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E’ stato pubblicato ieri dal Dipartimento di Stato americano, il report di meta’ anno relativo allo stato dei diritti umani nella Repubblica Islamica dell’Iran (state.gov).

Secondo quanto riportato nel testo, durissimo, in Iran ci sono più di 800 prigionieri politici, tra loro attivisti non violenti, giornalisti, donne impegnate nella difesa dei diritti umani, persone appartenenti a minoranze etniche e religiose e oppositori politici.

Peggio: il report denuncia il costante uso della tortura e dell’abuso psicologico da parte delle forze di sicurezza iraniane che, perennemente, minacciano i prigionieri, negando loro molto spesso le visite dei famigliari – o minacciano direttamente i famigliari – per fiaccare il morale e costringerli a firmare false confessioni.

Per quanto concerne la pena di morte, almeno 469 detenuti sono stati impiccati lo scorso anno, tra loro diversi prigionieri arrestati quando ancora erano minorenni. Il report ricorda anche che, nell’agosto del 2016, ben 20 prigionieri vennero impiccati in un solo giorno con l’accusa di “Moharebeh”, ovvero “Guerra contro Dio”, tra loro anche diversi curdi sunniti.

Infine, il regime iraniano perpetua la persecuzione delle minoranze religiose e per questo e’ inserito dagli USA nella lista dei “Country of Particular Concern” (Paesi che preoccupano gravemente). In tal senso, il Dipartimento di Stato americano ricorda le persecuzioni contro i mussulmani che si convertono al cristianesimo – esemplare il caso di Ebrahim Firuzi, in carcere dal Marzo 2013 – e dei Baha’i, considerati dal regime una setta peccaminosa e soggetti a leggi da apartheid.

Ricordiamo che, per l’abuso dei diritti umani in Iran, gli Stati Uniti hanno approvato uno specifico ordine esecutivo – il numero 13553 – che include una lista di persone e realtà iraniane sottoposte a sanzioni. Tra coloro che sono colpiti da questo ordine ci sono anche i Pasdaran. 

Ieri il Presidente Trump ha deciso di non revocare la sospensione delle sanzioni decisa da Obama dopo la firma dell’accordo nucleare, ma ha approvato nuove sanzioni contro personalità e compagnie, accusate di contribuire allo sviluppo del programma missilistico iraniano (Treasury.gov). Come reazione, il regime iraniano ha annunciato l’approvazione di sanzioni contro 9 compagnie e personalità americane (Mehr News).

Il regime iraniano produce l’ennesimo video di animazione in stile ridicolmente guerrafondaio. Ridicolmente perchè, come noto, se messo davanti ad una guerra simmetrica la Repubblica Islamica non resisterebbe a lungo davanti a diversi Paesi del mondo. Soprattutto davanti agli Stati Uniti.

Per questo farebbe quasi sorridere questo nuovo video prodotto in Iran, dal tito “La Guerra del Golfo Persico II”. Numero due perchè, già nel 2013, ne era stato prodotto uno simile. Questa volta, come dice il suo direttore Farhad Azima – molto vicino ai Pasdaran – si simula quella che dovrebbe essere la vittoria del regime iraniano, davanti ad un attacco del grande Satana, ovvero degli Stati Uniti. Protagonista del video, della durata di 88 minuti, è il Generale Qassem Soleimani, capo della Forza Quds (Bloomberg).

In realtà Soleimani è niente un jihadista sciita che, dopo la nascita di Isis, la propaganda iraniana – aiutata da giornalisti Occidentali – ha trasformato in una specie di nuovo Che Guevara del XXI secolo. Soleimani, al contrario di quello che si scrive, non è affatto un eroico guerrigliero, ma un presuntuoso terrorista che, per la cronaca, le ha quasi sbagliate tutte, tanto da esser stato costretto lo scorso anno a volare a Mosca per chiedere, in ginocchio, l’intervento della Russia in Siria.

Purtroppo il film non fa affatto sorridere. Non solo per il suo costo esorbitante, oltre 300 mila dollari, ma per il messaggio che intende mandare ai giovani iraniani, soprattutto quelli della periferia del Paese. Proprio grazie ad animazioni simili, purtroppo, il regime attira volontari in cerca di un lavoro, che invia successivamente come carne da macello a morire in giro per il Medioriente. Una follia jihadista, non diversa dalla peggiore propaganda del Califfato di al-Baghdadi.

Un iraniano con passaporto americano e sua moglie, rischiano la pena di morte in Iran, per aver organizzato delle feste a Teheran. In queste feste, secondo l’accusa veniva servito dell’acol. La coppia, per la precisione. è di fede Zoroastriana, minoranza riconosciuta dal regime iraniano a cui è anche permesso bere alcolici. Il regime, però, vieta di servirli a persone di fede islamica. I nomi dei due condannati a morte non sono stati resi noti, ma si sa che si tratta di una coppia conosciuta nella capitale, anche perchè gestiva una galleria d’arte e aveva contatti con diplomatici iraniani e stranieri. Il loro arresto risale alla scorsa estate. Secondo il Procuratore iraniano Dolatabadi, quindi, questa coppia organizzava anche “feste miste immorali”, ovvero feste in cui erano presenti insieme uomini e donne.

Il Procuratore Dolatabadi, quindi, ha anche annunciato che un’altra coppia è stata già condannata a morte, perchè accusata di “aver fondato un culto nuovo e attratto dei seguaci”. Questa coppia, quindi, sarebbe anche responsabile di “deviazione sessuale” (che in Iran può voler dire rapporti sessuali fuori dal matrimonio o anche omosessualità). I due sono stati condannati a morte perchè ritenuti colpevoli di “corruzione sulla Terra”, una pena introdotta dopo la rivoluzione islamica del 1979 (Middle East Eye).

Negli ultimi mesi, il regime iraniano si è dimostrato senza pietà verso i cittadini iraniani con doppia cittadinanza, particolarmente quelli in possesso anche di un passaporto americano o inglese. Esemplari sono i casi di Siamak Namazi, businessman irano-americano condannato a dieci anni di carcere e di Nazanin Zaghari-Ratcliffe, operatrice umanitaria e mamma di una bimba di quattro anno, in possesso di passaporto inglese. Nazanin è stata condannata a cinque anni di carcere. Per entrambi le accuse sono di spionaggio, ma il regime non ha mai mostrato alcuna prova che dimostri questo reato.

Anche l’Italia, con il caso Ahmadreza Djalali, si è ritrovata indirettamente coinvolta in queste repressioni del regime iraniano: Ahmadreza Djalali, ricercatore medico, è stato arrestato in Iran lo scorso aprile, dopo essere stato invitato ad un convegno universitario. Ahmadreza Djalali, che rischia la condanna a morte, è accusato di “contatti con paesi stranieri”, per aver lavorato nella sua carriera universitaria anche con ricercatori di Stati considerati nemici dall’Iran. La storia, come suddetto, coinvolge l’Italia perchè Ahmadreza Djalali, prima di trasferirsi in Svezia, aveva lavorato all’Università del Piemonte Orientale dal 2011 al 2015. Proprio da questo Ateneo è partita la campagna per la liberazione di Ahmadireza Djalali, una campagna che ha visto anche la stessa Farnesina prendere un impegno per la libertà del ricercato. Un impegno sinora disatteso.

Da anni sono stati dimostrati i contatti e la cooperazione tra il jihadismo sciita promosso dal regime iraniano e quello sunnita-salafita, soprattutto con al-Qaeda. In particolare, come denunciato in diversi report, il regime iraniano ha addestrato terroristi di al-Qaeda, soprattutto attraverso Hezbollah, ha avuto contatti diretti con Bin Laden e ha permesso ai salafiti di usare il territorio iraniano come base per colpire i comuni nemici (in primis gli americani).

Questa terribile commistione tra jihadismi islamici, ha avuto un effetto diretto sul terribile attentato dell’11 Settembre 2001: diversi dei terroristi di al-Qaeda che hanno attaccato le Torri Gemelle, infatti, avevano trovato rifugio in Iran e ottenuto sostegno dai Pasdaran. In particolare, come denunciato dalla Commissione Speciale per l’11 Settembre, la Repubblica Islamica, facilito’ il passaggio dei terroristi di al Qaeda sul territorio iraniano, evitando volontariamente di apporre timbri di ingresso e di uscita ai terroristi sunniti. Tra coloro che goderono di questo trattamento di favore, ci furono anche 8 degli 11 dirottatori dell’11 Settembre, che viaggiarono liberamente sul territorio iraniano. Tra loro: Wail al Shehri, Waleed al Shehri e Ahmed al Nami, prima di arrivare in America, passarono dal Kuwait al Libano, ove si imbarcarono su un volo per l’Iran insieme ad un terrorista di Hezbollah; Satam al Suqami e Majed Moqed, arrivarono a Teheran dal Bahrain, mentre Khalid al Mihdhar passo’ prima in Iran, poi in Siria, per ritornare infine in Iran ed entrare in Afghanistan (No Pasdaran).

Su queste basi, nel 2012, un giudice di Manhattan condannò il regime iraniano a risarcire i parenti delle vittime dell’11 Settembre. Il giudice Daniels,addirittura,  indicò nella Guida Suprema Khamenei, nell’ex Presidente Rafsanjani (poi deceduto), nei Pasdaran, nel Ministero dell’Intelligence di Teheran (MOIS) e in Hezbollah, i responsabili materiali dell’11 Settembre 2001. Per questo, il regime iraniano fu condannato a pagare 7 miliardi di dollari di risarcimento (Windfirm). Il regime iraniano, ovviamente, ha sempre risposto negativamente, negando ogni addebito, rifiutando di pagare il risarcimento e additando nei sauditi la fonte di tale complotto.

Ora, per i parenti delle vittime si apre un nuovo spiraglio per ottenere, almeno una piccola parte di quella somma. Soprendentemente, questo spiraglio si apre in Europa, precisamente in Lussemburgo. E’ stato scoperto che Clerstream in Lussemburgo, parte del sistema Deutsche Börse Group, detiene 1,6 miliardi di dollari del regime iraniano, che erano stati bloccati per via delle sanzioni. Indiscrezioni dicono che, gli avvocati delle vittime dell’11 Settembre, hanno convinto un giudice lussemburghese a congelare nuovamente quei fondi, allo scopo di risarcire i parenti delle vittime degli attentati alle Torri Gemelle, sulla base della decisione del 2012 (New York Times).

Aggiungiamo che, in vari processi negli Stati Uniti, il regime iraniano è stato condannato a pagare un totale di 50 miliardi di dollari di risarcimenti a parenti di vittime americane, uccise per mano degli agenti della Repubblica Islamica. Tra questi, i parenti delle vittime degli attentati avvenuti in Libano nel 1983, compiuti per mano di Hezbollah e pagati direttamente da Teheran.

 

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Finalmente! Se sul bando di Trump all’immigrazione di cittadini da sette Paesi del mondo mussulmano si può ampiamente discutere, sulla reazione della neo Amministrazione americana alle nuove minacce iraniane, si deve solo applaudire. Dopo anni di debolezza e vergognoso lassismo da parte dell’ex Presidente Obama, la Casa Bianca ha mandato a Teheran un messaggio chiaro: state giocando con il fuoco!.

In sintesi, queste le parole dette da Michale Flynn, Consigliere per la Sicurezza Nazionale, in seguito al nuovo test missilistico iraniano – in violazione della Risoluzione ONU 2231 – e dell’attacco ad una nave della marina saudita, da parte dei ribelli Houthi in Yemen, ormai praticamente totalmente asserviti ai Pasdaran e ad Hezbollah (testo ufficiale della Casa Bianca).

Nel comunicato rilasciato davanti alle telecamere, Flynn ha condannato le azioni del regime iraniano e dei suoi proxy e non ha mancato di annunciare che, con l’arrivo di Trump, è terminata la fine della passività dell’esperienza Obama. Flynn, quindi, ha aggiunto che – quanto da lui affermato – doveva essere inteso come un “avviso ufficiale” alla Repubblica Islamica!

Alle parole di Flynn hanno fatto da sponda quelle del Congresso USA che, in seguito al test missilistico iraniano, ha chiesto alla Casa Bianca di aumentare la pressione contro il regime islamista e, se necessario, di approvare nuove sanzioni (ì).

Mike Pompeo (a destra), Lee Zeldin e Frank LoBiondo, mentre si recano all'ambasciata pakistana - rappresentante degli interessi di Teheran negli USA - per chiedere il visto di ingresso in Iran

Mike Pompeo (a destra), Lee Zeldin e Frank LoBiondo, mentre si recano all’ambasciata pakistana – rappresentante degli interessi di Teheran negli USA – per chiedere il visto di ingresso in Iran

Era il febbraio del 2016, e nella Repubblica Islamica erano previste le elezioni parlamentari. In quella occasione, tre membri del Congresso americano – Mike Pompeo, Lee Zeldin e Frank LoBiondo – inviarono una lettera alla Guida Suprema Ali Khamenei e al Capo dei Pasdaran Ali Jafari, chiedendo di ricevere un visto di ingresso per visitare l’Iran. Il loro scopo, secondo quanto riportato nella lettera, era quello di: incontrare i leader iraniani, tra cui Mohsen Fakhriazadeh, il padre del programma nucleare iraniano; incontrare i cittadini americani detenuti in Iran; visitare i siti di Parchin, Arak e Fordow, dove il regime ha realizzato il suo programma nucleare e fatto test su esplosioni atomiche; affrontare la questione del programma missilistico iraniano e dei test realizzati dal regime dopo l’accordo nucleare (in piena violazione dell’accordo stesso); parlare dell’arresto dei 12 marines americani, detenuti nel gennaio 2016, in maniera non conforme alla Convenzione di Ginevra.

Per mesi il regime iraniano ha ignorato la richiesta dei tre parlamentari americani. Per questo, nell’aprile del 2016, i tre membri del Congresso hanno scritto una nuova lettera alle autorità di Teheran, rinnovando la richiesta di avere un visto di ingresso. Questa volta, la risposta è arrivata da parte di Javad Zarif: il Ministro degli Esteri iraniano, ha rigettato la richiesta dei rappresentanti americani, accusando i tre di voler unicamente colpire la Repubblica Islamica (No Pasdaran).

Purtroppo per Teheran, uno di quei tre membri del Congresso americano, per la precisione Mike Pompeo, è stato nominato da Donald Trump neo direttore della CIA. Poco prima di ricevere la nomina, Pompeo aveva espresso chiaramente il suo pensiero sull’accordo nucleare firmato nel luglio del 2015: un accordo pessimo, che ha messo solamente in maggiore pericolo gli Stati Uniti e i suoi alleati nel mondo. Non solo: Pompeo ha anche ricordato che, in un solo anno, Teheran ha più volte violato i patti, soprattutto realizzando test missilistici, con vettori capaci di trasportare potenzialmente delle bombe nucleare.

L’intevista che vi proponiamo qui sotto, realizzata da Fox News, è stata girata appena due settimane prima della nomina di Pompeo a capo della Central Intelligence Agency. Buona visione!!!

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Il reporter del Washington Post Jason Rezaian, detenuto per 544 giorni dai Pasdaran prima della sua liberazione, ha deciso di fare causa al regime iraniano. Jason accusa l’Iran di averlo tenuto come ostaggio, di averlo torturato e di essere responsabile di terrorismo. La denuncia è stata depositata presso la Corte Federale di Washington. La Corte ha anche preso atto che, durante la sua detenzione, Jason ha anche provato a commettere sucidio, istigato al gesto estremo dalle minacce dei suoi carcerieri (AgencyNewsPPi2015).

Ricordiamo che Jason Rezaina è stato fermato nel luglio del 2014 in Iran e il suo arresto è stato ufficialmente reso noto solamente nove mesi dopo! Accusato di spionaggio, Jason ha subito un processo a porte chiuse che si è concluso con una condanna, di cui il regime dei Mullah non ha nemmeno reso noto l’entità della pena. Jason è stato infine liberato nel gennaio del 2016 insieme ad altri tre detenuti irano-americani, dietro il pagamento di un riscatto da parte della Casa Bianca. Washington ha provato a negare di aver pagato un riscatto, facendo passare un aereo pieno di soldi giunto a Teheran nelle ore della liberazione dei detenuti, come la mera consegna di parte dei fondi del regime iraniano negli Stati Uniti, scongelati in seguito alla fine di alcune sanzioni. Erano tutte bugie e lo stesso Jason Rezaian confermò che, uno dei suoi carcerieri, gli aveva detto che nessun detenuto sarebbe stato liberato prima dell’arrivo di un aereo dagli Stati Uniti.

Oggi Jason Rezaian la lasciato il Washington Post ed è ricercatore presso la Harvard University.