Archivio per la categoria ‘Iran Unione Europea’

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La Guida Suprema Ali Khamenei ha dettato le condizioni per la permanenza dell’Iran all’interno dell’accordo nucleare. Molto semplicemente, parlando davanti a rappresentanti governativi, Khamenei ha chiesto agli europei di sganciare i soldi, ovvero di impegnare le banche dei loro Paesi ad assicurare il business con Teheran, non importa quale conseguenze potra’ avere questa decisione rispetto alle prossime sanzioni americane.

Non contento, Khamenei ha anche chiesto agli europei di “proteggere” il greggio iraniano, comprando petrolio grezzo da Teheran e promettendo di non chiedere alla Repubblica Islamica di negoziare – in alcun modo – sul programma missilistico e sulle interferenze iraniane in Medioriente.

Infine, Khamenei ha chiesto agli Europei di proporre e far approvare una risoluzione ONU contro gli Stati Uniti e ha dato mandato all’Agenzia atomica iraniana AEOI, di tenersi pronti per riattivare tutte le attivita’ nucleare “in caso di necessita’”.

 

 

 

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Il ministro del Tesoro italiano, Pier Carlo Padoan

Cambia il mondo intorno all’Italia, cambia radicalmente la posizione degli Stati Uniti sull’accordo nucleare con l’Iran, cambiano soprattutto coloro che guideranno la politica estera a Washington, ma una cosa purtroppo sembra non smuoversi: la volontà del Governo italiano di garantire gli investimenti italiani nella Repubblica Islamica, con 5 miliardi di euro.

Come si ricorderà, nella legge di stabilita’ approvata dal Governo Gentiloni, fu inserito un articolo ad hoc, per gli investimenti in Iran. Stante la non disponibilità di Cassa Depositi e Prestiti ad esporsi nella garanzia di quegli investimenti – troppo rischiosi e troppo esposti a nuove sanzioni americane – il Governo italiano ha passato la palla ad Invitalia, agenzia pubblica. Secondo la Legge quindi, sara’ la newco di Invitalia, Invitalia Global, ad assicurare gli investimenti italiani in Iran con un fondo di 5 miliardi di euro – soldi pubblici – e con una garanzia addirittura di prima istanza. A copertura di queste garanzie praticamente a perdere, il Tesoro ha anche creato un fondo di garanzia di 120 milioni di euro che, incredibilmente, verranno presi da un budget che era destinato a promuovere l’imprenditoria giovanile.

Secondo quanto scrive Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano di oggi, Padoan intende far approvare il decreto di attuazione di quanto stabilito in Legge di Bilancio, proprio in queste ore. Il decreto richiede solamente una votazione positiva del Governo che, considerando i viaggi di Renzi e Gentiloni in Iran e considerando il numero di imprese italiane esposte, sembra praticamente scontato.

Il problema e’ che, al di la’ dell’aspetto morale di fare affari con un regime fondamentalista, e’ in questi mesi la situazione internazionale e’ radicalmente mutata. Obama ha lasciato la Casa Bianca e al suo posto e’ arrivato Trump, un presidente che ha già deciso approvare la “decertification” del JCPOA. A questa mossa, Trump ha aggiunto la nomina di Pompeo a Segretario di Stato e dell’Ambasciatore John Bolton a Consigliere per la Sicurezza nazionale.

Il punto su cui verte la strategia economica italiana con l’Iran, ma non solo dell’Italia, e’ di non esporre gli istituti finanziari nazionali a possibili sanzioni americane, come accaduto con Banca Intesa. Per questo, l’assicurazione agli investimenti a Teheran, sara’ pubblica e in euro. Ma tutto il castello, si regge su una montagna di sabbia: come dimostrato dal recente caso Skrypal, davanti ad una crisi internazionale che vede protagoniste alcune potenze Nato – prime alleate anche dell’Italia – lo stesso Governo italiano ha dovuto prendere delle misure di ritorsione. Tanto più che, proprio in Europa, Macron sta spingendo per l’approvazione di nuove sanzioni europee contro la Repubblica Islamica.

Concludiamo ricordando che, oltre meta’ dell’economia iraniana, e’ controllata dai Pasdaran, le cui compagnie sono già’ per la maggior parte inserite nella lista delle sanzioni internazionali. Peggio, il regime iraniano e’ primo al mondo per riciclaggio di denaro, per mancanza di trasparenza e per corruzione interna. Non sembra certo un Paese con i parametri adatti per ricevere una garanzia di prima istanza agli investimenti esteri…

 

 

monaco e4

Il 13 ottobre scorso, il presidente americano Trump non ha “certificato” l’accordo nucleare con l’Iran, rimandando il JCPOA al Congresso americano. Giustificando la sua decisione, Trump ha accusato il regime iraniano di aver violato l’accordo – particolarmente con i test missilistici – e rimandato agli europei il compito di rinegoziare l’accordo con Teheran. 

Da quel momento in poi, nonostante le parole, i principali leader europei hanno iniziato a parlare di necessita’ di trovare un rinegoziare il JCPOA, includendo all’interno dell’accordo anche tematiche spinose come il contenimento dell’espansione regionale iraniana e quello del programma missilistico. Temi su cui, apparentemente, il regime iraniano non intende discutere, salvo poi aprire al dialogo. E’ nato cosi il gruppo E4 (Parigi, Berlino, Londra e Roma), ovvero il gruppo dei Paesi europei responsabili del nuovo negoziato con l’Iran (la prima riunione si e’ svolta a Monaco la scorsa settimana, con focus Yemen).

Ma perché gli Europei – Macron in testa – hanno deciso di sposare la linea americana, almeno parzialmente? E soprattutto, perché il regime iraniano sta silenziosamente accettando questo dialogo? La risposta e’ semplice: per guadagnare tempo…

L’esperienza E4, infatti, non e’ una novità nel panorama negoziale tra l’Occidente e l’Iran. Tra il 2002 e il 2003, infatti, il cosiddetto gruppo E3 (Italia, Francia e Germania), negozio’ con gli iraniani l’accordo di Teheran (poi confermato a Parigi nel 2004), con cui il regime clericale sciita si impegnava a porre volontariamente dei limiti al suo programma nucleare. E chi era il negoziatore iraniano di quell’accordo? Hassan Rouhani, ovvero l’attuale Presidente iraniano.

L’E3 e l’accordo di Teheran, pero’, furono un fallimento drammatico: come ammesso dallo stesso Rouhani durante un dibattuto televisivo nel 2013 (video sotto), l’Iran firmo’ quell’accordo per poter prendere tempo e terminare – senza il riflettore internazionale – tutti gli impianti necessari per l’arricchimento dell’uranio e lo stesso reattore ad acqua pesante di Arak.

Non solo: in una intervista del 2005 per Rahbord – il magazine del Centro per gli Studi Strategici dell’Iran – Rouhani disse testualmente: “Quando io avevo la responsabilità dei negoziati sul nucleare avevamo due obiettivi: salvaguardare la sicurezza nazionale del Paese e raggiungere i nostri obiettivi nucleari. Nel 2003 noi non avevamo ancora una produzione nell’impianto nucleare di Isfahan. Noi non potevamo produrre ancora, quindi, Uf4 e Uf6…Noi abbiamo usato quindi l’opportunità dei negoziati per completare l’impianto di Isfahan…Ad Arak, inoltre, noi abbiamo continuato negli sforzi per ottenere acqua pesante….La ragione per cui abbiamo invitato i rappresentanti dei tre Stati Europei [Francia, Germania e Gran Bretagna, il famoso U-3, N.d.A] presso il Ministero degli Esteri a Teheran è stata unicamente al fine di mettere l’Europa contro gli Stati Uniti, al fine di evitare di portare la questione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Più chiaro di cosi…

Il gioco di oggi, non e’ poi cosi differente da quello del 2003 e comprendere quanto sta succedendo non e’ difficile: gli europei hanno importanti interessi economici in Iran, ma temono profondamente le nuove sanzioni americane. Per questo, dopo aver compreso che la posizione non dialogante con Washington della Mogherini era un fallimento totale, guidato da Macron il gruppo E3 sta cercando di guadagnare tempo magari chissà, sperando anche in un impeachment di Trump nel frattempo.

Gli iraniani lo sanno e sanno bene che i negoziatori europei sono i loro migliori alleati. Ovviamente, speriamo di sbagliare e di trovare nel Gruppo E4 una realtà veramente capace di limitare le azioni iraniane. Purtroppo, i dubbi restano, soprattutto perché si tratta di un negoziato senza precondizioni. Ovvero, il perfetto negoziato per Teheran: quello che lascia alla Repubblica Islamica il tempo “di guadagnare tempo”…

mogherini iran

Ricevendo il Premier israeliano a Bruxelles, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, ha evidenziato come la posizione dell’Unione Europea sul conflitto israelo-palestinese non e’ cambiata e che le ambasciate europee non si sposteranno da Tel Aviv alla Citta’ Santa.

Nella stessa conferenza stampa, annunciando un suo prossimo viaggio in Libano, la Mogherini aveva elogiato il ritorno del Premier Hariri a Beirut, il ritiro delle sue dimissioni da Primo Ministro e il sostegno dell’UE alla stabilita’ del Paese dei cedri.

Parole belle da sentire, ma vuote nei fatti: se davvero alla Mogherini e all’UE interessa la pace tra gli israeliani e i palestinesi, la stabilita’ di Gerusalemme e soprattutto quella del Libano, il problema principale non si chiama Donald Trump, ma Hassan Nasrallah, ovvero il Segretario di Hezbollah. 

Se il Libano e’ sull’orlo del collasso, infatti, e’ perché e’ un Paese con un Governo totalmente non in grado di controllare il proprio territorio. Questo perché, da anni ormai, e’ ostaggio di una organizzazione islamista e terrorista sciita, creata dal regime iraniano negli anni ’80 e che solo a Teheran da sempre risponde. E’ stato cosi con gli attentati organizzati in Libano in quegli anni, con la guerra del 2006 contro Israele e soprattutto con l’ingresso di Hezbollah nel conflitto siriano. E’ stato cosi quando, appena qualche giorno fa, un comandante di Hezbollah ha accompagnato il leader della milizia  sciita irachena Asaib Ahl al-Haq, lo sceicco Amin Qais al-Khazali, a visitare il confine tra Libano e Israele.

Come suddetto, se davvero la Mogherini ci tiene alla stabilita’ del Libano e a prevenire un nuovo conflitto regionale, ciò che Mrs Pesc deve pretendere quanto ribadito nella  risoluzione ONU 1701, ovvero quella che pretende il disarmo di tutte  le fazioni armate libanesi, a cominciare da Hezbollah.

Purtroppo, cosi come la Mogherini e’ capace di alzare la voce contro la nuova amministrazione americana, contro il governo israeliano e contro le mosse saudite, lo e’ assai meno – anzi non lo e’ per niente – a farsi valere contro le politiche aggressive e pericolose del regime iraniano. Ovvero, contro la prima causa delle crisi che oggi infiammano il Medioriente…

mogherini iran

L’accordo nucleare sta mettendo in crisi i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, con gli Stati Uniti intenzionati a rivedere – ma non stralciare il JCPOA – e buona parte dell’Europa pronta a dare battaglia per mantenere quanto firmato a Vienna nel 2015. Purtroppo, tra chi si schiera nella seconda coalizione, c’e’ anche l’Italia, ove assistiamo ad una strana battaglia interna alle istituzioni nazionali, con un Governo tutto proteso a promuovere il business con Teheran, e delle agenzie (anche pubbliche) di assicurazione dei crediti esteri – Sace e Cassa Depositi e Prestiti – non convinte della bonarietà di questo investimento.

Per la maggior parte, chi sostiene che nulla debba essere cambiato nell’accordo nucleare, lo fa citando le posizioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), guidata dal giapponese Amano. Peccato che, come recentemente ammesso dallo stesso Amano, l‘AIEA non ha affatto certificato il rispetto iraniano del JCPOA.

Ancora oggi, infatti, l’AIEA non ha mai potuto garantire che l’Iran rispettasse la Sezione T dell’Allegato I, dell’accordo nucleare del 2015, quella che garantisce che Teheran non sta sviluppando attività che potrebbero portarlo a produrre un ordigno nucleare. Ovvero il cuore dell’accordo tra la Repubblica Islamica e il P5+1. L’AIEA non ha mai, ripetiamo mai, potuto garantire la Sezione T, perché l’Iran non ha mai permesso agli ispettori internazionali di verificare alcuni siti militari iraniani, come Parchin, ove sono state simulate delle esplosioni nucleari.

Allora come mai la Mogherini ha sottolineato che “tutte le parti stanno rispettando l’accordo nucleare”? Semplice: Mrs. Pesc non ha mai preso come base i report dell’AIEA, ma le parole della Joint Commission creata dopo la firma dell’accordo nucleare del 2015 a Vienna. La Joint Commission, pero’, non e’ un organo di esperti di in materia, ma una organizzazione creata ad hoc per meri fini politici, allo scopo di superare la stessa AIEA e poter cosi certificare il rispetto dell’accordo stesso…senza reali garanzie…

I membri della Joint Commission, infatti, sono rappresentanti dei Paesi che hanno firmato l’accordo nucleare (più un rappresentante UE). Come tali, non solo sono privi di autonomia e voce propria, ma dipendenti del volere di Governi che, per la maggior parte, hanno solo interesse a riavviare il business con Teheran. Ecco perché, in tutti questi mesi, tutti questi rappresentati sono stati capaci di non dire una sola parola sulle numerose violazioni dell’accordo nucleare compiute dal regime iraniano.

Concludendo, possiamo dire che qualsiasi sia la posizione di un Paese o di una personalità politica rispetto all’accordo nucleare, ci sono alcuni dati di fatto che non possono essere smentiti: il JCPOA non e’ un accordo tecnico, ma politico e in quanto tale deve garantire un nuovo rapporto con Teheran, benedetto all’epoca da Obama. Il fine principale di questo accordo non e’ il nucleare, ma il business. Per questo, per raggiungere questo obiettivo, ci sono forze che sono disposte a passare sopra a tutto, in primis alle violazioni dell’accordo stesso da parte dell’Iran…

Fortunatamente, per il momento, ancora questa follia non e’ valsa il Nobel a nessuno dei maggiori protagonisti…

Il discorso di Trump sull’accordo nucleare iraniano

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Il 5 agosto scorso, la Mogherini si e’ recata a Teheran per assistere alla cerimonia del nuovo insediamento del Presidente Hassan Rouhani, in seguito alla sua rielezione. A quella visita, sono seguite una infinita’ di polemiche, su cui non intendiamo tornare.

Cio’ che vogliamo sottolineare e’ che, mentre la Mogherini applaudiva Rouhani, il Presidente iraniano sceglieva tra i nuovi Ministri del suo Governo, personalità considerate criminali dalla stessa Unione Europea. 

Uno di questi e’ Seyyed Alireza Avaee, scelto da Rouhani come nuovo ministro della Giustizia al posto di Mostafa Pour-Mohammadi. Piccolo inciso: lo stesso Pour-Mohammadi era un criminale, avendo contribuito al massacro di oltre 30,000 prigionieri politici iraniani nel 1988.

Tornando ad Alireza Avaee, si tratta di un personaggio inserito sin dal 2011 nella lista delle sanzioni dell’Unione Europea per “violazione dei diritti umani”. In qualità di Presidente della Magistratura di Teheran, infatti, Avaee ha contribuito all’arresto arbitrario e alla negazione dei diritti civili nei confronti di decine e decine di oppositori politici. Non solo: per colpa sua, anche il numero di esecuzioni capitali e’ aumentato drammaticamente (EUR-lex).

Infine, lo stesso Alireza Avaee e’ responsabile della morte dei 30,000 prigionieri politici iraniani nel 1988: in quel periodo, va ricordato, egli era Capo Procuratore presso il carcere di Dezful, ove vennero mandati al patibolo centinaia di detenuti, anche minorenni.

E’ triste e vergognoso, vedere i massimi rappresentanti dell’UE, applaudire leader che scelgono come Ministri delle figure che, la stessa UE, considera dei massacratori…

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Javad Zarif, Ministro degli Esteri iraniano, ha passato l’ultimo mese impegnato in un importante tour diplomatico. Un viaggio in primis in Medioriente e in Nord Africa e, in questi giorni, anche in Europa. Sino a ieri Zarif ha visitato Berlino, mentre oggi e’ a Roma, ove incontrerà Gentiloni e Alfano. Con il Ministro degli Esteri italiano, e’ previsto un punto stampa questa sera.

Perché Zarif ha intrapreso questo tour diplomatico? Perché il Ministro iraniano e’ arrivato anche in Europa? La risposta e’ principalmente una: paura. Gia’, perché dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, la festa per il regime iraniano e’ praticamente finita. 

Nonostante il durissimo dibattito interno negli Stati Uniti sulla Presidenza Trump e sul Russian Gate, la Casa Bianca e il Congresso concordano praticamente su una cosa sola: il regime iraniano e’ un pericolo che va fermato. Per questa ragione, in queste ore, e’ in discussione – già approvata dal Senato – alla Camera dei Rappresentanti la nuova proposta di legge per imporre nuove sanzioni economiche contro Teheran (link). Parallelamente, il Presidente Trump studia l’organizzazione di una “Camp David Araba”, per rilanciare le alleanze tradizionali di Washington in Medioriente (mei.edu).

In questo contesto, si inserisce ovviamente la crisi tra CCG e Qatar. Il regime iraniano sta tentato di approfittare della crisi per stringere una alleanza con Doha, ma sa che dalle parole ai fatti la distanza e’ lunga. Per questo, non casualmente, Zarif sta chiedendo una mediazione europea nella crisi del Golfo, allo scopo di dividere il Vecchio Continente dagli Stati Uniti e imporre la linea iraniana. 

Lo Zarif atterrato a Roma in queste ore, pero’, e’ un Ministro debole e poco rappresentativo: a differenza di quattro anni fa, infatti, la fazione di Rouhani – pur vincendo alle elezioni – e’ quasi totalmente bloccata dall’opposizione di Khamenei e dei Pasdaran, ovvero di coloro che, praticamente, hanno in mano buona parte dell’economia iraniana. Solo ieri, si badi bene, il Capo dei Pasdaran Jafari ribadiva che l’Iran non doveva “dipendere dagli stranieri” per il suo sviluppo economico. Khamenei, da parte sua, in questi giorni ha invocato la jihad contro il mondo intero, India compresa

Ecco perché, al di la’ delle parole poco credibili di personalità come la Mogherini, investire politicamente in questo periodo sull’Iran e sulla fazione di Rouhani e Zarif, e’ una strategia perdente. L’era Obama e’ finita e con essa anche le protezioni di cui la lobby filo regime iraniano – e filo fratellanza mussulmana – godeva a Washington. Con o senza Trump, la strategia americana in Medioriente sara’ di opposizione a Teheran e non di mano tesa.

Con quanto suddetto, non si vuole intendere che che presto assisteremo alla morte ufficiale dell’Iran Deal o una guerra tra Iran e Stati Uniti, ma sicuramente che la nuova strategia di sanzioni e contenimento degli Ayatollah della Casa Bianca, di fatto, renderà nullo quanto sottoscritto nel 2015 e pericoloso per le compagnie europee con interessi negli Usa, investire sia a Teheran che a Washington.

Tutto ciò, vale soprattutto per il Governo italiano che, purtroppo, recentemente ha permesso ad una banca iraniana – sotto sanzioni ancora negli Usa – di aprire un ufficio a Roma. L’Italia ha un ruolo di primo piano in Paesi come il Libano, attraverso la missione Unifil 2. La strategia americana anti-Iran, si concentrerà moltissimo su Hezbollah, considerato un pericolo non solo da Israele, ma dal mondo arabo e dagli stessi Stati Uniti per il ruolo del Partito di Dio nel narcotraffico in America Latina. Pretendere un cambiamento radicale delle politiche di sostegno iraniano al terrorismo internazionale, dovrebbe rappresentare quindi per Roma una priorità, per la tutela degli stessi interessi  nazionali italiani.