Archivio per la categoria ‘Iran Società Civile’

parlamento iran

In una lettera resa pubblica ai media, la maggioranza dei parlamentari iraniani ha chiesto al Governo censurare i social network. La lettera, molto significativamente, e’ stata pubblicata nelle stesse ore in cui il Governo di Rouhani, dopo settimane, ha finalmente  parzialmente sbloccato l’applicazione Telegram (usata da 40 milioni di iraniani).

Nella lettera, firmata da 170 membri del Parlamento iraniano (su 290), i deputati sostengono che “al fine di proteggere l’indipendenza politica e culturale del Paese e prevenire assalti contro la sicurezza e contro i privati cittadini…chiediamo il bando dei social network esteri e la loro sostituzione con applicazioni nazionali).

La lettera, promossa dal deputato Ahmad Amirabadi Farahani, eletto dalla città di Qom, accusa i social network non solo di essere responsabili delle recenti proteste, ma anche dell’attentato compiuto nel giugno del 2017 contro il Parlamento iraniano. Oltre al bando dei social network, la lettera chiede anche un maggiore controllo dei VPN – i virtual Private Networks – usati da milioni di iraniani per superare la censura del regime.

In questo periodo, diverse compagnie di Stato hanno iniziato a sviluppare delle applicazioni di messaggi istantanei, create in linea con i blocchi imposti dal regime. Tra queste menzioniamo Soroush (sviluppata dall’IRIB) e Hotgram. Nonostante il tentativo del regime di spingere gli iraniani ad usare queste applicazioni “indigene”, la popolazione continua a preferire i social network esteri, al fine di garantire (per quanto possibile) la loro privacy.

internet ban

 

 

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protest iran

Le immagini che vi mostriamo in basso arrivano da Mashhad, una delle principali città iraniane e non necessitano di tanti commenti: da mesi ormai – nonostante il silenzio dei media italiani – avvertiamo i lettori che l’Iran bolle, fortunatamente non nel senso culinario del termine.

Da tempo, infatti, centinaia di iraniani sono scesi in piazza nelle principali città del Paese – Teheran in testa – per protestare contro il regime, soprattutto contro la corruzione elevatissima, il coinvolgimento dei Pasdaran nelle attività finanziarie e l’assenza di ogni minima regola di stato di diritto.

Ieri, quindi, si e’ raggiunto il culmine: migliaia di persone hanno affollato le strade di Mashhad, al grido “Morte a Rouhani”, “La Repubblica Islamica e’ stata uno sbaglio” e “No Gaza, No Libano, la nostra vita solo per l’Iran”. Secondo alcuni osservatori, nuovamente, si sono sentiti anche slogan in lode allo Shah. Proteste ci sono state anche in Arak, Urumiya e Arak.

Mentre tutto questo accadeva, il Governo italiano lavorava attivamente per superare le giuste ritrosie di Cassa Depositi e Prestiti, in merito agli investimenti in Iran. Peggio, mentre tutto questo accadeva, su proposta del Ministro Calenda l’esecutivo approvava un articolo della Legge di Bilancio (151, ex 32) che, senza vergogna, snaturava l’agenzia Invitalia, trasformandola in una specie di SACE pubblica, per assicurare – in prima istanza – gli investimenti italiani in “Paesi ad alto rischio”, leggasi Iran…un articolo ad hoc per gli interessi di pochi industriali italiani, consapevoli dei rischi di investimento in Iran e quindi disposti a rischiare…solo con i soldi del contribuente…

Per la cronaca, il regime ha riportato che “solo” 52 manifestanti sono stati fermati durante le proteste. La verità e’ che, purtroppo, il numero e’ ben più alto e si parla id almeno 100 fermati.

Come suddetto, l’Iran bolle e la popolazione ne ha piene le scatole ormai di un regime che – al di la’ delle promesse di uguaglianza in nome dell’Islam – ha solo diffuso corruzione, misoginia, fondamentalismo e speso i soldi principalmente per finanziare il terrorismo internazionale.

Concludendo, consigliamo vivamente agli imprenditori italiani di scappare dall’Iran. Soldi pubblici o meno, in quel Paese gli investitori troveranno principalmente gli interessi economici dei Pasdaran, pretoriani armati pronti ad usare le manette, tutte le volte che qualcuno non rispetta i loro codici…non scritti…

Iran's Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei meets Italian Prime Minister Matteo Renzi in Tehran

C’e’ un Iran che vive, un Iran che protesta contro le storture drammatiche di un establishment fondamentalista. Un Iran che, nonostante le leggi e le repressioni, scende in piazza senza paura e grida forte “morte al regime”. Di questo Iran, purtroppo, i media principali italiani – e Occidentali – attualmente non raccontano quasi nulla.

Troppo schiacciati sugli interessi politici, questi media si ricordano del nero del regime iraniano, solamente quando si arriva ai casi più drammatici, come ad esempio quello del ricercatore medico Ahmadreza Djalali. Dell’Iran che resiste alla corruzione del potere clericale e miliziano dei Pasdaran, si e’ smesso ormai di raccontare nel 2009, anno delle famose proteste dell’Onda Verde.

Dell’Iran che resiste, quindi, si e’ completamente persa traccia dopo l’elezione di Hassan Rouhani alla Presidenza della Repubblica Islamica, nell’illusione che un bel sorriso cambiasse la natura perversa della Velayat-e Faqih. Cosi non poteva essere, cosi non e’ stato.

In questi giorni le strade della capitale Teheran si sono riempite di migliaia di persone che, stanche della corruzione e del potere finanziario dei Pasdaran, hanno manifestato tutta la loro rabbia. Persone comuni che hanno messo da parte la paura, forse perché spinti dalla disperazione, e’ hanno gridato “Marg Bar” (Morte al) dittatore (Khamenei) e al regime islamista, considerato alla stregua di Isis.

Ora questa protesta sociale si e’ spostata di nuovo nelle università. I primi a manifestare sono stati gli studenti dell’Università di Teheran, spinti anche dalla scelta di Hassan Rouhani di voler nominare a nuovo Ministro Mansour Gholami, considerato uno di coloro che favorirono le repressioni contro gli studenti dell’Ateneo Bu Ali Sina.

Eppure di questo Iran quasi non si sente parlare. Meglio organizzare delegazioni di imprenditori in accordo col regime, rinchiuderli in hotel e portarli a vedere solo ciò che piace agli alleati di Khamenei.

Le stesse cose che l’iraniano medio odia…

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La Magistratura iraniana ha annunciato di aver aperto una inchiesta contro Pavel Durov, fondatore e CEO dei social network VK.com e Telegram, molto usati dai giovani iraniani.

Ufficialmente, l’inchiesta e’ stata aperta con l’accusa di “diffusione di materiale pornografico e terroristico”. Le ragioni pero’, come affermato dallo stesso Durov, sembrano essere diverse.

Commentando la notizia su Twitter, Durov ha scritto che Telegram blocca costantemente ogni tipo di messaggio relativo a terrorismo e pornografia all’interno dell’Iran. Per questo, sostiene l’imprenditore russo, le accuse della magistratura iraniana sono senza sostanza.

La verità e’ che, come suddetto, Telegram e’ un programma molto usato dai giovani iraniani per conversare e organizzare eventi sociali. Per questo, colpire il fondatore di Telegram accusandolo di promuovere materiale “haram“, significa colpire indirettamente il social network stesso e, probabilmente, arrivare a bloccarlo totalmente.

L’ennesima mossa del regime iraniano per colpire i diritti civili, vivendo nell’illusione di poter bloccare cosi ogni forma di dissenso e opposizione.

 

 

bookstore

Il 21 Maggio scorso, il Tribunale Rivoluzionario di Dezful ha condannato otto persone al carcere – sette maschi e una donna – con l’accusa di aver letto e diffuso testi che promuovono la “cultura del femminismo”.

Gli otto condannati – Ali Nejadi, Ezzatollah Jafari, Abdolreza Shakeri Roshan, Shapour Rashno, Ashraf Rahim-Khani, Ali Mohammad Jahangiri e Pejman Mirzavand – provengono da Andimeshk, nella Provincia del Khuzestan. Sono stati arrestati il 17 Settembre del 2015 da parte dei Pasdaran. Gli otto, erano tutti membri di un Club del Libro che, periodicamente, si riuniva per leggere dei testi inerenti alla vita in Iran, alle questioni sociali e anche a quelle di genere (IranHumanRights).

Nonostante tutti i testi letti fossero stati preventivamente approvati dal Ministero della Cultura e della Guida Islamica del regime, il Club del Libro era sgradito ai Pasdaran. Per questo, nel 2015, fu deciso di trarre in arresto gli otto attivisti. Gli arrestati sono quindi stati rilasciati su cauzione qualche mese dopo, mentre il Club del Libro e’ stato definitivamente chiuso. Purtroppo, appena dopo il rilascio, i Pasdaran hanno deciso di arrestare  Zeinab Keshvari – moglie di Shapour Rashno – che in quel periodo era incinta: in seguito al fermo, la donna ha avuto un aborto spontaneo.

Dopo due anni senza alcun processo, gli otto attivisti iraniani sono stati richiamati in giudizio. Il loro diritto alla difesa si e’ limitato alla facoltà di poter scrivere delle lettere indirizzate al giudice, in cui tutti gli imputati si sono dichiarati innocenti. Il 21 maggio, infine, il giudice ha emesso la sentenza, condannando tutti gli imputati a pene che variano dai 29 giorni di carcere, ai quattro anni. 

E’ molto significativo che questa condanna arrivi a pochi giorni dalla rielezione di Hassan Rouhani: e’ chiaro che, la guerra tra fazioni in Iran avrà ancora una volta come principali vittime gli attivisti democratici, ormai abbandonati al loro destino da un Occidente distratto e indifferente ai diritti umani nella Repubblica Islamica.

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Da domani le donne iraniane inizieranno una nuova forma di protesta contro il velo obbligatorio, i cosiddetti #WhiteWednesdays, i Mercoledì Bianchi. Donne contrarie al velo obbligatorio, ma anche uomini contrario alla costrizione del velo contro le donne, indosseranno ogni mercoledì un velo bianco – o un accessorio bianco – come simbolo della loro protesta pacifica. 

In questi anni, anche grazie al sostegno dei social – in particolare della pagina Facebook “My Stealthy Freedom” (La mia libertà rubata) – le donne iraniane hanno fatto conoscere al mondo la loro resistenza contro le leggi islamiste imposte dal regime khomeinista. Su tutte, ovviamente, l’imposizione dell’hijab, ovvero il velo obbligatorio e gli abusi della Gasht-e-Ershad, la polizia morale.

Contro queste imposizioni, le donne iraniane hanno sviluppato diversi metodi di protesta pacifica. Dalla scelta di indossare veli colorati a quella di lasciare una ciocca di capelli scendere davanti alla loro fronte. Non solo: in diversi casi le donne iraniane si sono rasate a zero, riuscendo cosi ad evitare l’obbligo di indossare il velo.

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Fortunatamente, le donne iraniane hanno trovato una forte solidarietà anche da parte degli uomini. Un fatto non scontato, considerando il fatto che si tratta – in ogni caso – di società profondamente incentrate sulla figura maschile. I ragazzi iraniani sono scesi in piazza accanto alle ragazze non solo per protestare contro gli attacchi con l’acido – compiuti da uomini di Hezbollah contro le donne malvelate – ma si sono anche fatti fotografare con il velo e hanno postato le loro foto sui social (come mostra la foto in alto). 

Domani, quindi, le donne iraniane lanceranno il primo Mercoledì Bianco. L’ennesima protesta non violenta che, ci auguriamo, venga sostenuta e abbracciata anche da donne come la Mogherini, la Boldrini, la Serracchiani e la Bonino. Donne che si sono sempre riempite la bocca sulla parità di genere, ma non si sono mai fatte problemi a recarsi a Teheran velatissime e mostrare la loro reverenza agli Ayatollah.

Writer iraniana protesta contro il velo obbligatorio

اين فيلم را به #چهارشنبه_های_بدون_اجبار فرستاده؛ اينجا ديوار كسي است كه صاحب باغ اجازه داد روي آن به مدت كوتاهي شعار بنويسيم و بعد خودمان هم پاك كرديم. موقع شعار نوشتن مي خنديم ولي خب ترس هم هست. ولي چرا شعار نوشتيم و چرا پاك كرديم، ماجرا اينه. ما اهل شعار نيستيم ولي يك عمر روي ديوارهاي مدرسه و شهر نوشتند مرگ بر بي حجاب حالا ما فقط مي نويسم نه به اجبار، توي #چهارشنبه_های_سفید هم شعار مرگ بر سر نمي دم مي رم به خانم هاي چادري گل سفيد مي دم كه به ما بپيوندند.

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Il regime di Teheran ha condannato a 12 anni di carcere ciascuno, tre ventiquattrenni iraniani, per aver criticato l’establishment politico e il clero sui social. In particolare, i tre avrebbero scambiato via Facebook e Telegram, delle vignette e degli articoli critici nei confronti della Repubblica Islamica.

I tre giovanissimi sono: Alireza Tavakoli, Mohammad Mehdi Zamanzadeh e Mohammad Mohajer, arrestati tutti nell’estate del 2016 da agenti del Ministero dell’Intelligence iraniano. Dopo il fermo, i tre sono stati trasferiti presso il braccio 209 del carcere di Evin, sotto diretto controllo del MOIS. Qui, sono stati interrogati senza avere alcuna difesa legale e portati successivamente nel braccio 8 del centro detentivo (Iran Human Rights).

La condanna a 12 anni di carcere e’ stata decisa il 10 aprile scorso dalla Sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario, sotto diretto controllo del giudice Abolqasem Salavati. In particolare, per aver criticato il regime, i tre sono stati accusati di “insulto al sacro”, “minaccia alla sicurezza nazionale” e “insulti alla Guida Suprema”.

Tutto questo avviene mentre, solamente qualche mese fa (nel dicembre del 2016), proprio il Presidente Rouhani aveva firmato la Carta dei Diritti del Cittadino, in cui – nero su bianco – sta scritto che il Governo deve “garantire la libertà di parola e di espressione”. L’articolo 26 della stessa Carta del Cittadino, impone al Governo di tutelare questa liberta’, specialmente nei media, compresi quelli relative al cyberspazio (ovvero Internet).

Come sempre accade in Iran, pero’, quanto viene scritto e deciso dallo stesso regime, viene sempre violato in nome della difesa della tutela del sistema della Velayat-e Faqih, imposto con la violenza dall’Ayatollah Khomeini soprattutto dopo il 1981.