Archivio per la categoria ‘Iran Politica Estera’

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Per la prima volta nella storia dell’Iran khomeinista, un Ministro rischia di essere messo sotto inchiesta e non di subire un impeachment. Tutta la storia nasce da una intervista fatta da Zarif il 24 gennaio scorso, al quotidiano tedesco Der Spiegel. In questa intervista, il Ministro iraniano – rispondendo ad una domanda precisa del giornalista sui negoziati con gli Stati Uniti – ha risposto dicendo di non escludere la possibilità di nuovi negoziati con con gli Stati Uniti, a patto che Washington corregga il suo comportamento e sospenda le sanzioni contro Teheran. Il Ministro aggiungeva anche “noi siamo ancora sul tavolo del negoziato”.

Apriti cielo: in Iran le parole di Zarif sono state prese molto male dai conservatori. Una protesta e’ stata organizzata fuori dal Ministero degli esteri iraniano. In Parlamento, il deputato Amir Hossein Ghazizadeh ha raccolto 23 firme per chiedere di processare Zarif secondo l’articolo 234 del Regolamento Interno del Parlamento iraniano”.

Secondo l’articolo 234, infatti, e’ possibile richiedere un processo contro il Presidente o uno dei Ministri, se si ritiene che questi stiano danneggiando la sicurezza nazionale. Per farlo, basta raccogliere 10 firme. Una volta raccolte le firme, la richiesta  passa ad una commissione competente sulla materia – in questo la Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera. La Commissione deve dare una risposta positiva o negativa sulla richiesta di processo entro 10 giorni. Il report della commissione, e’ quindi votato dall’intera aula parlamentare. Come suddetto, nel caso in cui cio’ avesse un esito positivo, sarebbe la prima volta che un Ministro in carica della Repubblica Islamica finisce sotto processo.

Secondo gli analisti di Iran Wire, e’ difficile pensare che alla fine si arriverà al processo contro Zarif. Nonostante tutto, si tratta di una forte indicazione del clima di terrore istituzionale che sta attraversando la Repubblica Islamica. Gli esperti ritengono che, se necessario, Khamenei interverrà personalmente per evitare il processo a Zarif. Facendo questo, pero’, egli potrebbe causare un danno all’equilibrio istituzionale nazionale, con imprevedibili conseguenze nel futuro.

Immagini della manifestazione contro Zarif a Teheran

 

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Qualche ora fa la Reuters ha pubblicato una notizia interessante: a produrre le bandiere di Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna che il regime iraniano fa bruciare in piazza durante le manifestazioni, e’ una fabbrica che si trova vicino Teheran, in una piccola cittadina che si chiama Khomein (la città che ha dato i natali all’Ayatollah Khomeini).

Secondo la Reuters, questa fabbrica produce almeno 2000 bandiere al mese dei Paesi considerati nemici del regime, per un totale annuale superiore a 1 milione e 500 bandiere da dare alle fiamme.

La fabbrica si chiama Diba Parcham e il proprietario, tale Ghasem Ghanjani sostiene di non avere alcun problema con i popoli dei Paesi le cui bandiere vengono bruciate, ma che si tratta di una protesta contro i governi, i loro presidenti e le loro politiche sbagliate.

Peccato che non sia proprio cosi che la pensano molti degli stessi iraniani, che proprio per protestare contro il regime, nelle ultime settimane, si sono rifiutati di calpestare le bandiere di Stati Uniti e Israele. Peccato che, in un contesto internazionale sano, non puo’ piu’ essere considerato accettabile il comportamento di uno Stato che non solo brucia le bandiere di Paesi ONU in piazza, ma ne invoca direttamente la morte o la distruzione.

E’ tempo di reagire, e’ tempo di mettere l’Iran e i sostenitori del regime davanti alle loro responsabilità, perché vengano educati. E’ tempo di mettere anche questa vergognosa “fabbrica dell’odio” e tutti i suoi dipendenti sotto sanzioni internazionali!

 

Finally direbbero gli inglesi! Finalmente diciamo noi! Dopo anni di silenzio e accettazione passiva delle discriminazioni fondamentaliste del regime iraniano, il mondo dello sport inizia ora a reagire.

E’ di oggi la notizia della sospensione della Federazione Judo dell’Iran da parte della Federazione Internazionale di Judo. La decisione e’ stata formalizzata a Teheran il 28 agosto scorso, dopo quanto accaduto nei campionati internazionali di Tokyo. Come noto, a Tokyo al judoka iraniano Saeid Mollaei e’ stato imposto il ritiro dalla competizione in semifinale, per evitare che si scontrasse in finale con il judoka israeliano Sagi Muki (poi risultato il campione mondiale).

Mollaei non prese bene l’imposizione della sua federazione: il judoka iraniano, infatti, ha obbedito alla richiesta – anche per timore di ritorsioni – ma ha scelto di chiedere asilo politico in Germania e quasi sicuramente si presentera’ alle Olimpiadi del 2020 (che si terranno sempre in Giappone), sotto la bandiera del Comitato Olimpico Internazinale.

Nella lettera di sospensione, la Federazione Internazionale di Judo ricorda che – nel maggio del 2019 – l’Iran si era impegnato a rispettare totalmene il codice etico della Federazione stessa, evitando di portare avanti politiche discriminatorie contro atleti di altre Federazioni.

E’ un passo molto importante quello preso dalla Federazione Judo, perche’ costringe Teheran a fare i conti con la sua tradizione di non riconoscimento dello Stato d’Israele. Una battaglia diplomatica, che ha un riflesso diretto sui diritti civili, compresi quelli delle donne iraniane, a cui come e’ noto e’ negato l’ingresso negli stadi.

Dopo il drammatico sucidio della Blue Girl – Sahar Kodayari, che si e’ data fuoco davanti al Tribunale di Teheran dopo essere stata arrestata per aver provato ad entrare in uno stadio – la FIFA sta chiedendo a Teheran un impegno pubblico per garantire alle donne l’ingresso negli stadi. In caso contrario, ha minacciato il Presidente Infantino, anche la FIFA potrebbe decidere per la sospensione dell’Iran dalle prossime competizioni calcistiche internazionali.

 

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Perche’ l’Iran sta alzando la tensione con tutto l’Occidente, minacciando di tornare ad arricchire l’uranio sopra il 3.67% e in quantita’ superiori ai 300 kg? La prima, facile, risposta e’: “gli Usa si sono ritirati dall’accordo e questo e’ quello che hanno ottenuto”.

Come suddetto, risposta facile e parzialmente vera. In primis perche’ la decisione americana e’ a sua volta figlia di violanzioni iraniane della Risoluzione 2231 e poi perche’, teoricamente, a Teheran converrebbe tenersi stretta l’UE, per dividerla da Washington. Soprattutto considerarando la disponibilita’ di Bruxelles a lanciare il meccanismo Instex di superamento delle sanzioni americane.

Quello che sta cercando volontariamente di fare l’Iran, e’ di concentrare tutta l’attenzione internazionale sulla questione nucleare, allo scopo di costringere l’Amministrazione Trump – e gli europei – ad avere un approccio negoziale praticamente identico a quello di Obama. Praticamente, l’approccio diplomatico e’ lo stesso che l’Iran ha usato tra il 2006 e il 2015.

A che scopo tutto questo? Semplice: evitare di arrivare ad un accordo reale, ovvero un accordo che includa tutto cio’ di cui la Repubblica Islamica non vuole discutere. In altri termini: interferenze regionali dell’Iran, sostegno al terrorismo internazionale e soprattutto il programma missilistico.

Alzando la tensione sul nucleare e di riflesso sullo Stretto di Hormuz, Teheran vuole costringere l’Occidente a ritornare al tavolo negoziale e firmare – ancora una volta – un “bad agreement”, al fine di evitare una escalation nucleare e regionale.

Quali saranno quindi le prossime messo? Tra qualche mese, a settembre probabilmente, l’Iran mettera’ sul piatto la minaccia di arricchiere l’uranio al 20%, grandino prima del 90% necessario per costruire la bomba. Nei fatti, si vocifera che Teheran non arricchiera’ sopra il 5% – soglia comunque pericolosa – ma usera’ la minaccia potenziale per portare gli europei al tavolo dei negoziati, provando in quel momento ad ottenere una frattura netta fra Europa e Stati Uniti. 

Esattamente quello che fece Rouhani quando – da negoziatore nucleare – firmo’ con il gruppo E3 nel 2003. Tra il 2002 e il 2003, infatti, il cosiddetto gruppo E3 (Italia, Francia e Germania), negozio’ con gli iraniani l’accordo di Teheran (poi confermato a Parigi nel 2004), con cui il regime clericale sciita si impegnava a porre volontariamente dei limiti al suo programma nucleare. Peccato che, come ammesso da Rouhani in una intervista televisiva nel 2013, l’Iran uso’ quell’accordo per rendere tempo e terminare – senza il riflettore internazionale – tutti gli impianti necessari per l’arricchimento dell’uranio e lo stesso reattore ad acqua pesante di Arak.

Concludendo: la Repubblica Islamica sa bene di non poter resistere alle pressioni economiche dell’Occidente. Ma questo e’ valido unicamente se l’Occidente e’ unito, come avvenne tra il 2011 e il 2015, quando vennero approvate sanzioni ONU contro Teheran, che praticamente esclusero il Paese da tutti i canali finanziari internazionali. Obama uso’ male l’opportunita’ che aveva in mano, firmando con l’Iran un accordo parziale, temporaneo e lacunoso che – il tempo lo ha dimostrato – ha fatto solo il gioco del regime.

Ora l’Occidente – se unito – puo’ costringere la Repubblica Islamica a scegliere tra la sopravvivenza del regime o la capitolazione per implosione (che prendera’ qualche tempo). Nell’accordo che l’Occidente deve pretendere da Teheran, nulla deve essere escluso, con un solo e chiaro scopo dichiarato: far ritornare l’Iran ad essere un “Paese normale”, meritevole di rispetto internazionale a patto di essere capace di vivere in pace con i suoi vicini. 

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Questo qua sotto e’ lo screen del tweet pubblicato ieri sera dal Ministro degli Esteri iraniano Zarif. Obbiettivo del tweet sarebbe quello di provare che il drone americano e’ stato colpito perche’ entrato nello spazio aereo iraniano, cosa che il comando americano CENTCOM nega.

Premettendo che chiunque puo’ pensare cio’ che vuole ovviamente, fa sorridere che per provare quanto sostiene, il Ministro iraniano allega al suo tweet un paio di mappe: una fatta a mano, con qualche passata di righello e la seconda, ricavata da Google Map. In altre parole, ad oggi, Zarif non ha ancora ricevuto sul suo tavolo una mappa seria, proveniente dal settore militare, per spiegare – dal punto di vista iraniano – quanto accaduto.

zarifDi contro, il comando centrale americano – CENTCOM – ha risposto al tweet di Zarif, pubblicando un altro tweet con un’altra mappa – questa volta chiaramente di provenienza interna, ovvero militare, per provare che il drone americano e’ stato colpito mentre si trovava in acque territoriali non iraniane.

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Da Teheran per ora e’ uscito ‘solamente’ il video dell’attacco al drone americano, che dimostra chiaramente come l’azione sia stata intenzionale e non un “errore stupido”, come spera il Presidente americano Trump.

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Chi segue le notizie dall’Iran lo conosce bene: si tratta di Sadegh Zibakalam, Professore di Scienze Politiche presso l’Universita’ di Teheran, spesso ospite di trasmissioni televisive su canali come la BBC e al-Jazeera.

Per le sue posizioni non conformi al volere del regime, il Professor Zibakalam e’ stato spesso attaccato duramente. Zibakalam, infatti, non solo ha chiesto pubblicamente la liberazione di Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi – i due leader dell’Onda Verde – ma ha anche rotto un tabu’, sostenendo che il popolo iraniano non aveva mai demandato al regime il compito di distruggere Israele e che Teheran avrebbe dovuto riconoscere lo Stato ebraico, in quanto membro delle Nazioni Unite. In un altro video, molto noto, si vede il Professor Zibakalam entrare all’Universita’, rifiutando di calpestare le bandiere di Stati Uniti e Israele. Per le sue opinioni, nel marzo 2018, il Professor Zibalakam e’ stato accusato di “disturbo della quite pubblica”.

In queste ore, quindi, dalla sua pagina Facebook, Zibakalam ha sfidato direttamente Qassem Soleimani, il capo della Forza Qods. Dopo le parole di ieri di Soleimani contro il Presidente americano Trump, Zibakalam ha pubblicato una immagine su Facebook in cui afferma: “Egregio Dottor Soleimani, Trump ha un forte sostegno da parte del popolo americano in merito alle sue politiche sull’Iran. Avete voi per caso chiesto al popolo iraniano quanti di loro concordano con le vostre politiche di ostilita’ verso gli Stati Uniti?”.

Pensiamo non ci sia nulla da aggiungere…

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La crisi diplomatica tra l’Iran e il mondo arabo – Qatar escluso – ormai si estende a macchia d’olio. Dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra Iran e Marocco e dopo le accuse a Teheran del Governo algerino, ora si apre il fronte con la Giordania.

Secondo un importarte rappresentante giordano, Amman ha richiamato il suo Ambasciatore a Teheran, S.E. Abdullah Abu Rumman, e non pare avere alcuna intenzione di nominare un successore.

Ovviamente, la crisi si inserisce all’interno dello scontro tra Arabia Saudita e Iran, con il Ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi che ha dichiarato che la “stabilita’ di Riyad e’ parte della sicurezza del Regno Hashemita. La Giordania rigetta l’interferenza iraniana negli affari interni dei Paesi della regione”.

Teheran non ha reagito ufficialmente a questa decisione giordana, ma le agenzie di stampa iraniane hanno gia’ iniziato a martellare contro Amman. La Tasnim News, vicina ai Pasdaran, ha accusato le forze speciali giordane di aver aiutato la monarchia del Bahrain a reprimere le “manifestazioni popolari”.