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Aprile 2014, Turchia: in una località non nota della Turchia, si incontrano una delegazione della Forza Quds iraniana – unità speciale dei Pasdaran, responsabile di esportare la rivoluzione khomeinista nel mondo – e una delegazione della Fratellanza Mussulmana.

Secondo un cable del Ministero dell’Intelligence iraniana (MOIS), infatti, è in Turchia che i due rami dell’islamismo politico, ancora una volta, trovano un punto di incontro per combattere la loro jihad insieme, a dispetto delle differenze tra sciiti e sunniti.  Sia chiaro: l’alleanza tra islamismo khomeinista e islamismo della fratellanza mussulmana è cosa antica, tanto è vero che il primo traduttore in farsi il principale ideologo della Fratellanza Mussulmana Sayyid Qutb, è proprio Ali Khamenei, Guida Suprema iraniana. Una alleanza che, da decenni, ha portato non solo Teheran a finanziare i peggiori gruppi terroristici sunniti, ma anche a stabilire un legame profondo con al-Qaeda, garantendo ancora oggi ai terroristi de La Base, protezione e libero passaggio sul territorio iraniano.

Ritornando all’incontro del 2014 in Turchia, si è chiaramente trattato di un momento fondamentale delle relazioni tra Pasdaran e Fratellanza Mussulmana. A conferma di quanto affermiamo, c’è il fatto che lo stesso Generale Qassem Soleimani avrebbe voluto partecipare all’incontro, ma per ragioni di opportunità, Ankara non concesse il visto. Per la Forza Quds, non potendo arrivare Soleimani, la delegazione era guidata da un uomo identificato come Abu Hussain. Di contro, la delegazione dei Fratelli Mussulmani era rapprestata da Ibrahim Munir Mustafa, Mahmoud El-Abiary e Youssef Moustafa Nada. Per la cronaca, Nada è direttamente sospettato dall’Amministrazione americana di aver direttamente finanziato al-Qaeda…

Di cosa si è parlato durante l’incontro? Lo rivela lo stesso cable del MOIS: le due parti hanno convenuto di collaborare sullo Yemen, sull’Iraq e sulla necessità di lanciare una coalizione congiunta contro l’Arabia Saudita. Di contro, le due parti hanno convenuto di non collaborare eccessivamente in Siria e in Egitto, per evitare di essere reciprocamente screditati politicamente.

Concludendo, possiamo unicamente registrare che a questo punto, dopo la caduta di Morsi in Egitto, non è un caso che gruppi terroristici come Hamas, parte della Fratellanza Mussulmana e finanziati direttamente dall’Iran, hanno trovato proprio nella Turchia di Erdogan un luogo sicuro, per compiere liberamente i loro loschi traffici…

Maryam Mombeini – vedova di Kavous Seyed-Emami, sociologo irano-canadese, morto nelle carceri iraniane nel febbraio del 2018 – ha denunciato di aver riconosciuto il suo aguzzino durante la visione di un documentario alla TV di stato iraniana.

Maryam, infatti, venne arrestata con il marito e guardando il documentare alla TV, ha immediatamente detto al figlio Ramin, di aver riconosciuto colui che l’ha interrogata dopo l’arresto. Secondo quanto denunciato dalla donna, l’uomo interrogandola pretendeva di farle confessare che il marito era una spia.

L’uomo mostrato nel video alla TV iraniana veniva fatto passare per un giornalista, in un documentario che appunto riguardava proprio l’arresto del gruppo di ambientalisti iraniani, dal titolo “I soliti sospetti”. Il documentario e’ stato per pochissimo trasmesso dalla TV il 10 novembre scorso, ma fermato dopo appena due minuti di trasmissione, ufficialmente per “motivi tecnici” (e mai ritrasmesso).

Purtroppo, la IRIB ha una nota storia di collaborazione con i Pasdaran e l’intelligence iraniana. Una collaborazione che ha portato spesso l’IRIB a trasmettere i video degli interrogatori dei prigionieri politici e delle loro confessioni forzate, violando ogni convenzione internazionale relativa al rispetto dei diritti umani. Nello stesso parlamento iraniano, oggi, c’e’ una proposta di legge per impedire che la TV pubblica mostri questo genere di video. Proposta di legge ovviamente bloccata (proposta presentata dal parlamentare riformista Mahmoud Sadeghi).

Qui sotto vi riproponiamo i pochi minuti del documentario trasmesso dalla IRIB, dove si vede l’aguzzino dell’intelligence dei Pasdaran, che il regime pretende ora di far passare come giornalista.

 

UN R Iran

Il 22 ottobre scorso, lo Special Rapporteur ONU per i diritti umani in Iran, Javaid Rehman, ha presentato la nuova relazione davanti alla stampa. La sua relazione è praticamente impietosa.

Dopo aver ricordato che, ad oggi, non ha avuto alcun permesso di accedere in Iran, Rehman ha denunciato:

  • le intimidazioni e gli arresti contro tutti coloro che esprimono idee diverse da quelle del regime, compresi attivisti, membri delle minoranze e avvocati;
  • il numero record di pene capitali, comparate al numero di abitanti nel Paese (nonostante sia stato rilevato un calo rispetto al 2017. Nel 2018, le esecuzioni sono state almeno 253. Ad oggi, nel 2019, le esecuzioni note sono state 173);
  • continua l’esecuzione capitale contro minorenni. Nel 2019 i condannati sono stati due (di 17 anni), mentre nel 2018 sono stati 7. Restano ben 90 detenuti condannati alla pena capitale in età minorile, restano oggi nel braccio della morte nelle carceri del regime;
  • continua la drammatica persecuzione contro tutti coloro che protestano contro il velo obbligatorio (almeno 32 arresti da gennaio 2018, con pesanti condanne non solo al carcere, ma anche a pene medievali quali le frustate). Qui è stato ricordato anche l’arresto del fratello della giornalista Masih Alinejad, ovvero colei che ha lanciato la campagna anti-hijab “My Stealthy Freedom“;
  • assenza per i detenuti ad un processo equo, con condanne emesse per mezzo di prove fabbricate ad hoc e senza un accesso reale ad una difesa legale opportuna (peggio, molto spesso gli avvocati dei prigionieri politici vengono a loro volta perseguitati e arrestati (almeno 8 avvocati arrestati tra settembre 2018 e luglio 2019). Qui è stato ricordato l’arresto della pluripremiata avvocatessa Nasrin Sotoudeh;
  • l’aumento delle persecuzioni contro artisti e intellettuali nel Paese e l’aumento delle persecuzioni contro gli esponenti delle minoranze etniche e religiose (in particolare i Baha’i e i convertiti dall’Islam al Cristianesimo. Per quanto riguarda i cristiani convertiti dall’Islam, considerati criminali in Iran, si parla di una comunità composta da 350.000 – 500,000 persone, costantemente perseguitate dal regime);
  • l’aumento della persecuzione contro la Comunità ebraica in Iran, direttamente correlata con la politica antisionista e negazionista del regime khomeinista. Rehman ha denunciato l’aumento dell'”hate speech” da parte dei media, con effetti diretti sulla Comunità ebraica nel Paese;
  • l’aumento delle persecuzioni contro coloro che manifestano per motivi sindacali, come accaduto durante le proteste al zuccherificio Haft Tappeh, in cui decine di manifestati sono stati arrestati con l’accusa di minaccia alla sicurezza nazionale, e sette di loro sono stati condannati a pene dai 6 ai 19 anni di carcere (fortunatamente ci sono possibilità che le pene vengano riviste);

Come denuncia Rehman, nonostante piccoli cambiamenti positivi, il disegno generale purtroppo resta lo stesso e non è affatto incoraggiante: un disegno di persecuzione e abuso dei diritti umani drammaticamente diffuso nel Paese. Rehman ha concluso la sua conferenza stampa rimarcando che, indubbiamente le sanzioni americane hanno un effetto anche sulla popolazione civile, ma la maggior parte degli abusi dei diritti umani nel Paese precedono le sanzioni americane e non possono essere giustificate con la scusa delle sanzioni stesse.

 

US Now Cribbing Iran Policy From Nigerian Email Scammers ...

Mentre il mondo discute, giustamente, della sospensione della vendita delle armi alla Turchia, sta passando quasi inosservato il fatto che, esattamente tra un anno – il prossimo 18 ottobre – scadrà l’embargo previsto dalle Nazioni Unite alla vendita di armamenti all’Iran.

Non solo: per chi ancora ufficialmente si sente legato all’accordo nucleare di Vienna del 2015 – il famoso JCPOA – entro 4 anni scadrà il bando posto all’Iran sui test di missili balistici capaci di trasportare una ogiva nucleare (bando mai rispettato da Teheran) e, in 6 anni, tutte le clausole previste dalla Risoluzione ONU 2231 – che ha recepito il JCPOA – saranno mera carta straccia.

Come ha sottolineato l’inviato speciale americano per l’Iran Brian H. Hook davanti alla Commissione Esteri del Senato, la fine dell’embargo militare ONU verso Teheran, potrebbe causare una vera e propria guerra. Senza quell’embargo, infatti, non solo l’Iran sarebbe libero di comprare missili e droni, ma anche di smerciarli nella regione e di far girare liberamente terroristi oggi sotto sanzioni, come il Generale Qassem Soleimani. Non che oggi Teheran non aggiri tutte queste sanzioni ONU, ma la loro esistenza rende comunque la vita difficile alla Repubblica Islamica.

Nella sua testimonianza al Senato, Hook ha rimarcato come la strategia di massima pressione del Presidente Trump, sta portando i suoi frutti. Al di là della propaganda iraniana, infatti, la Repubblica Islamica vive un momento economico drammatico, che l’ha costretta a tagliare parte del sostegno economico ai suoi proxy regionali. Non a caso, sia Hamas che Hezbollah sembrano aver varato piani di austerity economica, per riuscire a gestire la situazione. In Libano, Nasrallah è dovuto andare direttamente in TV, per chiedere la continuazione del sostegno popolare.

Non solo: per l’Iran è oggi difficile anche sostenere le sue stesse spese militari. Dal 2014, infatti, le spese annuali di Teheran nel settore della difesa erano costantemente cresciute, raggiungendo quasi 14 miliardi di dollari. Dal 2017 però, le spese per la difesa hanno iniziato a calare e nel budget approvato dal Governo nel marzo del 2019, le spese per la difesa sono state tagliate del 28%, con un taglio di finanziamenti ai Pasdaran del 17%.

La crisi, ovviamente, coinvolge tutta l’economia iraniana, anche per drammatici problemi interni, oltre che per le sanzioni americane. L’economia nazionale ha avuto una contrazione del 5% l’anno scorso, e del 10% quest’anno. Se nulla cambierà, il prossimo anno l’economia iraniana si contrarrà del 14%, con effetti diretti sulla stabilità politica e sociale del regime.

Quanto suddetto dimostra che, se veramente c’è la seria intenzione, la continuazione della massima pressione verso Teheran, può davvero sortire frutti positivi, per un nuovo accordo che risponda ai 12 punti richiesti dal Segretario americano Mike Pompeo. Chiaramente l’Iran sta reagendo, sia con minacce che con attacchi violenti, come quello contro le due petroliere nel Porto di Fujairah o quello contro la raffineria saudita di Abqaiq. La strada intrapresa dall’amministrazione americana è però, guardando ai numeri, quella giusta. La sola condizione necessaria è quella di non farsi spaventare dal regime iraniano, capace di comportamenti terroristici e mafiosi, ma in realtà estremamente fragile.

Ci riuscirà la Comunità Internazionale? Vogliamo sperarlo!

 

 

Kurdish Labour Activists Summoned for Protest Against Turkish Army Incursion Into North, East Syria

Ufficialmente il regime iraniano ha condannato l’azione turca in Siria. Ufficialmente, perché nei fatti, all’interno della Repubblica Islamica, è assolutamente vietato esprimere ogni forma di solidarietà verso i curdi.

A dimostrazione di quanto affermato, arriva la notizia della convocazione di tre sindacalisti curdi iraniani, per aver pubblicamente attaccato l’intervento di Ankara nel nord-est della Siria, anche noto come Rojava.

I tre – Seyed Ali Hosseini, Mahmoud Salehi e Osman Ismaili – sono stati trasportati il 13 ottobre scorso nell’ufficio dell’unità d’intelligence dei Pasdaran, presso la città di Saqqez. Come suddetto, il fermo dei tre sindacalisti curdi è direttamente legato alle proteste organizzate dai curdi iraniani, nelle città di Khoy, Orumiyeh, Mahabad, Piranshahr, Sardasht, Bukan, Saqqez, Baneh, Marivan, Sanandaj, Dehgolan, Divandareh, Kermanshah, Javanrood, Paveh, Ravansar, Ilam e Ivan.

Quanto accaduto contro i tre attivisti curdi dimostra che, dietro l’apparenza, Turchia e Iran condividono l’obiettivo di schiacciare la questione curda e di spartirsi il controllo della Siria, per realizzare i loro obiettivi imperialisti e islamisti.

NATO’s Trojan Horse Rolls Toward Washington | HuffPost

 

soleimani

Parlando il 7 ottobre ad una conferenza con comandanti Pasdaran – trasmessa dalla TV iraniana – il Generale Qassem Soleimani ha spavaldamente affermato che le Guardie Rivoluzionarie hanno esteso la resistenza islamica dai 2000 km del Libano, a mezzo milione di chilometri quadrati in tutto il Medioriente.

Ovviamente, con queste parole, il capo della Forza Qods intedeva riferirsi alla diffusione ormai ovunque di milizie sciite paramilitari al servizio di Teheran. Dalla sola Hezbollah in Libano, infatti, ora siamo passati a decide e decine di gruppi armati jihadisti sciiti, sparsi tra Siria, Iraq e lo stesso Yemen.

Non a caso, in un secondo passaggio del suo discorso, Soleimani parla direttamente del fatto che la Repubblica Islamica ha creato una “continuità territoriale della resistenza” – tradotto, dei gruppi armati terroristici filo-iraniani – che connette Iran, Iraq, Siria e Libano.

E’ davvero un discorso che deve preoccupare la Comunità Internazionale, anche perché rientra in un periodo di forte protagonismo mediatico dello stesso Soleimani, che non può passare inosservato. Prima con una intervista speciale sulla guerra del Libano del 2006 pubblicata sul sito della Guida Suprema Khamenei, poi con la notizia del supposto tentativo di attentato allo stesso Soleimani svelata dalla TV iraniana qualche giorni addietro, il comandante della Forza Qods si sta imponendo sempre di più come una figura pubblica centrale nella vita politica della Repubblica Islamica. Un protagonismo che non può che far riflettere e che rischia di portare l’Iran definitivamente nelle mani dei Pasdaran, con conseguenze nefaste per l’intera regione Mediorientale.

L’imperialismo iraniano, infatti, non potrà che esacerbare gli scontri regionali, con effetti diretti (contro Israele e arabi sunniti) e indiretti (con la Turchia e la Russia), davvero imprevedibili. Nessuno infatti, ufficialmente o non ufficialmente, permetterà che sia Teheran il solo master della regione e, in questo contesto, l’instabile Iraq rischia davvero di diventare il centro definitivo dello scontro per fermare l’avanzata iraniana…

 

 

Cartoon Movement - Erdogan in Syria

Indipendentemente da dove lo si guardi, quello di Trump in Siria rischia di essere un errore clamoroso. Lo è, in primis, ovviamente da un punto di vista morale: i curdi siriani hanno combattuto l’Isis in prima fila e lo hanno fatto sia per difendere loro stessi, ovviamente, ma anche come avamposto occidentale contro la barbarie. Sia chiaro, non sono stati esenti da loro responsabilità (come il discutibile rapporto con Assad) e divisioni (di cui i curdi sono campioni), ma in quella zona del mondo è chiaramente inevitabile. Al di là di tutte le critiche, quindi, i curdi restano gli unici veri alleati che l’Occidente ha in quella zona del mondo, tralasciando chiaramente Israele.

Quello di Trump, però, è un errore soprattutto geopolitico. La guerra in Siria, infatti, non è una “guerra tra tribù”, come l’ha definita il Presidente americano per giustificare il rituro dalla Siria e la luce verde ad Erdogan per l’attacco. Quella in Siria, iniziata come guerra di liberazione da un regime totalitarista come quello di Assad, è oggi una guerra di imperialismi, che ha tre grandi protagonisti: Russia, Turchia e Iran.

Di questi tre, su questo Trump può avere ragione, siamo certi che i soli non veramente contenti del ritiro USA sono proprio i russi. Putin sa bene l’alzata di mano statunitense, non potrà che favorire l’asse islamista tra Turchia e Iran. Sebbene seguaci di due modelli di Islam diversi – sunnita la Turchia e sciita (khomeinista) l’Iran – Ankara e Teheran sono unite da una visione islamista, ovvero da una visione totalmente politica della religione. Non è un caso che, in Iran, proprio la Guida Suprema Ali Khamenei è il primo traduttore in farsi dei testi di Sayyd Qutb, ideologo della Fratellanza Mussulmana, a cui il Presidente turco Erdogan si ispira.

Turchia e Iran, però, non sono solo unite dall’islamismo, ma anche dall’odio verso i curdi. I curdi, infatti, sono considerati non solo nemici da Erdogan, ma anche dal Governo centrale iraniano, che li combatte sin da prima della nascita della Repubblica Islamica. Schiacciarli in Siria, quindi, non potrà che essere un vantaggio per Ankara e Teheran, anche in questo caso a discapito di Mosca, che nei curdi vedeva una via per contenere lo strapotere dei due “alleati” in Siria.

L’ultimo punto negativo inerente alla decisione di Trump, è forse quello che dovrebbe essere considerato il più importante dal punto di vista americano. Delle grandi potenze presenti oggi nel mondo, chi veramente si sta sfregando le mani per il ritiro dei soldati USA, è la Cina. L’Iran e la Turchia, infatti, sono pienamente inseriti nel progetto cinese “One Belt, One Road”, come la mappa sotto dimostra. Cosi facendo, piuttosto che dividere le potenze in gioco e contrastare l’imperialismo cinese, gli americani stanno indirettamente unendo tutti – per interesse o per necessità – a Pechino. Diciamo volontariamente per necessità perché, di questo passo, anche la Russia sarà costretta a diventare una pedina nelle mani cinesi, essendo la sua economia e la sua demografia troppo debole per poter veramente sfidare la Cina in solitaria.

Ovviamente, gli effetti negativi saranno a cascata, anche sul mondo arabo sunnita del Golfo – tradizionalmente alleato degli Stati Uniti – e sulla stessa Europa. Su entrambi, il potere attrattivo statunitense diminuirà, anche in questo caso a totale vantaggio di Pechino…

Seafarer Funds