Archivio per la categoria ‘Iran Proteste’

Dure condanne internazionali stanno arrivando contro l’Iran, per le repressioni delle manifestazioni popolari in corso nel Paese, dopo l’annuncio del Governo di innalzare il costo della benzina.

Secondo Amnesty International, le repressioni hanno causato almeno 100 morti. Un numero impressionante, in un tempo strettismo, che ha portato anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Michelle Bachelet a diramare un pubblico cominciato di condanna verso il regime iraniano.

Purtroppo, ancora una volta, Teheran sembra volersene fregare di quanto il mondo intorno pensa delle sue azioni criminali. Solamente ieri, il quotidiano Kahyan, vicinissmo alla Guida Suprema, ha praticamente scritto che i leader della protesta arrestati potrebbero essere condannati a morte. Stamattina, quindi, Khamenei ha ribadito che quanto accaduto in Iran è unicamente il frutto dell’ingerenza delle potenze straniere e che, ancora una volta, la Repubblica Islamica ha “respinto il nemico” (un nemico che esiste ormai solo nella testa dei clerici e dei pasdaran al potere…).

Nonostante le minacce e le repressioni, proprio i clerici sembrano diventati gli obiettivi principali della rabbia popolare. Ieri è stato sventato un attacco contro l’Ayatollah Nasiry Yazdi, rappresentante di Khamenei nella città di Yazd e un seminario religioso è stato attaccato nella città di Isfahan.

Tutto questo però, mi raccomando, non ditelo al Sottosegretario agli Esteri (sic) grillino Manlio di Stefano, troppo impegnato a stringere le mani dell’Ambasciatore iraniano in Italia, Hamid Bayat. Lo stesso che ieri, in una comica conferenza stampa – in cui probabilmente c’era solamente Alberto Negri o chi per lui…- giustificava le repressioni delle manifestazioni popolari in corso nel suo Paese…

UN R Iran

Il 22 ottobre scorso, lo Special Rapporteur ONU per i diritti umani in Iran, Javaid Rehman, ha presentato la nuova relazione davanti alla stampa. La sua relazione è praticamente impietosa.

Dopo aver ricordato che, ad oggi, non ha avuto alcun permesso di accedere in Iran, Rehman ha denunciato:

  • le intimidazioni e gli arresti contro tutti coloro che esprimono idee diverse da quelle del regime, compresi attivisti, membri delle minoranze e avvocati;
  • il numero record di pene capitali, comparate al numero di abitanti nel Paese (nonostante sia stato rilevato un calo rispetto al 2017. Nel 2018, le esecuzioni sono state almeno 253. Ad oggi, nel 2019, le esecuzioni note sono state 173);
  • continua l’esecuzione capitale contro minorenni. Nel 2019 i condannati sono stati due (di 17 anni), mentre nel 2018 sono stati 7. Restano ben 90 detenuti condannati alla pena capitale in età minorile, restano oggi nel braccio della morte nelle carceri del regime;
  • continua la drammatica persecuzione contro tutti coloro che protestano contro il velo obbligatorio (almeno 32 arresti da gennaio 2018, con pesanti condanne non solo al carcere, ma anche a pene medievali quali le frustate). Qui è stato ricordato anche l’arresto del fratello della giornalista Masih Alinejad, ovvero colei che ha lanciato la campagna anti-hijab “My Stealthy Freedom“;
  • assenza per i detenuti ad un processo equo, con condanne emesse per mezzo di prove fabbricate ad hoc e senza un accesso reale ad una difesa legale opportuna (peggio, molto spesso gli avvocati dei prigionieri politici vengono a loro volta perseguitati e arrestati (almeno 8 avvocati arrestati tra settembre 2018 e luglio 2019). Qui è stato ricordato l’arresto della pluripremiata avvocatessa Nasrin Sotoudeh;
  • l’aumento delle persecuzioni contro artisti e intellettuali nel Paese e l’aumento delle persecuzioni contro gli esponenti delle minoranze etniche e religiose (in particolare i Baha’i e i convertiti dall’Islam al Cristianesimo. Per quanto riguarda i cristiani convertiti dall’Islam, considerati criminali in Iran, si parla di una comunità composta da 350.000 – 500,000 persone, costantemente perseguitate dal regime);
  • l’aumento della persecuzione contro la Comunità ebraica in Iran, direttamente correlata con la politica antisionista e negazionista del regime khomeinista. Rehman ha denunciato l’aumento dell'”hate speech” da parte dei media, con effetti diretti sulla Comunità ebraica nel Paese;
  • l’aumento delle persecuzioni contro coloro che manifestano per motivi sindacali, come accaduto durante le proteste al zuccherificio Haft Tappeh, in cui decine di manifestati sono stati arrestati con l’accusa di minaccia alla sicurezza nazionale, e sette di loro sono stati condannati a pene dai 6 ai 19 anni di carcere (fortunatamente ci sono possibilità che le pene vengano riviste);

Come denuncia Rehman, nonostante piccoli cambiamenti positivi, il disegno generale purtroppo resta lo stesso e non è affatto incoraggiante: un disegno di persecuzione e abuso dei diritti umani drammaticamente diffuso nel Paese. Rehman ha concluso la sua conferenza stampa rimarcando che, indubbiamente le sanzioni americane hanno un effetto anche sulla popolazione civile, ma la maggior parte degli abusi dei diritti umani nel Paese precedono le sanzioni americane e non possono essere giustificate con la scusa delle sanzioni stesse.

 

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Un fatto gravissimo e’ avvenuto in queste ore in Iran: e’ stato arrestato dagli agenti del Ministero dell’Intelligence Ali Alinejad, il fratello della giornalista dissidente iraniana Masih Alinejad, nota nel mondo per aver lanciato nel 2014 la pagina Facebook “My Stealthy Freedom” – la Mia Liberta’ Rubata – che combatte per i diritti delle donne e contro l’imposizione del velo nella Repubblica Islamica.

Ali Alinejad e’ stato arrestato dagli agenti del MOIS il 24 settembre, portato via ammanettato e incappucciato, come se fosse un terrorista. Gia’ nel luglio del 2018, Masih Alinejad aveva denunciato in un op-ed sul New York Times, le pressioni che la sua famiglia stava subendo a causa della sua attivita’ politica in favore delle donne.

Nel luglio del 2018, infatti, la TV di Stato iraniana aveva mandato in onda un programma in prima serata in cui, dopo aver subito minacce e pressioni, Mina Alinejad – sorella di Masih Alinejad – condannava in una intervista le campagne anti-velo che la sorella stava conducendo dagli Stati Uniti (dove vive rifugiata).

Purtroppo, secondo quanto denuncia Amnesty, insieme al fratello di Masih, sono stati arrestati anche Hadi e Leila Lofti, fratello e sorella dell’ex marito di Masih Alinejad, Max Lofti. I due sarebbero stati arrestati durante la notte, nella loro casa di Teheran. Va ricordato che, anche Max Lofti e’ scappato dall’Iran e contribuisce alle battaglie dell’ex moglie per i diritti delle donne iraniane. Hadi Lofti e’ stato poi rilasciato dopo un lungo interrogatorio in cui e’ stato minacciato e avvisato di tagliare tutti i ponti con Masih e Max. Gia’ nel marzo del 2019, le autorita’ iraniane avevano convocato l’anziana madre di Masih Alinejad – Zarrin Badpa – per interrogarla in merito alle campagne anti-velo della figlia. L’interrogatorio duro’ due ore e venne filmato.

Vogliamo aggiungere infine che, solamente pochi mesi fa, la Magistratura iraniana ha reso noto che, coloro che dall’Iran continueranno a mandare video a Masih Alinejad delle loro proteste contro il velo, verranno puniti con condanne severissime (si parla di condanne fino a 10 anni di detenzione).

 

 

Il 10 aprile scorso, le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato nuovamente Yasaman Aryani, attivista per i diritti civili e per i diritti delle donne. Ufficialmente, non sono note le ragioni del nuovo arresto.

A denunciare il fatto e’ stata Mnireh Arabshahi, la madre di Yasaman che, in un video postato sui social (vedere sotto), ha denunciato come le forze di sicurezza iraniane sono entrate nella loro casa, e hanno portato via la figlia. Nel raid, come sempre avviene, sono stati anche requisiti gli effetti personali della ragazza, tra cui il computer e il cellulare.

La stessa Mnireh Arabshahi, l’11 aprile scorso, e’ stata a sua volta fermata lei perche’ si e’ recata presso il centro detentivo di Vozara, per denunciare la detenzione illegale dalla figlia. E’ possibile che l’arresto della Arabshahi sia connesso a quanto accaduto in queste settimane in Iran, dopo i disastri causati dalle alluvioni.

Come denunciato, il regime sta arrestando tutti coloro che hanno denunciato il ritardo o l’assenza dei soccorsi e che hanno autonomamente portato conforto (cibo e coperte), alle vittime delle alluvioni. La donna si erano recate della Provincia del Lorestan – precisamente nella citta’ di Mamulan – per aiutare i sopravvissuti delle alluvioni.

Ricordiamo infine che Yasaman Aryani e’ stata arrestata la prima volta dal regime nel dicembre del 2018 e condannata ad un anno di carcere per essersi tolta il velo in pubblico, per protestare contro l’hijab obbligatorio.

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Il regime iraniano ha arrestato due donne che nell’Ovest del Paese, precisamente a Kangavar, sono andate in giro per la citta’ senza velo. La loro azione, una protesta contro il velo obbligatorio, e’ stata ripresa in video dal marito di una delle due donne ed e’ stata poi diffusa in Rete da Masih Alinejad, la giornalista esule iraniana che, ormai da anni, sta combattendo una battaglia per i diritti delle donne per mezzo della pagina Facebook “La mia liberta’ rubata”.

Ormai da oltre due anni, aumentano sempre di piu’ le proteste delle donne contro le leggi repressive misogine, in vigore nella Repubblica Islamica. Ogni mercoledi, quindi, le donne iraniane girano con un velo bianco – i cosiddetti “White Wednesday” – per protestare contro il velo obbligatorio.

Purtroppo diverse attiviste sono state arrestate in questi mesi e alcune di queste condannate a lunghe pene detentive. Il caso piu’ eclatante e’ quello dell’avvocatessa Nasrin Sotoudeh, condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate, per aver difeso diverse di queste ragazze arrestate per aver protestato contro il velo, contro le leggi della Sharia o semplicemente contro il regime.

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La vergogna in Iran ha raggiunto il suo apice: Nasrin Sotoudeh, avvocatessa impegnata nella difesa dei diritti umani, e’ stata condanna per minaccia alla sicurezza nazionale, in due diversi processi nei suoi confronti. Ora, considerato il sistema penale iraniano, Nasrin rischia fino a 34 anni di carcere e 148 frustate.

Come noto, la Sotoudeh (55 anni) e’ stata arrestata nel giugno del 2018, fermata per il suo lavoro di avvocatessa in sostegno delle donne che, in questi mesi hanno protestato contro il velo obbligatorio (tra le accuse anche quella di aver formato un gruppo che si batte contro la pena di morte). Il processo contro Nasrin e’ cominciato nel dicembre del 2018, sotto la responsabilita’ del giudice Moghiseh, noto per i suoi abusi dei diritti umani.

Nasrin e’ stata condannata senza la sua presenza fisica al processo, perche’ la prigioniera politica ha rifiutato di comparire, in protesta contro il diritto negatole di scegliere liberamente il suo avvocato difensore.

Ricordiamo che Nasrin e’ stata gia’ arrestata nel 2016 e condannata a cinque anni di carcere, dalla Corte Rivoluzionaria di Teheran. Anche in quel caso, un verdetto emesso senza la presenza di Nasrin, perche’ accusata dalla Corte di non portare il velo in maniera adeguata. In quel caso, la condanna fu per “propaganda contro il sistema” e “crimini contro la sicurezza nazionale”.

Concludiamo ricordando che, anche il marito di Nasrin Sotoudeh – Reza Khandan – e’ stato condannato a sei anni di carcere, per aver difeso la moglie su Facebook. Se verra’ fisicamente portato in carcere, a breve i due figli piccoli della coppia, rischeranno di trovarsi senza genitori.

Purtroppo la nomina di Ebrahim Raisi a capo della Magistratura iraniana non aiuta la situazione. Raisi e’ coinvolto direttamente nei peggiori massacri compiuti negli anni dal regime, tra cui l’eliminazione di migliaia di oppositori nel 1988 e la repressione del movimento dell’Onda Verde nel 2009.

E’ tempo quindi che l’Italia la smetta di farsi illusioni sull’Iran e che rimandi l’Ambasciatore del regime clerico-fascista a casa sua!

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Reza Khandan e Farhad Meysami, sono stati condannati entrambi a sei anni di carcere – e al divieto di lasciare il Paese – per aver supportato sui social, in maniera pacifica, le campagne delle donne iraniane contro il velo obbligatorio.

Come denunciato da Reza Khandan – marito della nota avvocatessa per i diritti umani iranian Nasrin Sotoudeh, anche lei in carcere ora – il verdetto era gia’ scritto. La condanna e’ arrivata ufficialmente con le solite motivazioni: “assemblea e collusione contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro lo Stato”. Ad emettere le condanne e’ stato il giudice Abolqasem Salavati, Presidente della Senzione 15 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, noto da anni per i suoi abusi dei diritti umani.

Parlando con gli attivisti per i diritti umani, Reza Khandan ha denunciato non solo l’ingiustizia della condanna, ma anche il mancato rispetto delle stesse normative iraniane. Secondo l’articolo 168 della Costituzione iraniana, infatti, processi in corso per questioni politiche o mediatiche, devono essere trattati apertamente, in presenza di giurie e davanti alle Corti di Giustizia. Al contrario, adducendo motivi di sicurezza nazionale, il regime continua a condannare gli attivisti e i giornalisti dissidenti al carcere, per mezzo di processi chiusi e lasciati nelle mani dei Tribunali Rivoluzionari.

Farhad Meysami e’ in carcere dalla fine di luglio 2018. Gli agenti che lo hanno arrestato nella sua casa, hanno trovato dei banner con la scritta “io sono contro l’hijab obbligatorio”. Durante la sua detenzione, ha anche iniziato un drammatico sciopero della fame che e’ durato oltre cinquanta giorni, mettendo a repentaglio la sua vita.

Per quanto concerne Reza Khandan, considerando che anche la moglie Naserin Sotoudeh si trova in carcere, si apre ora la questione di dove finiranno i due figli della coppia.

Nel frattempo, davanti a tutta questa bestialita’ del regime, continua l’assordante silenzio di Federica Mogherini…

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