Archivio per la categoria ‘Iran sunniti’

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Secondo quanto riporta BBC Arabic, il Ministro della Difesa iraniano – il Pasdaran Hossein Dehghan – ha minacciato di distruggere l’Arabia Saudita.

Parlando ad al-Manar, la TV di Hezbollah, Dehghan ha detto che, se Riyadh proverà ad aggredire l’Iran, tutta l’Arabia Saudita verrà distrutta, ad eccezione delle città sante di Mecca e Medina. 

Le minacce di Hossein Dehghan, arrivano dopo le durissime parole del Ministro della Difesa saudita Mohammad Bin Salman, contro l’ingerenza del regime iraniano negli affari interni dei Paesi arabi.

In particolare, Bin Salman ha dichiarato in una intervista alla TV saudita MBC, che il regime iraniano ha lo scopo dichiarato di diffondere l’ideologia khomeinista nel mondo arabo, allo scopo di giungere alla venuta del Mahdi (l’Imam Nascosto). Per questo, Teheran minaccia direttamente la sicurezza dell’Arabia Saudita, soprattutto in Yemen. Alla fine della sua risposta ad una domanda sull’Iran, Mohammad Bin Salman ha aggiunto che “l’Arabia Saudita non aspetterà che Teheran conquisti lo Yemen, ma lavorerà affinché “la battaglia sia all’interno dell’Iran” (senza specificare ulteriormente le sue intenzioni).

Nelle stesse ore in cui Dehghan minacciava l’Arabia Saudita, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito iraniano, il Pasdaran Mohammad Baqeri, ha affermato che Teheran e’ pronto ad attaccare all’interno del territorio pakistano, per colpire il gruppo sunnita Jaish al Adl (Reuters).

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In Europa, ormai da anni, la questione del trattamento dei migranti e’ al centro del dibattito politico. In questi giorni, quindi, proprio in Italia si sta svolgendo un interessante e duro dibattito sul tema del salvataggio delle vite dei migranti e il ruolo delle organizzazioni non governative.

Mentre tutto questo scontro sui diritti e sulle relazioni illecite si svolge nel mondo democratico, in altre parti del globo, i rifugiati sono trattati – senza troppi problemi – come carne da macello, pronti ad essere inviati a morire in nome di dittatori brutali come Bashar al Assad.

E’ proprio quello che accade, da troppo tempo, ai rifugiati afghani che giungono in Iran. Questi disperati, sciiti di etnia Hazara, arrivano nella Repubblica Islamica per cercare una nuova vita. Quello che ottengono, e’ praticamente un trattamento disumano e minacce. Teheran, infatti, impone ai rifugiati afghani di scegliere tra l’arruolamento nella Divisione Fatemiyoun in Siria, oppure essere espulsi. Nel caso in cui il migrante sceglie di arruolarsi, per lui e’ pronto un salario di circa 700 dollari al mese, una carta verde per restare in Iran e una tomba in appositi cimiteri – il più noto si trova a Mashhad – dedicati ai “martiri afghani della guerra siriana” (Mei.edu). Tra le decine di corpi che ritornano quotidianamente dalla Siria, anche quelli di numerosi minori afghani, inviati in guerra nonostante la giovane eta’ (No Pasdaran).

In questi giorni, il quotidiano pakistano Dawn, ha raccontato la storia di Imam Ali, afghano di 22 anni, giunto in Iran dalla Provincia afghana di Bamyan. Dopo appena quattro mesi di permanenza in Iran, le autorità iraniane hanno imposto ad Imam Ali di scegliere tra la Siria e l’espulsione. Attirato anche dal salario e impaurito dal rischio di ritorno alla povertà totale, Imam Ali ha accettato di combattere per Assad (Dawn).

Ad oggi, secondo quanto rivelato dagli stessi Pasdaran, almeno 18000 rifugiati afghani sono stati inviati in Siria dall’Iran, per salvare il regime di Damasco. La questione dei rifugiati afghani usati come mercenari di guerra/jihadisti sciiti, sta anche causando una crisi delle relazioni tra Teheran e Kabul (8am.af). Tra i due Paesi ad influire sulla crisi diplomatica, oltre all’abuso dei migranti, si aggiunge anche il rapporto tra il regime iraniano e i Talebani, finanziati da Teheran nonostante le differenze di natura teologica (No Pasdaran).

Per approfondire:

Iran’s Violation of Afghan Refugee and Migrant Rights

Video di propaganda iraniana, in onore dei “martiri afghani della guerra in Siria”

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Il Ministero dell’Interno egiziano, ha rivelato di aver scoperto e arrestato una cellula terrorista legata alla Fratellanza Mussulmana. La cellula era composta da 13 individui, i cui obiettivi erano quelli di compiere attentati nel Paese, non solo contro istituzioni nazionali, ma anche contro luoghi di culto cristiani. 

Nei covi usati dai terroristi, sono state trovate armi ed esplosivi di fabbricazione iraniana. Una nuova conferma delle strette relazioni tra il regime di Teheran e la Fratellanza Mussulmana (ricordiamo la famosa visita di Ahmadinejad in Egitto, durante la deleteria Presidenza di Morsi).

Non solo: qualche giorno fa Isis ha pubblicato un video in cui mostrava dei cecchini colpire dei soldati egiziani, nella Penisola del Sinai. Il terroristi di Isis, in quel video, usavano fucili di precisione AM50, già usati dai ribelli Houthi in Yemen.

Si tratta dell’ennesima prova del ruolo eversivo del regime iraniano nella regione Mediorientale – e non solo…Tra le altre cose, osservatori egiziani hanno denunciato il ruolo dei Pasdaran iraniani nel traffico di armi che avviene, per mezzo di tunnel, tra la Penisola del Sinai e la Striscia di Gaza.

Un traffico che vede protagonisti anche i terroristi libanesi di Hezbollah: il caso esemplare fu quello di Sami Shihad, operativo dell’Unita’ 1800 di Hezbollah, arrestato in Egitto nel 2009 per aver trafficato armi tra Iran, Sudan, Penisola del Sinai e Gaza. Sami Shihad riusci a scappare dalle prigioni egiziani e arrivare liberamente a Beirut, per riapparire in pubblico ad una manifestazione di Hezbollah nel 2011. La cosa, risulta meno incredibile se si pensa che, nel 2013, la procura egiziana apri’ una indagine contro Mohammed Morsi, per aver passato informazioni relative alla sicurezza dello stato non solo a Hamas, ma anche ad Hezbollah.

Il chiaro obiettivo di Teheran e’ quello di avere, anche in Egitto, cellule terroriste pronte ad agire – quando richiesto – per fomentare instabilità nel Paese e conseguenti proteste anti Governative. 

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Twitter ieri e’ stato protagonista di due campagne davvero significative. Centinaia di utenti hanno diffuso due hashtag molto importanti: #IranOutofSyria e #BlacklistIRGC. Due azioni che, come i nomi stessi indicano, intendono promuovere il ritiro completo del regime iraniano – e delle sue milizie – dalla Siria e chiedono di inserire i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroriste.

La campagna #BlacklistIRGC, relativa alle Guardie Rivoluzionaria, e’ indirizzata in primis al Presidente americano Trump, la cui amministrazione sembra intenzionata ad inserire i Pasdaran tra le organizzazioni terroriste. Usiamo il condizionale perché, dopo un inizio promettente, la proposta sembra aver incontrato qualche difficoltà (che ci auguriamo verrà presto superata).

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Nel frattempo, la ONG Syrian Network for Human Rights, ha rilasciato un report relativo alla morte di innocenti civili nella guerra siriana, tra il 2011 e il 2017. Secondo questi dati, 207,000 civili sono stati uccisi in sei anni. Di questi, il 94% dei civili sono stati uccisi da Bashar al Assad e i suoi alleati (Iran, Hezbollah, Russia). Di questa percentuale, pero’, il 92,17% dei civili ammazzati dal regime di Damasco, sono stati uccisi dall’esercito siriano, dai Pasdaran e dalle milizie sciite. In altre parole, considerando che e’ Teheran a comandare da anni l’esercito siriano e tutte le milizie sciite, possiamo dire che – quasi tutti i morti civili del conflitto – sono stati causati dalla Repubblica Islamica dell’Iran.

Precisiamo inoltre che, dei 207,000 civili morti, 24000 sono bambini, 23000 sono di sesso femminile. Il 57% delle morti civili sono state causate da attacchi aerei e il 13% con proiettili d’artiglieria e tank.

In supporto alle campagne #IranOutOfSyria e #BlacklistIRGC, sono arrivate anche tante foto e video dalla Siria e dal mondo arabo. Giovani attivisti che, con cartelli e messaggi, hanno chiesto che il regime iraniano pagasse un prezzo per i suoi crimini. Qui di seguito, un messaggio giunto direttamente da Aleppo.  

Nuova crisi diplomatica tra Marocco e Iran: questa volta, al centro dello scontro ci sono delle motivazioni religiose. Secondo dei report preparati dai funzionari del Ministero dell’Interno marocchino, infatti, il regime iraniano avrebbe messo in atto una vera e propria “agenda sciita”, da portare avanti nel Regno di Mohammed VI. L’obiettivo di Teheran, sarebbe quello di convertire quanti più marocchini possibili, all’Islam sciita.

Questa strategia, secondo quanto riportato da al-Quds al-Araby, sarebbe oggi particolarmente attiva in città come Hasima, protagonista recentemente anche di importanti proteste anti-governative. Sempre nel report dei funzionari di Rabat, quindi, viene denunciato che la Repubblica Islamica ha almeno 40 spie di stanza a Dar al-Bayda, 6000 a Marrakesh e qualche centinaio nella capitale Rabat. 

Ricordiamo due cose importanti: in primis, riguardo l’Islam, e’ fondamentale sottolineare che la monarchia marocchina deriva la sua importantissima posizione religiosa, proprio dalla sua discendenza diretta dalla famiglia del Profeta Maometto. Si tratta di una dinastia alawite, da non confondere pero’ con gli alawiti siriani: in questo caso, infatti, la Monarchia appartiene all’Islam sunnita, cosi come il 99% dei cittadini del Marocco. 

Secondariamente, altrettanto importante, già nel 2009 il Marocco aveva rotto le relazioni diplomatiche con l’Iran, accusando l’Ambasciatore di Teheran a Rabat, di diffondere lo sciismo nel Paese. Le relazioni sono state ristabilite, solamente nel gennaio del 2017. Nonostante la ripresa dei rapporti diplomatici, pero’, Rabat – unito a tutti i Paesi della Lega Araba – ha denunciato la volontà del regime iraniano di infiammare lo scontro settario islamico, anche in Marocco. 

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Tra il 13 e il 15 febbraio scorso, centianaia di manifestanti hanno affollato le strade di numerose città della Provincia del Khuzestan, ove vive prevalemtemente la minoranza araba (sunnita) iraniana. Le proteste, nuovamente, sono nate dalla mancanza totale del regime di attenzione verso questa zona, ove la disoccupazione è altissima, cosi come la crisi ambientale. Si tratta infatti di una zona dove l’inquinamento la fa da padrone e manca persino l’acqua potabile (Ahwaz Monitor).

Invece di accogliere le richieste sociali dei dimostranti, il regime ha reagito al solito modo, ovvero inviando le forze di sicurezza allo scopo di reprimere le manifestazioni. Il risultato è stato drammatico: un manifestante è stato brutalmente ucciso presso Falahyeh, il suo nome era Kazem Maniaat. Numerosi altri sono stati feriti e decine sono stati arrestati (Ahwaz Monitor).

A scatenare le proteste, è stata anche l’uccisione di un membro della minoranza Ahwazi, avvenuto lo scorso venerdì sempre presso Falahyeh. Il civile ucciso si chiamava Hassan Alboghobesh ed è stato colpito alla testa da colpi d’arma da fuoco sparati a caso da sconosciuti – in realtà agenti del regime – mentre le persone si recavano al lavoro. Con lui sono stati colpiti altre due persone, Syed Ali Moussawi e Syed Reza Moussawi, rimasti feriti. Come la foto di seguito dimostra, Hassan Alboghobesh è stato trasportato subito all’ospedale, ma per lui non c’è stato nulla da fare.

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Un video ripreso amatorialmente, che riportiamo di seguito, mostra Hassan Alboghobesh disteso a terra, in una pozza di sangue.

Ricordiamo che, solamente il 24 ottobre del 2016, una bambina di soli tre anni della minoranza araba Ahwazi, Raghad Abbas, venne uccisa brutalmente con un colpo di pistola, quando gli agenti del regime spararono senza pietà contro la macchina del padre Abbas Hassan Mashal Al-Sari. Riportamo di seguito una foto della piccolo Raghad (Counter Currets).

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Nonostante le repressioni, gli spari e gli arresti, le proteste sono continuate in decine di città del Khuzestan, tra le quali la capitale Ahwaz, e Abadan, Muhammarah, Hamidiyeh, Bandar-e Mahshor (Mahshar), Hendijan, Falahiyeh, Howeyzeh e Bowie. Purtroppo, insieme ai due decessi, numerosi manifestanti sono stati feriti e diversi sono stati arrestati. Qui di seguito vi mostriamo alcune immagini delle proteste.

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Il regista iraniano Keyvan Karimi, rinchiuso nelle carceri iraniane dal novembre del 2016, sta molto male. Nonostante le sue pessime condizioni di salute, il regime rifiuta di consentirgli l’uscita dal carcere di Evin, per essere trasferito in una struttura ospedaliera esterna (Iranhumanrights.com).

Come si ricorderà, il regista curdo iraniano Karimi venne condannato al carcere con l’accusa di “aver insultato il sacro”, dopo aver pubblicato un documentario dal titolo “Scrivere sulla città”, relativo ai murales sui muri della capital Teheran. In realtà, Karimi non ha in alcun modo offeso l’Islam sciita, ma solamente denunciato gli abusi del regime, soprattutto dopo le repressioni dell’Onda Verde nel 2009.

Inizialmente, il giudice Mohammad Moghisseh aveva condannato Karimi a sei anni di dentenzione e 223 frustrate (No Pasdaran). Fortunatamente, anche grazie alle pressioni interne e internazionali, in appello la condanna è stata ridotta ad un anno di carcere e al pagamento di 20 milioni di rial (700 dollari).

Una settimana la condanna di Karimi, ben oltre 130 registi e documentaristi iraniani, decisero di scrivere un appello pubblico, chiedendo alla magistratura iraniana di cancellare la condanna contro il regista curdo (comunicato in farsi). La stessa cosa, a livello internazionale, fecero numerosi registi dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia. Per l’Italia, la solidarietà al Keyvan Karimi venne dall’associazione “100 autori” (km-studio.net).

Keyvan Karimi ha anche vinto importanti premi internazionali – anche in Italia – grazie ai suoi documentari di denuncia sulle condizioni sociali della Repubblica Islamica dell’Iran.