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Ieri l’Ayatollah Khamenei – parlando davanti ad una rappresentanza di professori – ha trovato il tempo di riparlare della cosiddetta Agenda Unesco 2030: si tratta di un documento dell’Unesco, purtroppo non obbligatorio, che intende promuovere l’educazione nei vari Paesi del mondo.

Il documento e’ stato firmato dallo stesso Iran nel 2016, ma con l’approssimarsi della campagna presidenziale – che poi ha visto la nuova vittoria di Rouhani – e’ diventato oggetto di scontro interno. Khamenei ha rimesso al suo posto il Presidente, affermano che la Repubblica Islamica non implementerà tale documento, perché contrario all’Islam.

In realtà, come abbiamo già scritto, l’Agenda Unesco 2030, se applicata in Iran, metterebbe a rischio il regime razzista e misogino in vigore nella Repubblica Islamica. L’agenda, infatti, richiede una eguaglianza tra i generi e la fine delle discriminazioni contro alcune categorie. Come noto, in Iran le donne valgono legalmente meta’ degli uomini e diverse minoranze, in primis i Baha’i, non hanno diritto all’accesso all’istruzione pubblica.

Parlando ieri, Khamenei ha addirittura affermato che l’Agenda Unesco 2030 e’ un complotto “delle potenze arroganti”, per controllare “le nazioni”. Non casualmente, la Guida Suprema iraniana ha voluto riprendere il discorso Unesco, alla vigilia della “Giornata di Gerusalemme”, prevista domani in Iran. La “Qods Day”. come noto, e’ una manifestazione in cui il regime iraniano esprime il suo odio verso Israele, gli Stati Uniti e buona parte dell’Occidente.

Collegando il documento Unesco con la questione di Gerusalemme, Khamenei ha voluto rimarcare come l’opposizione all’Agenda2030, sia una vera e propria jihad, non inferiore a quella contro gli odiati nemici israeliani e americani. Una riprova della follia fondamentalista dei leader della Repubblica Islamica. 

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Anche oggi nella Repubblica Islamica, si celebra il “Mercoledì Bianco” – #WhiteWednesday – ovvero il giorno in cui le donne iraniane portano un velo bianco (o un indumento bianco), come segno di protesta non violenta contro l’hijab obbligatorio (No Pasdaran).

La novità e’ che, in questi ultimi giorni, diversi ragazzi e uomini iraniani, stanno mandando alla pagina Facebook My Stealthy Freedom – la Mia Libertà Rubata – foto e video di sostegno a questa campagna in favore delle donne iraniane. La pagina My Stealthy Freedom, creata dalla giornalista iraniana Masih Alinejad, ha il merito di aver lanciato la campagna per i #WhiteWednesday.

Ricordiamo che non e’ la prima volta che i maschi iraniani esprimo il loro sostegno ai diritti delle donne: in una precedente campagna lanciata sempre da My Stealthy Freedom, tanti uomini iraniani avevano inviato le loro foto con il velo indosso, al fianco delle loro mogli, madri, sorelle o semplici amiche, senza velo (Indipendent).

Uno dei messaggi che più ha commosso i followers, e’ quello che vi riportiamo qua sotto: un giovane adolescente iraniano, vestendo una camicia bianca, con la telecamera del suo telefonino, si riprende mentre esprime il supporto alla campagna contro il velo obbligatorio. Un sostegno che decide di dare soprattutto per sua madre e per tutte le madri iraniane, capaci di decidere del loro destino in piena autonomia!

Nel secondo video che vi proponiamo, addirittura un soldato iraniano si riprende mentre – in servizio – si mette al collo una sciarpa bianca e mostra dei cartelli in favore del diritto delle donne iraniane a non essere obbligate a portare il velo! Secondo questo soldato, il suo dovere non e’ solo quello di difendere il Paese, ma anche quello difendere sua madre e sua sorella nel loro diritto di avere diritti!

 

Possiamo tranquillamente dire che, il 13 giugno del 2017, e’ stato un giorno davvero nero per i Baha’i iraniani. In poche ore, infatti, ben 11 iranaini di fede Baha’i sono stati arrestati.

I primi arresti sono avvenuti presso Shahin-Shahr, nella Provincia di Isfahan: qui, due donne Baha’i sono state fermate. I loro nomi sono Noushin Salekian e Farideh Abdi. Dopo due ore di interrogatorio, le ragazze sono state arrestate e trasferite nel carcere femminile di Dolatabad. Per loro l’accusa e’ di “propaganda contro il regime” e “minaccia alla sicurezza nazionale” (Iran Press Watch).

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Noushin Salekian e Farideh Abdilia

Poche ore dopo gli arresti di Shahin-Shahr, almeno 9 cittadini iraniani di fede Baha’i sono stati arrestati nella Provincia del Golestan. In questo caso, i Baha’i fermati, sono stati arrestati per iniziare a scontare in carcere la condanna ricevuta nel 2015. In quell’anno, infatti, numerosi Baha’i vennero arrestati nel Golestan e condannati a diverse pene detentive. Pene a cui, ovviamente, gli imputati si sono opposti, presentato appelli. I nomi dei Baha’i arrestati nel Golestan sono: Maryam Dehghani Yazdeli, Mojdeh Zohouri (Fahandezh), Farah Tebyanian (Sana’i), Parisa Shahidi (Kashani), Mitra Nouri, Houshmand Dehghan Yazdel, Shayda Ghodousi, Pouneh Sana’i (Teimouri) e Nazi Tahghighi (Iran Press Watch).

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Alcuni dei Baha’i fermati nel Golestan

Purtroppo non e’ finita qua: il 20 maggio scorso, lo studente Baha’i Farzad Safaei e’ stato espulso dall’università Islamica di Azad nella città d Ahvaz, provincia del Khuzestan. Farzad aveva celato la sua fede Baha’i, per poter accedere all’università: una scelta forzata, considerando che ai Baha’i e’ negato il diritto all’istruzione pubblica da parte del regime. Purtroppo, dopo ben quattro anni di studi, le forze di sicurezza hanno scoperto la religione di Farzad e lo hanno immediatamente espulso (CHRI).

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Egregio Ministro Minniti, Egregio Ministro Orlando, Eregio Ministro Alfano,

Scriviamo a Voi per sottoporvi il caso di Aideen Strandsson, attrice iraniana che, dopo essersi convertita dall’Islam al Cristianesimo, ha deciso di abbandonare la Repubblica Islamica per cercare un rifugio sicuro in Europa. Precisamente in Svezia.

Come Voi saprete benissimo, in Iran la conversione ad una fede diversa dall’Islam, e’ considerata un reato gravissimo, definito come apostasia e per questo e’ prevista anche la pena capitale.

Purtroppo, per ben due volte, le autorità di Stoccolma hanno respinto la richiesta di Aideen di ricevere asilo politico, non riconoscendo all’attrice iraniana il rischio di essere arrestata e impiccata. Per questo, Aideen ha deciso di raccontare ai media la sua storia, sperando di riuscire a salvarsi da un rimpatrio estremamente pericoloso (Christian Post).

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In una intervista rilasciata alla CBN, Aideen ha raccontato di essersi convertita al cristianesimo in Iran e di aver lasciato il Paese, proprio per i rischi che correva. Ha denunciato di aver raccontato la sua storia ai responsabili del Dipartimento Immigrazione in Svezia che, come suddetto, le hanno negato la residenza permanente nel Paese.

Aggiungiamo che, secondo Open Doors, il regime iraniano si trova all’ottavo posto, tra i Paesi che nel mondo perseguono i cristiani, con un livello di persecuzione definito come “extreme”. Solamente nel 2016, 193 cristiani sono finiti delle prigioni iraniane.

Per le ragioni esposte sopra, Egregi Ministri, Vi chiediamo di verificare le notizie diffuse dalla stampa internazionale e – se confermate – di concedere l’asilo politico ad Aideen Strandsson, la cui vita non può essere messa a rischio nel 2017, per delle scelte relative alla libertà di fede.

Libertà che fa parte dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Repubblica Italiana.

Cordialmente,

Collettivo No Pasdaran

L’intervista di Aideen Strandsson alla CBN

 

Alcune copertine dei film fatti da Aideen in Iran

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Il 23 maggio scorso, il regime iraniano ha permesso ai due fratelli Mehdi Rajabian e Hossein Rajabian, di lasciare il carcere di Evin per alcuni giorni, per ragioni mediche.

Come vi abbiamo raccontato in articoli pubblicati nei mesi passati, Mehdi e Hossein sono due produttori e musicisti, arrestati dal regime nell’Ottobre del 2013 per aver creato una etichetta musicale – la Barg Music – rea di aver diffuso musica considerata peccaminosa dalla Repubblica Islamica e di aver permesso a delle donne di cantare. Nel maggio del 2015, in un processo durato 15 minuti, i due sono stati condannati dal giudice Mohammad Moghiseh a pene tra i 3 e i 6 anni di carcere (poi ridotta a 3 anni in appello). La loro detenzione presso il carcere di Evin e’ iniziata nel giugno del 2016 (la foto sotto ritrae i fratelli Rajabian mentre si dirigono ad Evin).

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Nonostante i due fratelli Rajabian fossero stati condannati per motivi politici, si sono ritrovati nella stessa cella dei criminali comuni e Mehdi e’ stato anche duramente picchiato da alcuni compagni di cella.

Nel febbraio 2017, quindi, una speciale Commissione della Magistratura iraniana, ha scritto nero su bianco che Mehdi Rajabian non poteva essere tenuto in cella, perché malato di sclerosi multipla. Nonostante la decisione della Commissione, le autorità carcerarie hanno negato la libertà a Mehdi. Ricordiamo che, dal suo ingresso in carcere, Mehdi Rajabian e’ già stato ricoverato due volte, proprio per il grave deterioramento del suo stato di salute.

In queste ore, gli attivisti per i diritti umani hanno riportato la notizia che i due fratelli Rajabian, hanno rifiutato il ritorno ad Evin, dopo la fine del rilascio temporaneo concesso dal regime. Il rifiuto del ritorno in carcere, sarebbe proprio dovuto alla necessita’ di Mehdi di essere ricoverato nuovamente, per l’aggravarsi della malattia che lo colpisce.

 

 

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Il 21 Maggio scorso, il Tribunale Rivoluzionario di Dezful ha condannato otto persone al carcere – sette maschi e una donna – con l’accusa di aver letto e diffuso testi che promuovono la “cultura del femminismo”.

Gli otto condannati – Ali Nejadi, Ezzatollah Jafari, Abdolreza Shakeri Roshan, Shapour Rashno, Ashraf Rahim-Khani, Ali Mohammad Jahangiri e Pejman Mirzavand – provengono da Andimeshk, nella Provincia del Khuzestan. Sono stati arrestati il 17 Settembre del 2015 da parte dei Pasdaran. Gli otto, erano tutti membri di un Club del Libro che, periodicamente, si riuniva per leggere dei testi inerenti alla vita in Iran, alle questioni sociali e anche a quelle di genere (IranHumanRights).

Nonostante tutti i testi letti fossero stati preventivamente approvati dal Ministero della Cultura e della Guida Islamica del regime, il Club del Libro era sgradito ai Pasdaran. Per questo, nel 2015, fu deciso di trarre in arresto gli otto attivisti. Gli arrestati sono quindi stati rilasciati su cauzione qualche mese dopo, mentre il Club del Libro e’ stato definitivamente chiuso. Purtroppo, appena dopo il rilascio, i Pasdaran hanno deciso di arrestare  Zeinab Keshvari – moglie di Shapour Rashno – che in quel periodo era incinta: in seguito al fermo, la donna ha avuto un aborto spontaneo.

Dopo due anni senza alcun processo, gli otto attivisti iraniani sono stati richiamati in giudizio. Il loro diritto alla difesa si e’ limitato alla facoltà di poter scrivere delle lettere indirizzate al giudice, in cui tutti gli imputati si sono dichiarati innocenti. Il 21 maggio, infine, il giudice ha emesso la sentenza, condannando tutti gli imputati a pene che variano dai 29 giorni di carcere, ai quattro anni. 

E’ molto significativo che questa condanna arrivi a pochi giorni dalla rielezione di Hassan Rouhani: e’ chiaro che, la guerra tra fazioni in Iran avrà ancora una volta come principali vittime gli attivisti democratici, ormai abbandonati al loro destino da un Occidente distratto e indifferente ai diritti umani nella Repubblica Islamica.

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Da domani le donne iraniane inizieranno una nuova forma di protesta contro il velo obbligatorio, i cosiddetti #WhiteWednesdays, i Mercoledì Bianchi. Donne contrarie al velo obbligatorio, ma anche uomini contrario alla costrizione del velo contro le donne, indosseranno ogni mercoledì un velo bianco – o un accessorio bianco – come simbolo della loro protesta pacifica. 

In questi anni, anche grazie al sostegno dei social – in particolare della pagina Facebook “My Stealthy Freedom” (La mia libertà rubata) – le donne iraniane hanno fatto conoscere al mondo la loro resistenza contro le leggi islamiste imposte dal regime khomeinista. Su tutte, ovviamente, l’imposizione dell’hijab, ovvero il velo obbligatorio e gli abusi della Gasht-e-Ershad, la polizia morale.

Contro queste imposizioni, le donne iraniane hanno sviluppato diversi metodi di protesta pacifica. Dalla scelta di indossare veli colorati a quella di lasciare una ciocca di capelli scendere davanti alla loro fronte. Non solo: in diversi casi le donne iraniane si sono rasate a zero, riuscendo cosi ad evitare l’obbligo di indossare il velo.

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Fortunatamente, le donne iraniane hanno trovato una forte solidarietà anche da parte degli uomini. Un fatto non scontato, considerando il fatto che si tratta – in ogni caso – di società profondamente incentrate sulla figura maschile. I ragazzi iraniani sono scesi in piazza accanto alle ragazze non solo per protestare contro gli attacchi con l’acido – compiuti da uomini di Hezbollah contro le donne malvelate – ma si sono anche fatti fotografare con il velo e hanno postato le loro foto sui social (come mostra la foto in alto). 

Domani, quindi, le donne iraniane lanceranno il primo Mercoledì Bianco. L’ennesima protesta non violenta che, ci auguriamo, venga sostenuta e abbracciata anche da donne come la Mogherini, la Boldrini, la Serracchiani e la Bonino. Donne che si sono sempre riempite la bocca sulla parità di genere, ma non si sono mai fatte problemi a recarsi a Teheran velatissime e mostrare la loro reverenza agli Ayatollah.

Writer iraniana protesta contro il velo obbligatorio

اين فيلم را به #چهارشنبه_های_بدون_اجبار فرستاده؛ اينجا ديوار كسي است كه صاحب باغ اجازه داد روي آن به مدت كوتاهي شعار بنويسيم و بعد خودمان هم پاك كرديم. موقع شعار نوشتن مي خنديم ولي خب ترس هم هست. ولي چرا شعار نوشتيم و چرا پاك كرديم، ماجرا اينه. ما اهل شعار نيستيم ولي يك عمر روي ديوارهاي مدرسه و شهر نوشتند مرگ بر بي حجاب حالا ما فقط مي نويسم نه به اجبار، توي #چهارشنبه_های_سفید هم شعار مرگ بر سر نمي دم مي رم به خانم هاي چادري گل سفيد مي دم كه به ما بپيوندند.

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