quelli paralleli (Bonyad, Pasdaran, Khamenei), che sono i veri perni del regime e sono capaci di modificare come preferiscono le decisioni governative.

Una diversa strategia del regime…ma con lo stesso scopo…

Attualmente, la strategia del regime iraniano davanti alle proteste e’ diversa dal 2009. Durante il periodo dell’Onda Verde, dopo il riconteggio dei voti, il regime inizio’ immediatamente a parlare di “sedizione” e avviare le repressioni. In questo caso, il regime punta a darsi un volto democratico, sostenendo il diritto della popolazione di manifestare e affiancando a questo il mantra della cospirazione.

C’e’ pero’ un “ma”: il grande “ma” e’ la ripetizione a manetta – in tutti gli articoli sulle proteste – dell’articolo 27 della Costutizione iraniana, quello che garantisce il diritto di protesta alla popolazione, ma con il limite di “non violare i principi cardine dell’Islam”. Con questa ultima postilla, il regime si lascia mano libera per reprimere le proteste quando vuole – i morti sono gia’ decine – accusando i manifestanti di essere contro la Velayat-e Faqih.

Quale (prima) conclusione

Rivolta o rivoluzione, la conclusione resta la stessa: l’Iran e’ ostaggio di un regime instabile che, costantemente, si ritrova a dove gestire drammatiche proteste di massa. Come suddetto, questa volta, a fallire e Rouhani ed e’ difficile vedere come il “camaleonte khomeinista” si colorerà nuovamente, per superare la crisi. Probabilmente, ad oggi, le proteste non minacciano la sopravvivenza del regime, ma siamo solo all’inizio.

Il messaggio che mandano, pero’, e’ ben peggiore, soprattutto per chi intende investire sull’Iran, sia economicamente che politicamente: e’ in atto una guerra senza quartiere che mischia discontento popolare a faide interne tra diverse fazioni. Qualcosa che sta tra la voglia dei giovani di un futuro libero e una vera e propria guerra di mafia. Per queste ragioni, se l’Occidente e’ furbo, da un Paese simile scappa…

mogherini iran

Ricevendo il Premier israeliano a Bruxelles, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, ha evidenziato come la posizione dell’Unione Europea sul conflitto israelo-palestinese non e’ cambiata e che le ambasciate europee non si sposteranno da Tel Aviv alla Citta’ Santa.

Nella stessa conferenza stampa, annunciando un suo prossimo viaggio in Libano, la Mogherini aveva elogiato il ritorno del Premier Hariri a Beirut, il ritiro delle sue dimissioni da Primo Ministro e il sostegno dell’UE alla stabilita’ del Paese dei cedri.

Parole belle da sentire, ma vuote nei fatti: se davvero alla Mogherini e all’UE interessa la pace tra gli israeliani e i palestinesi, la stabilita’ di Gerusalemme e soprattutto quella del Libano, il problema principale non si chiama Donald Trump, ma Hassan Nasrallah, ovvero il Segretario di Hezbollah. 

Se il Libano e’ sull’orlo del collasso, infatti, e’ perché e’ un Paese con un Governo totalmente non in grado di controllare il proprio territorio. Questo perché, da anni ormai, e’ ostaggio di una organizzazione islamista e terrorista sciita, creata dal regime iraniano negli anni ’80 e che solo a Teheran da sempre risponde. E’ stato cosi con gli attentati organizzati in Libano in quegli anni, con la guerra del 2006 contro Israele e soprattutto con l’ingresso di Hezbollah nel conflitto siriano. E’ stato cosi quando, appena qualche giorno fa, un comandante di Hezbollah ha accompagnato il leader della milizia  sciita irachena Asaib Ahl al-Haq, lo sceicco Amin Qais al-Khazali, a visitare il confine tra Libano e Israele.

Come suddetto, se davvero la Mogherini ci tiene alla stabilita’ del Libano e a prevenire un nuovo conflitto regionale, ciò che Mrs Pesc deve pretendere quanto ribadito nella  risoluzione ONU 1701, ovvero quella che pretende il disarmo di tutte  le fazioni armate libanesi, a cominciare da Hezbollah.

Purtroppo, cosi come la Mogherini e’ capace di alzare la voce contro la nuova amministrazione americana, contro il governo israeliano e contro le mosse saudite, lo e’ assai meno – anzi non lo e’ per niente – a farsi valere contro le politiche aggressive e pericolose del regime iraniano. Ovvero, contro la prima causa delle crisi che oggi infiammano il Medioriente…