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Sarias Sadeghi, uno degli attentatori di Teheran

I media iraniani accusano dei due attentati di Teheran, compiuti la scorsa settimana contro il Parlamento e il Mausoleo dell’Imam Khomeini, i curdi iraniani affiliati ad Isis. Negli attentati, purtroppo, hanno perso la vita almeno 17 persone.

Se le accuse del regime sono vere, si tratta dell’ennesima dimostrazione di come questi attacchi, siano il frutto del cortocircuito dei rapporti tra la Repubblica Islamica e il terrorismo sunnita di matrice salafita.

Come detto in un articolo scritto qualche giorno addietro, il regime iraniano ha sempre sostenuto il terrorismo sunnita, non solo nei Territori Palestinesi, ma soprattutto in Iraq e Afghanistan, contro le forze militari Occidentali. In questo, e’ nato il sostegno di Teheran a gruppi jihadisti come “Ansar al-Islam” e “Tawheed e Jihad”.

Volontariamente, il regime iraniano ha – attraverso i Pasdaran – favorito la radicalizzazione religiosa nelle zone curde, permettendo a diversi curdi di agire liberamente e di arruolarsi per la jihad salafita in Iraq, Afghanistan e Siria. Assad stesso, su ordine di Teheran, ha liberato centinaia di terroristi sunniti dalle prigioni siriane, dando loro un pass per arruolarsi contro gli americani in Iraq.

L’uso dei curdi iraniani, quindi, aveva per Teheran non solo lo scopo di contrastare gli americani in Iraq, ma anche quello di indebolire il potere delle forze curde iraniane favorevoli all’indipendenza dalla Repubblica Islamica (in particolare il Partito del Kurdistan Democratico-KDP).

Uno degli attentatori di Teheran, si chiamava Sarias Sadeghi. Si scopre che, dal 2014, Sadeghi era conosciuto come un estremista e sostenitore di Isis. Talmente noto che la stessa agenzia di stampa curda KurdistanKurd.com, aveva denunciato la sua presenza nella regione e la sua attività di proselitismo filo-Isis nelle Moschee. Impensabile credere che il regime iraniano e i Pasdaran, fossero all’oscuro di quanto avveniva.

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L’agenzia di Kurdistan Kurd del 2014, che denuncia l’attività pro-Isis di Sarias Sadeghi

Non solo: alcuni siti hanno riportato che Sarias Sadeghi era stato addirittura arrestato dagli agenti del Ministero dell’Intelligence iraniano e detenuto per alcuni mesi. Dopo l’arresto, era stato quindi rilasciato previo il pagamento di una condizionale di 200 milioni di rial. Chiaramente la sua liberazione e’ legata al reclutamento di Sadeghi da parte del regime iraniano. 

La collusione tra regime iraniano e estremismo sunnita Salafita, e’ talmente radicata che proprio recentemente, le forze di sicurezza afghane hanno arrestato degli iraniani reclutati da Isis in Afghanistan. A questo si aggiunga che, negli ultimi mesi, il Governo di Kabul ha accusato Teheran di aver sviluppato rapporti privilegiati con i Talebani, in ottica anti Governativa (Middle East Institute).

Aggiungiamo anche che, lo stesso regime iraniano, non e’ nuovo a “inside jobs” per giustificare l’uso del terrorismo internazionale o la repressione degli oppositori. Gli attacchi contro il Mausoleo dell’Imam Reza presso Mashhad, avvenuti nel 1994, furono imputati inizialmente all’opposizione iraniana riconducibile al MKO. Successivamente, in uno scontro interno al regime, venne arrestato Saeed Imami, ex agente dell’intelligence iraniana, accusato anche di aver ucciso per conto del regime numerosi oppositori e intellettuali iraniani all’estero. Saeed mori’ in carcere prima che potesse fare i nomi dei suoi comandanti all’interno del regime.

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I due attentati compiuti da Isis a Teheran – uno presso il Parlamento, l’altro presso il Mausoleo dell’Imam Khomeini – vanno inquadrati nel rapporto perverso esistente tra il regime iraniano e il terrorismo sunnita salafita.

La Repubblica Islamica, infatti, da decenni finanzia il peggior terrore. Per queste ragioni, da decenni l’Iran e’ considerato dal Dipartimento di Stato americano, il primo sponsor del terrorismo internazionale. Un terrorismo che va oltre le mere affiliazioni allo sciismo o al sunnismo.

Anzi, escludendo Hezbollah – praticamente una costola dei Pasdaran – il regime iraniano ha sempre preferito sostenere il terrorismo di matrice sunnita. Lo ha fatto prima nella galassia palestinese – si pensi solamente a Hamas o alla Jihad Islamica – per poi allargare lo sguardo all’organizzazione creata da Bin Laden, al-Qaeda.

Come la stessa Commissione per l’11 Settembre ha dimostrato, in cambio di attacchi contro le forze Occidentali impegnate in Medioriente, l’Iran ha garantito ai terroristi di al-Qaeda delle basi sicure sul suo territorio e transiti senza praticamente controlli. Negli anni, quindi, il regime iraniano ha creato rapporti privilegiati anche con i vecchi nemici Talebani, diventando oggi uno degli sponsor principali degli “Studenti delle Scuole Coraniche”.

Se al-Qaeda in Iraq si e’ potuto trasformare liberamente in Isis, lo si deve anche e soprattutto al regime iraniano. Non solo per il sostegno dato ai terroristi sunniti in chiave anti-Usa, ma anche per le politiche settarie imposte all’Iraq dall’ex Premier iracheno al-Maliki. In Siria stessa, l’Iran si e’ ben guardato dall’attaccare Isis, preferendo scenderci a patti attraverso gli intermediari del dittatore siriano Bashar al Assad. Oggi la Siria e l’Iraq sono praticamente invasi da milizie sciite paramilitari controllate dai Pasdaran iraniani che, se non costrette (come quando Isis raggiunge aree dell’Iraq considerate vitali dagli interessi di espansione iraniani), non sparano un colpo contro lo Stato Islamico

Secondo quanto si apprende da fonti iraniane, gli autori degli attentati di Teheran hanno cittadinanza iraniana. Difficile credere che siano sfuggiti alla conoscenza delle autorità del regime khomeinista. Più probabile che, quanto accaduto, sia il risultato di un cortocircuito in quello che e’ il rapporto perverso e consolidato tra il regime sciita iraniano e le peggiori forme esistenti del terrorismo salafita sunnita.

Per questo motivo, proprio gli attentati di Teheran, dimostrano quanto sia importante limitare il potere dell’Iran, piuttosto che considerare quel Paese un “alleato” nella lotta al terrorismo. Un terrorismo che esso stesso non solo crea, ma di cui ne perde il controllo…

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Secondo quanto riporta BBC Arabic, il Ministro della Difesa iraniano – il Pasdaran Hossein Dehghan – ha minacciato di distruggere l’Arabia Saudita.

Parlando ad al-Manar, la TV di Hezbollah, Dehghan ha detto che, se Riyadh proverà ad aggredire l’Iran, tutta l’Arabia Saudita verrà distrutta, ad eccezione delle città sante di Mecca e Medina. 

Le minacce di Hossein Dehghan, arrivano dopo le durissime parole del Ministro della Difesa saudita Mohammad Bin Salman, contro l’ingerenza del regime iraniano negli affari interni dei Paesi arabi.

In particolare, Bin Salman ha dichiarato in una intervista alla TV saudita MBC, che il regime iraniano ha lo scopo dichiarato di diffondere l’ideologia khomeinista nel mondo arabo, allo scopo di giungere alla venuta del Mahdi (l’Imam Nascosto). Per questo, Teheran minaccia direttamente la sicurezza dell’Arabia Saudita, soprattutto in Yemen. Alla fine della sua risposta ad una domanda sull’Iran, Mohammad Bin Salman ha aggiunto che “l’Arabia Saudita non aspetterà che Teheran conquisti lo Yemen, ma lavorerà affinché “la battaglia sia all’interno dell’Iran” (senza specificare ulteriormente le sue intenzioni).

Nelle stesse ore in cui Dehghan minacciava l’Arabia Saudita, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito iraniano, il Pasdaran Mohammad Baqeri, ha affermato che Teheran e’ pronto ad attaccare all’interno del territorio pakistano, per colpire il gruppo sunnita Jaish al Adl (Reuters).

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In Europa, ormai da anni, la questione del trattamento dei migranti e’ al centro del dibattito politico. In questi giorni, quindi, proprio in Italia si sta svolgendo un interessante e duro dibattito sul tema del salvataggio delle vite dei migranti e il ruolo delle organizzazioni non governative.

Mentre tutto questo scontro sui diritti e sulle relazioni illecite si svolge nel mondo democratico, in altre parti del globo, i rifugiati sono trattati – senza troppi problemi – come carne da macello, pronti ad essere inviati a morire in nome di dittatori brutali come Bashar al Assad.

E’ proprio quello che accade, da troppo tempo, ai rifugiati afghani che giungono in Iran. Questi disperati, sciiti di etnia Hazara, arrivano nella Repubblica Islamica per cercare una nuova vita. Quello che ottengono, e’ praticamente un trattamento disumano e minacce. Teheran, infatti, impone ai rifugiati afghani di scegliere tra l’arruolamento nella Divisione Fatemiyoun in Siria, oppure essere espulsi. Nel caso in cui il migrante sceglie di arruolarsi, per lui e’ pronto un salario di circa 700 dollari al mese, una carta verde per restare in Iran e una tomba in appositi cimiteri – il più noto si trova a Mashhad – dedicati ai “martiri afghani della guerra siriana” (Mei.edu). Tra le decine di corpi che ritornano quotidianamente dalla Siria, anche quelli di numerosi minori afghani, inviati in guerra nonostante la giovane eta’ (No Pasdaran).

In questi giorni, il quotidiano pakistano Dawn, ha raccontato la storia di Imam Ali, afghano di 22 anni, giunto in Iran dalla Provincia afghana di Bamyan. Dopo appena quattro mesi di permanenza in Iran, le autorità iraniane hanno imposto ad Imam Ali di scegliere tra la Siria e l’espulsione. Attirato anche dal salario e impaurito dal rischio di ritorno alla povertà totale, Imam Ali ha accettato di combattere per Assad (Dawn).

Ad oggi, secondo quanto rivelato dagli stessi Pasdaran, almeno 18000 rifugiati afghani sono stati inviati in Siria dall’Iran, per salvare il regime di Damasco. La questione dei rifugiati afghani usati come mercenari di guerra/jihadisti sciiti, sta anche causando una crisi delle relazioni tra Teheran e Kabul (8am.af). Tra i due Paesi ad influire sulla crisi diplomatica, oltre all’abuso dei migranti, si aggiunge anche il rapporto tra il regime iraniano e i Talebani, finanziati da Teheran nonostante le differenze di natura teologica (No Pasdaran).

Per approfondire:

Iran’s Violation of Afghan Refugee and Migrant Rights

Video di propaganda iraniana, in onore dei “martiri afghani della guerra in Siria”

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Il Ministero dell’Interno egiziano, ha rivelato di aver scoperto e arrestato una cellula terrorista legata alla Fratellanza Mussulmana. La cellula era composta da 13 individui, i cui obiettivi erano quelli di compiere attentati nel Paese, non solo contro istituzioni nazionali, ma anche contro luoghi di culto cristiani. 

Nei covi usati dai terroristi, sono state trovate armi ed esplosivi di fabbricazione iraniana. Una nuova conferma delle strette relazioni tra il regime di Teheran e la Fratellanza Mussulmana (ricordiamo la famosa visita di Ahmadinejad in Egitto, durante la deleteria Presidenza di Morsi).

Non solo: qualche giorno fa Isis ha pubblicato un video in cui mostrava dei cecchini colpire dei soldati egiziani, nella Penisola del Sinai. Il terroristi di Isis, in quel video, usavano fucili di precisione AM50, già usati dai ribelli Houthi in Yemen.

Si tratta dell’ennesima prova del ruolo eversivo del regime iraniano nella regione Mediorientale – e non solo…Tra le altre cose, osservatori egiziani hanno denunciato il ruolo dei Pasdaran iraniani nel traffico di armi che avviene, per mezzo di tunnel, tra la Penisola del Sinai e la Striscia di Gaza.

Un traffico che vede protagonisti anche i terroristi libanesi di Hezbollah: il caso esemplare fu quello di Sami Shihad, operativo dell’Unita’ 1800 di Hezbollah, arrestato in Egitto nel 2009 per aver trafficato armi tra Iran, Sudan, Penisola del Sinai e Gaza. Sami Shihad riusci a scappare dalle prigioni egiziani e arrivare liberamente a Beirut, per riapparire in pubblico ad una manifestazione di Hezbollah nel 2011. La cosa, risulta meno incredibile se si pensa che, nel 2013, la procura egiziana apri’ una indagine contro Mohammed Morsi, per aver passato informazioni relative alla sicurezza dello stato non solo a Hamas, ma anche ad Hezbollah.

Il chiaro obiettivo di Teheran e’ quello di avere, anche in Egitto, cellule terroriste pronte ad agire – quando richiesto – per fomentare instabilità nel Paese e conseguenti proteste anti Governative. 

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Twitter ieri e’ stato protagonista di due campagne davvero significative. Centinaia di utenti hanno diffuso due hashtag molto importanti: #IranOutofSyria e #BlacklistIRGC. Due azioni che, come i nomi stessi indicano, intendono promuovere il ritiro completo del regime iraniano – e delle sue milizie – dalla Siria e chiedono di inserire i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroriste.

La campagna #BlacklistIRGC, relativa alle Guardie Rivoluzionaria, e’ indirizzata in primis al Presidente americano Trump, la cui amministrazione sembra intenzionata ad inserire i Pasdaran tra le organizzazioni terroriste. Usiamo il condizionale perché, dopo un inizio promettente, la proposta sembra aver incontrato qualche difficoltà (che ci auguriamo verrà presto superata).

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Nel frattempo, la ONG Syrian Network for Human Rights, ha rilasciato un report relativo alla morte di innocenti civili nella guerra siriana, tra il 2011 e il 2017. Secondo questi dati, 207,000 civili sono stati uccisi in sei anni. Di questi, il 94% dei civili sono stati uccisi da Bashar al Assad e i suoi alleati (Iran, Hezbollah, Russia). Di questa percentuale, pero’, il 92,17% dei civili ammazzati dal regime di Damasco, sono stati uccisi dall’esercito siriano, dai Pasdaran e dalle milizie sciite. In altre parole, considerando che e’ Teheran a comandare da anni l’esercito siriano e tutte le milizie sciite, possiamo dire che – quasi tutti i morti civili del conflitto – sono stati causati dalla Repubblica Islamica dell’Iran.

Precisiamo inoltre che, dei 207,000 civili morti, 24000 sono bambini, 23000 sono di sesso femminile. Il 57% delle morti civili sono state causate da attacchi aerei e il 13% con proiettili d’artiglieria e tank.

In supporto alle campagne #IranOutOfSyria e #BlacklistIRGC, sono arrivate anche tante foto e video dalla Siria e dal mondo arabo. Giovani attivisti che, con cartelli e messaggi, hanno chiesto che il regime iraniano pagasse un prezzo per i suoi crimini. Qui di seguito, un messaggio giunto direttamente da Aleppo.  

Nuova crisi diplomatica tra Marocco e Iran: questa volta, al centro dello scontro ci sono delle motivazioni religiose. Secondo dei report preparati dai funzionari del Ministero dell’Interno marocchino, infatti, il regime iraniano avrebbe messo in atto una vera e propria “agenda sciita”, da portare avanti nel Regno di Mohammed VI. L’obiettivo di Teheran, sarebbe quello di convertire quanti più marocchini possibili, all’Islam sciita.

Questa strategia, secondo quanto riportato da al-Quds al-Araby, sarebbe oggi particolarmente attiva in città come Hasima, protagonista recentemente anche di importanti proteste anti-governative. Sempre nel report dei funzionari di Rabat, quindi, viene denunciato che la Repubblica Islamica ha almeno 40 spie di stanza a Dar al-Bayda, 6000 a Marrakesh e qualche centinaio nella capitale Rabat. 

Ricordiamo due cose importanti: in primis, riguardo l’Islam, e’ fondamentale sottolineare che la monarchia marocchina deriva la sua importantissima posizione religiosa, proprio dalla sua discendenza diretta dalla famiglia del Profeta Maometto. Si tratta di una dinastia alawite, da non confondere pero’ con gli alawiti siriani: in questo caso, infatti, la Monarchia appartiene all’Islam sunnita, cosi come il 99% dei cittadini del Marocco. 

Secondariamente, altrettanto importante, già nel 2009 il Marocco aveva rotto le relazioni diplomatiche con l’Iran, accusando l’Ambasciatore di Teheran a Rabat, di diffondere lo sciismo nel Paese. Le relazioni sono state ristabilite, solamente nel gennaio del 2017. Nonostante la ripresa dei rapporti diplomatici, pero’, Rabat – unito a tutti i Paesi della Lega Araba – ha denunciato la volontà del regime iraniano di infiammare lo scontro settario islamico, anche in Marocco. 

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