Archivio per la categoria ‘Iran Rouhani’

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Il Parlamentare iraniano Abdul Karim Hosseinzadeh – membro della fazione vicina a Rouhani – ha denunciato sul suo account Twitter che la situazione dell’emergenza Coronavirus nelle citta’ di Qom e Rasht, e’ diventata ormai incontrollabile.

Per questo, Abdul Karim Hosseinzadeh ha chiesto che il Governo provveda immediatamente ad imporre una quarantena intorno a queste due città, al fine di evitare che il COVID-19 si propaghi senza controllo. Il rischio, per la Repubblica Islamica, e’ di diventare la prima nel mondo per vittime da virus, in rapporto alla popolazione.

Ricordiamo che Qom – città santa sciita – e’ il focolaio da dove e’ partita tutta l’epidemia di Coronavirus in Iran. I Pasdaran hanno impedito la messa in quarantena di Qom, proprio per il suo valore religioso. Nella citta’, nonostante le misure sanitarie prese, i clerici stanno invocando la preghiera come sola soluzione al contagio e si vedono fedeli leccare i luoghi sacri, per dimostrare di non temere la malattia.

Ad oggi, secondo i dati ufficiali del Governo, i contagiati da Coronavirus sono 3513 in Iran e i morti sono 107. Purtroppo, pero’, si tratta di dati non affidabili, considerata la censura imposta dai Pasdaran. Nella sola capitale, gli esperti hanno denunciato che almeno il 40% della popolazione rischia il contagio, con effetti drammatici sul sistema sanitario nazionale.

A worker disinfects a public bus amid efforts to contain the coronavirus in Tehran on Wednesday.

Fonte: CNN

Sono diverse le persone che si chiedono perché, nella Repubblica Islamica, il numero di vittime di Coronavirus sia cosi alto. Ad oggi non e’ ancora noto il numero esatto di vittime e di contagiati, perché e’ ormai praticamente impossibile avere dati certi da parte del regime.

Secondo il NYT, ad oggi le vittime sarebbero almeno 26 e i contagiati sarebbero oltre 250, ma per altri i numeri sono purtroppo molto più alti e nella sola città di Qom – epicentro del focolaio di Coronavirus in Iran – sarebbero morte più di 50 persone. Purtroppo, tra i deceduti c’e’ anche Narjes Khan Alizadeh – giovane infermiera – e Elham Sheykhi, campionessa di futsal. Tra le vittime quindi c’e’ stato anche il clerico Hadi Khosroshahi, ex Ambasciatore del regime in Vaticano.

Ora, prima di affrontare i perché, ci vogliono tre necessarie di premesse: 1) l’Iran e’ l’epicentro del Coronavirus in Medioriente perché ha da anni contatti molto stretti con la Cina. Dal rapporto con Pechino, infatti, dipende una parte importante dell’economia nazionale e Teheran e’ pienamente inserito nel progetto della Via della Seta cinese; 2) delle vittime iraniane del Coronavirus, non possiamo sapere ovviamente lo stato di salute al momento del contagio col virus COVID-19. Ecco perché dobbiamo stare molto attenti a dare un giudizio in merito. Anche in questo caso, sempre mantenendo il massimo rispetto per tutte le vittime, diversi deceduti erano anziani (quindi probabilmente anche con un sistema immunitario più debole); 3) il sistema sanitario nazionale in Iran, pur essendo sicuramente migliore di altri Paesi della regione, ha numerosi deficit. Problemi che, al contrario di quello che oggi il regime prova a raccontare, non nascono solo dalle sanzioni internazionali (che possono aver acuito i problemi). Nascono in primis dalla forte presenza dei Pasdaran in tutti i settori economici, sanitario compreso, con effetti estremamente distorsivi sulla qualità dei servizi offerti.

Fatte queste premesse, arriviamo alle problematiche più recenti: il primo problema che si e’ avuto in Iran nel momento in cui e’ stato scoperto il virus, e’ stata la sottovalutazione. Oggi sui giornali leggete che molte delle preghiere pubbliche del Venerdì sono state cancellate, ma per arrivare a questa decisione si e’ passati per numerosi e drammatici errori. Il regime ha affermato pubblicamente che non era necessaria alcuna misura di quarantena. Una affermazione fatta persino dal Vice Ministro della Sanità Iraj Harirchi che, triste ironia della sorte, il giorno dopo ha comunicato di aver contratto il Coronavirus ed e’ stato messo in quarantena (il COVID-19 e’ stato contratto da almeno sette esponenti istituzionali, tra cui la Vice Presidente Masoumeh Ebtekar). Se si considera che l’epicentro del virus in Iran e’ stata la città santa di Qom, frequentata quotidianamente da centinaia di pellegrini sciiti da tutto l’Iran e non solo, e’ facile capire da soli il prezzo che ha avuto pubblicamente questo diniego iniziale.

La seconda grande problematica, collegata direttamente alla prima (ovvero al diniego), e’ stata la tornata elettorale del 21 febbraio. Ora, come sempre detto, il regime sapeva benissimo che la partecipazione sarebbe stata bassissima e che questo avrebbe rappresentato una indiretta delegittimazione della Repubblica Islamica da parte della popolazione. Per questo, secondo anche diversi parenti delle vittime del Coronavirus, il Governo avrebbe disistimato l’allarme, nella speranza di non diminuire ulteriormente l’affluenza elettorale. Poco prima del voto, il responsabile dell’intelligence dei Pasdaran, Hossein Taeb, aveva rifiutato l’idea di posticipare il voto nella città di Qom, con risultati che potete immaginare da soli. Dopo le elezioni, quando e’ stato reso noto che solo il 42% della popolazione aveva votato – il dato più basso dal 1979 – Khamenei ha addirittura affermato che i nemici avevano esagerato la propaganda anti-elettorale, creando addirittura panico eccessivo sul tema Coronavirus. Pura follia.

Terzo e ultimo punto, la superstizione. Nel momento caldo dell’emergenza, piuttosto che invitare a restare a casa i cittadini iraniani, i clerici della città santa di Qom hanno invitato a visitare ancora più assiduamente i luoghi sacri, affermando che la preghiera era la sola via per ottenere la guarigione. Per la cronaca, nella sola Qom, per la cronaca, ci sono almeno 700 cinesi di fede sciita che studiano materie religiose e commercianti cinesi visitano assiduamente la città per fare affari. Lo stesso Presidente Rouhani ha rigettato l’idea di imporre una quarantena alla città santa sciita (invitando alla sola quarantena individuale) e ha persino assicurato il popolo iraniano che tutto sarebbe rientrato nella normalità entro Sabato 29 febbraio…

Insomma, ai naturali problemi causati dalla diffusione improvvisa di un virus sconosciuto al mondo – in un Paese legatissimo alla Cina, origine del COVID-19 – si sono aggiunti una serie di dinieghi della verità, di mancanza di trasparenza, di disinformazione e di interessi politici, che hanno portato oggi l’Iran a ritrovarsi in una emergenza sanitaria i cui risvolti restano sconosciuti ai più, in Iran e fuori dall’Iran. Nuovamente, come accaduto in Cina, l’esistenza di un regime che non rispetta alcun canone dello Stato di Diritto – privo di una libera informazione e governato da clerici e miliziani fondamentalisti – ha impedito l’avvio immediato dei protocolli scientifici per evitare la propagazione dell’emergenza sanitaria.

Ovviamente, ci auguriamo che anche l’Iran – come il resto del mondo – possa presto superare questa drammatica emergenza, riuscendo a ridurre al minimo il numero di contagiati e soprattutto di vittime.

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Fonte: Fanpage

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Oggi l’Iran si recherà al voto per eleggere il nuovo Parlamento – 290 seggi in palio – e per rinnovare qualche seggio dell’Assemblea degli Esperti (quella che elegge la Guida Suprema). Il Parlamento che verra’ eletto sara’ l’undicesimo dal 1979 ad oggi (alcuni seggi resteranno comunque vacanti e una seconda tornata elettorale verrà fatta in primavera).

Il nodo centrale di queste elezioni non e’ l’esito. Il risultato, infatti, grazie alla squalifica di oltre il 50% dei candidati sgraditi al regime decisa dal Consiglio dei Guardiani, e’ abbastanza scontato: la partita e’ tra conservatori e ultraconservatori, con l’ex Sindaco di Teheran Qalibaff che punta a diventare il nuovo Speaker del Majles, per poi provare a contendere la leadership presidenziale a Rouhani. Tra gli squalificati, anche 41 parlamentari uscenti, che hanno messo in discussione i poteri della Guida Suprema e dei Pasdaran.

Il nodo centrale di queste elezioni e’ la partecipazione. Se sara’ sotto una certa soglia, sara’ una testimonianza fattuale della perdita di legittimita’ da parte della Repubblica Islamica. Per queste ragioni, nonostante le forti divisioni interne, tutti i leaders iraniani – a cominciare dalla Guida Suprema e dagli stessi Pasdaran – hanno chiamato il popolo alla partecipazione, definendo il voto un “dovere religioso”. La Repubblica Islamica, teoricamente, nasce per il popolo, con manifestazioni di massa, a cui gli iraniani ancora oggi sono costantemente “invitati” a prendere parte. In questo momento poi, con il regime che si sente sotto assedio esternamente, la partecipazione al voto potrà rappresentare un segnale di forza interna e permettere a chi veramente detiene il potere, di rafforzarsi ancora di più.

Alcuni leader riformisti di primo livello – come l’ex Presidente Khatami – hanno sposato la linea della partecipazione al voto, rifiutando di sostenere l’idea di boicottare la tornata elettorale. La linea che e’ venuta dalle carceri dove sono rinchiusi i prigionieri politici, e’ pero’ opposta: boicottare il voto senza se e senza ma.

D’altronde, i prigionieri politici iraniani, sono quelli che stanno vivendo sulla loro pelle cosa significhi veramente opporsi alla Repubblica Islamica. Khatami, nonostante le belle speranze occidentali e i buoni propositi, e’ sempre stato un uomo del regime, da quest’ultimo tollerato. Ma quando c’era da riformare il Paese e sostenere i moti popolari – quelli veri – Khatami si e’ tirato indietro, accettando la richiesta dei Pasdaran (tra cui quella di Soleimani) di reprimere nel sangue le proteste degli studenti di Teheran (1999). La sua debolezza – per altri connivenza – apri la strada al potere dei Pasdaran e alla Presidenza dei Basij negazionista Mahmoud Ahmadinejad.

Lo stesso Rouhani, arrivato al potere con mille buone intenzioni, in realtà ha aumentato l’abuso dei diritti umani, ha permesso la repressioni di numerose proteste popolari – sostenendo pubblicamente l’azione dei Pasdaran – ha accettato l’uso dei soldi pubblici iraniani per incrementare il finanziamento di milizie jihadiste sciite in tutto il Medioriente e ha anche taciuto davanti all’aumento esponenziale delle condanne a morte dei detenuti. Nulla, quindi, e’ stato da lui fatto per sostenere la battaglia delle donne iraniane contro il velo obbligatorio e per una maggiore parità di genere nella Repubblica Islamica.

La sola conclusione che se ne trae e’ che la Repubblica Islamica non e’ riformabile dall’alto. Per cambiare dal suo interno, la Repubblica Islamica ha bisogno di segni tangibili di perdita della sua legittimità’. Come? Boicottando le elezioni e sperando che la partecipazione totale sara’ sotto – o quasi sotto – il 50%. In alcune aree come Teheran cio’ avverrà – si parla addirittura di soli 24% di votanti nella capitale – in altre il dato e’ incerto. Non possiamo prevedere il futuro, ma cio’ che e’ certo e’ che – la chiamata generale al voto di questi giorni – e’ il segno tangibile che il regime trema e sa bene quello che rischia davanti ad un boicottaggio generale del voto. Il messaggio sarebbe univoco e drammatico per chi detiene il potere.

Oltre all’affluenza, come suddetto, va considerato che il risultato e’ già deciso. I riformisti ammessi al voto non avranno alcun potere e l’Iran si avvierà ad essere una Repubblica militarizzata, sotto il controllo dei Pasdaran. La sola vera battaglia al vertice che conterà nel prossimo futuro, sara’ quella per la successione a Khamenei, dove le fazioni che contano si daranno battaglia. Il resto e’ solo un futile commento…

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Lo ha detto ovviamente sempre in forma propagandistica, perché – come noto – in Iran le cose non possono essere mai chiamate con il loro nome: ma lo ha detto. Il Presidente iraniano Rouhani, parlando al meeting settimanale del Governo, ha affermato:

L’Iran e’ stato già capace di sconfiggere le sanzioni americane e può, ancora una volta, far pentire gli Stati Uniti di aver fatto la cosa sbagliata contro la Repubblica Islamica. Noi abbiamo già una volta fatto pentire gli USA delle loro azione e li abbiamo forzati al tavolo del negoziato, facendogli firmare un documento che loro non gradivano. Dobbiamo farlo ancora. Come possiamo farlo? La strada e’ la nostra unita’ e solidarietà. Dobbiamo mostrare all’America che siamo capaci di essere forti“.

Ovviamente, visto che come suddetto si tratta di affermazioni dette in gergo propagandistico, le parole di Rouhani vanno tradotte. La traduzione, se ci trovassimo di fronte ad un Paese normale, sarebbe più o meno questa: “cari concittadini, l’economia nazionale e’ al limite del collasso, come ha certificato anche la nostra Banca Centrale, e noi ne siamo pienamente consapevoli. Cosi come e’ accaduto quando abbiamo negoziato con Obama nel 2015, dobbiamo tornare a sederci al tavolo con gli Stati Uniti, perché senza un accordo con Trump finiamo tutti per terra. Per fare questo – e questo e’ il messaggio diretto agli iraniani – mi serve che in tanti andate a votare alle elezioni parlamentari, per votare i candidati a me vicini (quelli che il Consiglio dei Guardiani non ha già squalificato….) e permettermi di contare ancora qualcosa davanti a Khamenei e ai Pasdaran…

Rouhani ha quindi continuato:

“Se noi vogliamo resistere agli USA, un esempio pratico deve essere la nostra presenza alle elezioni del 21 febbraio. Tutti devono andare a votare”

In altri termini, il Presidente teme concretamente che la partecipazione alle elezioni sara’ bassa – alcuni parlando di un rischio sotto il 50% – con delle dirette conseguenze sulla sua figura e con il rischio concreto – paventato dallo stesso Rouhani – di nuove proteste popolari di coloro che ormai non ritengono più riformabile il sistema (e ovviamente nuove repressioni).

Ovviamente, le parole di Rouhani toccheranno direttamente la Guida Suprema Ali Khamenei e i Pasdaran. Sia il Rahbar che le Guardie Rivoluzionarie, infatti, sono oggi assolutamente contrarie ad un nuovo accordo con gli Stati Uniti, anche rischiando di approfondire la crisi interna al regime, aumentando le repressioni verso coloro che esprimono posizioni critiche verso le istituzioni.

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Riassumendo: gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo nucleare, gli iraniani sono estremamente scontenti della situazione e accusano anche gli europei di non aver rispettato quanto sottoscritto a Vienna. E allora, la domanda sorge spontanea: perché l’Iran, invece di “limitarsi” a ridurre i suoi impegni verso il JCPOA, non si ritira definitivamente dall’accordo nucleare?

Le risposte potrebbero essere diverse, andando dal tema della legittimazione del programma nucleare iraniano – regalata a Teheran da Obama – ai vantaggi (neanche incredibili) che comunque possono arrivare all’Iran dal sistema dell’Instex (anche solo le divisioni politiche tra Stati Uniti e Paesi europei).

La vera ragione, pero’, e’ diversa e non ha nulla a che fare con le sanzioni, con il benessere del popolo iraniano e con il business per le compagnie private della Repubblica Islamica. A spiegarcelo e’ lo stesso Hassan Rouhani: ad inizio novembre, parlando davanti ad gruppo di sostenitori nella Provincia del Kerman, il Presidente iraniano ha affermato che continuare ad implementare il JCPOA, permetterà a Teheran di ottenere un grande obiettivo il prossimo anno: la fine dell’embargo alla compravendita di armi da parte della Repubblica Islamica!

Gia’ perché nell’ottobre del 2020, passati cinque anni dalla firma dell’accordo nucleare, finiranno le sanzioni ONU contro la Repubblica Islamica per la compravendita di armamenti (secondo la risoluzione 2231). Non solo: se nulla cambierà, come si prevede, anche terroristi come Qassem Soleimani godranno della fine delle sanzioni internazionali, garantendosi il diritto di viaggiare liberamente fuori dai confini della Repubblica Islamica.

Il regime iraniano, nel 2015, arrivo’ al negoziato con gli Stati Uniti praticamente sull’orlo del collasso economico, grazie al lavoro decennale della diplomazia internazionale che – per la prima volta – era riuscita ad approvare sanzioni ONU contro Teheran anche con il sostegno di attori come la Cina e la Russia. Obama non uso’ quella leva per ottenere un accordo comprensivo con l’Iran, ma regalo’ al regime iraniano unicamente il riconoscimento del programma nucleare, senza mettere sul piatto temi centrali come la questione missilistica e il sostegno iraniano al terrorismo internazionale. Oggi, i frutti di quel patto scellerato si vedono tutti, anche grazie al costante appeasement dell’Europa, che pare non aver imparato niente dal recente passato…

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Hassan Rouhani, politicamente parlando, è un “dead man”. Premessa: in Iran il Presidente conta di suo poco e niente. Eletto direttamente dal popolo, detiene nelle sue mani un potere di carta, che è utile di facciata per diffondere nel mondo la novella che la Repubblica Islamica è un sistema democratico.

La realtà è ben diversa e nulla viene deciso in Iran se non ottiene il permesso della Guida Suprema, del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, dell’Assemblea degli Esperti e dei Pasdaran. Tutte “istituzioni” che non vengono elette dal popolo (tranne l’Assemblea degli Esperti, la cui composizione però è rigidamente controllata dal Consiglio dei Guardiani).

Ergo, nel sistema iraniano il Presidente conta quando ha una sua moral suasion e ha una qualche benedizione da parte di chi veramente ha il potere nel Paese, in primis la Guida Suprema. Fatte queste premesse, possiamo assolutamente dire che oggi Rouhani – politicamente parlando – è un fantasma che cammina, la cui influenza nel sistema istituzionale è pari a zero, o quasi.

Rouhani, infatti, ha perso ogni sorta di appeal verso la Guida Suprema, cosi come ha perso ogni sorta di appeal verso la fascia elettorale che l’aveva sostenuto, sia nel 2013 che nel 2017. Questo perchè, ben prima delle nuove sanzioni americane, Rouhani non è stato capace di mantenere le sue promesse verso la popolazione civile, non riuscendo a combattere realmente la presenza delle Guardie Rivoluzionarie nell’economia nazionale e non migliorando realmente la situazione finanziaria del Paese, troppo intrappolata in una spirale di corruzione e mancanza di trasparenza. In questo contesto, quindi, l’arrivo di Trump e la morte de facto del JCPOA, hanno dato a Rouhani la “mazzata” definitiva.

Politicamente disperato, Rouhani sta ora provando a recuperare terreno, sposando acriticamente tutte le folli posizioni di Khamenei e dei Pasdaran. Solamente ieri, quindi, Rouhani ha elogiato il regime per aver evitato il golpe interno delle potenze imperialiste, reprimendo nel sangue le manifestazioni popolari contro il caro vita (oltre 140 morti…). Peggio, per salvare il JCPOA, piuttosto di sottolineare i vantaggi che (teoricamente) potrebbe apportare alla politica estera iraniana e all’economia nazionale, Rouhani ha evidenziato come, il mantenimento dell’accordo di Vienna per ancora un anno, garantirà all’Iran di poter eliminare l’embargo contro la compravendita delle armi, permettendo a Teheran di comprare e vendere armi liberamente. Affermazioni che, indubbiamente, non possono essere inserite nel quadro del “moderatismo”.

Purtroppo per Rouhani, nonostante i tentativi disperati, probabilmente è troppo tardi. Il solo che può salvarlo, infatti, sta alla Casa Bianca e si chiama Donald Trump. Solo un incontro con Trump e un affievolimento delle sanzioni americane, potrebbero infatti dare a Rouhani un gancio per riprendere fiato. Il problema per Rouhani, però, è quello suddetto, ovvero che lui non conta nulla e che l’unico che potrebbe benedire questo incontro – ovvero Khamenei – non ha alcuna intenzione permettere questo nuovo dialogo tra Stati Uniti e Iran.

La sola che continua a restare zitta sui crimini iraniani, sperando di favorire Rouhani, è Federica Mogherini. Ovvero, colei che di Iran non ha mai capito nulla – cosi come il think tank IAI, diretto dalla numero 2 della Mogherini, Nathalie Tocci – e che ha contribuito a diffondere una narrativa sul regime iraniano non solo falsa, ma totalmente inventata. Proprio per questo, nel contesto della crisi iraniana, la UE contava poco o nulla, cosi come oggi conta praticamente niente…

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Cade oggi, 18 luglio, il triste anniversario del massacro dell’AMIA, il centro ebraico di Buenos Aires. In questo giorno del 1994, in un terribile attentato realizzato da uomini di Hezbollah e pianificato da diplomatici iraniani, veniva fatto saltare in aria il palazzo della Associazione Mutualità Israelita Argentina (AMIA) e 85 persone innocenti perdevano la vita (e oltre 150 venivano ferite).

Come suddetto, l’attentato – come dimostrarono le indagini dell’Interpol – fu pianificato e pensato nella sede dell’Ambasciata iraniana a Buenos Aires e il diplomatico chiave di questo massacro fu Mohsen Rabbani, all’epoca attachè culturale iraniano in Argentina. Ovviamente, neanche a dirlo, l’ordine di compiere l’attacco arrivò direttamente da Teheran e fu preso dai vertici più alti, in particolare dall’allora Presidente Rafsanjani, dall’ex capo dei Pasdaran (poi Ministro) Ahmad Vahidi, dall’allora Ministro dell’Intelligence Ali Fallahijan e l’allora Ministro degli Esteri Velayati.

Secondo quanto emerso negli ultimi anni, nella Commissione speciale che approvò l’attentato, sedeva anche Hassan Rouhani – oggi Presidente iraniano – e all’epoca Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. Il coinvolgimento di Rouhani era emerso nell’indagine che stava portando avanti il procuratore argentino Alberto Nisman, ucciso il 18 gennaio 2015, un giorno prima di testimoniare davanti ad una commissione speciale del Parlamento argentino sul caso AMIA. Secondo le indiscrezioni, Nisman era pronto a rivelare l’accordo segreto stipulato tra Teheran e la ex Presidentessa argentina Cristina Fernández de Kirchner, per mettere a tacere tutto la questione (petrolio in cambio di silenzio…).

La morte di Nisman però non è stata vana: oggi in Argentina la Kirchner è sotto inchiesta per il suo accordo con Teheran, accusata persino da Alberto Fernández, ex capo di Gabinetto dell’ex Presidente argentino Néstor Kirchner (defunto marito di Cristina Kirchner). Meglio ancora – e peggio per Teheran – l’Argentina ha appena inserito Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Ciò che manca ora, quindi, è di portare il regime iraniano davanti alla giustizia internazionale, per ricevere la giusta punizione che merita un establishment estremista, formato da un gruppo di mafiosi assassini…

Per non dimenticare!