Archivio per la categoria ‘Iran’

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Il Parlamentare iraniano Abdul Karim Hosseinzadeh – membro della fazione vicina a Rouhani – ha denunciato sul suo account Twitter che la situazione dell’emergenza Coronavirus nelle citta’ di Qom e Rasht, e’ diventata ormai incontrollabile.

Per questo, Abdul Karim Hosseinzadeh ha chiesto che il Governo provveda immediatamente ad imporre una quarantena intorno a queste due città, al fine di evitare che il COVID-19 si propaghi senza controllo. Il rischio, per la Repubblica Islamica, e’ di diventare la prima nel mondo per vittime da virus, in rapporto alla popolazione.

Ricordiamo che Qom – città santa sciita – e’ il focolaio da dove e’ partita tutta l’epidemia di Coronavirus in Iran. I Pasdaran hanno impedito la messa in quarantena di Qom, proprio per il suo valore religioso. Nella citta’, nonostante le misure sanitarie prese, i clerici stanno invocando la preghiera come sola soluzione al contagio e si vedono fedeli leccare i luoghi sacri, per dimostrare di non temere la malattia.

Ad oggi, secondo i dati ufficiali del Governo, i contagiati da Coronavirus sono 3513 in Iran e i morti sono 107. Purtroppo, pero’, si tratta di dati non affidabili, considerata la censura imposta dai Pasdaran. Nella sola capitale, gli esperti hanno denunciato che almeno il 40% della popolazione rischia il contagio, con effetti drammatici sul sistema sanitario nazionale.

Risultato immagini per Mohammad Rasoulof

Una notizia terribile ci giunge dall’Iran: mentre la Magistratura libera migliaia di detenuti per l’emergenza Coronavirus scoppiata nelle prigioni della Repubblica Islamica, il regime ha deciso di convocare il regista Mohammad Rasoulof, per fargli scontare la pena ad un anno di detenzione a cui e’ stato condannato nel 2019 per “propaganda contro lo Stato” (per il contenuto dei suoi film).

Si tratta come suddetto, di una notizia che lascia senza parole, non solo per l’ingiustizia della condanna – determinata da ragioni politiche – ma anche per la tempistica scelta dalle autorità iraniane. Una tempistica che dimostra tutta la crudeltà di un regime, disposto a tutto per eliminare fisicamente i suoi critici.

Rasoulof e’ stato chiamato a sorpresa in carcere per scontare la sua pena, meno di una settimana dopo essere stato premiato a Berlino con l’Orso d’Oro per il film “There is No Evil”. Il premio e’ stato ritirato dalla figlia del regista iraniano, perché Teheran non ha permesso a Rasoulof di lasciare il Paese.

Ricordiamo infine che, nel novembre 2019, più di 200 rappresentanti dell’industria cinematografica iraniana, hanno firmato un pubblico appello per denunciare le censure imposte dal regime.

 

memri iran gay

L’Iran odia gli omosessuali e che questo odio nella Repubblica Islamica viene spesso trasformato in vero e proprio terrore, considerato che il regime può’ condannare a morte i gay con l’accusa di “sodomia”.

Una nuova conferma di questo odio arriva da una recente intervista del Generale dei Pasdaran Mostafa Izadi, comandante della Base responsabile di Cyber e Nuove Minacce. Intervistato il 28 febbraio dal Quinto Canale della TV iraniana, il generale ha affermato:

L’uomo e’ differente dall’animale. L’Occidente e’ in crisi. Non e’ triste che un candidato alla Presidenza in America – mi vergogno a dirlo – e’ un omosessuale…non e’ triste che a una persona del genere sia consentito presentare la sua candidatura? E’ una vera decadenza. La nostra rivoluzione (quella islamista), cerca davvero di mostrare alle persone come liberare l’umanità

Non serve aggiungere altro, se non sottolineare che nel messaggio di Izadi, e’ contenuta implicitamente l’idea che “liberare l’umanità”, significa eliminare tutti coloro che la rendono ignobile, come appunto i gay. E’ davvero con un regime del genere che i democratici americani vogliono tornare a trattare? Davvero l’odio verso Trump può legittimare nel mondo progressista, simili idee abominevoli?

A worker disinfects a public bus amid efforts to contain the coronavirus in Tehran on Wednesday.

Fonte: CNN

Sono diverse le persone che si chiedono perché, nella Repubblica Islamica, il numero di vittime di Coronavirus sia cosi alto. Ad oggi non e’ ancora noto il numero esatto di vittime e di contagiati, perché e’ ormai praticamente impossibile avere dati certi da parte del regime.

Secondo il NYT, ad oggi le vittime sarebbero almeno 26 e i contagiati sarebbero oltre 250, ma per altri i numeri sono purtroppo molto più alti e nella sola città di Qom – epicentro del focolaio di Coronavirus in Iran – sarebbero morte più di 50 persone. Purtroppo, tra i deceduti c’e’ anche Narjes Khan Alizadeh – giovane infermiera – e Elham Sheykhi, campionessa di futsal. Tra le vittime quindi c’e’ stato anche il clerico Hadi Khosroshahi, ex Ambasciatore del regime in Vaticano.

Ora, prima di affrontare i perché, ci vogliono tre necessarie di premesse: 1) l’Iran e’ l’epicentro del Coronavirus in Medioriente perché ha da anni contatti molto stretti con la Cina. Dal rapporto con Pechino, infatti, dipende una parte importante dell’economia nazionale e Teheran e’ pienamente inserito nel progetto della Via della Seta cinese; 2) delle vittime iraniane del Coronavirus, non possiamo sapere ovviamente lo stato di salute al momento del contagio col virus COVID-19. Ecco perché dobbiamo stare molto attenti a dare un giudizio in merito. Anche in questo caso, sempre mantenendo il massimo rispetto per tutte le vittime, diversi deceduti erano anziani (quindi probabilmente anche con un sistema immunitario più debole); 3) il sistema sanitario nazionale in Iran, pur essendo sicuramente migliore di altri Paesi della regione, ha numerosi deficit. Problemi che, al contrario di quello che oggi il regime prova a raccontare, non nascono solo dalle sanzioni internazionali (che possono aver acuito i problemi). Nascono in primis dalla forte presenza dei Pasdaran in tutti i settori economici, sanitario compreso, con effetti estremamente distorsivi sulla qualità dei servizi offerti.

Fatte queste premesse, arriviamo alle problematiche più recenti: il primo problema che si e’ avuto in Iran nel momento in cui e’ stato scoperto il virus, e’ stata la sottovalutazione. Oggi sui giornali leggete che molte delle preghiere pubbliche del Venerdì sono state cancellate, ma per arrivare a questa decisione si e’ passati per numerosi e drammatici errori. Il regime ha affermato pubblicamente che non era necessaria alcuna misura di quarantena. Una affermazione fatta persino dal Vice Ministro della Sanità Iraj Harirchi che, triste ironia della sorte, il giorno dopo ha comunicato di aver contratto il Coronavirus ed e’ stato messo in quarantena (il COVID-19 e’ stato contratto da almeno sette esponenti istituzionali, tra cui la Vice Presidente Masoumeh Ebtekar). Se si considera che l’epicentro del virus in Iran e’ stata la città santa di Qom, frequentata quotidianamente da centinaia di pellegrini sciiti da tutto l’Iran e non solo, e’ facile capire da soli il prezzo che ha avuto pubblicamente questo diniego iniziale.

La seconda grande problematica, collegata direttamente alla prima (ovvero al diniego), e’ stata la tornata elettorale del 21 febbraio. Ora, come sempre detto, il regime sapeva benissimo che la partecipazione sarebbe stata bassissima e che questo avrebbe rappresentato una indiretta delegittimazione della Repubblica Islamica da parte della popolazione. Per questo, secondo anche diversi parenti delle vittime del Coronavirus, il Governo avrebbe disistimato l’allarme, nella speranza di non diminuire ulteriormente l’affluenza elettorale. Poco prima del voto, il responsabile dell’intelligence dei Pasdaran, Hossein Taeb, aveva rifiutato l’idea di posticipare il voto nella città di Qom, con risultati che potete immaginare da soli. Dopo le elezioni, quando e’ stato reso noto che solo il 42% della popolazione aveva votato – il dato più basso dal 1979 – Khamenei ha addirittura affermato che i nemici avevano esagerato la propaganda anti-elettorale, creando addirittura panico eccessivo sul tema Coronavirus. Pura follia.

Terzo e ultimo punto, la superstizione. Nel momento caldo dell’emergenza, piuttosto che invitare a restare a casa i cittadini iraniani, i clerici della città santa di Qom hanno invitato a visitare ancora più assiduamente i luoghi sacri, affermando che la preghiera era la sola via per ottenere la guarigione. Per la cronaca, nella sola Qom, per la cronaca, ci sono almeno 700 cinesi di fede sciita che studiano materie religiose e commercianti cinesi visitano assiduamente la città per fare affari. Lo stesso Presidente Rouhani ha rigettato l’idea di imporre una quarantena alla città santa sciita (invitando alla sola quarantena individuale) e ha persino assicurato il popolo iraniano che tutto sarebbe rientrato nella normalità entro Sabato 29 febbraio…

Insomma, ai naturali problemi causati dalla diffusione improvvisa di un virus sconosciuto al mondo – in un Paese legatissimo alla Cina, origine del COVID-19 – si sono aggiunti una serie di dinieghi della verità, di mancanza di trasparenza, di disinformazione e di interessi politici, che hanno portato oggi l’Iran a ritrovarsi in una emergenza sanitaria i cui risvolti restano sconosciuti ai più, in Iran e fuori dall’Iran. Nuovamente, come accaduto in Cina, l’esistenza di un regime che non rispetta alcun canone dello Stato di Diritto – privo di una libera informazione e governato da clerici e miliziani fondamentalisti – ha impedito l’avvio immediato dei protocolli scientifici per evitare la propagazione dell’emergenza sanitaria.

Ovviamente, ci auguriamo che anche l’Iran – come il resto del mondo – possa presto superare questa drammatica emergenza, riuscendo a ridurre al minimo il numero di contagiati e soprattutto di vittime.

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Fonte: Fanpage

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Oggi l’Iran si recherà al voto per eleggere il nuovo Parlamento – 290 seggi in palio – e per rinnovare qualche seggio dell’Assemblea degli Esperti (quella che elegge la Guida Suprema). Il Parlamento che verra’ eletto sara’ l’undicesimo dal 1979 ad oggi (alcuni seggi resteranno comunque vacanti e una seconda tornata elettorale verrà fatta in primavera).

Il nodo centrale di queste elezioni non e’ l’esito. Il risultato, infatti, grazie alla squalifica di oltre il 50% dei candidati sgraditi al regime decisa dal Consiglio dei Guardiani, e’ abbastanza scontato: la partita e’ tra conservatori e ultraconservatori, con l’ex Sindaco di Teheran Qalibaff che punta a diventare il nuovo Speaker del Majles, per poi provare a contendere la leadership presidenziale a Rouhani. Tra gli squalificati, anche 41 parlamentari uscenti, che hanno messo in discussione i poteri della Guida Suprema e dei Pasdaran.

Il nodo centrale di queste elezioni e’ la partecipazione. Se sara’ sotto una certa soglia, sara’ una testimonianza fattuale della perdita di legittimita’ da parte della Repubblica Islamica. Per queste ragioni, nonostante le forti divisioni interne, tutti i leaders iraniani – a cominciare dalla Guida Suprema e dagli stessi Pasdaran – hanno chiamato il popolo alla partecipazione, definendo il voto un “dovere religioso”. La Repubblica Islamica, teoricamente, nasce per il popolo, con manifestazioni di massa, a cui gli iraniani ancora oggi sono costantemente “invitati” a prendere parte. In questo momento poi, con il regime che si sente sotto assedio esternamente, la partecipazione al voto potrà rappresentare un segnale di forza interna e permettere a chi veramente detiene il potere, di rafforzarsi ancora di più.

Alcuni leader riformisti di primo livello – come l’ex Presidente Khatami – hanno sposato la linea della partecipazione al voto, rifiutando di sostenere l’idea di boicottare la tornata elettorale. La linea che e’ venuta dalle carceri dove sono rinchiusi i prigionieri politici, e’ pero’ opposta: boicottare il voto senza se e senza ma.

D’altronde, i prigionieri politici iraniani, sono quelli che stanno vivendo sulla loro pelle cosa significhi veramente opporsi alla Repubblica Islamica. Khatami, nonostante le belle speranze occidentali e i buoni propositi, e’ sempre stato un uomo del regime, da quest’ultimo tollerato. Ma quando c’era da riformare il Paese e sostenere i moti popolari – quelli veri – Khatami si e’ tirato indietro, accettando la richiesta dei Pasdaran (tra cui quella di Soleimani) di reprimere nel sangue le proteste degli studenti di Teheran (1999). La sua debolezza – per altri connivenza – apri la strada al potere dei Pasdaran e alla Presidenza dei Basij negazionista Mahmoud Ahmadinejad.

Lo stesso Rouhani, arrivato al potere con mille buone intenzioni, in realtà ha aumentato l’abuso dei diritti umani, ha permesso la repressioni di numerose proteste popolari – sostenendo pubblicamente l’azione dei Pasdaran – ha accettato l’uso dei soldi pubblici iraniani per incrementare il finanziamento di milizie jihadiste sciite in tutto il Medioriente e ha anche taciuto davanti all’aumento esponenziale delle condanne a morte dei detenuti. Nulla, quindi, e’ stato da lui fatto per sostenere la battaglia delle donne iraniane contro il velo obbligatorio e per una maggiore parità di genere nella Repubblica Islamica.

La sola conclusione che se ne trae e’ che la Repubblica Islamica non e’ riformabile dall’alto. Per cambiare dal suo interno, la Repubblica Islamica ha bisogno di segni tangibili di perdita della sua legittimità’. Come? Boicottando le elezioni e sperando che la partecipazione totale sara’ sotto – o quasi sotto – il 50%. In alcune aree come Teheran cio’ avverrà – si parla addirittura di soli 24% di votanti nella capitale – in altre il dato e’ incerto. Non possiamo prevedere il futuro, ma cio’ che e’ certo e’ che – la chiamata generale al voto di questi giorni – e’ il segno tangibile che il regime trema e sa bene quello che rischia davanti ad un boicottaggio generale del voto. Il messaggio sarebbe univoco e drammatico per chi detiene il potere.

Oltre all’affluenza, come suddetto, va considerato che il risultato e’ già deciso. I riformisti ammessi al voto non avranno alcun potere e l’Iran si avvierà ad essere una Repubblica militarizzata, sotto il controllo dei Pasdaran. La sola vera battaglia al vertice che conterà nel prossimo futuro, sara’ quella per la successione a Khamenei, dove le fazioni che contano si daranno battaglia. Il resto e’ solo un futile commento…

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Lo ha detto ovviamente sempre in forma propagandistica, perché – come noto – in Iran le cose non possono essere mai chiamate con il loro nome: ma lo ha detto. Il Presidente iraniano Rouhani, parlando al meeting settimanale del Governo, ha affermato:

L’Iran e’ stato già capace di sconfiggere le sanzioni americane e può, ancora una volta, far pentire gli Stati Uniti di aver fatto la cosa sbagliata contro la Repubblica Islamica. Noi abbiamo già una volta fatto pentire gli USA delle loro azione e li abbiamo forzati al tavolo del negoziato, facendogli firmare un documento che loro non gradivano. Dobbiamo farlo ancora. Come possiamo farlo? La strada e’ la nostra unita’ e solidarietà. Dobbiamo mostrare all’America che siamo capaci di essere forti“.

Ovviamente, visto che come suddetto si tratta di affermazioni dette in gergo propagandistico, le parole di Rouhani vanno tradotte. La traduzione, se ci trovassimo di fronte ad un Paese normale, sarebbe più o meno questa: “cari concittadini, l’economia nazionale e’ al limite del collasso, come ha certificato anche la nostra Banca Centrale, e noi ne siamo pienamente consapevoli. Cosi come e’ accaduto quando abbiamo negoziato con Obama nel 2015, dobbiamo tornare a sederci al tavolo con gli Stati Uniti, perché senza un accordo con Trump finiamo tutti per terra. Per fare questo – e questo e’ il messaggio diretto agli iraniani – mi serve che in tanti andate a votare alle elezioni parlamentari, per votare i candidati a me vicini (quelli che il Consiglio dei Guardiani non ha già squalificato….) e permettermi di contare ancora qualcosa davanti a Khamenei e ai Pasdaran…

Rouhani ha quindi continuato:

“Se noi vogliamo resistere agli USA, un esempio pratico deve essere la nostra presenza alle elezioni del 21 febbraio. Tutti devono andare a votare”

In altri termini, il Presidente teme concretamente che la partecipazione alle elezioni sara’ bassa – alcuni parlando di un rischio sotto il 50% – con delle dirette conseguenze sulla sua figura e con il rischio concreto – paventato dallo stesso Rouhani – di nuove proteste popolari di coloro che ormai non ritengono più riformabile il sistema (e ovviamente nuove repressioni).

Ovviamente, le parole di Rouhani toccheranno direttamente la Guida Suprema Ali Khamenei e i Pasdaran. Sia il Rahbar che le Guardie Rivoluzionarie, infatti, sono oggi assolutamente contrarie ad un nuovo accordo con gli Stati Uniti, anche rischiando di approfondire la crisi interna al regime, aumentando le repressioni verso coloro che esprimono posizioni critiche verso le istituzioni.

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In queste giorni – come saprete già – centinaia di persone si stanno mobilitando per salvare la vita di Patrick George Zaki, studente egiziano dell’università di Bologna, incarcerato al Cairo per le sue opinioni politiche contro al-Sisi.

Per la libertà di Zaki, come suddetto, si stanno mobilitando non solo gli attivisti, ma anche rappresentanti politici di primo livello, i media e lo stesso Ministero degli Esteri guidato da Di Maio. Il tema e’ molto sensibile per l’Italia, non solo per il ricordo del caso Regeni, ma anche perché coinvolge le relazioni diplomatiche tra Roma e il Cairo e per le denunce delle torture subite in carcere dallo stesso Zaki – ma questa accusa, a quanto pare, e’ ancora tutta da provare.

Premessa necessaria: attivarsi per la scarcerazione di Zaki va benissimo. Chiunque viene incarcerato per le sue idee, deve essere liberato immediatamente e deve veder garantito il diritto di esprimersi liberamente. Cio’ detto, e’ inaccettabile il doppio standard di alcuni attivisti per i diritti umani in Italia: mentre, infatti, per Zaki la mobilitazione e’ stata immediata, per altri casi – simili e altrettanto importanti – c’e’ stato quasi soltanto un assordante (e colpevole) silenzio.

In particolare, ci riferiamo al caso di Ahmadreza Djalali, ricercatore medico iraniano, in carcere dal 2016 a Teheran e condannato alla pena capitale con l’accusa di essere una spia. Accusa che Ahmadreza ha sempre negato, denunciando di essere stato punito per aver rifiutato di diventare un agente dell’intelligence iraniana. In questi anni di detenzione, Ahmadreza ha perso decine di chili e il suo stato di salute e’ ormai al limite.

Per Ahmadreza Djalali e’ stata forte la mobilitazione degli accademici. Una mobilitazione partita dall’università del Piemonte Orientale, dove il ricercatore iraniano ha lavorato per alcuni anni. Dalle ONG per i diritti umani – escluso il caso Amnesty – c’e’ stato invece quasi un silenzio totale. Soprattutto, pero’, sono mancati gli attivisti e i movimenti di pressione che, attraverso manifestazioni e articoli, hanno chiesto la cittadinanza italiana per Ahmadreza e preteso la sospensione delle relazioni diplomatiche con Teheran.

Allora la domanda e’: perché questo doppio standard? Facendo una attenta analisi politica viene il sospetto che, a usare la leva dei diritti umani contro al-Sisi, non ci siano solo organizzazioni veramente interessate ai diritti civili e politici in Egitto, ma gruppi di pressione legati alla Fratellanza Mussulmana – e all’attivismo pro-palestinese – che da anni hanno trovato rifugio in Italia (e in altri Paesi europei) dopo essere stati cacciati per aver terrorizzato la regione con attacchi terroristici. Un attivismo ripreso forte in Italia, soprattutto dopo la fine della breve parentesi islamista di Mohammed Morsi.

Se questo sospetto fosse confermato, si spiegherebbe facilmente anche il disinteresse di questi stessi gruppi islamisti, verso il caso Djalali, considerando soprattutto che l’islamismo sunnita e l’islamismo sciita khomeinista hanno parecchi punti in comune sia a livello ideologico che politico.

Come suddetto quindi, e’ assolutamente condivisibile l’idea che l’Egitto di al-Sisi deve fare tanti passi avanti verso lo Stato di Diritto e verso le garanzie politiche necessarie per libertà di espressione di tutti i suoi cittadini. Cosi come – lo ripetiamo – ci auguriamo il  pronto rilascio di Patrick Zaki e il suo ritorno a Bologna sano e salvo. Detto cio’, e’ altrettanto chiaro che dietro il caso Zaki ci sono interessi che vanno oltre l’amore per i diritti umani, portati avanti volontariamente da organizzazioni che usano argomenti cari all’attivismo progressista, per fini politici pericolosi e contrari all’interesse nazionale italiano.

Per queste ragioni, e’ necessario che chi si mobilita genuinamente per cause come quelle di Zaki, si dimostri non solo capace di farlo anche per altre cause altrettanto nobili – quali quella di Ahmadreza Djalali – ma faccia anche una considerazione importante su chi manifesta al suo fianco. Una analisi necessiaria, al fine di capire se si queste persone sono tutte veramente sensibile ai diritti umani, o invece intendano meramente usare i diritti umani per riportare al Cairo regimi fondati su un pericoloso fondamentalismo islamico…