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In un articolo esclusivo pubblicato da Huffinghton Post, viene rivelato che la BBC – pur di far tornare i suoi giornalisti in Iran – ha accettato le condizioni imposte dal regime, ovvero una vera e propria censura.

Secondo Huff Post – che ha visionato uno scambio interno di email – la BBC ha accettato di non pubblicare il materiale che raccoglie in Iran sul suo canale in farsi, BBC Persian. Nelle email visionate da Huff Post sarebbe anche stato concordato che: il corrispondente della BBC Martin Patience e il suo team in Iran lasceranno Teheran domenica e che “e’ assolutamente imperativo che niente del materiale da loro raccolto, verra’ pubblicato su BBC Persian, sulla radio o online” (compresi i social network e i retweet dai canali BBC).

Non e’ chiaro chi, per conto della BBC, abbia accettato queste folli clausule. Si sa solo che, in reazione a quanto rivelato, il Portavoce della BBC ha dichiartato che “tutti i media internazionali sono soggetti a restrizioni in Iran. Noi abbiamo accettato alcune limitazioni, al fine di fornire al nostro pubblico del materiale raro proveniente dall’interno dell’Iran”. In pratica, un ammissione di colpevolezza.

Ricordiamo che BBC Persian e’ particolarmente temuta dal regime. Questo perche’ e’, nonostante la censura che il regime impone, gli iraniani sfidano le forze di sicurezza e installano parabole sui balconi delle loro case. Grazie a queste parabole, hanno accesso a canali “proibiti” e BBC Persian fornisce loro una informazione altra rispetto a quella che il sistema vuole filtrare.

Per queste ragioni, gli staff della BBC Persian sono stati duramente attaccati sia nel 2009 – durante le proteste dell’Onda Verde – e sia nel 2017. Due anni fa, infatti, il regime ha congelato i beni di 152 collaboratori presenti e passati della BBC Persian e aperto contro di loro un procedimento giudiziario accusandoli di “cospirazione contro la sicurezza nazionale”.

Ricordiamo infine che la Repubblica Islamica e’ al 170° posto – su 180 – nella classifica del World Press Freedom Index, pubblicata annualmente da Reporters Senza Frontiere, organizzazione non governativa di base a Parigi. Secondo RSF, almeno 860 giornalisti  sono stati imprigionati o condannati a morte dal 1979 ad oggi in Iran.

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Nuovamente, in tutta la sua brutalita’, si palese il vero volto del regime iraniano: quello della repressione, della violenza e dei diritti negati.

In un video diffuso su Twitter dalla giornalista Masih Alinejad – creatrice della pagina Facebook “My Sthealty Freedom” (la mia liberta’ rubata) – si vede la polizia iraniana arrestare e picchiare selvaggiamente delle ragazze che si divertivano a fare dei giochi d’acuqa. Nello stesso video, si sentono le ragazze urlare con tutte le loro forze, per provare a resistere all’arresto.

Purtroppo, non e’ la prima volta che succede una cosa simile: anche in passato. Gia’ in passato uscirono dalla Repubblica Islamica dei video che mostravano le forze di sicurezza intervenire per fermare e arrestare, dei giovani intenti a divertirsi con delle pistole d’acqua.

La verita’ e’ che in Iran – dove il fondamentalismo vince sulla ragione – e’ vietata la felicita’ e la spensieratezza, viste come un peccato da punire duramente.

Riportiamo qui di seguito, brevemente, i nomi degli avvocati iraniani difensori dei diritti civili e umani, che sono attualmente detenuti nelle carceri iraniane, condannati a decine di anni di carcere e a punizioni brutali e medievali, quali le frustate. Questo articolo e’ parte di una serie di articoli che pubblicheremo prossimamente, relativamente ai crimini contro coloro che provano a far valere le ragioni dello Stato di Diritto in Iran.

In questo articolo presentiamo i primi quattro avvocati: Amir Salar Davoodi, Nasrin Sotoudeh, Mohammad Najafi e Farhad Mohammadi.

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1- Amir Salar Davoodi: condannato il 1 giugno 2019 a 30 anni di carcere e 111 frustate. Per lui l’accusa e’ quella di aver creato un canale su Telegram, aver insultato il regime e aver fatto propaganda contro lo Stato. La sua reale colpa e’ quella di aver concesso interviste al canale televisivo VOA, Voice of American, relativamente al suo lavoro di difensore di diversi detenuti politici;

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2- Nasrin Sotoudeh: caso notissimo nel mondo, Nasrin e’ stata arrestata il 13 giugno del 2018 nella sua abitazione. Condannata prima a 5 anni di carcere, e’ stata in seguito condannata anche a 33 anni di carcere e 148 frustate. Il che porta la sua pena totale a 38 anni di detenzione e 148 frustate (di questi 38 anni, Nasrin ne scontera’ sicuramente 12);

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3- Mohammad Najafi: condannato a 19 anni di carcere e 74 frustate. Anche lui accusato di insulto alla Guida Suprema, diffusione di false informazioni e propaganda contro lo Stato, per aver concesso interviste al canale VOA. Najafi e’ stato arrestato dopo che ha cominciato ad indagare sulla morte del detenuto Vahid Heydari, morto sotto custodia. Persino un parlamentare iraniano, Mahmoud Sadeghi, ha denunciato che le accuse contro Najafi sono pura fabbricazione;

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4- Farhad Mohammadi: arrestato il 2 gennaio 2019, Farhad e’ non solo un avvocato, ma anche un attivista per l’ambiente e il Segretario del Partito Nazionale di Unita’ del Kurdistan. Ad oggi, le ragioni del suo arresto sono ancora ignote

 

 

In Occidente il nome Sasy Mankan non dira’ molto a tante persone. In Iran e nella comunita’ persiana espatriata, Sasy invece e’ molto noto. Sasy infatti e’ un famosissimo cantante pop iraniano che, una decina di anni fa, ha abbandonato il Paese e si e’ rifugiato negli Stati Uniti, dopo aver sostenuto le proteste dell’Onda Verde e averne incontrato uno dei leader, Mehdi Karroubi (ancora agli arresti dominciliari…).

In questi giorni in Iran e’ scoppiata una vera e propria “dance challenge”, ovvero una gara di ballo tra giovani studentesse iraniane che, al ritmo della canzone “Gentleman” di Sasy Mankan, si sono fatte riprendere mentre ballano e cantano felicemente. Apriti cielo: questi video hanno causato la rabbia del regime e della fazione piu’ conservatrice dell’establishment iraniano.

La rabbia e’ stata cosi forte che, persino il Ministro dell’educazione Mohammad Bat’haei ha definito i video un vero e proprio complotto, che ha come fine quello di deviare e creare ansia nella societa’, diffondendo “video provocatori”. Il Vice Presidente del Parlamento iraniano, Ali Motahari ha chiesto la testa dei dirigenti scolastici che si sono permessi di far ascoltare musica pop alle studentesse, chiedendo ovviamente il loro immediato licenziamento…

Ricordiamo che in Iran e’ vietata la musica pop. I soli cantanti pop che possono sperare di superare la censura, sono quelli che diffondono temi di propaganda politica e religiosa. Ancora, come noto, nella Repbblica Islamica e’ severamente vietato alle ragazze di ballare e cantare in pubblico…

 

La popolazione iraniana e’ martoriata dalle conseguenze di una drammatica alluvione che ha colpito alcune regioni del Paese, in particolare l’area di Shiraz. Decine sono stati i morti (almeno 44) e le devastazioni, anche frutto del ritardo dei soccorsi.

Un ritardo dovuto anche dal fatto che, il budget pubblico destinato al Dipartimento che si occupa delle emergenze naturali, e’ 80 volte inferiore a quello che il Governo destina ai seminaristi allievi delle scuole religiose…

Nonostante il dramma, il regime non ha perso la sua passione di minacciare i suoi stessi cittadini. Il 27 marzo scorso, in una dichiarazione ufficiale, Ramin Pashaei – Vice Capo dell’Unita’ Cyber della Polizia, ha affermato che “tutte le unita’ della polizia sono state allertate di monitorare i social network e di prendere adeguate misure contro chi pubblica immagini e diffonde dicerie che disturbano l’opinione pubblica e la pace sociale”. Pashaei ha anche accusato coloro che hanno condiviso foto e video delle devastazioni sui social di aver un provocato un danno al Paese.

In altre parole, la polizia iraniana ha invitato i cittadini vittime del disastro naturale, ad auto-censurarsi. In caso contrario, secondo l’articolo 18 della Legge sui Crimini Online, questi stessi cittadini potranno essere perseguiti con l’accusa di “diffusione di menzogne” e condannati a decine di anni di galera.

Concludendo, la Repubblica Islamica si conferma per essere un Paese non solo incapace di garantire la sicurezza ai suoi stessi cittadini, ma anche pronto a reprimere senza remore le vittime stesse, quando queste si azzardano a raccontare la verita’…

minaccia

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Reza Khandan e Farhad Meysami, sono stati condannati entrambi a sei anni di carcere – e al divieto di lasciare il Paese – per aver supportato sui social, in maniera pacifica, le campagne delle donne iraniane contro il velo obbligatorio.

Come denunciato da Reza Khandan – marito della nota avvocatessa per i diritti umani iranian Nasrin Sotoudeh, anche lei in carcere ora – il verdetto era gia’ scritto. La condanna e’ arrivata ufficialmente con le solite motivazioni: “assemblea e collusione contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro lo Stato”. Ad emettere le condanne e’ stato il giudice Abolqasem Salavati, Presidente della Senzione 15 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, noto da anni per i suoi abusi dei diritti umani.

Parlando con gli attivisti per i diritti umani, Reza Khandan ha denunciato non solo l’ingiustizia della condanna, ma anche il mancato rispetto delle stesse normative iraniane. Secondo l’articolo 168 della Costituzione iraniana, infatti, processi in corso per questioni politiche o mediatiche, devono essere trattati apertamente, in presenza di giurie e davanti alle Corti di Giustizia. Al contrario, adducendo motivi di sicurezza nazionale, il regime continua a condannare gli attivisti e i giornalisti dissidenti al carcere, per mezzo di processi chiusi e lasciati nelle mani dei Tribunali Rivoluzionari.

Farhad Meysami e’ in carcere dalla fine di luglio 2018. Gli agenti che lo hanno arrestato nella sua casa, hanno trovato dei banner con la scritta “io sono contro l’hijab obbligatorio”. Durante la sua detenzione, ha anche iniziato un drammatico sciopero della fame che e’ durato oltre cinquanta giorni, mettendo a repentaglio la sua vita.

Per quanto concerne Reza Khandan, considerando che anche la moglie Naserin Sotoudeh si trova in carcere, si apre ora la questione di dove finiranno i due figli della coppia.

Nel frattempo, davanti a tutta questa bestialita’ del regime, continua l’assordante silenzio di Federica Mogherini…

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lisa

Per la prima volta dalla nascita della Repubblica Islamica, una Corte iraniana ha deciso che “fare proselitismo in favore della fede Baha’i non rappresenta, di per se’, propaganda contro il regime”. La decisione e’ stata presa dal giudice Ali Badri, della Corte d’Appello della Provincia di Alboz. Il caso aperto era contro la giovane iraniana Lisa Tibanian, accusata di propaganda contro il regime, per aver fatto proselitismo religioso.

Leggere queste poche righe, per un Occidentale, non dice praticamente nulla. Fortunatamente, nei Paesi democratici e’ ovvio poter professare liberamente la propria fede e poterne discutere pubblicamente, non rappresenta un crimine. In Iran, purtroppo, la situzione e’ molto differente.

In Iran, sfruttando l’articolo 500 del Codice Penale Islamico, il regime arresta costantemente gli appartenenti alle minoranze religiose, accusandoli di propaganda contro il regime. Le prime vittime di questa persecuzione sono proprio i Baha’i, fede non riconosciuta dal regime, accusati di essere una setta deviata. Contro di loro, la Guida Suprema ha addirittura emesso una fatwa. Ai Baha’i e’ vietato l’accesso all’istruzione pubblica e a numerose professioni permettese agli “iraniani puri”. Ovviamente, nessuna festivita’ Baha’i e’ riconosciuta dal regime.

Ecco perche’ il verdetto della Corte d’Appello di Alboz e’ un verdetto storico. Un verdetto che arriva proprio mentre gli agenti del Ministero dell’Intelligence (MOIS) – sotto il diretto controllo del Presidente Rouhani – continuano ad arrestare in massa i Baha’i iraniani. Negli ultimi mesi, almeno 60 Baha’i sono stati arrestati, tutti per motivi religiosi.

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