Archivio per la categoria ‘Iran Turchia’

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La migliore risposta a chi sostiene che le minacce che provengono dall’Iran sono solo propaganda, e’ questa notizia che arriva direttamente dalle Filippine.

Secondo quanto denunciano le autorità aeroportuali di Manila, infatti, i Pasdaran iraniani stanno pianificando una azione contro la Saudi Airlines, compagnia aerea dell’Arabia Saudita. Il piano – già in uno stadio avanzato – prevede di dirottare o far saltare in aria un volo saudita in partenza del sud est asiatico. Ovviamente, l’azione e’ parte della “divina vendetta” promessa da Khamenei in persona in seguito all’esecuzione dello Sceicco sciita Nimr al-Nimr a Riyadh (The Telegraph).

Alcuni dettagli del progetto terrorista iraniano sono stati rivelati dal quotidiano filippino “The Manila Times” (Manila Times). L’attentato verrebbe realizzato da un gruppo di dieci persone, guidati e finanziati dai Pasdaran, sei delle quali di nazionalità yemenita (legati alla minoranza Houthi, ormai praticamente asservita al volere di Teheran). Il progetto, fortunatamente, e’ finito nelle mani dell’intelligence e l’Ambasciata saudita a Manila ha immediatamente avvisato le autorità locali (speriamo serva ad arrestare la cellula terrorista il prima possibile).

I nome dei dieci terroristi non sono ancora stati resi noti. Si sa che hanno già lasciato l’Iran per compiere la loro azione, passando attraverso la Turchia. Non e’ possibile sapere se il loro obiettivo e’ quello di compiere l’attentato nelle Filippine, o in paesi come la Malesia e l’Indonesia. Nel frattempo l’Ambasciata saudita a Manila ha chiesto alle autorità filippine di installare nuovi sistemi di sicurezza all’aeroporto, allo scopo di prevenire urgentemente il rischio di un attacco.

Ancora una volta viene dimostrato come la natura terrorista del regime iraniano, non importa quale sia il nome o la corrente politica del suo Presidente, resta immutata e drammaticamente pericolosa.

Ricordiamo che, attraverso Hezbollah e la Jihad Islamica, l’Iran ha già compiuto in passato azioni terroriste contro aerei civili, come nel caso del volo TWA 847 (17 giorni di terrore e un morto).

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Notizie come queste si potrebbe classificarle sotto la dicitura “curiosità dal Medioriente”. E’ certamente in questa categoria che si inserisce la lettera inviata da una Parlamentare iraniana, tale Laleh Eftekhari, alla moglie del Presidente turco Erdogan, la Signora Emine Erdogan. Nella lettera, la Eftekhari scrive senza mezzi termini che la Signora Emine e’ una madre fallita, non avendo agito quando le foto del figlio Bilal insieme ai leader dell’Isis sono state diffuse dai media. Per la cronaca, ovviamente, non e’ dato sapere se la lettera sia stata veramente spedita direttamente ad Ankara, ma per certo possiamo dire che e’ stata diffusa  dai media iraniani (lettera in Farsi).

Parlando con il popolare sito Iran Wire, Laleh Eftekhari ha chiarito i motivi che l’hanno spinta a scrivere la lettera. Per prima cosa, la Eftekhari denuncia il dramma siriano, sottolineando che ella possa personalmente testimoniare che la Siria di Assad ha svolto elezioni “libere e democratiche”. Una affermazione che, sempre secondo la parlamentare iraniana, ella ha riscontrato lavorando come osservatrice “internazionale” delle elezioni (tenute nel 2014 e che, strano a dirsi, hanno visto vincere ancora Bashar al Assad con l’88% dei voti…elezioni praticamente boicottate da tutti i gruppi non sostenitori del partito Baath). Un altra ragione che ha spinto la Eftekhari a scrivere la lettera e’ data dal fatto che, la Signora Erdogan, veste il velo e sostiene la popolazione di Gaza. In tal senso, quindi, per la parlamentare iraniana non e’ assolutamente possibile che una “tale devota”, non riconosca la stessa solidarietà ai Siriani – ovviamente quelli fedeli ad Assad e all’Iran – da sempre in lotta nell'”asse della resistenza” contro il “sionismo”.

Per la cronaca, Lelah Eftekhari e’ la stessa parlamentare che – davanti alla domanda di una maggiore uguaglianza della donna rispetto all’uomo in Iran, ha denunciato che la Sharia non si cambia e che una moglie, anche per uscire di casa, ha bisogno del permesso preventivo del marito (Iran Wire). La stessa parlamentare che, invece di rappresentare nell’organo legislativo le istanze della popolazione femminile iraniana, ha firmato una nuova proposta di legge per punire coloro che non portano adeguatamente il velo (No Pasdaran). Ricordiamo che, lo scorso anno, oltre 300 donne sono state bruciate con l’acido in Iran per non aver indossato adeguatamente l’hijab. Per questi crimini nessun colpevole ha mai pagato un prezzo.

La Parlamentare Laleh Eftekhari in un video propaganda di Press TV

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Postiamo questo video pubblicato dal MEMRI, think tank americano dedicato al Medioriente, per dimostrare quanto sia fallace l’affermazione fatta da diversi leader Occidentali in merito al rapporto positivo tra Iran Deal e soluzione della guerra siriana. Il video, con sottotitoli in inglese, riporta il commento di diversi miliziani jihadisti di Jabbat al Nusra ad Aleppo, rispetto all’accordo nucleare tra Teheran e i 5+1. Si badi bene: Jabbat al Nusra e’ una organizzazione terrorista sunnita, membro della galassia di al Qaeda e responsabili, come il regime siriano, della deriva settaria del conflitto siriano. Nonostante tutto, essendo Jabbat al Nusra oggi uno dei principali gruppi di opposizione attivi in Siria, non e’ possibile eludere quanto affermano i suoi rappresentanti, avendo queste affermazioni un effetto concreto sul conflitto settario tra Sciiti e Sunniti.

Come possibile vedere nel video, l’Iran Deal e’ interpretato dai miliziani di Jabbat al Nusra come una cospirazione del Grande Satana (gli Stati Uniti), contro tutto il mondo sunnita. Una sensazione, purtroppo, condivisa anche dal mondo sunnita non jihadista. L’effetto concreto dell’accordo politico tra Occidente e Khomeinismo, infatti, e’ quindi quelli di aver marginalizzato il mondo sunnita e avendo lasciato la forte percezione di una cospirazione ai danni della maggioranza dell’Islam. Purtroppo, mentre oggi in Occidente la parola ‘cospirazione’ fa sorridere e accende gli animi di piccole minoranze, in Oriente ha effetti dirompenti e conseguenze imprevedibili. Al contrario di quello che sostiene la Mogherini quindi – piuttosto che spazzare via Isis (e il jihadismo in generale) l’effetto concreto dell’Iran Deal sara’, molto probabilmente, quello di cancellare definitivamente la Siria come Stato unitario ed incrementare lo scontro all’interno dell’Islam.

A riprova di quanto scriviamo ci sono anche altre tre notizie recenti: 1- l‘entrata in guerra contro Isis da parte della Turchia. Una decisione funzionale agli interessi di Erdogan di schiacciare il PKK internamente, ma anche di dividere i curdi turchi da quelli siriani. In tal senso, quindi, va l’accordo tra Ankara e Washington in merito alla creazione di una buffer zone dentro la Siria; 2- il discorso di Bashar al Assad del 26 luglio scorso. In quel discorso, il dittatore siriano ammetteva chiaramente l’incapacità di controllare il territorio e la necessita’ di ritirare l’esercito lealista in aree fedeli al regime (sostanzialmente, come la mappa dimostra, parte della capitale Damasco, parte del confine con il Libano e parte di Aleppo); 3- l’inizio di una vera e propria guerra tra i jihadisti di Jabbat al Nusra e i 54 miliziani ribelli addestrati dagli Stati Uniti.

Ora, chi ritiene che un accordo con il Khomeinismo spingerà anche gli attori sunniti – interni ed esterni alla Siria – a fare un passo indietro, rischia di rimanere seriamente deluso. Con o senza Bashar al Assad, poco importa, nessun attore del mondo Islamico, lascerà la parte della Siria che oggi tiene sotto controllo. Non lo farà l’Iran, impegnato ad espandere il suo potere e mantenere in vita il regime Alawita ed Hezbollan. Obiettivi che saranno realizzati soprattutto grazie a parte degli oltre 100 miliardi di dollari che Teheran otterrà dal sanction lifting; non lo faranno quindi i vari attori sunniti (Turchia, Arabia Saudita, Qatar), impegnati – ognuno a suo modo – a contenere l’espansionismo sciita e aumentare il loro potere regionale. Al contrario di quanto veniva e viene scritto anche oggi, la salvezza della Siria passava attraverso il de-potenziamento del regime iraniano e la fine del regime di Bashar al Assad. Solo queste due premesse, infatti, avrebbero aperto una piccola luce per una soluzione politica del conflitto siriano che, allo stesso tempo, salvasse anche l’unita’ del Paese.

Non solo: in conclusione bisogna anche rimarcare il messaggio politico che l’Iran Deal ha dato a tutti gli attori coinvolti in Siria. Un messaggio drammatico e univoco: “se non fermerete i vostri crimini, alla fine questi verranno riconosciuti internazionalmente“. Ecco allora che, lo stesso Bashar al Assad, ha deciso di elogiare l’accordo nucleare e sottolineare, allo stesso tempo, che nessuna soluzione del conflitto e’ possibile con i ‘traditori’. Di converso, i nemici dell’asse filo iraniano, applicheranno lo stesso metro di giudizio, chiudendo la porta ad ogni tipo di flessibilità. Le conseguenze, purtroppo, saranno solo due: ancora morti e tanta, troppa, sofferenza.

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Iran's empty gas pump

Khamenei twitta pensando alla Crimea

Ancora una volta Twitter è protagonista della propaganda del regime iraniano. Questa volta, sotto la lente dei media internazionali, sono finiti due tweets di Khamenei relativi a possibili sanzioni economiche che Teheran intenderebbe approvare contro l’Occidente, per quanto concerne il settore di gas (leggere i tweets in basso). Come vedremo, però, ancora una volta si tratta di minacce inconsistenti, determinate dalla volontà della Guida Suprema iraniana di sfruttare, a proprio interesse, la crisi in Ucraina. Partiamo da alcuni dati: attualmente, come noto,  il grosso del fabbisogno di gas importato dall’Europa, arriva proprio dalla Russia. Il gas di Mosca raggiunge l’Europa attraverso il gasdotto NordStream (tra Russia e Germania), ma soprattutto per mezzzo dei gasdotti che passano per il territorio ucraino (l’80% del gas russo passa attraverso Kiev). Il messaggio di Khamenei quindi è chiaro: se non fate come diciamo noi, sognatevi il gas iraniano. Nei fatti, però, si tratta di una minaccia inconsistente.  

Attualmente, l’Iran non ha alcuna “sanzione” da approvare come vendetta nei confronti delle sanzioni Occidentali. Si tratta di un bluff: la percentuale di gas che attualmente arriva in Europa dall’Iran, infatti, è bassa e passa prevalentemente attraverso l’instabile gasotto che collega Tabriz con Ankara. Si tratta di un gasdotto non solo soggetto alle altalenanti relazioni diplomatiche tra Iran e Turchia, ma è anche ai continui attacchi dei guerriglieri curdi del PKK.

La minaccia di sanzioni su cui si fondano i tweets di Khamenei, va letta quindi a lungo termine ed è direttamente connessa, come suddetto, alla crisi ucraina. Con lo scoppio del conflitto in Crimea, l’Europa ha fatto capire di voler ridurre la dipendenza energetica da Mosca. L’Iran, perciò, ha immediatamente fiutato l’affare, a dimostrazione che nel business non esistono amici. Già nel maggio del 2014, come ricorderete, Teheran aveva offerto all’Europa di sostituire il fabbisogno proveniente dalla Russia. Il Ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh, aveva anche incontrato diversi rappresentanti di importanti compagnie petrolifere europee, tra cui anche Eni.

Il progetto del TAP

Da dove passerebbe il gas iraniano? Se il progetto del gas iraniano andasse in porto, il gas iraniano potrebbe affluire in Europa attraverso il gasdotto denominato TAP (Trans Adriatic Pipeline). Un gasdotto che, secondo quanto progettato, partendo dalla frontiera greco-turca, arriverebbe in Italia passando per Grecia e Albania. Il solo problema di tutta questa storia, tralasciando per un momento il fondamentale accordo sul nucleare, è il fatto che – come suddetto – per il ora il TAP resta ancora un progetto sulla carta. Nel 2007 la compagnia svizzera EGL ha firmato un contratto con l’iraniana Nigec, ma negli anni non si è tradotto in nulla di concreto.

La debolezza del settore energetico iraniano

Al di là delle sanzioni e dell’accordo nucleare, però, a svelare il bluff della Guida Suprema iraniana è la stessa situazione interna della Repubblica Islamica. Nonostante le enormi risorse di cui dispone, la Repubblica Islamica non è mai stata in grado di apportare i necessari investimenti per rappresentare un partner credibile nel settore energetico. La stessa scusa delle sanzioni, infatti, non regge alla prova dei fatti: come rilevato da importanti esperti internazionali, almeno sino al 2010 le sanzioni internazionali hanno intaccato in maniera modesta il settore energetico del regime.

Ad aver da sempre bloccato lo sviluppo del settore energetico iraniano, piu’ che le sanzioni, è stata la scarsità di investimenti apportati negli anni – legata anche alla corruzione interna e al fazionalismo – la necessità di rispondere in maniera massiccia alla domanda di fabbisogno interno e soprattutto i forti sussidi statali al settore energetico. Non è un caso quindi che, allo stato attuale, l’Iran esporta solo l’1% del fabbisogno di gas globale e i maggiori Paesi importatori di gas iraniano sono al confine con la Repubblica Islamica (Turchia, Armenia e Azerbaijan). Peggio, nonostante le ricchezze interne, l’Iran è anche un Paese importatore di gas dal Turkmenistan e dallo stesso Azerbaijan.

Rouhani smentisce Khamenei

Proprio in considerazione di queste mancanze del sistema iraniano, qualche mese fa, fu lo stesso Presidente Rouhani ad ammettere che, nonostante la volontà, l’Iran non è assolutamente pronto per soddisfare il fabbisogno di gas richiesto dall’Unione Europea per sostituire le importazioni dalla Russia. Ciò, ha sottolineato Rouhani nell’ottobre del 2014, anche nel caso di un accordo nucleare e di un alleviamento (o cancellazione) delle sanzioni internazionali.

Dall’elezione alla Presidenza, Hassan Rouhani ha provato ad apportare delle modifiche all’interno del sistema energetico del regime. Al centro del dibattito, soprattutto, ci sono gli alti sussidi statali che il regime mantiene da sempre, allo scopo di tenere artificialmente basso il prezzo del gas. Negli ultimi mesi, il prezzo del gas interno in Iran ha subito un netto rialzo, provocando il malcontento di una popolazione ove, il tasso di disoccupazione, sfiora ufficialmente il 12% (non ufficialmente oltre il 20%) e l’inflazione il 21%.

La vera posta in gioco del gas iraniano

Sul settore energetico, quindi, il regime iraniano non gioca solamente la partita diplomatica con l’Europa, ma anche lo stesso scontro interno tra le fazioni. La Khatam al-Anbia, ovvero la società principale che gestisce l’impero economico dei Pasdaran, è praticamente l’unico contraente operativo nel settore del gas iraniano. Secondo quanto dichiarato dagli stessi Pasdaran, le Guardie Rivoluzionarie gestiscono centinaia di progetti in questo settore, praticamente un monopolio. Senza contare, che proprio la Khatam al-Anbia detiene le fasi di sviluppo 15 e 16 dell’impianto di South Pars, il giacimento enorme condiviso tra Iran e Qatar, da cui proviene il gas iraniano. In poche parole, chiunque farà affari nel settore del gas iraniano, automaticamente andrà ad arricchire le casse dei Pasdaran…

Concludendo, quindi, tra sottosviluppo delle infrastrutture interne iraniane, i sussidi statali ancora forti, gli interessi economici dei Pasdaran (e di Khamenei stesso), le minacce della Guida Suprema di approvare sanzioni energetiche contro l’Europa, suonano ridicole. Piuttosto, appare chiara la voglia di Khamenei di sfruttare la crisi ucraina per rafforzare la posizione diplomatica iraniana e la sua stessa posizione interna contro il rivale Rafsanjani. Come si dice, “can che abbaia non morde…”

Sul settore energetico iraniano si legga: The Iran Primer

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Un fatto gravissimo è accaduto ieri in Turchia. Il corpo senza vita di Seyed Jamal Hosseini (Esfandiar Baharmas), noto attivista per i diritti umani in Iran, è stato ritrovato dall polizia turca. Secondo le informazioni rilasciate da Ankara, il corpo di Jamal è stato ritrovato alla mezanotte del 4 agosto, nella sua casa. La polizia ha denunciato la presenza sulla faccia di Jamal ed in altre parti della casa di numerose gocce di sangue.

Jamal Hosseini aveva solamente 34 anni ed era uno dei coordinatori dell’agenzia Human Rights Activists in Iran (HRANA). Jamal ha svolto un ruolo fondamentale nel denunciare le atrocità del regime iraniano, pagando un prezzo salato per il suo coraggio: ricercato da regime, era stato costretto a riparare in Turchia dove viveva da rifugiato politico. Nonostante una vita di privazioni, Jamal Hosseini non aveva mai sperato di vedere un cambiamento vero nel suo Paese e di ritornare in Iran, trovando un regime politico democratico e rispettoso dei diritti umani.

Il Collettivo No Pasdaran prova un profondo dolore per la perdita di questo eroe contemporaneo ed esprime alla famiglia di Seyed Jamal Hosseini le piu’ sentite condoglianze.

#MargBarDiktator #FreeIran

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Lo scorso 18 giugno, il Presidente iraniano Rouhani ha chiaramente detto che Teheran interverrà nel conflitto iracheno. Ovviamente, come ha scritto sul suo profilo Twitter, la scusante è la difesa dei luoghi santi sciiti e l’obiettivo è quello di evitare un conflitto settario combattendo il terrorismo insieme ai sunniti e ai curdi. Peccato però che, come sempre, la verità sia radicalmente diversa e la Repubblica Islamica sta attivamente lavorando in senso completamente contrario alla stabilizzazione e alla pace.

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Secondo le informazioni in nostro possesso, l’Ufficio della Guida Suprema ha direttamente ordinato ai Pasdaran, alla Forza Quds in particolare, di intervenire a piene mani nel conflitto iracheno, colpendo tutti i potenziali nemici sunniti. Circa 200 comandanti Pasdaran agli ordini di Qassem Soleimani sono oggi attivi in territorio iracheno allo scopo di monitorare e controllare il corso degli eventi. Altri 150 combattenti delle Guardie Rivoluzionarie sono quindi schierati al fianco degli uomini di al Maliki, allo scopo di proteggerne il regime. Tra le altre cose, si conta già la prima vittima di livello nelle file della Forza Quds: si tratta del capitano Alireza Mashjari, figlio del comandante Pasdaran Mohammad Reza Mashjari. Alireza Mashjari aveva già preso parte alla repressione del popolo siriano a fianco del dittatore Bashar al Assad.

Nonostante le belle parole, come suddetto, il regime iraniano sta attivamente lavorando per amplificare il conflitto settario. L’agenzia di stampa curda BasNews, ha denunciato come le milizie sciite irachene, armate e sostenute da Teheran, abbiano cominciato a inviare armi alla popolazione Turkmena sciita presente nell’area di Kirkuk. Lo scopo, chiarissimo, è quello di provocare uno scontro con i guerriglieri curdi, destabilizzando l’area del Kurdistan iracheno. Nella lotta contro i curdi, Teheran potrebbe trovare un prezioso alleato nel Primo Ministro sunnita turko Erdogan, spaventato dalla creazione di un Kurdistan indipendente ai confini con la Turchia. Forse, proprio per questo motivo il Primo Ministro del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani, è atteso in queste ore ad Ankara per un incontro con il suo omologo turco.

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Infine, va ancora una volta riportare un tweet pubblicato sull’account ufficiale dei Pasdaran. In 25 giugno, infatti, i Pasdaran hanno pubblicato (in arabo) un tweet estremamente interessante, purtroppo passato praticamente inosservato. Nel tweet, ancora visibile online, è testualmente scritto: “il Khuzestan (provincia iraniana, NdA) è pronto a rifornire dei necessari beni Bassora“.

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Nel linguaggio dei Pasdaran, si tratta di una affermazione estremamente importante, che prelude ad un massiccio supporto del regime iraniano alle milizie sciite. La scelta della Provicia del Khuzestan, a prevalenza etnica araba sunnita, è assai rilevante, anche perchè il regime iraniano potrebbe approfittare della situazione per colpire la minoranza araba Ahwazi, da sempre considerata un pericolo da Teheran e repressa con estrema ferocia.

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In queste ore brutte notizie per la pace in Medioriente arrivano dal Qatar: pochi giorni fa, infatti, il leader di Hamas a Doha, Khaled Meshaal, ha incontrato il vice Ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian. In agenda, ufficialmente, c’era la questione siriana, tema in passato di scontro tra il movimento terrorista sunnita e gli Ayatollah sciiti. Il vero nodo della questione, però, era la rinascita dell’alleanza fra Hamas e l’Iran. L’incontro sembra essere andato molto bene, tanto che Meshaal – incredibilmente – ha anche elogiato la posizione dell’Iran sulla questione siriana e il sostegno di Bashar al Assad ai palestinesi (senza però menzionare gli attacchi contro il campo profughi di Yarmuk…). C’è di piu’: il leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh è arrivato domenica a Teheran per prendere parte ad una una conferenza sui media. Si è trattato della terza visita in Iran del rappresentante palestinese dal 2007 ad oggi.

Si badi bene: nonostante le notizie diffuse solo in questi giorni, i recenti incontri tra i rappresentanti di Hamas e l’Iran fanno parte di una strategia pianificata da mesi. Dietro questa strategia, per la cronaca, si muove la diplomazia del Qatar. Dopo aver sostenuto con forza la resistenza siriana finanziando i Fratelli Mussulmani, Doha ha dovuto incassare una sonora sconfitta con la fine del regime di Morsi in Egitto. La debacle de Il Cairo, ha avuto effetti diretti sul conflitto siriano, determinando un cambiamento radicale della politica estera del Qatar. Come noto, a Doha il potere è passato nelle mani dell’emiro Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa Al ThaniIl nuovo emiro ha scelto un profilo pubblico piu’ basso, puntando segretamente alla ricostruzione del fronte anti saudita, in stretta convergenza con l’Iran. In questa ottica, quindi, il ritorno di Hamas ad una alleanza strategica con Teheran era fondamentale.

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All’interno di Gaza, l’uomo ombra di questo riavvicinamento è stato Ramadan Abdullah Shalah, segretario della Jihad Islamica, gruppo terrorista sunnita, da sempre agli ordini della Repubblica Islamica. Nel marzo scorso, a tal proposito, Shalah ha visitato il Qatar, incontrando Khaled Meshaal e l’emiro Tamim. Al centro della sua visita,  tra le altre cose, c’era anche la creazione di un nuovo network mediatico agli ordini del Qatar: si tratta di un nuovo canale satellitare, con base a Londra, che prenderà il nome di Al Arabi al Jadeeed (Il Nuovo Arabo). Solo poche settimane prima la visita di Shalah in Qatar, Ali Boroujerd – membro della Commissione Sicurezza Nazionale e Politica Estera del Parlamento iraniano – aveva sottolineato che le relazioni tra Hamas e l’Iran non erano state interrotte.

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La momentanea riconciliazione tra Hamas e Fatah, chiaramente, ha accellerato l’accordo con Teheran. La Repubblica Islamica, infatti, vuole la sua parte nuovo governo palestinese e ha già da tempo messo le mani su alcuni rappresentanti al servizio di Abu Mazen, quali Jibril Rajoub, membro del Comitato Centrale di Fatah e uomo potente in Cisgiordania. Grazie alla riconciliazione con Hamas, quindi, gli Ayatollah potranno riprendere il controllo della Striscia di Gaza e ricostruire nuovamente il cosiddetto asse della resistenza (Iran-Siria-Hezbollah-Hamas). Una vera spina nel fianco, non soltanto per lo stranoto “nemico sionista”, ma anche e soprattutto per Al Sisi, intenzionato a riportare l’Egitto sunnita al centro della politica mediorientale. A tal proposito, va ricordato che una della accuse contro l’ex Presidente Morsi, è proprio quella di aver passato informazioni segrete all’Iran, durante il periodo di Ahmadinejad.

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