Archivio per la categoria ‘Iran Pena di Morte’

Noble-en-1-768x471

In una lettera aperta indirizzata alla Guida Suprema Ali Khamenei, 121 premi Nobel hanno pubblicamente chiesto l’immediato rilascio del ricercatore medico Ahmadreza Djalali.

Djalali, lo ricordiamo, e’ stato arrestato a Teheran nel 2016 e accusato di spionaggio. Venne fermato mentre si trovava nella capitale iraniana per partecipare ad una conferenza all’Universita’ di Teheran. Nell’ottobre del 2017, Djalali e’ stato quindi condannato a morte e la sua sentenza alla pena capitale e’ stata confermata nel Dicembre dello stesso anno. Fortunatamente, nel febbraio del 2018, la Corte Rivoluzionaria iraniana ha accettato di riaprire il caso Djalali, ma ad oggi nessuna revisione della sentenza e’ arrivata.

Nel frattempo le condizioni di salute di Ahmadreza continuano drammaticamente a peggiorare. In questi anni di carcerazione, il ricercatore iraniano – in possesso anche di passaporto svedese – ha perso decine di chili e si sospetta possa addirittura avere un tumore. Il regime, ovviamente, non concede ad Ahmadreza di lasciare il carcere per essere ricoverato in una struttura ospedaliera.

Il dramma di Ahmadreza Djalali riguarda anche l’Italia: dal 2011 al 2015, infatti, Ahmadreza ha lavorato in Italia, all’Universita’ del Piemonte Orientale. In una lettera resa pubblica tempo addietro, Ahmadreza ha denunciato che il suo arresto e’ direttamente connesso al suo rifiuto di lavorare per l’intelligence iraniana. Un rifiuto che sta pagando a caro prezzo…

Fortunatamente, proprio qualche settimana fa, il Presidente della Camera Roberto Fico ha pubblicamente chiesto il rilascio di Ahmadreza Djalali, durante un incontro con il neo Ambasciatore del regime islamista iraniano a Roma.

 

heydar

La Corte Suprema iraniana ha confermato la condanna a morte per Hedayat Abdollahpour, 25enne curdo, accusato di aver preso parte ad uno scontro a fuoco tra i Pasdaran, e il movimento separatista curdo DPIK, di stanza nel nord dell’Iraq.

La follia di questa condanna e’ che, secondo quanto dichiarato dall’avvocato del condannato, Hossein Amadiniaz, un giudice della Corte Suprema iraniana ha esplicitamente ammesso che Hedayat e’ innocente e che non ha avuto nulla a che vedere con lo scontro a fuoco. Nonostante cio’, la conferma della pena capitale e’ frutto – avremme ammesso lo stesso giudice – delle pressioni delle forze militari e di sicurezza iraniane.

Inizialmente, infatti, la Corte Suprema aveva cancellato la condanna a morte per Hedayat Abdollahpour. Il 18 gennaio scorso, pero’, Abdollahpour e’ stato nuovamente condannato a morte dalla Sezione 2 del Tribunale Rivoluzionario di Oroumiyeh. Per lui, l’accusa era sempre quella di “cooperazione con un gruppo di opposizione curdo”. La Corte Suprema, stavolta, ha confermato la condanna alla pena capitale con una sentenza emessa il 7 ottobre scorso.

Per la cronaca, Hedayat e’ un meccanico ed e’ stato chiamato dalle parti del villaggio di Oshnavieh, per riparare una automobile. Arrivato li, si e’ trovato nel mezzo di uno scontro a fuoco, in cui non ha in alcun modo preso parte.

ddc6f68c-4802-4d0e-8dc4-0a83664c6e1a_16x9_788x442

Ieri e’ stato il terzo giorno di manifestazioni popolari in Iran contro il caro vita. Manifestazioni che, questa volta, sono partite dalla capitale Teheran e hanno visto protagonista la classe dei Bazari – i noti mercanti tradizionali iraniani – la cui adesione alle proteste del 1978 – 1979, provoco’ la caduta dello Shah e la vittoria della rivoluzione khomeinista.

Le manifestazioni contro il caro vita, si sono immediatamente trasformate in manifestazioni anti regime. Migliaia di persone si sono riversate per le strade della capitale gridando slogan contro Khamenei, denunciando che il vero nemico del popolo iraniano non sono gli Stati Uniti, ma il regime e chiedendo la fine immedita di tutti i soldi che la Repubblica Islamica spende per finanziare il terrorismo in Siria, Libano, Yemen e Territori Palestinesi.

Ovviamente, neanche a dirlo, il Procuratore di Teheran ha accusato i manifestanti di essere al soldo di padroni stranieri. Nel corso delle manifestazioni – che da Teheran si sono estese praticamente in tutto il Paese, coinvolgendo nuovamente anche gli studenti universitari – sono state arrestati dozzine di dimostranti.

Per loro, purtroppo, sono attese punizioni molto dure. Il capo della Magistratura iraniana, Sadeq Amoli Larijani, ha addirittura affermato che “il disturbo delle attivita’ economiche potra’ comportare pene che vanno dai 20 anni di carcere alla la pena di morte” (video in basso).

Nel frattempo e’ guerra tra le fazioni iraniane. Gli integralisti, soprattutto in Parlamento, iniziano a raccogliere le firme per sfiduciare il Presidente Rouhani. Da parte sua, la fazione di Rouhani accusa i radicali di soffiare sul fuoco delle proteste, allo scopo di colpire il Governo.

iran death penalty

La ONG Iran Human Rights, ha pubblicato ieri il report del 2017, relativamente alla pena capitale nella Repubblica Islamica. Secondo quanto denunciato nel report:

  • almeno 517 prigionieri sono stati condannati a morte nel 2017, una media di più di una esecuzione capitale al giorno;
  • Delle 517 condanne a morte, solamente 111 (il 21%) sono state comunicate ufficialmente dal regime. Le altre sono state eseguite segretamente;
  • Almeno 240 detenuti sono stati condannati a morte per omicidio (45% del totale), 98 in più rispetto al 2016;
  • Almeno 231 detenuti sono stati condannati a morte per reati relativi alla droga, 65 in meno rispetto all’anno precedente;
  • 31 esecuzioni sono state condotte in pubblico;
  • Tra i detenuti condannati a morte, almeno 5 erano stati arrestati e condannati in eta’ minorile, in violazione delle normative internazionali, sottoscritte dalla stessa Repubblica Islamica;
  • Almeno 10 condanne a morte riguardavano delle donne;
  • Delle 517 condanne a morte, 254 sono state decise dai Tribunali Rivoluzionari. Dal 2010, il numero di condanne a morte decise da questi tribunali sono oltre 3400;
  • 221 detenuti condannati a morte, si sono salvati grazie al perdono dei famigliari delle vittime.

Come denunciato da Mahmood Amiry-Moghaddam, responsabile della ONG Iran Human Rights, sotto la presidenza Rouhani, il numero di condanne a morte mensili e’ raddoppiato rispetto all’era Ahmadinejad: con Rouhani, infatti, le pene capitali mensili sono almeno 60, rispetto alle 35 del periodo Ahmadinejad!

Resta attualmente in carcere, a rischio di imminente esecuzione, Ahmadreza Djalali, il ricercatore medico iraniano – con passaporto svedese – accusato di spionaggio. La famiglia di Ahmadreza, ha denunciato che il reale obiettivo del regime e’ farlo morire in stato detentivo!

JO iran

Mohammad Kalhor aveva quindici anni quando e’ stato arrestato nel novembre del 2014. Mohammad e’ stato fermato per omicidio, per aver accoltellato il suo insegnante di fisica.

La prima condanna per Mohammad, infatti, e’ stata a tre anni di carcere e al pagamento del cosiddetto “Diyeh“, ovvero di una cifra alla famiglia commisurata al reato commesso. In quella occasione, un controllo medico ad hoc aveva anche dichiarato Mohammed non mentalmente maturo per comprendere la gravita’ del suo gesto.

Nonostante tutto, a dispetto della prima sentenza, un’altra Corte ha deciso di riaprire il caso e ha condannato a morte Mohammad Kalhor. La condanna e’ stata quindi confermata dalla Corte Suprema. Secondo quando denunciato da Sara Najimi e Hassan Aghakhani, i legali di Kalhor, all’origine della decisione di riaprire il caso, ci sarebbero le pressioni del Vice Ministro della Cultura iraniana e Alaeddin Boroujerdi, importante deputato iraniano a capo della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Majlis.

Come noto, secondo le normative internazionali – sottoscritte volontariamente dallo stesso Iran – un detenuto arrestato in eta’ minorile, non può essere condannato alla pena capitale. Tra le altre cose, lo stesso articolo 91 del codice penale islamico in vigore in Iran, vieta la condanna a morte di una persona sotto i 18 anni, se quest’ultima non realizza la natura del reato commesso o se vengono riscontrati dei problemi mentali.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, solamente nel gennaio 2018, Teheran ha impiccato tre detenuti – due maschi e una donna – per dei reati commessi in eta’ minorile.

 

ahmadreza djalali family

Il 17 febbraio scorso, la Svezia ha confermato di aver ufficialmente concesso la cittadinanza ad Ahmadreza Djalali, ricercatore medico iraniano, condannato a morte in Iran con l’accusa di spionaggio (condanna a morte confermata dalla Corte Suprema nel dicembre scorso). Djalali, come provato, e’ stato costretto ad una confessione forzata: in seguito, si e’ scoperto che – anni addietro – egli aveva rifiutato di lavorare per l’intelligence iraniana.

Una portavoce del Ministero degli Esteri di Stoccolma, ha confermato che Djalali ha ufficialmente ottenuto la cittadinanza svedese e per questo, l’esecutivo nazionale, e’ “direttamente impegnato a salvare la vita ad un suo cittadino”.

La scelta del Governo svedese di confermare la cittadinanza di Ahmadreza Djalali, ha un valore non solo simbolico, ma anche pratico: in questo modo, come suddetto, Stoccolma si impegna ufficialmente per la vita di Djalali, non solo per ragioni umanitarie, ma anche legali. Il che, in caso di esecuzione della condanna a morte, permetterà alla Svezia anche di prendere (potenzialmente) delle importanti decisioni legali.

Sarebbe opportuno che, anche il Governo italiano, considerasse l’opportunità di concedere ad Ahmadreza Djalali la cittadinanza, per ragioni politiche. Djalali ha lavorato per anni in Italia, all’Università del Piemonte Orientale, contribuendo direttamente alla ricerca accademica nazionale. Un gesto importante da parte dell’Italia, unito a quello della Svezia, potrebbero davvero riuscire ad influenzare il regime iraniano, per lo meno facendo comprendere a Teheran le drammatiche conseguenze dei suoi abusi!

 

ahmadreza djalali family

La radio svedese ha riferito che la Ministra degli Esteri Margot Wallström, ha convocato l’Ambasciatore iraniano a Stoccolma, per protestare contro la conferma della condanna a morte del ricercatore medico Ahmadreza Djalali.

Ahmadreza, come noto, e’ in possesso anche della cittadinanza svedese e per anni ha lavorato presso il Medical Institute “Karolinska” di Stoccolma, come esperto della medicina di emergenza, nei casi di disastri ambientali. Proprio grazie alle sue conoscenze, Ahmadreza e’ stato diverse volte invitato in Iran durante delle conferenze accademiche. Anche quando e’ stato arrestato, nell’aprile del 2016, si trovava nella Repubblica Islamica per ragioni professionali.

Accusato di essere una spia, Ahmadreza Djalali e’ stato condannato a morte senza un regolare processo e costretto a firmare una dichiarazione video di colpevolezza. Successivamente, in una lettera inviata alla moglie, Ahmadreza ha rigettato tutte le accuse e denunciato i maltrattamenti subiti in carcere. Secondo quanto reso noto ultimamente, le condizioni di salute del ricercatore iraniano sono pessime e pare abbia anche un tumore.

Il dramma di Ahmadreza Djalali riguarda anche l’Italia: per anni, infatti, Ahmadreza Djalali ha lavorato presso l’università del Piemonte Orientale. Proprio da qui, dopo l’arresto, e’ partita la campagna per la sua liberazione. Nonostante gli impegni verbali, ad oggi il Governo italiano non ha fatto nulla di concreto per salvare la vita di Ahmadreza Djalali: al contrario, tutti gli accordi – anche quelli scientifici – firmati tra Roma e Teheran, restano in piedi senza alcun riguardo verso il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.

Concludiamo sottolineando come la vera ragione dell’arresto di Djalali e’ ormai nota: anni addietro, infatti, Ahmadreza ha rifiutato le avancese del MOIS – l’intelligence iraniana – che voleva fare di lui un agente di Teheran in Europa.