Archivio per la categoria ‘Iran negoziato sul nucleare’

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Mentito su tutta la linea. Questa e’ la sola conclusione che si puo’ trarre dopo le rivelazioni dell’Associated Press. L’AP, infatti, ha reso noto che esistono una serie di documenti segreti nell’accordo nucleare tra il P5+1 e l’Iran. Questi documenti, classificati come acccordi tra l’AIEA e Teheran, garantiscono alla Repubblica Islamica la fine di ulteriori sanzioni e restrizioni relative al programma nucleare iraniano, ben prima dei 15 anni previsti dall’accordo firmato a Vienna il 14 luglio del 2015. Accordo confermato dalla Risoluzione ONU 2231 (ABC News).

In particolare, i documenti di cui e’ venuta in possesso l’AP attraverso fonti diplomatiche, rivelano che l’Iran installera’ modelli di centrifughe avanzate entro il gennaio 2027, ovvero solamente undici anni dopo la firma dell’accordo nucleare (e non quindici come previsto). Centrifughe che saranno cinque volte piu’ veloci di quelle attuali in possesso del regime dei Mullah, permettendo a Teheran di ottenere potenzialmente il quantitativo di uranio richiesto per la produzione di un ordigno nucleare entro breve termine (magari proprio entro la fine dei termini dell’accordo del 2015).

 Dopo le rivelazioni dell’AP, il Portavoce del Dipartimento di Stato americano Mark Toner e’ stato costretto ad ammettere l’esistenza di questi documenti segreti, pur provando a mascherare la verita’ affermando che si tratta di una informazione di cui il Presidente Obama – e tutto il gruppo del P5+1 – e’ gia’ al corrente.

Dobbiamo ricordare che il tema degli accordi segreti contenuti all’interno dell’accordo nucleare iraniano era gia’ stato denunciato dalla Commissione Armamenti del Senato americano. Come il video sottostante dimostra, il Senatore Tom Cotton aveva interrogato il Segretario di Stato John Kerry in merito all’esistenza di ben due accordi segreti tra l’AIEA e l’Iran. Accordi che, per stessa ammissione di Kerry (e il Segretario all’Energia Moniz), egli non aveva letto direttamente.

Purtroppo l’Iran Deal e’ pieno zeppo di bugie. Basti solamente ricordare che, anche in merito ai personaggi che godono della sospensione delle sanzioni internazionali proprio grazie alla Risoluzione ONU, l’Amministrazione USA ha provato a mascherare – comicamente – la verita’. Nel video sottostante, ad esempio, proprio Kerry sostiene che il Qassem Soleimani menzionato nella Risoluzione ONU 2231, non era il Capo della Forza Qods iraniana. Oggi sappiamo bene che si tratta proprio del Generale Soleimani, un uomo che gira liberamente tra Mosca, Damasco e Baghdad, pur teoriacamente necessitando dell’autorizzazione degli Stati contranti la Risoluzione ONU 2231, per poter lasciare l’Iran. Ricordiamo anche che, pochi mesi fa, il Dipartimento di Stato americano ha ribadito che l’Iran resta il primo Stato “sponsor del terrorismo internazionale”.

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Le bugie in merito al rapporto tra USA e Iran, stanno venendo a galla drammaticamente.L’ultima assurda menzogna, e’ stata ammessa direttamente dal Portavoce del Dipartimento di Stato John Kirby.

Incalzato in merito ad un video relativo alle relazioni USA – Iran sparito dagli account ufficiali del Dipartimento di Stato, Kirby e’ stato costretto a rivelare che non si e’ trattato di un errore tecnico, ma di una vera e propria censura.

Il video mostrava un briefing del dicembre 2013, tra diversi giornalisti americani e l’allora Portavoce del Dipartimento di Stato Jen Psaki. In quella occasione, il giornalista di Fox News James Rosen, chiede alla Psaki se ci fossero stati negoziati diretti tra Washington e Teheran prima del 2013. La risposta della Psaki fu:

Ci sono occasioni in cui la diplomazia ha bisogno di riservatezza per progredire. Questo e’ un ottimo esempio di questo genere di occasioni

Non ci sarebbe nulla di anomalo nella risposta delle Psaki, se non fosse per il fatto che le parole dell’allora portavoce, contraddicevano in pieno quanto affermato pochi mesi prima dalla sua collega Victoria Nuland. Nel Febbraio 2013, infatti, la Nuland aveva espressamente dichiarato che la Casa Bianca non aveva portato avanti negoziati segreti con l’Iran (Fox News).

Perché la Casa Bianca ha dovuto mentire?

La risposta e’ semplice. Ormai, infatti, e’ ben noto che i negoziati tra USA e Iran non c’entrano nulla con il “moderato” Rouhani. L’Amministrazione Obama aveva intenzione di avviare un riposizionamento geopolitico generale degli Stati Uniti e per questo necessitava di un accordo politico con la Repubblica Islamica.

I negoziati tra gli USA e l’Iran, quindi, partirono nel 2012 in Oman, quando ancora il Presidente iraniano era il negazionista (impresentabile) Pasdaran Mahmoud Ahmadinejad. Ovviamente, a benedire questi negoziati fu la Guida Suprema Ali Khamenei che, per portare avanti la pantomima e salvare il regime, fece eleggere Hassan Rouhani alla Presidenza dell’Iran.

Rouhani, un insider del regime iraniano da sempre, poteva essere “costruito” come moderato, essendo anche stato colui che aveva negoziato l’Accordo di Teheran per la sospensione dell’arricchimento dell’uranio nel 2003 (Washington Times , The Clarion Project). Peccato che, come lo stesso Rouhani ammise in TV, quell’accordo fu negoziato per ingannare l’Europa e permettere all’Iran di terminare la costruzione degli impianti nucleare di Isfahan e Natanz senza le pressioni internazionali.

Il Congresso Americano indaga sulle bugie dell’Amministrazione Obama

Non potendo firmare un accordo sul nucleare con l’impresentabile Ahmadinejad, Washington e Teheran hanno atteso l’elezione di Rouhani. Una volta eletto Rouhani, il meccanismo della finzione e’ scattato, portando alla firma di un accordo preliminare nel 2013 e poi di un accordo definitivo nel luglio del 2015 a Vienna.

Peccato che, questo accordo, ha lasciato completamente intatto tutto il programma nucleare iraniano, garantendo a Teheran la fine di buona parte delle sanzioni internazionali e di fatto legittimando anni di violazione delle normative internazionali.

Per far digerire un accordo simile, il Segretario di Stato americano Kerry ha dato delle rassicurazioni al Congresso che sono state presto smentite. Solamente dopo la firma dell’accordo, l’Iran ha testato per ben tre volte missili balistici capaci di trasportare ogive nucleari, in piena violazione della risoluzione ONU 2231.

Per questo, qualche mese fa, il Congresso ha deciso di avviare una indagine, per indagare se l’amministrazione Obama abbia mentito davanti ai Parlamentari americani, “vendendo” l’accordo con l’Iran su basi inesistenti (No Pasdaran).

Il NYT rivela come la Casa Bianca ha creato il falso consenso sull’Iran Deal

Il vaso di Pandora si scoperchia definitivamente il 5 maggio scorso, quando David Samuel sul New York Times, svela come l’Amministrazione americana ha lavorato per creare il falso consenso sull’Iran Deal.

La clamorosa rivelazione arriva direttamente per bocca di Ben Rohdes, Vice Capo Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’Amministrazione Obama. Parlando con Samuel, giornalista del NYT, Rohdes ammette che la Casa Bianca ha pagato indirettamente, per ottenere il sostegno di giornalisti, radio e think tank. Lo scopo di questa campagna, era quello di creare ad arte il sostegno per l’Iran Deal, per mezzo di opinionisti, lobby ed “esperti” di politica estera (No Pasdaran).

Nulla di legalmente punibile, ma una azione politica che ben rivela l’intero castello di carta costruito per legittimare il nuovo rapporto con Teheran. In questo senso, anche la stessa immagine di moderato di Rouhani, e’ stata costruita ad hoc, proprio come una sceneggiatura di un film.

Per queste ragioni, lo scorso 17 maggio, la Camera dei Rappresentati ha organizzato una audizione intitolata “La narrativa della Casa Bianca sull’accordo Nucleare con l’Iran”. A questa audizione, che potrete vedere per intero nel video in basso, era stato invitato anche Ben Rohdes. Rohdes, pero’, ha declinato l’invito rifiutandosi di spiegare quanto da lui stesso affermato al Congresso…

 

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A pochi giorni dalle elezioni iraniane, il regime di Teheran ha lanciato una nuova provocazione. Per la terza volta dalla firma degli accordi sul nucleare del luglio 2015 – ergo neanche un anno fa – i Pasdaran hanno svolto una esercitazione militare, lanciando missili balistici. Nell’ultimo test di queste ore – ovvero la fase finale dell’esercitazione denominata Eqtedar-e-Velayat – le Guardie Rivoluzionarie hanno testato missili balistici con una gittata variabile da 300 a 2000 chilometri, lanciando i missili da silo – ovvero delle strutture sotterranee – sparse in varie parti del Paese.

Tra i vettori testati durante l’esercitazione, c’erano anche i Qadr-H e Qadr-F (Tasnim News), missili balistici MIRV – con testate multiple e indipendenti – mostrati dalla Repubblica Islamica per la prima volta nel 2014 (Missile Threat) e lanciati ieri dal nord dell’Iran. Il Qadr H ha una gittata di 1700 chilometri, mentre il Qadr F di 2000 (secondo quello che sostiene il regime (The Iran Project).

Un test contro le Nazioni Unite

Il nuovo test missilistico – per la terza volta in pochi mesi, lo ribadiamo – contraddice evidentemente la Risoluzione delle Nazioni Unite 2231, approvata il 20 luglio del 2015 (Testo). La risoluzione ha un Allegato B, espressamente dedicato alla questione della minaccia missilistica. Secondo quanto scritto e quanto accettato dallo stesso regime iraniano, Teheran viene invitato a non mettere in atto nessun attività legata ai missili balistici, capaci di trasportare una bomba nucleare (Un.org).

Subito dopo il nuovo test missilistico, gli Stati Uniti hanno dichiarato che reagiranno alla nuova provocazione iraniana, ma non e’ ancora chiaro come. Difficile credere che, considerando gli interessi economici e politici dietro l’accordo nucleare, Washington arriverà sino alla richiesta di nuove sanzioni ONU contro la Repubblica Islamica. Il Presidente Obama si e’ più modestamente limitato a mantenere lo “stato di emergenza” nei riguardi dell’Iran, una misura in vigore negli USA sin dal 1995 (The Iran Primer).

Una nuova minaccia ad Israele

Ovviamente, come dichiarato dallo stesso Pasdaran Hossein Salami, il primo obiettivo contro cui il regime iraniano intende mostrare i muscoli e’ Israele. Non e’ un caso che, secondo quanto scritto dai media, sui missili balistici c’era riportato in ebraico la scritta “Israele sara’ cancellato dalle mappe” (Rudaw.net). Alle parole di Salami, si aggiungono quelle del capo dei Pasdaran, Mohammad Ali Jafari, che ha orgogliosamente dichiarato che “Israele rientra all’interno della capacita’ di gittata di quasi tutti i missili in possesso dell’Iran” (Press TV).

Ad aver paura però sono soprattutto i Paesi Arabi

Nonostante la minaccia sicuramente concreta e le parole di Jafari, i primi a dover temere il programma missilistico del regime iraniano, restano i Paesi arabi. Questo per almeno due motivi:

  • Israele ha un esercito e una forza deterrente capace di colpire in ogni momento l’Iran;
  • Israele ha un sistema anti-missile – anche noto come Arrow 3 – capace di reagire in brevissimo tempo nel caso la minaccia iraniana si concretizzi.

Ai Paesi Arabi questo manca. Secondo uno studio pubblicato di recente, nel caso in cui l’Iran lanciasse un missile contro i Paesi Arabi, a questi servirebbero almeno quattro minuti per reagire. Considerato in termini pratici, un tempo infinito. Non solo: i Paesi Arabi – alcuni di questi – sono difesi da sistemi antimissile forniti dagli USA, primariamente i sistemi MIM-104 Patriot (Egitto, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania) e THAAD (per ora acquistato dagli Emirati nel 2011 e dall’Oman nel 2013, ma di interesse anche dell’Arabia Saudita e del Kuwait).

Il problema e’ che, al contrario di quanto avviene nella Nato, questi sistemi di difesa anti-missile, pur avendo tutti la stessa tecnologia, non sono coordinati tra loro! Per questo, in questo periodo, Washington sta lavorando per convincere i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo a creare un unico sistema di difesa anti-missile, capace di integrare i sistemi radar e i missili intercettori (Defense One).Purtroppo per gli USA e per la sicurezza regionale, le diverse politiche di sicurezza e di difesa dei Paesi del GCC, non sembra permetteranno di arrivare presto a questo risultato. Da tempo, inoltre, e’ noto che i Paesi Arabi del Golfo stanno cercando di acquisire da Israele il sistema Iron Dome, contro la minaccia dei missili a corto raggio (Missile Threat).

Conclusioni

Nonostante l’accordo del luglio scorso, non c’e’ nulla di veramente concreto che permette alla Comunità Internazionale di avere sufficienti garanzie sullo sviluppo del programma nucleare e missilistico dell’Iran. Quanto finora affermato da chi sostiene l’accordo, e’ basato su vaghe speranze, rassicurate in parte dai controlli dell’AIEA.

Peccato che, lo stesso ultimo report rilasciato dall’AIEA sull’Iran, sia considerato da molti esperti, in primis Olli Heinonen – ex Vice Direttore Generale dell’AIEA – come troppo vago e incompleto (FDD). Una considerazione silenziosamente condivisa da buona parte delle diplomazie Occidentali.

Senza una linea chiara che metta il regime iraniano immediatamente davanti alle sue responsabilità, ovvero senza l’approvazione di nuove sanzioni contro Teheran, il risultato di questa colpevole mancanza sara’ semplicemente la proliferazione nucleare in Medioriente e l’aumento del caos generalizzato, particolarmente nelle aree più della regione (quali la Siria, lo Yemen e il Libano). Il caso Corea del Nord docet…

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Come ormai palese, l’accordo nucleare tra l’Iran e P 5+1 non ha molto di tecnico, ma e’ unicamente un agreement politico, inteso ad unire i coincidenti interessi delle democrazie Occidentali con quelli del regime di Teheran. Interessi geopolitici che, ovviamente, non coincidono al 100% in ogni settore del globo, ma che coincidono perfettamente sui temi importanti dell’attualità. Come il vertice Nato ha ben dimostrato, infatti, al centro degli attuali interessi Occidentali – e della Casa Bianca – più che la Repubblica Islamica o l’Isis, c’e’ l’isolamento della Russia. Un isolamento che, primariamente, passa per l’offerta all’Europa – ovvero a molti dei Paesi che compongono la Nato – di fonti energetiche alternative a quelle offerte da Gazprom. In tal senso, quindi, due Paesi rappresentano il centro di gravita’ della nuova strategia Occidentale: 1- la Turchia, come centro di snodo dei futuri gasdotti (pipeline) che arriveranno in Europa senza toccare il territorio russo (da qui anche la questione Ucraina e la costruzione del Trans-Adriatic Pipeline); 2- l’Iran, inteso non solo come attore con cui stabilizzare le relazioni diminuire l’impegno Occidentale in Medioriente, ma anche e soprattutto come futura fonte di gas da sommare alle risorse dell’Azerbaijan e del Turkmenistan. Ecco perché, l’accordo scritto a Vienna, non e’ impostato – anche testualmente – per poter essere cancellato, anche in caso di violazione da parte iraniana. Gli interessi geopolitici ed economici (pubblici e del settore privato), che l’accordo di Vienna metterà in moto, infatti, sono destinati a restare in piedi e lo stesso testo scritto dai negoziatori il 14 luglio, lo dimostra chiaramente.

Dimostriamo di seguito quanto affermato sopra. Lo facciamo usando il contenuto stesso dell’accordo di Vienna, evidenziando razionalmente l’impossibilita’ di ottenere uno ‘snapback in caso di mancato rispetto dell’accordo da parte dell’Iran. Lo snapback, in gergo americano, significa riportare l’Iran alla situazione precedente all’accordo (sanzioni internazionali), in caso di violazioni. Evidenziamo quindi i punti che contraddicono la propaganda in corso in questi giorni da parte dei diplomatici – e dei media – Occidentali. 

Ispezione ai siti nucleari: secondo quanto scritto nell’accordo di Vienna, il regime iraniano ha 24 giorni per ritardare la visita ai siti nucleari richiesta dall’AIEA. In questo lasso di tempo, quindi, Teheran potrà cancellare le prove – o la maggior parte delle prove – di attività illecite. I diplomatici Occidentali evidenziano come sia impossibile cancellare tracce di attività nucleari in meno di un mese. Una posizione davvero ingenua, che  Senza contare che, come ammesso dalla stessa Consigliera di Obama Susan Rice, gli ispettori di nazionalità americana non saranno parte del team che visiterà i siti nucleari iraniani. Ancora: al di la’ dei buon intenti espressi dal Segretario AIEA Amano nel documento firmato con Salehi, il regime iraniano ha chiaramente detto che i siti militari – dove sono stati portati avanti gli esperimenti sulla bomba nucleare – non saranno accessibili agli ispettori internazionali. Cosi come non sara’ accessibile all’AIEA il contatto con gli scienziati nucleari iraniani che, in questi anni, si sono occupati del programma nucleare. Ergo: non esisterà alcun tipo di monitoraggio del programma nucleare portato avanti “ovunque ed in ogni momento” (‘anytime-anywhere‘), come inizialmente affermato dalla diplomazia americana. Un dato di fatto che ha costretto la stessa Wendy Sherman, capo negoziatore americano, ad ammettere pubblicamente che l’ “anytime – anywhere” tanto sottolineato dai negoziatori occidentali, era unicamente una mera retorica (link);

Cosa succede in caso di violazione iraniana? Teoricamente, secondo l’accordo di Vienna, se la Repubblica Islamica viola l’accordo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU può riattivare le sanzioni approvate in questi anni. Praticamente, come il testo dell’accordo di Vienna dimostra, questa ri-applicazione e’ impossibile. La ri-applicazione delle sanzioni ONU, infatti, e’ la sola pena prevista in caso di violazione iraniana. Ovvero, come denuncia l’esperto Robert Satloff, sarebbe come punire un criminale con la pena di morte per ogni tipo di reato che commette (link). Nel mondo reale, quindi, e’ come dire che non esiste alcuna punizione prevista, se non per una “crimine punibile con la pena di morte”. Al  regime iraniano, quindi, basterà giocare con gli interessi delle potenze internazionali, facendo in modo di non superare nei prossimi 10 anni la linea rossa che divide un “reato di secondo grado” da un “reato di primo grado”. Come evidenziato da Richard N. Haas, Presidente del Council on Foreign Relations, il rischio maggiore sta proprio nella capacita’ dell’Iran di mantenere l’accordo per tutto il tempo previsto (link);

Cosa succede praticamente in caso di ‘snapback’? Qui sta il punto centrale della beffa dell’accordo di Vienna. Secondo quanto scritto nelle 100 pagine dell’accordo, infatti, anche se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU decidesse di re-impostare le sanzioni internazionali, tutti i contratti firmati nel periodo dell’alleggerimento delle sanzioni internazionali (‘sanction lifting‘), non saranno toccati dalle nuove sanzioni. Cio’ significa praticamente che, nel momento in cui gli Stati (guidati dal settore privato), rimetteranno in moto i loro business nella Repubblica Islamica (lo stanno già facendo da mesi), avranno anche quindi il pieno interesse ad evitare che si torni alla situazione pre-Vienna.

Purtroppo, pero’, sulla questione delle sanzioni, nel testo di Vienna c’e’ qualcosa di peggio: nel testo dell’accordo, infatti, sta scritto chiaro e tondo che l’Iran considera il ritorno alle sanzioni come un via libera al non rispetto di tutti gli accordi presi con il 5+1 (si prega di leggere i paragrafi 29 e 37 dell’accordo di Vienna). In poche parole, per le potenze Occidentali riportare Teheran al Consiglio di Sicurezza, significa essere coscienti che la Repubblica Islamica cancellerà tutti gli impegni firmati nella capitale austriaca. Praticamente, quindi, nessun Paese si assumerà una responsabilità talmente grande fino alla fine, sapendo tutte le conseguenze che questo comporta, non solo in termini diplomatici, ma anche di interessi economici e geopolitici (link). In tal senso, basti solo ricordare che la Russia ha già firmato con l’Iran un accordo per la costruzione di altri 8 nuovi reattori nucleari

Quanto su-scritto, dimostra chiaramente come, tutte le ‘minacce’ Occidentali al regime iraniano sulla possibile ri-applicazione delle sanzioni internazionali, sono mera propaganda ad uso e consumo del pubblico Occidentale. La realtà ben diversa e troppo legata ad interessi geopolitici ed economici per essere modificata, con o senza violazioni dell’accordo da parte della Repubblica Islamica.

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Da sempre abbiamo scritto che l’accordo tra l’Iran e i P 5+1 sul nucleare sarebbe arrivato a termine. La firma finale, secondo i media, sara’ apposta oggi (salvo possibili imprevisti) e da domani comincerà il processo di attuazione – assai difficile – del contenuto dell’accordo stesso. Abbiamo sempre ritenuto che le parti sarebbero arrivare ad un compromesso non perché riteniamo Teheran onestamente intenzionato a non andare avanti nel programma nucleare, ma perché e’ sempre parso chiaro che l’obiettivo del negoziato nucleare non era tecnico, quanto meramente politico. Il negoziato, infatti, e’ stato praticamente un dialogo bilaterale tra Stati Uniti (meglio, Casa Bianca) e Iran, con il chiaro scopo di giungere ad un compromesso geopolitico tra le parti, da ottenere a qualunque costo. Nel frattempo, in pieno appeasement mondiale e nel silenzio delle diplomazie Occidentali, l’Iran ha aumentato la repressione verso gli attivisti per i diritti umani, continuato a calpestare i diritti delle minoranze e praticamente raddoppiato il numero di esecuzioni capitali. 

Per quanto ci riguarda, ovviamente, non possiamo fare molto (anzi, non possiamo fare nulla) per impedire questo accordo nucleare. Abbiamo denunciato da sempre la reale natura del programma nucleare iraniano, abbiamo denunciato l’assenza dal negoziato di tematiche centrali come la questione del programma missilistico iraniano e l’assenza dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dal tavolo negoziale. Non solo: in questi mesi, abbiamo anche denunciato le violazioni iraniane del Joint Plan Action del novembre 2013 (tentativi di importare illegalmente tecnologia per il programma nucleare). Quello che possiamo fare e continueremo sempre a fare, pero’, e’ mostrare ai lettori Occidentali la realtà del regime iraniano e la natura barbara dei suoi leader. Continueremo, perciò, non solo ad informarvi sulle quotidiane violazioni dei diritti umani e sul finanziamento del terrorismo internazionale da parte della Repubblica Islamica, ma anche a mostrare come questo regime ‘allevi’ i suoi giovani all’odio verso l’Occidente. Un odio portato avanti, proprio mentre l’Occidente si inchina a Teheran.

A riprova di quanto scriviamo, vi mostriamo alcune tristi immagini di un campeggio estivo per bambini organizzato a Mashhad dai Basij, la milizia paramilitare controllata dai Pasdaran, responsabile delle repressioni delle proteste dei giovani iraniani tra il 2009 e il 2011. Come vedrete nelle immagini, invece di essere cresciti nella gioia di giocare spensierati, questi bambini iraniani vengono addestrati all’uso delle armi e al culto del martirio, una triste tradizione sacralizzata nell’Islam proprio dall’Imam Khomeini. Non solo: mentre Obama e Kerry discutono con Zarif e il team negoziale iraniano, i clerici nella Repubblica Islamica invitano questi innocenti bambini a calpestare fisicamente le immagini dei rappresentanti americani, considerati il simbolo del male (il Grande Satana). Immagini, tra l’altro, recentemente gia’ viste in Iran durante le marce per la ‘Giornata di Gerusalemme’ (qui le immagini).

Chiudiamo ricordando le parole pronunciate in queste ore dall’Ayatollah Khamenei, Guida Suprema iraniana, davanti ad un gruppo di studenti universitari. Parlando dei rapporti con gli Stati Uniti, Khamenei ha affermato che la battaglia contro l’oppressione Occidentale continuerà, perché “lo scontro contro l’arroganza e l’imperialismo globale non avrà mai fine e oggi, gli Stati Uniti, rappresentano la quintessenza dell’arroganza“.  Se questi sono i presupposti su cui costruire una relazione civile con il regime fascista di Teheran, certo il prossimo futuro non sara’ sicuramente molto roseo…

Se questi sono bambini…

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Mentre il mondo si prepara al possibile – e probabile – accordo nucleare tra il P5+1 e l’Iran, all’interno della Repubblica Islamica l’odio verso l’Occidente del regime si amplifica sempre di più. Un odio che, in questi ultimi giorni, si e’ manifestato esplicitamente durante la “Giornata di Gerusalemme”, un appuntamento annuale in cui nelle strade iraniane vengono bruciati i simboli Occidentali, prime fra tutte le bandiere di Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele. Purtroppo, come abbiamo rilevato diverse volte, i media internazionali sono prevalentemente protesi all’appeasement verso Teheran e quindi poco attenti ai messaggi che arrivano da diversi importanti rappresentanti iraniani. Quasi nessuno, quindi, ha riportato le dichiarazioni fatte Mohsen Rezaei, Segretario del Consiglio per il Discernimento e da poco ritornato nei ranghi dei Pasdaran, dopo una intensa carriera politica. Parlando ad un programma televisivo, Rezaei ha minacciato gli Stati Uniti, affermando che “se gli americani agiscono con cattive intenzioni verso l’Iran…possono essere certi che…noi prenderemo almeno 1000 ostaggi americani e forzeremo gli Stati Uniti a pagare miliardi di dollari per ognuno di loro…sicuramente questo risolverà molti nostri problemi economici“. Cosi, mentre il mondo Occidentale (Casa Bianca in testa) apre alla Repubblica Islamica, a Teheran il regime persevera nel reiterare un approccio mafioso ai rapporti con con il mondo esterno.

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Non solo: mentre il mondo cerca di trovare una soluzione per la crisi siriana, una soluzione che deve assolutamente prevedere l’uscita di scena di Bashar al Assad, Teheran ha deciso di approvare una nuova linea di credito per Damasco. Secondo quanto riportato dalle agenzie siriane e iraniane (Fonte: Kayhan), la nuova linea di credito ha un valore di 1 miliardo di dollari, a cui vanno aggiunti i 3,6 miliardi di dollari già versati dalla Repubblica Islamica alla Siria dal maggio 2013 (secondo molti analisti, pero’, la cifra e’ molto più alta). Tra i progetti, quindi, anche quello di creare una esportare l’energia elettrica della rete nazionale iraniana in Siria, attraverso una connessione capace di unire anche l’Iraq e il Libano. Un vero e proprio piano imperialista del regime iraniano. Un progetto imperialista che, ovviamente, prevede un forte riarmo da parte del regime iraniano, proprio al fine di continuare a mantenere in vita le numerose fazioni jihadiste sciite, create con la scusa della guerra ad Isis. A tal fine, quindi, Teheran ha sguinzagliato la sua lobby negli Stati Uniti, chiedendo alla National American Iranian Council – NIAC, di premere sui legislatori americani affinché le Nazioni Unite revochino il bando alla vendita degli armamenti verso la Repubblica Islamica (approvato nel 2007). Una richiesta assurda, soprattutto considerando l’indisponibilità del regime iraniano a terminare il finanziamento al terrorismo internazionale e, soprattutto, a limitare il suo programma missilistico (direttamente collegato al programma nucleare, ma escluso incredibilmente dal tavolo del negoziato internazionale).

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L’Iran, ancora una volta, non mantiene fede alle promesse fatte nel Novembre 2013, in occasione della firma dell’accordo temporaneo sul programma nucleare (the ora JPA). L’ultimo report rilasciato in queste ore dalla AIEA parla chiaro: non solo Teheran non ha rispettato quanto scritto nel JPA, ma restano aperte ancora tutte le questioni relative alla militarizzazione del programma nucleare. Peggio, a tal proposito, Teheran sta ancora lavorando nella base militare di Parchin per cancellare le prove degli avvenuti esperimenti sull’innesto di un ordigno atomico. Andiamo per gradi e analizziamo tutte le mancanze del regime iraniano. Vediamo prima i nodi salienti dell’ultimo report AIEA:

  • Uranio arricchito: secondo il JPA del Novembre 2013, Teheran avrebbe dovuto trasformare in ossido tutto l’esafloruro di uranio (UF6) arricchito al 3,5%. Orbene, secondo quanto riportato dall’AIEA, Teheran ha inserito 2750 chilogrammi di Uf6 arricchito al 3,5% nella linea di conversione in ossido ma…sorpresa, dall’altra parte della linea non è ancora noto cosa sia uscito…In poche parole, il regime ha avviato il processo di trasformazione, ma non lo ha completato, non dando alcuna informazione in merito alla ragione della mancata conversione. Ricordiamo che, per produrre un ordigno atomico, è necessario arricchire l’uranio oltre il 90%, ma la vera difficoltà dell’arricchimento sta solo nella prima fase, ovvero nell’arricchimento al 3,5%. In poche parole, se l’Iran sta continuando ad arricchire liberamente uranio al 3,5% facendo solo finta di trasformarlo in ossido, molto presto avrà di nuovo a disposizione la quantità di Uf6 necessaria per produrre una bomba nucleare (con la benedizione internazionale);
  • Natanz: per non specificati motivi, Teheran ha aumentato la quantità di esafloruro di uranio (Uf6) inserita nelle centrifughe di arricchimento IR2, ovvero quelle piu’ avanzate. La quantita di Uf6 allo stadio naturale inserita tra il 20 gennaio 2015 e il 1 febbraio 2015 è maggiore rispetto ai precedenti tre report dell’AIEA. Anche qui, resta il mistero;
  • Aspetto militare del programma nucleare iraniano: nel report AIEA del Novembre 2011, l’Agenzia Internazionale dimostrava come l’Iran avesse eseguito diversi esperimenti per la produzione di una bomba nucleare. In tal senso, come si legge nel report del 2011 (pagina 8), l’Iran aveva lavorato per ottenere materiale dual-use, per ottenere un la tecnologia per costruire la bomba atomica dall’estero e anche il know how per costruirla all’interno dell’Iran. In particolare, in questo ultimo caso, al centro l’attenzione dell’Agenzia Onu c’era il lavoro dello scienziato ucraini Vyacheslav Danilenko e le attività nella base militare di Parchin. Nell’ultimo report AIEA, quindi, le preoccupazioni sull’aspetto militare del programma nucleare iraniano restano intatte e Teheran non ha ancora fornito alcuna spiegazione in merito;
  • Parchin: come suddetto, è nella base militare di Parchin che Teheran ha svolto gli esperimenti sull’innesto di un ordigno atomico e sulla miniaturizzazione dell’ordigno stesso allo scopo di caricarlo sul vettore (ovvero i missili balistici). Come noto, il regime iraniano nega da anni l’accesso agli ispettori internazionali nella base di Parchin e, secondo quanto fotografato dai satelliti, sta continuando a lavorare per cancellare le prove presenti nell’area.

 

Le drammatiche falle del JPA

L’accordo temporaneo del Novembre 2013, inziato per fermare il programma nucleare iraniano, si è ormai trasformato in un’opera di mero contenimento che, parafrasando Kissinger, non farà che determinare una proliferazione nucleare in tutta la regione Mediorientale. Peggio, è ormai chiaro che la strategia dei negoziatori è quella di assicurare unicamente una cosa sola: che, se l’Iran decidesse in qualsiasi momento di costruire una bomba nucleare, necessiterebbe di almeno un anno per ottenerla. In questo tempo, si crede, la Comunità Internazionale riuscirà ad agire contro la Repubblica Islamica. Come ormai chiaro, si tratta di una pura invenzione, dimostrata dai mesi che sono intercorsi tra il Novembre 2013 ad oggi. In questo periodo, infatti, nonostante le sanzioni internazionali, l’Iran è diventata la meta preferita di politici e rappresentanti commerciali, pronti a mettere soldi al portafoglio non appena l’accordo definitivo sul nucleare verrà firmato. In poche parole, quando e se questo accordo sarà concluso, l’intero impianto delle sanzioni internazionali – approvato con fatica e con il sostegno anche di allati dell’Iran come la Russia – cadrà su se stesso. Rialzarlo in tempi brevi, se necessario, sarà quindi impossibile, soprattutto in considerazione degli interessi economici che si creeranno.

Peggio, da questo negoziato internazionale (ormai un negoziato bilaterale USA – Iran), è escluso un attore centrale e un argomento fondamentale: l’attore centrale escluso è proprio l’AIEA. L’Agenzia Internazionale dell’Onu, infatti, non è parte del tavolo del P 5+1 con la Repubblica Islamica. Una esclusione che sa di beffa, soprattutto in considerazione del fatto che sono proprio i report dell’AIEA che fungono da prova delle violazioni iraniane al Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP). L’argomento centrale escluso dal negoziato, invece, è quello del programma missilistico dell’Iran. Un programma che non è in alcun modo toccato dall’Accordo Temporaneo del Novembre 2013 e che quindi è stato praticamente accettato dall’intera Comunità Internazionale. Peccato che, proprio questo programma missilistico, è ancora oggetto di preoccupazione dell’ultimo report AIEA e delle stesse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Onu che, non a caso, ha approvato sanzioni contro le compagnie iraniane o le personalità che direttamente collaborano allo sviluppo dei missili balistici iraniani.

Vogliamo concludere riportandovi il discorso fatto dall’ex Sindaco di New York Rudy Giuliani davanti alla Comunità iraniana in Arizona. Del suo discorso, che potrete ascoltare integralmente qui sotto, vogliamo riportare solamente un invito che all’attuale Presidente americano: “Mr. President Wake Up”

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