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ahmadreza djalali family

La radio svedese ha riferito che la Ministra degli Esteri Margot Wallström, ha convocato l’Ambasciatore iraniano a Stoccolma, per protestare contro la conferma della condanna a morte del ricercatore medico Ahmadreza Djalali.

Ahmadreza, come noto, e’ in possesso anche della cittadinanza svedese e per anni ha lavorato presso il Medical Institute “Karolinska” di Stoccolma, come esperto della medicina di emergenza, nei casi di disastri ambientali. Proprio grazie alle sue conoscenze, Ahmadreza e’ stato diverse volte invitato in Iran durante delle conferenze accademiche. Anche quando e’ stato arrestato, nell’aprile del 2016, si trovava nella Repubblica Islamica per ragioni professionali.

Accusato di essere una spia, Ahmadreza Djalali e’ stato condannato a morte senza un regolare processo e costretto a firmare una dichiarazione video di colpevolezza. Successivamente, in una lettera inviata alla moglie, Ahmadreza ha rigettato tutte le accuse e denunciato i maltrattamenti subiti in carcere. Secondo quanto reso noto ultimamente, le condizioni di salute del ricercatore iraniano sono pessime e pare abbia anche un tumore.

Il dramma di Ahmadreza Djalali riguarda anche l’Italia: per anni, infatti, Ahmadreza Djalali ha lavorato presso l’università del Piemonte Orientale. Proprio da qui, dopo l’arresto, e’ partita la campagna per la sua liberazione. Nonostante gli impegni verbali, ad oggi il Governo italiano non ha fatto nulla di concreto per salvare la vita di Ahmadreza Djalali: al contrario, tutti gli accordi – anche quelli scientifici – firmati tra Roma e Teheran, restano in piedi senza alcun riguardo verso il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.

Concludiamo sottolineando come la vera ragione dell’arresto di Djalali e’ ormai nota: anni addietro, infatti, Ahmadreza ha rifiutato le avancese del MOIS – l’intelligence iraniana – che voleva fare di lui un agente di Teheran in Europa.

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Ormai circa una settimana fa, il regime iraniano dava la notizia di un drone abbattuto sui cieli dell’Iran. Secondo i Pasdran, che della storia hanno fatto una questione di orgoglio nazionale, il drone era di fabbricazione israeliana ed era diretto sull’impianto nucleare di Natanz, ove avviene l’arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica Islamica. In merito al luogo da dove questo drone sarebbe partito, Teheran ha dato versioni contrastanti: su Twitter i Pasdaran hanno accusato i Paesi arabi sunniti del Golfo di aver fatto da base per gli israeliani, mentre successivamente il regime ha accusato un ex Paese del blocco comunista (l’Azerbaijan). I giornali di tutto il mondo, come spesso accade, si sono quindi affrettati a dare la notizia dell’abbattimento, senza mettere in dubbio la versione iraniana.

Con il passare dei giorni, però, la situazione è cambiata e gli esperti militari hanno iniziato ad analizzare meglio le immagini diffuse da Teheran. Patrick Megahan, esperto militare del think tank americano Foundation for Defense Democracies, ha completamente capovolto la versione fornita dai Pasdaran. Secondo Patricl Megahan, infatti, quello che Teheran ha mostrato al pubblico non sarebbe il drone israeliano Hermes 450, ma si tratterebbe del drone iraniano Shahed 129. In poche parole, quello che l’Iran ha esibito con vanto, non sarebbe il grande successo della difesa del regime, ma un triste e poco dignitoso fallimento militare.

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Nel settembre del 2013, il regime iraniano ha messo a disposizione dei Pasdaran il drone Shahed 129. Il drone Shahed 129, per la cronaca, è assai simile proprio al drone israeliano Elbit Hermes 450, entrato in azione per la prima volta diversi anni prima, nel 1998. Tra i due droni, però, oltre alle differenze tecnologiche, esisteno due fondamentali differenza estetiche: 1) la prima riguarda il muso: mentre il drone israeliano Hermes 450 ha il muso completamente curvo, lo Shahed 129 ha una antenna davanti; 2) la seconda riguarda il numero dei componenti: mentre il drone iraniano è assemblato con due componenti separati (superiore e inferiore), quello israeliano è un pezzo unico, con una apertura superiore.

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Come evidenzia Patrick Megahan, i resti del drone esibito alle telecamere dai Pasdaran mostrano chiaramente un rottame di un drone composto da due pezzi distinti e, soprattutto, un grande buco davanti al muso, proprio dove è posizionata l’antenna del drone Shahed 129. Non solo: Megahan evidenzia anche un altra ragione per cui il drone abbattuto dai Pasdaran non è l’Hermes 450. L’Hermes 450 ha un range di 300 chilometri, una capacità troppo ridotta per raggiungere Natanz da un Paese come l’Azerbaijan. Tanto piu’ che, incredibilmente, il regime iraniano ha pretesto di affermare che il drone avrebbe avuto la capacità di comprire un range di 800 chilometri…. In pratica, come suddetto, per non ammettere la perdita di un drone iraniano proprio sui cieli nazionali, i Pasdaran avrebbero inventato una grande storia – come spesso fanno – allo scopo di dimostrare di dare un senso diverso alla loro esistenza, rispetto alle mere repressioni contro il popolo iraniano che, quotidianamente, mettono in atto.

Piuttosto è ben piu’ rilevante ricordare che, proprio lo Shahed 129, è il drone fornito dall’Iran ad Assad in Siria per monitoriare i movimenti dei ribelli siriani per bombardarli successivamente dal cielo con i barili bomba

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