Archivio per la categoria ‘Iran Onda Curda’

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Purtroppo siamo costretti a dare la notizia dell’arresto di Farzaneh Jalali, curda iraniana, nota per essere una attivista dei diritti delle donne e per i diritti civili.

La Jalali è stata arrestata il 23 febbraio scorso presso Kermanshah, dagli agenti del Ministero dell’Intelligence. L’arresto è avvenuto improvvisamente, senza alcun mandato legale e senza una accusa precisa.

Farzaneh è stata fermata dagli agenti mentre si trovava vicino ad un ufficio postale e le è stato confiscato il telefono. L’attivista iraniana, secondo le informazioni che giungono dall’Iran, ha fatto resistenza al fermo ed è stata caricata sulla vettura degli agenti con la forza (Kurdistan Human Rights).

Dopo l’arresto, Farzaneh Jalali è stata trasferita nel centro detenutivo di Meydan Naft, sotto il controllo del Ministero dell’Intelligence. In un raid a casa della madre, gli agenti hanno sequestrato il computer, alcuni libri e dei manoscritti di Farzaneh. Materiale che, ovviamente, verrà usato contro di lei in sede processuale.

Come suddetto, Farzaneh Jalali è una femminista, attivamente impegnata nei diritti delle donne e per i diritti civili e democratici del popolo iraniano. Per questo suo impegno e per le proteste pacifiche a cui ha preso parte da studentessa della Università Islamica di Teheran, è stata espulsa dal sistema scolastico nel 2010 (e riammessa solo recentemente, dopo aver superato un difficile esame).

In questo periodo, Farzaneh si stava occupando di aiutare degli studenti di una scuola elementare del villaggio di Shinabad – Provincia dell’Azerbaijan Occidentale – rimasti bruciati durante un rogo scoppiato nella loro scuola nel dicembre del 2012. Studenti abbandonati completamente dal regime (Iran Human Rights).

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La bella ragazza della foto in alto, si chiamava Mahdi Mir Kwame ed era un architetto e una attivista democratica curda. Il 5 febbraio scorso, Mahdis è stata convocata all’ufficio dell’intelligence di Krmashan, dove è stata rinchiusa per due giorni nelle prigioni del palazzo, e sottoposta a numerosi interrogatori.

L’8 febbrao scorso, quindi, appena un giorno dopo il suo rilascio, la giovane Mahdis ha deciso di suicidarsi, ingerendo un quantativo eccessivo di sonnifero. Secondo quanto riporta al-Arabiya, la decisione di commettere un gesto estremo da parte di Mahdis è direttamente ricollegata alle violenze subite in carcere. Sembra che la giovane è stata anche violentata dalle guardie carcerarie del Ministero dell’Intelligence. Mahdis aveva solo 26 anni (Hegaw).

Appena poche settimane prima, il 15 gennaio scorso, un’altra attivista curda residente a Krmashan, si era uccisa dopo essere stata detenuta per ben quattro mesi, ovviamente senza alcuna accusa e processo formale. La giovane si chiamava Shiler Farhadi e aveva solo 23 anni.

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Il regista iraniano Keyvan Karimi, rinchiuso nelle carceri iraniane dal novembre del 2016, sta molto male. Nonostante le sue pessime condizioni di salute, il regime rifiuta di consentirgli l’uscita dal carcere di Evin, per essere trasferito in una struttura ospedaliera esterna (Iranhumanrights.com).

Come si ricorderà, il regista curdo iraniano Karimi venne condannato al carcere con l’accusa di “aver insultato il sacro”, dopo aver pubblicato un documentario dal titolo “Scrivere sulla città”, relativo ai murales sui muri della capital Teheran. In realtà, Karimi non ha in alcun modo offeso l’Islam sciita, ma solamente denunciato gli abusi del regime, soprattutto dopo le repressioni dell’Onda Verde nel 2009.

Inizialmente, il giudice Mohammad Moghisseh aveva condannato Karimi a sei anni di dentenzione e 223 frustrate (No Pasdaran). Fortunatamente, anche grazie alle pressioni interne e internazionali, in appello la condanna è stata ridotta ad un anno di carcere e al pagamento di 20 milioni di rial (700 dollari).

Una settimana la condanna di Karimi, ben oltre 130 registi e documentaristi iraniani, decisero di scrivere un appello pubblico, chiedendo alla magistratura iraniana di cancellare la condanna contro il regista curdo (comunicato in farsi). La stessa cosa, a livello internazionale, fecero numerosi registi dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia. Per l’Italia, la solidarietà al Keyvan Karimi venne dall’associazione “100 autori” (km-studio.net).

Keyvan Karimi ha anche vinto importanti premi internazionali – anche in Italia – grazie ai suoi documentari di denuncia sulle condizioni sociali della Repubblica Islamica dell’Iran.

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Una notizia preoccupante – l’ennesima – arriva dall’Iraq, precisamente dal Kurdistan Iracheno. Secondo il quotidiano saudita Ashraq al-Awsat, i Pasdaran iraniani avrebbero avviato la costruzione di una base missilistica nel Kurdistan Iracheno, precisamente presso Sayed Sadiq, nel Governatorato di Sulayamaniyah. A rivelare l’indiscrezione al giornale arabo, sarebbe stato direttamente un rappresentante curdo, probabilmente vicino al Presidente Barzani.

La costruzione della base missilistica sarebbe sotto il diretto controllo dell’Unita’ 400 della Forza Qods, al comando diretto del Generale Qassem Soleimani. I Pasdaran sarebbero riusciti ad iniziare il progetto, grazie anche alla compiacenza delle forze curde nell’area di Sulayamaniayh, sotto controllo dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), comandata dall’avversario storico di Barzani, Jalal Talabani (Aawsat.com).

I comandanti Pasdaran responsabili del progetto sarebbero Mohammad Pakpour – che pare abbia visitato l’area due volte – Issa Habib Zadeh e Abdee Khorram, un comandante Pasdaran di base ad Urmia.

Insieme alla base missilistica, i Pasdaran starebbero lavorando per terminare la costruzione di un tunnel di collegamento tra Iran e Iraq – progetto iniziato addirittura durante la guerra contro Saddam Hussein – al fine di facilitare l’ingresso delle Guardie Rivoluzionarie all’interno della base missilistica.

Chi lavora per l’Iran nel Kurdistan Iracheno? 

Da sempre la Repubblica Islamica gioca con le divisioni all’interno delle forze curde. Una strategia che ha visto Teheran appoggiare soprattutto il clan Talabani, a capo dell’Unione Patriottica Curda (PUK). E’ noto, quindi, che i Pasdaran hanno rifornito Talabani di armi e soldi, durante la guerra civile tra le forze curde, scoppiata negli anni ’90.

In seguito alla caduta di Saddam e soprattutto dopo il ritiro definitivo delle forze americane dall’Iraq, gli iraniani hanno intessuto anche strette relazioni con il Presidente del Kurdistan Iracheno Massoud Barzani, a capo dello storico Partito Democratico del Kurdistan (KDP).

Considerando anche gli interessi economici che legano Erbil a Teheran, per un po’ di tempo l’Iran e’ riuscito a sviluppare relazioni anche con il clan Barzani, tanto che nel 2014 il Primo Ministro curdo Nechirvan Barzani ha visitato la Repubblica Islamica e le relazioni commerciali tra le due parti sono cresciute enormemente, passando da 100 milioni di dollari del 2000, ai 4 miliardi di dollari nel 2014.

Oltre gli interessi economici, pero’, ci sono quelli strategici: l’Iran sa di non poter contare su Barzani come una marionetta. Barzani mantiene infatti strette relazioni con tutti i partner che ha davanti, soprattutto con gli Stati Uniti. Ecco perché, quando nel 2014 sono scoppiate proteste anti-Barzani nel Governatorato di Sulayamaniayh, l’Iran si e’ visto costretto a scegliere, optando ovviamente per il fidato clan Talabani. 

L’Iran complotta per far cadere Barzani

Ecco allora che, da potenziale alleato, Barzani torna di nuovo un nemico per Teheran. Il Generale Qassem Soleimani e i Pasdaran, si attivano direttamente per colpire il Presidente curdo.

In una riunione a porte chiuse, Soleimani chiede ad alcuni comandanti dell’Unione Patriottica Curda (PUK) di avviare un attacco mediatico su larga scala contro Barzani. Un progetto di golpe, fallito unicamente per l’opposizione di parte dell’Unione Patriottica Curda. Non solo: nello stesso periodo un alto comandante Peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan viene rapito dai Pasdaran (No Pasdaran).

L’Iran nel Kurdistan siriano

Mentre progettava di far cadere Barzani, il regime iraniano ha lavorato per cooptare nella sua strategia anche i curdi siriani. Qui la questione si faceva assai più complicata. I curdi siriani, uniti all’interno del Partito Unione Democratica (PYD), sono non solo direttamente legati al PKK in Turchia, ma anche al Partito per un Kurdistan Libero (PJAK) attivo nel Kurdistan iraniano. 

Ergo, per Teheran attrarre i curdi siriani ha un grande vantaggio: isola i curdi iraniani e la loro lotta contro il regime clericale di Teheran e rappresenta anche una leva contro Ankara, da sempre considerata un partner importante ma anche un competitor dagli iraniani.

Non e’ un caso che, nel febbraio scorso, il Ministero degli Esteri iraniano si sia rifiutato di includere i siriani del PYD all’interno delle organizzazioni terroriste, come richiesto dalla Turchia. Una decisione che ha mandato su tutte le furie Erdogan (Turkish Weekly).

Conclusioni

Il regime iraniano, come si capisce, ha il pieno interesse a giocare la sua partita nelle numerose divisioni inter-curde, ma soprattutto ad impedire il progetto di Barzani di arrivare alla realizzazione di un Kurdistan iracheno indipendente.

Il progetto di Barzani, alleato dell’Occidente, rischia di far saltare i piani iraniani in Iraq. Piani che prevedono il mantenimento di un dominio sciita a Baghdad, capace anche di controllare direttamente e indirettamente il Kurdistan iracheno.

Quando succede nel Kurdistan iracheno, quindi, dimostra la debolezza delle posizioni di coloro che – in Occidente – pensano di avviare una grande strategia per la Siria e per l’Iraq in partnership con Teheran. Oltre alla guerra contro Isis – fenomeno che l’Iran e Assad hanno largamente favorito – esiste poco o nulla in comune tra la strategia di Teheran e quella del resto del mondo.

L’Iran, infatti, non gioca una partita per un Medioriente di pace, ma semplicemente la sua partita, fatta di divide et impera a qualsiasi costo e contro qualsiasi attore che, malauguratamente, decide di non accettare le ‘lusinghe’ dei Pasdaran. In pieno stile mafioso…

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Cinque anni aggiuntivi di carcere: questa la pena decisa dal Tribunale iraniano contro un detenuto di nome Yousef Kakehmami. Yousef, contadino di etnia curda,  era stato già condannato dal regime iraniano a nove anni di detenzione, dopo essere stato arrestato per ordine del Ministero dell’Intelligence nel 2006.

La colpa di Yousef e’ stata quella di aver deciso di denunciare gli abusi a cui e’ soggetto in carcere, scrivendo nel Marzo del 2015 una lettera ad Ahmed Shaheed, inviato speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran (Kurdistan24).

Nella sua lettera, il detenuto curdo attualmente detenuto nella prigione centrale di Oroumieh, denunciava di aver subito due processi – nel 2006 e nel 2008 – completamente illegali, praticamente senza neanche aver avuto accesso ad un legale.

Dopo aver scritto la lettera a Shaheed, Yousef e’ stato interrogato numerose volte – ovviamente senza alcun legale – e accusato di “propaganda contro lo stato” e “comunicazione con media e organizzazioni straniere”. I Pasdaran gli hanno contestato di aver descritto all’inviato ONU le sue condizioni di detenzione e gli abusi dei diritti umani all’interno delle carceri iraniani (comprese le torture subite).

Attualmente, secondo quanto denuncia Taimoor Aliassi, rappresentate presso l’ONU dell’Associazione Diritti Umani nel Kurdistan Iraniano, nella Repubblica Islamica sono detenuti 1152 prigionieri politici, 467 dei quali appartengono alla minoranza curda. Di questi prigionieri politici, 93 sono stati condannati per Moharebeh, ovvero essere dei “nemici di Dio” (63 dei 93 condannati per Moharebeh sono curdi). 

 

Non solo: il 95% delle esecuzioni capitali segrete che vengono fatte in Iran, avvengono nelle aree dove vivono le minoranze etniche (soprattutto le regioni dove vivono Curdi, Baluchi e Baha’i). Esecuzioni frutto, quasi sempre, di processi iniqui e illegali.

Amnesty International ha chiesto pubblicamente alle autorità iraniane di cancellare la condanna ai cinque anni aggiuntivi per il detenuto Yousef Kakehmami e di avviare immediatamente per lui un processo equo e legale.

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Gli Azeri iraniani hanno detto basta. La loro soglia di tolleranza verso il razzismo costantemente promosso dalla TV di stato del regime (Irib), si e’ esaurita. Dopo l’ennesimo programma trasmesso dai canali statali in cui l’etnia Azera veniva totalmente negata, gli Azeri iraniani sono scesi in strada il 9 Novembre scorso, per manifestare contro il regime. Le manifestazioni – a cui hanno partecipato migliaia di persone – sono avvenute presso Tabriz, Urmia e Zanjan (Radio Free Europe). Alla questione della negazione della identità etnica, si aggiunge anche quella dell’indifferenza del regime verso diverse aree dell’Azerbaijan iraniano. Esempio per eccellenza e’ il dramma del Lago di Urmia, ad occidente del Mar Caspio e maggiore dei laghi iraniani. Patrimonio Unesco e area di sopravvivenza per molti Azeri iraniani, il lago sta lentamente sparendo. Nonostante tutto, il regime non ha avviato alcuna politica tesa al recupero ecologico della zona e al salvataggio delle Comunità  autoctone (The Guardian).

La scintilla che ha fatto scattare le nuove proteste, e’ stata una scena di un popolare programma per bambini, dal titolo “Fitilehha”. Nella puntata, si vedeva un bimbo Azero lavarsi i denti con lo scopettone del WC. Durante le proteste, i manifestanti hanno gridato slogan contro le istituzioni, chiedendo la fine del “razzismo di Stato”. Costretto dalla situazione, il capo della TV pubblica iraniana IRIB, Mohammad Sarafraz, ha posto le scuse pubbliche dell’emittente, promettendo dure punizioni per i responsabili.

La protesta Azera fa paura al regime, per diversi motivi. In primis, la protesta dimostra il fallimento della politica dell'”iranizzazione in nome di Khomeini”, quel tentativo di superare le differenze etniche all’interno della Repubblica Islamica, in nome del glorioso passato dell’Iran (o meglio della Persia) e della Rivoluzione islamica del 1979. Nonostante lo stesso Khamenei sia Azero, a quanto sembra questo non basta ad unire una minoranza di 10 milioni di persone, sotto una sola bandiera. Peggio, come molti cartelli delle recenti proteste hanno dimostrato, una parte importante degli Azeri iraniani si definiscono direttamente “turchi” (meglio turcofoni), riconoscendosi potenzialmente in una patria esterna al confine della Repubblica Islamica, quale potrebbe essere oggi guidata da un Governo (quello di Erdogan), che aspira ad avere una influenza oltre i confini della Turchia (anche se gli Azeri iraniani sono in buona parte sciiti). Se si considera le non buone relazioni diplomatiche tra Iran e Turchia – nonostante gli interessi economici – il grado di tensione e’ alto. 

Peggio, la protesta Azera fa paura per ragioni geopolitiche: solamente il 55% degli iraniani può definirsi “puramente persiana”. Dopo gli Azeri, altre importanti minoranze vivono all’interno della Repubblica Islamica, tra loro Curdi, Arabi e Balochi. Tutte etniche che si sentono escluse dal potere e dalla gestione dei privilegi di un regime estremamente corrotto. Non a caso, solamente qualche mese fa, dopo la tragica morte di una ragazza a Mahabad, violenti scontro erano scoppiati nel Kurdistan Iraniano (No Pasdaran). La situazione degli arabi nell’Ahwaz, infine, e’ quindi davvero tragica: seduti sui pozzi di petrolio iraniani e considerati una quinta colonna al servizio di Riyadh, gli Arabi iraniani sono praticamente visti come cittadini di terzo grado (Ahwaz News Agency).

In un Medioriente ormai Terra di Hobbes – seguendo la definizione di Limes – l’Iran teme che la protesta identitaria si allarghi a tutte le etniche del Paese. In quel caso, anche la Repubblica Islamica rischierebbe seriamente di scoppiare dal suo interno, restando preda di una costante instabilità. Per queste ragioni, in occasione della visita di Rouhani a Roma, e’ bene che il Governo italiano ricordi al Presidente-clerico, la necessita’ di rispettare i diritti umani delle etniche che compongono l’Iran e l’importanza della fine del razzismo di Stato della Velayat-e Faqih.

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Condannato a 6 anni di carcere e 223 frustate!!! Questa la pena medievale inflitta al regista curdo-iraniano Keyvan Karimi. La sua colpa? Ufficialmente, “aver insultato il sacro”, aver “fatto propaganda contro il regime” e “relazione illecita” (per aver stretto la mano di una donna a cui non era sentimentalmente legato). Ovviamente, come sempre, dietro l’arresto di Karimi c’e’ una ragione politica: Keyvan Karimi e’, come suddetto, di etnia curda ed e’ anche un regista socialmente impegnato (Journalist is not a Crime). Il suo CV (link), mostra il lavoro di un cineasta – conosciuto anche a livello internazionale – da sempre in prima fila nel denunciare i problemi sociali all’interno del regime iraniano.

Nei suoi racconti Karimi descrive le problematiche reali all’interno dell’Iran. Nel film “Broken Borders“, Karimi racconta la pratica del contrabbando vista dalla parte di chi e’ costretto a farlo per poter sopravvivere; in “Children in Depth“, il regista iraniano racconta come funziona la giustizia minorile nella Repubblica Islamica; in “The Adventure of the Married Couple“, infine, Karimi riadatta una storia di Italo Calvino alla vita quotidiana di una giovane coppia iraniana. Come suddetto, grazie ai suoi lavori, Keyvan Karimi ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali: tra le altre cose, nel 2012 ha anche ottenuto una menzione speciale in Italia, da parte del Festival Internazionale del Cortometraggio di Tolfa!

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L’ultimo lavoro che Keyvan Karimi stava preparando, quello che ha concretamente causato il suo arresto, era un documentario intitolato “Writing over the City“, dedicato ai graffiti in Iran, al loro significato politico e sociale. Tra le altre cose, secondo quanto denuncia l’avvocato Amir Raeesian, il film aveva ottenuto tutti i permessi richiesti dalle autorità iraniane ed era stato prodotto addirittura dall’università di Teheran. Si pensi solamente che, per realizzare il documentario, Karimi si era addirittura recato nella biblioteca del Parlamento iraniano! Incredibilmente, tra le accuse mosse a Karimi, e’ uscita anche quella di aver “prodotto un video musicale per un cantante iraniano in esilio”…

Per la cronaca, l’avvocato Raeesian ha denunciato che il giudice competente del caso, Mohammad Moghiseh, aveva da mesi emesso la sentenza, anche senza il regolare completamento del processo. Per la cronaca, il giudice Mohammad Moghiseh e’ inserito dalla UE nella lista delle persone sanzionate per il suo ruolo nell’abuso dei diritti umani in Iran (Justice for Iran).

Ancora una volta il regime iraniano – sotto il ‘moderato Hassan Rouhani – abusa vergognosamente dei diritti umani colpendo la creatività e l’arte. Il chiaro scopo e’ quello di impedire ancora ogni forma di libera espressione e di critica politica e sociale. Il tutto, come sbagliarsi, con il pieno silenzio delle diplomazie Occidentali…

I documentari di Keyvan Karimi

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