Archivio per la categoria ‘Iran Occidente’

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Javad Zarif, Ministro degli Esteri iraniano, ha passato l’ultimo mese impegnato in un importante tour diplomatico. Un viaggio in primis in Medioriente e in Nord Africa e, in questi giorni, anche in Europa. Sino a ieri Zarif ha visitato Berlino, mentre oggi e’ a Roma, ove incontrerà Gentiloni e Alfano. Con il Ministro degli Esteri italiano, e’ previsto un punto stampa questa sera.

Perché Zarif ha intrapreso questo tour diplomatico? Perché il Ministro iraniano e’ arrivato anche in Europa? La risposta e’ principalmente una: paura. Gia’, perché dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, la festa per il regime iraniano e’ praticamente finita. 

Nonostante il durissimo dibattito interno negli Stati Uniti sulla Presidenza Trump e sul Russian Gate, la Casa Bianca e il Congresso concordano praticamente su una cosa sola: il regime iraniano e’ un pericolo che va fermato. Per questa ragione, in queste ore, e’ in discussione – già approvata dal Senato – alla Camera dei Rappresentanti la nuova proposta di legge per imporre nuove sanzioni economiche contro Teheran (link). Parallelamente, il Presidente Trump studia l’organizzazione di una “Camp David Araba”, per rilanciare le alleanze tradizionali di Washington in Medioriente (mei.edu).

In questo contesto, si inserisce ovviamente la crisi tra CCG e Qatar. Il regime iraniano sta tentato di approfittare della crisi per stringere una alleanza con Doha, ma sa che dalle parole ai fatti la distanza e’ lunga. Per questo, non casualmente, Zarif sta chiedendo una mediazione europea nella crisi del Golfo, allo scopo di dividere il Vecchio Continente dagli Stati Uniti e imporre la linea iraniana. 

Lo Zarif atterrato a Roma in queste ore, pero’, e’ un Ministro debole e poco rappresentativo: a differenza di quattro anni fa, infatti, la fazione di Rouhani – pur vincendo alle elezioni – e’ quasi totalmente bloccata dall’opposizione di Khamenei e dei Pasdaran, ovvero di coloro che, praticamente, hanno in mano buona parte dell’economia iraniana. Solo ieri, si badi bene, il Capo dei Pasdaran Jafari ribadiva che l’Iran non doveva “dipendere dagli stranieri” per il suo sviluppo economico. Khamenei, da parte sua, in questi giorni ha invocato la jihad contro il mondo intero, India compresa

Ecco perché, al di la’ delle parole poco credibili di personalità come la Mogherini, investire politicamente in questo periodo sull’Iran e sulla fazione di Rouhani e Zarif, e’ una strategia perdente. L’era Obama e’ finita e con essa anche le protezioni di cui la lobby filo regime iraniano – e filo fratellanza mussulmana – godeva a Washington. Con o senza Trump, la strategia americana in Medioriente sara’ di opposizione a Teheran e non di mano tesa.

Con quanto suddetto, non si vuole intendere che che presto assisteremo alla morte ufficiale dell’Iran Deal o una guerra tra Iran e Stati Uniti, ma sicuramente che la nuova strategia di sanzioni e contenimento degli Ayatollah della Casa Bianca, di fatto, renderà nullo quanto sottoscritto nel 2015 e pericoloso per le compagnie europee con interessi negli Usa, investire sia a Teheran che a Washington.

Tutto ciò, vale soprattutto per il Governo italiano che, purtroppo, recentemente ha permesso ad una banca iraniana – sotto sanzioni ancora negli Usa – di aprire un ufficio a Roma. L’Italia ha un ruolo di primo piano in Paesi come il Libano, attraverso la missione Unifil 2. La strategia americana anti-Iran, si concentrerà moltissimo su Hezbollah, considerato un pericolo non solo da Israele, ma dal mondo arabo e dagli stessi Stati Uniti per il ruolo del Partito di Dio nel narcotraffico in America Latina. Pretendere un cambiamento radicale delle politiche di sostegno iraniano al terrorismo internazionale, dovrebbe rappresentare quindi per Roma una priorità, per la tutela degli stessi interessi  nazionali italiani. 

 

 

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Dopo l’appello di ieri, firmato dai parlamentari italiani, oggi esce un nuovo appello contro il regime iraniano, questa volta sottoscritto da 265 membri del Parlamento europeo (link).

Si tratta di un appello durissimo, che condanna Teheran non solo per le esecuzioni capitali – il 55% delle esecuzioni mondiali avviene in Iran – ma anche per l’assenza dei diritti delle donne e per il massacro degli oppositori politici compiuto nel 1988. In tema di pena di morte, per la cronaca, l’appello ricorda che questa pratica e’ sostenuta dallo stesso Presidente Rouhani, che le ha definite parte della “legge Divina”.

La parte più forte dell’appello, e’ quella finale, ove si chiede esplicitamente di inserire le Guardie Rivoluzionarie iraniane – i famosi Pasdaran – nella blacklist dell’Unione Europea, non solo per il sostegno al terrorismo, ma anche per il capillare controllo dell’economia iraniana.

L’appello, fortunatamente, e’ stato firmato anche da numerosi deputati italiani tra i quali ricordiamo: Barbara Spinelli, Remo Sarnagiotto, David Sassoli, Salvatore Domenico Pogliese, Aldo Patriciello, Alessia Maria Mosca, Fulvio Martusciello, Elena Gentile, Elisabetta Gardini, Lorenzo Fontana, Raffaele Fitto, Paolo De Castro, Andrea Cozzolino, Silvia Costa, Mercedes Bresso, Nicola Caputo e Renata Briano (link).

Stasera, come riportato dalla stampa, arriverà in Italia il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif. A giudicare dai due appelli pubblicati in questi giorni, riteniamo sia un dovere da parte del Ministro Alfano e del Premier Gentiloni, riportare a Zarif le richieste dei legislatori italiani ed europei. 

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Oggi in Iran e’ il “Quds Day”, la Giornata di Gerusalemme, ufficialmente un giorno di protesta in solidarietà al popolo palestinese. L’Ayatollah Khomeini decise di stabilire questa ricorrenza annualmente, in occasione dell’ultimo venerdì del mese sacro del Ramadan.

Il Quds Day, pero’, non e’ solo una generica giornata di protesta per i diritti del popolo palestinese. Al contrario, il Quds Day e’ una giornata in cui il regime iraniano – e i suoi sostenitori – dimostrano tutto il suo odio non solo verso Israele e il mondo ebraico non anti-sionista, ma anche verso tutto l’Occidente. 

Come spesso accade nelle nuove forme di antisemitismo, Israele – o meglio il “Piccolo Satana”, come lo definiscono i clerici iraniani – e’ solo l’ultimo anello di qualcosa di più importante e più pericoloso: con il Quds Day, infatti, il regime iraniano afferma in primis il suo odio verso i valori del “Grande Satana”, ovvero gli Stati Uniti. Quei valori liberali e democratici condivisi anche da buona parte dell’Occidente e considerati dall’establishment iraniano un cancro da estirpare.

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Al-Quds”, ovvero Gerusalemme, e’ diviene perciò solo il simbolo della “lotta al sionismo”. A riprova di quanto affermato, si tenga in considerazione che l’unita’ speciale adibita da sempre all’esportazione della Rivoluzione Khomeinista nel mondo, si chiama proprio Brigata al-Quds. E’ questa Brigata speciale dei Pasdaran che, da anni, finanzia il peggior terrorismo internazionale. E’ questa Brigata che ha contributi alla nascita di Hezbollah, che ha tessuto relazioni con al-Qaeda, che ha elargito armi e soldi al peggior terrorismo di matrice sunnita, quale quello di Hamas o della Jihad Islamica. E’ questa Brigata che controlla parte del narcotraffico in America Latina e che ha fatto saltare in aria l’associazione ebraica AMIA di Buenos Aires nel 1984. E’ questa Brigata che, in nome di Khomeini, ha sparso il seme del conflitto settario in Medioriente negli ultimi 15 anni…

Ecco che, coloro che nel mondo elogiano la Giornata di al-Quds, sono gli stessi che quotidianamente portano avanti le peggiori teorie complottiste. Quelli che contestano la partecipazione della Brigata Ebraica al 25 aprile, quelli che sostengono la Siria di Assad e il Libano controllato da Hezbollah o quelli che, proprio come fa il regime iraniano, danno la colpa agli Stati Uniti per qualsiasi cosa succede nel mondo. Non e’ nemmeno un caso che, tra gli amanti del Quds Day iraniano, ci sono gli esponenti della Fratellanza Islamica: gli eredi di Sayyd Qutb, colui che con Khomeini ha posto le basi del peggior terrorismo islamista, condividono con il regime iraniano gli stessi valori, pur non essendo sciiti. Per questo, anche qui non e’ un caso, proprio l’Ayatollah Khamenei e’ il traduttore dall’arabo al farsi, dei testi di Qutb…

Non condannare il Quds Day iraniano, quindi, significa condannare i valori democratici e antifascisti su cui la storia delle democrazie contemporanee e’ fondata. Significa permettere che le basi ideologiche del complottismo infettino l’Occidente stesso, erodendone lentamente le fondamenta e la memoria.

Il Quds Day iraniano non e’ un giorno per i diritti dei popoli: e’ un momento di odio puro, soprattutto verso l’Occidente. Condannarlo duramente e’ un dovere, perché significa proteggere i valori del pluralismo, il rifiuto dell’antisemitismo e l’affermazione dei diritti civili, di genere e umani. 

Quds Day 2017 a Teheran

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Ieri l’Ayatollah Khamenei – parlando davanti ad una rappresentanza di professori – ha trovato il tempo di riparlare della cosiddetta Agenda Unesco 2030: si tratta di un documento dell’Unesco, purtroppo non obbligatorio, che intende promuovere l’educazione nei vari Paesi del mondo.

Il documento e’ stato firmato dallo stesso Iran nel 2016, ma con l’approssimarsi della campagna presidenziale – che poi ha visto la nuova vittoria di Rouhani – e’ diventato oggetto di scontro interno. Khamenei ha rimesso al suo posto il Presidente, affermano che la Repubblica Islamica non implementerà tale documento, perché contrario all’Islam.

In realtà, come abbiamo già scritto, l’Agenda Unesco 2030, se applicata in Iran, metterebbe a rischio il regime razzista e misogino in vigore nella Repubblica Islamica. L’agenda, infatti, richiede una eguaglianza tra i generi e la fine delle discriminazioni contro alcune categorie. Come noto, in Iran le donne valgono legalmente meta’ degli uomini e diverse minoranze, in primis i Baha’i, non hanno diritto all’accesso all’istruzione pubblica.

Parlando ieri, Khamenei ha addirittura affermato che l’Agenda Unesco 2030 e’ un complotto “delle potenze arroganti”, per controllare “le nazioni”. Non casualmente, la Guida Suprema iraniana ha voluto riprendere il discorso Unesco, alla vigilia della “Giornata di Gerusalemme”, prevista domani in Iran. La “Qods Day”. come noto, e’ una manifestazione in cui il regime iraniano esprime il suo odio verso Israele, gli Stati Uniti e buona parte dell’Occidente.

Collegando il documento Unesco con la questione di Gerusalemme, Khamenei ha voluto rimarcare come l’opposizione all’Agenda2030, sia una vera e propria jihad, non inferiore a quella contro gli odiati nemici israeliani e americani. Una riprova della follia fondamentalista dei leader della Repubblica Islamica. 

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Lo scorso mese di maggio, poco dopo essere stato rieletto, il Presidente iraniano Hassan Rouhani aveva dato mandato al Ministero dell’Educazione e della Guida Islamica, di lavorare per integrare l’Agenda 2030 sull’Educazione approvata dall’Unesco, con il sistema in vigore nella Repubblica Islamica.

Considerando le polemiche da tempo in corso in Iran sul tema, Rouhani aveva sostenuto che Ali Khamenei, la Guida Suprema, fosse stata male informata in merito al contenuto dell’Agenda 2030 Unesco, da alcuni membri della fazione conservatrice, contrari al testo stesso (Payvand).

Il tema dell’Agenda Unesco 2030 – firmata dal regime iraniano nel 2016 – era diventato anche un tema di scontro durante la campagna elettorale e, già nel maggio 2017, Khamenei ne aveva vietato l’implementazione (Fars News).

Purtroppo per Rouhani, a smentirlo ci ha pensato direttamente Khamenei che, ancora una volta, ha dimostrato come in Iran il vero potere non sia nelle mani del Presidente. Parlando davanti all’Unione degli Studenti islamici lo scorso 8 giugno, Khamenei ha negato che qualcuno avesse mal riportato il contenuto del documento Unesco e ha ribadito che, “la grande Repubblica Islamica”, non si farà dettare la politica nazionale sull’educazione dall’estero. Infine, chiudendo la questione, Khamenei ha aggiunto: “Perché poche persone all’Unesco o alle Nazioni Unite devono scrivere la nostra politica sull’educazione? Questo colpisce la nostra indipendenza” (Tasnim News).

La domanda e’ ora una sola: perché Khamenei & Co., si oppongono con estrema tenacia all’Agenda Unesco 2030 sull’Educazione? Perché tanto clamore in Iran, anche se questa agenda Unesco che, tra le altre cose, non e’ considerata vincolante? Le ragioni sono almeno due.

La prima riguarda la lotta interna fra fazioni in Iran: Rouhani punta a sfruttare l’Agenda Unesco, come tema per colpire la fazione conservatrice. Lo stesso identico ragionamento, quindi, va fatto per la fazione contraria al Presidente, che preme sulla questione dell’educazione, al fine di bloccare ogni tentativo di cambiare le regole del gioco in Iran.

Purtroppo, pero’, c’e’ qualcosa di peggio: l’Agenda Unesco 2030 sull’Educazione, infatti, ha tra i suoi obiettivi il diritto all’accesso all’educazione senza discriminazioni e la parità di genere. Due temi che, nella Repubblica Islamica, sono praticamente un tabù. Il sistema iraniano, ad esempio, discrimina l’accesso all’istruzione ad alcune minoranze, primi fra tutti i Baha’i, considerati dal regime una setta peccaminosa. Praticamente su base settimanale, dei Baha’i vengono esclusi dal sistema educativo nazionale. Secondariamente, come noto, nel sistema iraniano le donne valgono legalmente la meta’ dell’uomo e a loro e’ negato l’accesso agli stadi pubblici e persino il diritto di pedalare in pubblico. Divieti a cui le donne iraniane si ribellano costantemente, ma che formalmente restano costantemente in vigore.

L’Agenda Unesco 2030 sull’Educazione, in poche parole, tocca le basi discriminatorie su cui il sistema della Repubblica Islamica e’ fondato. Non a caso, il sociologo dell’Unesco Said Peyvandi, ha espressamente sottolineato che “il documento Unesco e’ diametralmente opposto al pensiero dell’Ayatollah Khamenei” (CHRI).

Ecco perché, se davvero si vuole parlare di “nuovo Iran” e avere con questo Paese delle relazioni fondate sullo Stato di Diritto, e’ assolutamente centrale che documenti Unesco come l’Agenda 2030 sull’Educazione, siano considerati una condizione fondamentale dei rapporti tra Occidente e Iran. Di converso, prendere una posizione diversa, significherà permettere a Teheran di perpetuare il suo sistema fondamentalista e razzista.

Servizio del canale del regime iraniano in inglese, Press TV

 

 

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Da domani le donne iraniane inizieranno una nuova forma di protesta contro il velo obbligatorio, i cosiddetti #WhiteWednesdays, i Mercoledì Bianchi. Donne contrarie al velo obbligatorio, ma anche uomini contrario alla costrizione del velo contro le donne, indosseranno ogni mercoledì un velo bianco – o un accessorio bianco – come simbolo della loro protesta pacifica. 

In questi anni, anche grazie al sostegno dei social – in particolare della pagina Facebook “My Stealthy Freedom” (La mia libertà rubata) – le donne iraniane hanno fatto conoscere al mondo la loro resistenza contro le leggi islamiste imposte dal regime khomeinista. Su tutte, ovviamente, l’imposizione dell’hijab, ovvero il velo obbligatorio e gli abusi della Gasht-e-Ershad, la polizia morale.

Contro queste imposizioni, le donne iraniane hanno sviluppato diversi metodi di protesta pacifica. Dalla scelta di indossare veli colorati a quella di lasciare una ciocca di capelli scendere davanti alla loro fronte. Non solo: in diversi casi le donne iraniane si sono rasate a zero, riuscendo cosi ad evitare l’obbligo di indossare il velo.

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Fortunatamente, le donne iraniane hanno trovato una forte solidarietà anche da parte degli uomini. Un fatto non scontato, considerando il fatto che si tratta – in ogni caso – di società profondamente incentrate sulla figura maschile. I ragazzi iraniani sono scesi in piazza accanto alle ragazze non solo per protestare contro gli attacchi con l’acido – compiuti da uomini di Hezbollah contro le donne malvelate – ma si sono anche fatti fotografare con il velo e hanno postato le loro foto sui social (come mostra la foto in alto). 

Domani, quindi, le donne iraniane lanceranno il primo Mercoledì Bianco. L’ennesima protesta non violenta che, ci auguriamo, venga sostenuta e abbracciata anche da donne come la Mogherini, la Boldrini, la Serracchiani e la Bonino. Donne che si sono sempre riempite la bocca sulla parità di genere, ma non si sono mai fatte problemi a recarsi a Teheran velatissime e mostrare la loro reverenza agli Ayatollah.

Writer iraniana protesta contro il velo obbligatorio

اين فيلم را به #چهارشنبه_های_بدون_اجبار فرستاده؛ اينجا ديوار كسي است كه صاحب باغ اجازه داد روي آن به مدت كوتاهي شعار بنويسيم و بعد خودمان هم پاك كرديم. موقع شعار نوشتن مي خنديم ولي خب ترس هم هست. ولي چرا شعار نوشتيم و چرا پاك كرديم، ماجرا اينه. ما اهل شعار نيستيم ولي يك عمر روي ديوارهاي مدرسه و شهر نوشتند مرگ بر بي حجاب حالا ما فقط مي نويسم نه به اجبار، توي #چهارشنبه_های_سفید هم شعار مرگ بر سر نمي دم مي رم به خانم هاي چادري گل سفيد مي دم كه به ما بپيوندند.

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E’ stato pubblicato ieri dal Dipartimento di Stato americano, il report di meta’ anno relativo allo stato dei diritti umani nella Repubblica Islamica dell’Iran (state.gov).

Secondo quanto riportato nel testo, durissimo, in Iran ci sono più di 800 prigionieri politici, tra loro attivisti non violenti, giornalisti, donne impegnate nella difesa dei diritti umani, persone appartenenti a minoranze etniche e religiose e oppositori politici.

Peggio: il report denuncia il costante uso della tortura e dell’abuso psicologico da parte delle forze di sicurezza iraniane che, perennemente, minacciano i prigionieri, negando loro molto spesso le visite dei famigliari – o minacciano direttamente i famigliari – per fiaccare il morale e costringerli a firmare false confessioni.

Per quanto concerne la pena di morte, almeno 469 detenuti sono stati impiccati lo scorso anno, tra loro diversi prigionieri arrestati quando ancora erano minorenni. Il report ricorda anche che, nell’agosto del 2016, ben 20 prigionieri vennero impiccati in un solo giorno con l’accusa di “Moharebeh”, ovvero “Guerra contro Dio”, tra loro anche diversi curdi sunniti.

Infine, il regime iraniano perpetua la persecuzione delle minoranze religiose e per questo e’ inserito dagli USA nella lista dei “Country of Particular Concern” (Paesi che preoccupano gravemente). In tal senso, il Dipartimento di Stato americano ricorda le persecuzioni contro i mussulmani che si convertono al cristianesimo – esemplare il caso di Ebrahim Firuzi, in carcere dal Marzo 2013 – e dei Baha’i, considerati dal regime una setta peccaminosa e soggetti a leggi da apartheid.

Ricordiamo che, per l’abuso dei diritti umani in Iran, gli Stati Uniti hanno approvato uno specifico ordine esecutivo – il numero 13553 – che include una lista di persone e realtà iraniane sottoposte a sanzioni. Tra coloro che sono colpiti da questo ordine ci sono anche i Pasdaran. 

Ieri il Presidente Trump ha deciso di non revocare la sospensione delle sanzioni decisa da Obama dopo la firma dell’accordo nucleare, ma ha approvato nuove sanzioni contro personalità e compagnie, accusate di contribuire allo sviluppo del programma missilistico iraniano (Treasury.gov). Come reazione, il regime iraniano ha annunciato l’approvazione di sanzioni contro 9 compagnie e personalità americane (Mehr News).