Archivio per la categoria ‘Iran Pena di Morte’

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Sono settantacinque i Premi Nobel che hanno deciso di firmare un appello pubblico all’Ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Gholamali Khoshroo, chiedendo il rilascio immediato del ricercatore medico Ahmadreza Djalali.

Come noto, Ahmadreza Djalali e’ stato arrestato nel 2016 mentre si trovava in Iran per motivi di lavoro, accusato di contatti con un “paese nemico”, ed infine recentemente ufficialmente condannato a morte come “spia del Mossad”. Ahmadreza ha sempre negato le accuse nei suoi confronti, rimarcando come sia stato costretto a firmare due confessioni forzate. Recentemente, si e’ venuto a sapere che qualche anno addietro, il regime iraniano propose ad Ahmadreza di essere reclutato, ma il ricercatore accademico rifiuto’, pagando per questo un prezzo altissimo.

La campagna per la liberazione di Ahmadreza Djalali coinvolge direttamente anche l’Italia. Ahmadreza, in possesso anche della cittadinanza svedese, ha infatti per anni lavorato come ricercatore presso l’università del Piemonte Orientale (tra le prime ad impegnarsi per la sua liberazione).

I settantacinque Premi Nobel che hanno firmato l’appello all’Ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, sono stati rappresentati da Sir Richard Roberts, biochimico e biologo inglese, Premio Nobel per la medicina nel 1993. I 75 Nobel firmatari, hanno anche annunciato il loro sostegno alla petizione internazionale per la liberazione di Ahmadreza Djalali, lanciata su Change. org.

 

 

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Il 21 ottobre scorso, purtroppo, il regime iraniano ha deciso di condannare a morte il ricercatore medico iraniano – in possesso anche di passaporto svedese – Ahmadreza Djalali.

La sua storia riguarda anche l’Italia, avendo per anni Ahmadreza lavorato per l’Universita’ del Piemonte Orientale di Novara. Proprio da qui, dopo il suo arresto nell’aprile del 2016, e’ partita la campagna piu’ importante per la liberazione dell’accademico iraniano.

Ufficialmente, Ahmadreza e’ stato condannato a morte come “spia del Mossad”, accusato di aver fornito all’intelligence israeliana informazioni in merito agli scienziati nucleari iraniani. Neanche a dirlo, si tratta delle solite accuse che vengono mosse a colui il quale il regime vuole tappare la bocca.

Come dichiarato dallo stesso Djalali in un audio pubblicato due giorni prima la condanna a morte, il regime lo ha costretto per ben due volte a leggere una dichiarazione di colpevolezza già prestampata, ovviamente dopo averlo sottoposto a torture fisiche e psicologiche (audio in farsi).

La vera ragione della condanna a morte di Ahmadreza Djalali e’ stata rivelata ieri dal sito d’informazione americano Washington Examiner e anche dal quotidiano italiano La Stampa. In un documento scritto personalmente da Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano rivela che, nel 2014, venne approcciato dagli agenti dell’intelligence militare e gli venne chiesto di collaborare al fine di raccogliere informazione sui programmi chimici, biologioci e nucleari dei Paesi Occidentali. Ahmadreza Djalali rifiuto’ e continuo’ a rifiutare le proposte dell’intelligence negli anni successivi…fino all’arresto dell’aprile 2016.

Una storia identica capito’ al ricercatore iraniano Omid Kokabee, arrestato mentre si trovava in Iran di ritorno dagli Stati Uniti, ove studiava all’Universita’ di Austin in Texas. Arrestato anche lui per non aver accettato di collaborare con l’intelligence iraniana, Omid venne condannato a dieci anni di carcere e fu liberato solamente nel 2016, per gravissimi motivi di salute.

Attualmente per la liberazione di Ahmadreza Djalali sono impegnati anche centinaia di senatori italiani, guidati da Elena Ferrara e Luigi Manconi. In un appello consegnato alle massime autorita’, questi senatori chiedono di sapere – anche dalla Mogherini – le iniziative diplomatiche in atto per salvare la vita di Ahmadreza. Ad oggi, purtroppo, sembra che poco o niente sia stato fatto e che, quanto e’ stato fatto, non ha sortito alcun risultato positivo.

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Asma Jahangir, invita speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Iran, ha presentato il suo rapporto semi annuale davanti all’Assemblea dell’ONU. Le sue trenta pagine di rapporto, potrebbero essere sintetizzate con queste poche parole, certamente poco diplomatiche: Rouhani e’ un cazzaro. Gia’, perché a dispetto di alcuni segnali iniziali incoraggianti – come l’adozione della Carta dei Diritti dei Cittadini – nella Repubblica Islamica lo stato dei diritti umani resta drammatico.

La Jahangir, infatti, denuncia come all’interno del regime le persecuzioni siano aumentate e come il Governo iraniano, nei fatti, rifiuti di rispondere alle richieste di chiarimenti delle Nazioni Unite.

Nei fatti: sono aumentate le persecuzioni contro i rappresentati politici riformisti, la liberta’ di espressione nei media e’ drammaticamente deteriorata (solo ultimamente sono stati chiusi oltre 7 milioni di siti web sgraditi al regime); sono aumentate le persecuzioni contro gli artisti (si pensi ai casi di Keywan Karimi, di Mehdi e Hossein Rajabian e di Jafar Panahi), sono aumentate gli arresti degli attivisti democratici (i casi di Arash Sadeghi, Narges Mohammadi, Golrokh Ebrahimi Iraee, Atena Daemi o sindacalisti come Mehdi Farahdi Shandiz); e’ partita una campagna contro gli iraniani con doppia cittadinanza (si pensi solo al terribile caso di Ahmadreza Djalali, condannato da poco alla pena capitale o al caso di Nazanin Zaghari Ratcliffe); continuano le persecuzioni contro le minoranze etniche e religiose (Baha’i, Sunniti e Cristiani convertiti in testa) e le donne.

Peggio: a dispetto delle promesse e degli annunci del parlamento iraniano, le condanne a morte sono aumentate. Cosi come sono aumentate le pene capitali nei confronti dei “juvenile offenders“, ovvero le persone arrestate da minorenni e condannate a morte nonostante le normative internazionali, firmate dallo stesso regime iraniano.

Ricordiamo che la Jahangir, come scritto anche nel report, ha invitato le Nazioni Unite a creare una commissione ad hoc, per investigare sul massacro del 1988, quando in Iran su ordine di Khomeini furono uccisi oltre 30.000 oppositori politici. Alcuni dei responsabili, tra cui il precedente e l’attuale Ministro della Giustizia iraniano, sono ancora al potere nella Repubblica Islamica.

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Il 21 ottobre il giudice iraniano Abolqsem Salavati, ha emesso la condanna morte per il ricercatore medico Ahmadreza Djalali, accusato di collaborazione con un Paese nemico, ovvero con Israele. Secondo le informazioni, la sentenza sara’ appellabile entro venti giorni.

Come noto, Ahmadreza Djalali e’ un ricercatore medico che, prima di trasferirsi in Svezia e acquisire la cittadinanza, ha lavorato per anni all’università del Piemonte orientale come esperto della medicina nei casi di emergenza.

Il suo arresto risale all’aprile 2016 quando, tornato in Iran per una conferenza universitaria, e’ stato fermato e accusato contatti con un Paese ostile, in pratica Israele. Una accusa priva di consistenza e di prove, figlia prevalentemente delle lotte interne tra le fazioni, quelle che hanno visto già finire in carcere dieci cittadini iraniani con doppia cittadinanza.

In un video registrato qualche giorno fa, in cui si sente solo la voce del ricercatore iraniano, Djalali denuncia di essere stato sbattuto in isolamento e di essere stato forzato due volte a rilasciare delle confessioni forzate davanti a delle telecamere (leggendo dei testi prestampati dai suoi aguzzini). Nello stesso video, quindi, Djalali nega le accuse nei suoi confronti e le descrive come fabbricazioni dei MOIS, il Ministero dell’Intelligence iraniano.

La notizia della condanna a morte di Ahmadreza Djalali ha sconvolto tutti. Proteste sono arrivate dai Rettori italiani e da parlamentari, come la senatrice novarese del PD Elena Ferrara. Indignazioni che, seppur flebilmente, hanno provocato la reazione del Ministro degli Esteri Alfano che, in queste ore, ha affermato che “l’Italia continuerà a sensibilizzare gli iraniani su questo caso fino all’ultimo” come ha già fatto “a livello diplomatico con il nostro ambasciatore e a livello politico come Farnesina“.

Pur ritenendo importante l’intervento del Ministro Alfano, riteniamo che i fatti hanno dimostrato come il regime iraniano capisca solamente la mano dura. Ecco perché, sarebbe opportuno che tutte le collaborazioni in atto tra Roma e Teheran venissero sospese, sino a quando l’Iran non libererà Ahmadreza Djalali e tutti i prigionieri politici attualmente in carcere.

 

Ieri, 10 ottobre, era la Giornata Mondiale contro la Pena di Morte. Secondo quanto riportato dalla ONG Iran Human Rights, dal gennaio 2017 ad oggi, sono 435 i detenuti iraniani messi a morte dal regime, tra cui cinque condannati alla pena capitale quando erano minorenni. Meta’ delle condanne a morte messe in atto dal regime iraniano, sono state eseguite contro detenuti condannati per reati legati al traffico di droga. Detenuti che provengono da aree dell’Iran estremamente povere, spesso parte di minoranze etniche lasciate ai margini dal regime islamista.
In occasione della Giornata Mondiale contro la Pena di Morte, anche il Ministero degli Esteri italiano ha pubblicato un tweet a sostegno della campagna, scrivendo che “l’Italia riafferma il proprio impegno convinto contro la pena di morte, che non è giustificabile in nessuna circostanza”. Un sostegno sicuramente apprezzabile, cosi come e’ apprezzabile la campagna italiana in favore della Moratoria Universale contro la Pena di Morte.
Eppure, purtroppo, va rilevato che – a dispetto delle parole – la diplomazia italiana resta muta rispetto agli abusi dei diritti umani da parte del regime iraniano e rispetto all’uso spasmodico ed incontrollato della pena di morte come strumento repressione dei crimini, anche quelli di opinione.
Un silenzio che, a dispetto delle nuove relazioni tra Roma e Teheran, non puo’ essere ne giustificato, ne accettato.

Iran Death Penalty For Juvenile Offenders

Si chiama Yahya Firouzi ed e’ stato condannato nel 2006 prima a 15 anni di carcere e poi a morte, per essere stato coinvolto in un assassinio insieme al fratello (all’epoca ventisettenne).

Nato nel 1998, quando Yahya e’ stato arrestato e condannato a morte aveva ancora 17 anni. Era quindi minorenne. Dopo oltre 10 anni di detenzione, oggi Yahya si trova nel carcere di Raaei Shahr, presso Karaj (Hrana).

Nonostante la condanna a morte decisa, la sua sorte resta ancora sospesa, con una flebile speranza che possa essere tramutata in altra sentenza da parte della Corte Suprema. Speranza ribadiamo estremamente flebile, soprattutto considerando che il regime nega a Yahya l’accesso ad un legale per la sua difesa.

Secondo quanto denunciato da Nessuno Tocchi Caino, ad oggi, ci sono nelle carceri iraniane almeno 90 “juvenile offenders” condannati al patibolo, ovvero detenuti arrestati in eta’ minorile e condannati a morte,  nonostante le normative internazionali lo vietino.

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Nucleare Iran. Emma Bonino in conferenza

Nelle ultime settimane, Emma Bonino e’ praticamente stata costantemente presente sui maggiori media del Paese. Non solo sulla carta stampata, ma anche in TV, la Bonino ha dispensato le sue perle di saggezza, attaccando a tutto spiano lo stesso Governo – in particolare il Ministro dell’Interno Minniti – per quanto concerne la nuova strategia con la Libia e l’immigrazione.

Non entriamo nel merito delle singole questioni: grazie al Cielo Emma Bonino, con grande dignità, e’ riuscita a vincere la sua battaglia contro il tumore, ed e’ sicuramente libera di esprimere le sue opinioni. Il problema e’ uno solo: l’ipocrisia che si cela dietro tutto questo protagonismo.

Da Ministro degli Esteri italiano, infatti, la Bonino non si e’ fatta alcuno scrupolo a mettere totalmente da parte i diritti umani, per portare avanti la sua strategia con l’Iran. In questa veste, infatti, Emma Bonino ha solo di striscio parlato dei diritti umani in quel Paese, esprimendo una sola volta soddisfazione per la liberazione di alcuni prigionieri politici. Tra loro anche Nasrin Sotoudeh, oggi praticamente impossibilitata a lasciare la Repubblica Islamica. Per il resto, un assordante silenzio.

Peggio: da Ministro degli Esteri italiano, la Bonino si e’ recata in Iran in visita ufficiale, dichiarando davanti ai media che “l’Italia vuole vincere la gara di amicizia e collaborazione con Teheran“. Questo quando, appena poco prima, il regime l’aveva obbligata ad indossare il velo, nonostante la sua contrarietà.

Proprio mentre la Bonino si apprestava ad arrivare a Teheran, era il dicembre del 2013, Khamenei pubblicava un nuovo tweet negazionista dell’Olocausto. Nonostante tutto, giunta nella capitale iraniana, Emma non ebbe nulla da dire in merito, cosi come non ebbe nulla da dire – neanche di striscio – in merito ai continui abusi dei diritti umani nella Repubblica Islamica e sull’uso della pena di morte.

Ci permettiamo di non parlare nemmeno dei dialoghi sui diritti umani tra Italia e Iran a Siracusa, datosi che a parlare di diritti umani in Iran, in quelle occasioni, sono stati i rappresentanti stessi del regime iraniano, primo fra tutti Mohammad Javad Larijani, a capo di un Consiglio per i Diritti Umani della Repubblica Islamica, che praticamente certifica e approva tutti gli abusi del regime stesso. Quei “dialoghi di Siracusa” hanno solo peggiorato lo stato dei diritti umani in Iran, perché hanno permesso al regime di silenziare le critiche, senza cambiare nulla nei fatti.

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L’attivismo in favore del regime iraniano da parte di Emma Bonino, purtroppo, non si e’ fermato nemmeno dopo la fine del suo ruolo istituzionale. Solamente nel Novembre del 2014, Emma Bonino ha promosso e firmato un appello pubblico in favore dell’accordo nucleare con l’Iran, nonostante fosse palese – come poi dimostrato – che il regime iraniano non avesse alcuna intenzione di rispettarlo veramente (e le violazioni oggi sono assolutamente provate, in primis quelle legate ai test missilitici).

Senza contare tutte le prese di posizione di Emma Bonino sulla Siria, ove pretese di includere il regime iraniano nei negoziati, di fatto trasformando quello che era un ruolo di oppressore nel conflitto da parte di Teheran, in un ruolo di attore riconosciuto, senza concedere nulla in cambio, ne sul piano politico, ne su quello militare.

Concludendo, lo ripetiamo, rispettiamo il diritto di Emma Bonino di esprimere liberamente le sue opinioni e siamo contenti di vederla attiva, segno della sua guarigione. Premesso questo, non accettiamo i doppi standard e le ipocrisie. Non e’ possibile ergersi a paladina solamente sui temi caldi della politica nazionale, allo scopo – neanche troppo velato – di ritagliarsi una posizione nello scenario politico italiano del prossimo futuro (aspirazione legittima). Bisognerebbe avere il coraggio di condannare anche chi, come il regime iraniano, porta avanti abusi quotidiani, senza avere ormai più l’attenzione dei media Occidentali, totalmente appiattiti sul tema di Isis.

Bisognerebbe avere il coraggio di non dimenticare, come fece Marco Pannella, come fanno oggi i coraggiosi militanti di Nessuno Tocchi Caino!