Archivio per la categoria ‘Iran Prigionieri Politici’

Risultato immagini per Parvaneh Salahshuri

Alla fine e’ andata come sempre va nella Repubblica Islamica, quando esci fuori dai parametri accettabili dal regime: la deputata riformista Parvaneh Salahshouri – che aveva difeso le ragioni dei manifestanti – e’ stata convocata da un Tribunale iraniano per rispondere alle accuse di “diffusione di menzogne” e “propaganda contro il sistema”.

La Salahshouri, deputata velatissima eletta a Teheran, aveva coraggiosamente preso la parola in Parlamento, non solo per difendere le ragioni per cui i manifestanti scendevano in piazza e protestavano contro il regime, ma aveva anche puntato l’indice contro i Pasdaran, accusati di interferire in ogni settore della vita politica ed economica del Paese. Secondo quanto affermato dalla stessa Salahshouri, sarebbero stati proprio i Pasdaran a denunciare la deputata.

La Salahshouri, infine, aveva anche chiesto ufficialmente la nascita di una commissione di inchiesta, per indagare i responsabili delle repressioni delle violenze contro i manifestanti (solo nelle ultime proteste per il rincaro del prezzo della benzina, sono state uccise 1500 persone e arrestate altre 12000).

Secondo quanto e’ stato reso noto dalla ISNA, la Salahsouri non si sarebbe tirata indietro davanti alle accuse, presentandosi subito in Tribunale per rispondere delle accuse rivolte.

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Ai più il nome di Amir Tataloo – all’anagrafe Amir-Hossein Maghsouldloo – non dirà moltissimo. A chi pero’ e’ appassionato di musica e di Iran, questo nome racconta molte cose e la sua recente vicenda in Turchia, ne racconta ancora di piu’ sul pessimo stato di salute del regime iraniano.

Amir Tataloo e’ un musicista iraniano, un rapper, molto famoso e con oltre un milione di followers su Instagram. A fine gennaio Amir e’ stato arrestato in Turchia, mentre faceva scalo per raggiungere Londra, dove si sarebbe dovuto esibire in alcuni concerti. Secondo quanto e’ stato reso noto, Ankara avrebbe fermato Amir in base ad un “red alert” sul suo nome presente nel sito dell’Interpol e inserito direttamente dal regime iraniano. Fortunatamente, grazie anche ad un appello firmato da oltre 40.000 persone, Amir e’ stato liberato ad inizio febbraio.

Per chi conosce la storia recente dell’Iran, il fatto che il regime voglia arrestare Amir Tataloo lascia senza parole. Solamente nel maggio del 2017, Amir si guadagnava i titoli dei giornali per aver pubblicato una canzone in sostegno del programma nucleare iraniano, un pezzo che fu interpretato come un diretto sostegno alle istituzioni del regime.

Peccato che, come ha rivelato lo stesso Tataloo una volta lasciato l’Iran, si trattava di una grande messa in scena, preparata ad arte dal MOIS, il Ministero dell’Intelligence iraniano: Tataloo, infatti, era stato arrestato nel 2013 per la sua attività musicale underground, portata avanti senza il permesso del Ministero della Cultura Islamica. Nel 2016, quindi, era stato ancora una volta messo in carcere per due mesi per aver insultato un giudice durante una udienza del processo a suo carico.

Cosa ha fatto quindi il regime? Sapendo quanto Amir sia famoso nel Paese, ha deciso di usarlo con la forza. E’ stato scritto per lui un pezzo ad hoc e Amir e’ stato piazzato su una nave da guerra iraniana – la Damavand – dove ha girato il videoclip della canzone (che vi mostriamo in basso). Insomma, come rivelato dal rapper nel maggio del 2017, l’intelligence ha costretto Amir a collaborare, pena una dura condanna al carcere.

Purtroppo per il MOIS la verità alla fine viene sempre a galla: Amir ha lasciato l’Iran, sfuggendo all’arresto e ha mostrato non solo la faccia brutale del regime, ma anche quanto sia fortemente privo di legittimità, costretto ad minacciare un artista per cercare di guadagnare un minimo di consenso tra le nuove generazioni.

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L’agenzia di stampa iraniana ISNA ha annunciato l’avvenuto arresto del giovane manifestante che, durante le proteste dello scorso 12 gennaio, si e’ arrampicato per colpire e staccare un manifesto celebrativo del Generale Qassem Soleimani.

Come il video diffuso in rete dimostra, il giovane manifestante ha espresso la sua rabbia verso l’immagine dell’ex comandante della Forza Qods, mentre la folla intorno non solo lo esaltava, ma gridava a gran voce “Marg Bar Diktator“, ovvero “Morte al Dittatore”. Un video fortissimo che dimostrava tutta le bugie della propaganda iraniana e che ha fatto il giro del mondo.

Ieri, quindi, il capo della Polizia di Teheran Hossein Rahimi, ha annunciato l’arresto di questo ragazzo che, sempre secondo le informazioni delle autorita’, risulta essere minorenne. Davanti alla polizia, sotto pressione e minacce, il ragazzo pare essere stato costretto a chiedere scusa e per ora rilasciato su cauzione in vista del processo.

Nel frattempo, mentre il regime continua ad arrestare coloro che hanno manifestato la loro rabbia in seguito alla notizia dell’abbattimento dell’aereo ucraino, il Governo iraniano continua a rifiutare di inviare le scatole nere a Kiev.

Il regime iraniano ha dissacrato la tomba del Reverendo Hossein Soodmand, pastore evangelico, condannato a morte nel dicembre del 1990 da Teheran con l’accusa di apostasia, per aver abbandonato l’Islam e aver abbracciato il cristianesimo.

A darne notizia e’ stata l’organizzazione “Articolo 18”, che promuove la libertà di fede nella Repubblica Islamica. Secondo le informazioni ricevute, la tomba del Reverendo si trovava presso Behesht-e Reza, il cimitero di Mashhad, la seconda città dell’Iran per grandezza.

La figlia del Reverendo Soodmand, che da anni vive in esilio in Europa, ha denunciato che la famiglia ha scoperto il terribile accaduto ad inizio dicembre 2019, quando come ogni anno si e’ recata al cimitero per rendere omaggio al pastore ucciso dal regime.

Hossein Soodmand decise di convertirsi dall’Islam al cristianesimo prima della Rivoluzione khomeinista del 1979. Con l’avvento del regime clericale, Hossein venne arrestato, torturato e spedito in isolamento per oltre un mese. Pochi mesi dopo l’arresto, Hossein venne mandato al patibolo e la sua esecuzione e’ la sola riconosciuta ufficialmente persino dal regime stesso.

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Due accademiche iraniane imprigionate nella Repubblica Islamica con l’accusa di spionaggio – Kylie Moore-Gilbert e Fariba Adelkhah – hanno lanciato uno sciopero della fame e della sete in occasione del Natale, sperando di catturare cosi l’attenzione e la solidarietà internazionale.

Nella lettera aperta che hanno rilasciato in occasione di questo gesto estremo di protesta, le due accademiche hanno denunciato l’ingiustizia della loro detenzione e di essere totalmente isolate nel braccio 2-A del carcere di Evin. Le due accademiche hanno sottolineato di aver deciso di smettere di alimentarsi, anche in solidarieta’ con gli altri accademici rinchiusi in questo periodo nelle carceri iraniane.

Ricordiamo che Kylie Moore-Gilbert e’ una accademica britannica incarcerata in Iran ormai da 15 mesi, mentre Fariba Adelkhah, accademica franco-iraniana, e’ invece incarcerata da 7 mesi. Insieme a loro, sono almeno altri 9 gli stranieri rinchiusi oggi nelle prigioni iraniane – quasi tutti iraniani con doppia cittadinanza – accusati tutti di spionaggio, ovviamente senza prove reali.

Tra coloro che sono da anni incarcerati in Iran c’e’ Ahmadreza Djalali, accademico iraniano-svedese, arrestato nel 2016 e in condizioni di salute davvero precarie. Come noto, il caso Ahmadreza riguarda anche l’Italia, perché il ricercatore ha lavorato per anni all’università del Piemonte Orientale.

 

 

 

 

 

University of Tehran student activist Saha Mortezaei’s sign reads, “I have been blacklisted by the university’s security office and the Intelligence Ministry.”

Saha Mortezaei immortalata mentre protesta contro la decisione di impedirle di frequentare il Ph.D. per ragioni politiche (foto IRNA)

Una drammatica notizia ci giunge dall’Iran: non si hanno più notizie di Saha Mortezaei, studentessa dell’università di Teheran, sparita da oltre un mese dopo essere stata arrestata nel dormitorio dell’ateneo, il 17 novembre scorso.

La famiglia di Saha e’ estremamente preoccupata perché, nonostante i loro appelli, le autorità di sicurezza del regime si rifiutano di rilasciare informazione sullo stato detentivo della giovane ragazza. Soprattutto, i famigliari temono che – dopo le minacce ricevute – Saha sia stata realmente sottoposta alla “terapia degli elettro-shock” in alcune cliniche psichiatriche conniventi con l’intelligence, dopo che la ragazza aveva rifiutato di interrompere il suo attivismo politico universitario.

Saha Mortazei e’ l’ex Segretaria del Consiglio dei Sindacati delle Università (UTUCI), formalmente vietato nella Repubblica Islamica. Per il suo attivismo, Saha e’ stata inserita in una lista nera da parte dell’intelligence e, nonostante gli ottimi risultati, le e’ stato negato il diritto di accedere al Ph.D. Nonostante il diniego ricevuto, Saha non si e’ arresa e ha cominciato un sit-in di protesta denunciando la sua esclusione per ragioni politiche.

Per queste ragioni, purtroppo, e’ stata arrestata e condannata dalla Sezione 26 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran – presieduta dal giudice Mashallah Ahmadzadeh – a sei anni di carcere. Il 4 dicembre scorso, quindi, incontrando la famiglia di Saha, il responsabile della sicurezza dell’Universita’ di Teheran, Esmail Soleimani, ha minacciato di sottoporla all’elettro-shock, nel caso in cui Saha non avesse fermato il suo attivismo politico. Peggio, alcuni giorni dopo incontrando degli studenti, il Vice Rettore dell’università Majid Sarsangi, ha minacciato di far spedire Saha in un ospedale per malati mentali, se necessario. Ad oggi, il regime non ha ancora autorizzato l’avvocato della famiglia Mostafa Nili ad incontrare la sua assistita e ha svolto tutte le sedute processuali contro Saha, in assenza del suo difensore legale.

Ricordiamo che, sin dalla nascita della Repubblica Islamica nel 1979, e’ stato vietato agli studenti di praticare qualsiasi forma di attivismo politico. Divieto a cui gli studenti si sono opposti, fino a subire il terribile massacro nel dormitorio di Teheran, del 1999. Durante la Presidenza di Ahmadinejad, e’ stato ordinato ai rettori di marchiare con una stella gialla i curricula universitari di tutti gli studenti che praticavano attività politica (diversi dei quali, come Arash Sadeghi, sono stati arrestati durante le proteste dell’Onda Verde e languono ancora in carcere).

Quando venne eletto Presidente nel 2013, Hassan Rouhani promise di abolire la terribile pratica della stella gialla e di rendere libero il diritto di fare politica negli atenei. Ad oggi, quella promessa di Rouhani (come molte altre da lui fatte per essere eletto e rieletto), sono rimaste lettera morta…

neda

Cinque anni e sei mesi di carcere: e’ questa la pena a cui la Sezione 28 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran – presieduta dal giudice Mohammad Moghiseh, noto per i suoi abusi costanti dei diritti umani – ha condannato l’attivista (e attrice) Neda Njai.

Neda e’ stata arrestata il primo maggio del 2019, insieme ad altre 15 persone, per aver manifestato in una dimostrazione non autorizzata, in occasione della Giornata Internazionale dei Lavoratori. Si tratta di una ricorrenza ufficialmente vietata in Iran, Paese che non permette la costituzione di sindacati autonomi.

Rilasciata su cauzione poco dopo il fermo, Neda e’ stata successivamente fermata nuovamente e trasferita nel carcere di Evin nel giugno del 2019. Accusata di “propaganda contro lo Stato”, “disturbo dell’ordine pubblico” e “disobbedienza civile”, Neda e’ stata quindi condannata, come suddetto, a cinque anni e sei medi di detenzione.

Lo scorso luglio, sul suo profilo twitter, il marito di Neda, Jamal Ameli, aveva denunciato che la moglie era stata picchiata due volte in carcere, venendo quindi trasferita nella sezione medica del centro di detenzione. Nel 2018, Neda aveva partecipato come attrice alla realizzazione di un documentario sulla vita dell’anarchica Emma Goldman (sotto il video).