Archivio per la categoria ‘Iran militare’

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Si chiama Mozaffar Khazaee ed e’ un ingegnere con doppia cittadinanza: americana e iraniana. Negli Stati Uniti, Mozaffar aveva lavorato per lungo tempo nel settore della difesa. Un settore delicato che, come noto, permette spesso l’accesso a materiale estremante riservato. Per il regime iraniano, quindi, Moazaffar Khazaee era una preda perfetta da corteggiare per diventare una spia.

Purtroppo, Mozaffar Khazaee ha accettato il corteggiamento di Teheran, diventando un puppet del regime. Secondo quanto provato durante il processo, Mozaffar non solo ha messo a disposizione le sue conoscenze tecniche per diverse università collegate ai Pasdaran, ma ha anche tentato di inviare in Iran un carico di manuali e informazioni riguardo all’apparato ingegneristico dei jet militari statunitensi. Per questi reati, Mozaffar e’ stato arrestato un anno fa mentre tentava di scappare in Iran ed e’ stato condannato in questi giorni a 8 anni di detenzione e una multa di 50,000 dollari da un giudice del Connecticut (Payvan).

Perché il caso di Mozaffar Khazaee e’ importante? Per due motivi:

  1. rileva quanto il regime tenti di infiltrarsi in apparati sensibili per carpire informazioni legati alle sicurezza nazionale dei Paesi Occidentali. In tal senso, anche l’Italia dovrebbe stare attenta ad aprire le sue università agli studenti provenienti dall’Iran. Secondo le informazioni dell’intelligence norvegese, i Pasdaran infiltrano tra questi studenti numerose spie (GaiaItalia.com);
  2. quanto vergognoso sia il caso del reporter Jason Rezaian (No Pasdaran), giornalista del Washington Post in Iran, arrestato e condannato per spionaggio dai Mullah. La recente intervista di Hassan Rouhani ad una TV americana, ha dimostrato che l’Iran ha arrestato Jason unicamente per ragioni politiche. Lo scopo del regime, infatti, e’ ottenere uno scambio di prigionieri per “ragioni umanitarie”. Con il piccolo particolare che, mentre l’Iran rilascerebbe un innocente giornalista accusato con prove ridicole, otterrebbe in cambio vere spie, capaci di rivelare informazioni assai pericolose (CNN).

L’ennesima dimostrazione dello stile mafioso della Repubblica Islamica dell’Iran!

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Probabilmente e’ il primo caso successo in America e uno dei primi al mondo: 200 ex ufficiali militari USA – tra loro ex Generali e Ammiragli di tutti i Corpi Militari – hanno lanciato un pubblico appello ai membri del Congresso, affinché rigettino l’accordo nucleare con l’Iran (Washington Post). Nel testo dell’appello (qui il testo originalegli ex militari di carriera dichiarano come Iran Deal sia un pessimo compromesso. Una opinione espressa non solamente sulla base della mancanza di una reale verificabilità delle reali intenzioni del regime iraniano, ma anche dettata dalle preoccupazioni relative al prossimo “sanction lifting. Un alleggerimento delle sanzioni internazionale che permetterà ai Mullah e ai Pasdaran di incamerare oltre 150 miliardi di dollari. Concludendo, si legge alla fine dell’appello, grazie ad Iran Deal il regime clericale di Teheran potrà rafforzarsi e aumentare la destabilizzazione di tutto il Medioriente. 

Aggiungiamo, quindi, qualche parola sul contenuto dell’ultimo rapporto dell’AIEA sullo stato del programma nucleare iraniano (Isis Online). Non solo l’Agenzia ONU rileva un aumento dell’uranio arricchito al 3,5%, ma denuncia anche attività di ampliamento della base militare di Parchin. Un sito di estrema importanza sotto il profilo del programma nucleare, perché e’ qui che il regime iraniano ha testato gli effetti di una esplosione nucleare (No Pasdaran). E’ sempre qui che vengono portate avanti le ricerche principali in merito al programma di missili balistici dei Pasdaran.

A proposito di AIEA, ricordiamo infine che, in una drammatica ammissione, il Segretario Amano ha dichiarato che l’agenzia nucleare non dispone dei fondi necessari per svolgere serie attività di monitoraggio del programma nucleare iraniano (IAEA.org). Attività che, per la cronaca, richiederebbero oltre 800 mila euro al mese e che, in buona sostanza, dipendono dalla “buona volontà e generosità” dei Paesi membri. Considerando l’interesse politico ed economico delle maggiori Potenze ad un appeasement verso il regime iraniano, e’ assai lecito dubitare di questa “buona volontà”.

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A quanto pare, secondo le agenzie iraniane uscite dopo la visita di Gentiloni e Guidi a Teheran, l’Iran pare aver scelto l’Italia come primo partner internazionale dopo l’accordo nucleare. Sebbene dubitiamo del fatto che Teheran sceglierà veramente un partner privilegiato – non ha motivi ne ragioni per porre limitazioni ad altri investitori – rileviamo che le compagnie italiane sembrano molto attive nella loro intenzione di approfittare della corsa verso l’Imam Khomeini Airport. Uno dei settori in cui l’Italia potrebbe inserirsi e’ quello automobilistico, dove la Fiat sembra aver già negoziato alcuni affari importanti.

La stampa iraniana riporta non solo la notizia della possibile apertura di una fabbrica presso Khomein (IRNA), ma anche della possibilità che le compagnie americane del settore possano ritornare nella Repubblica Islamica grazie ad “un passaporto italiano” (Fars News): in poche parole, considerando che gli Stati Uniti vietano ancora alle loro compagnie di creare joint-ventures con quelle iraniane, la FIAT potrebbe fungere da intermediario tramite la Fiat Chrysler Automobiles (FCA), attualmente in grado di operare grazie alle due sussidiarie FCA Italy e FCA US. L’articolo della Fars News, tra le altre cose, sottolinea che in caso di “green line” da parte delle compagnie automobilistiche italiane, le macchine delle compagnie americane Chrysler, Dodge e Jeep potrebbero già cominciare ad apparire per le strade di Teheran anche prima che le “sanzioni vengano rimosse”.

Ora, prendendo con le molle tutto quanto viene pubblicato dalla stampa iraniana, e’ indubbio che l’Italia “vuole vincere la gara di amicizia con l’Iran”. Tentando di vincerla, pero’, Roma deve considerare gli effetti indiretti – e talvolta perversi – che il business con la Repubblica Islamica cela. Uno degli effetti perversi e’ proprio legato al settore automobilistico. Le sanzioni internazionali approvate da Stati Uniti ed Unione Europea in questo settore (Forbes) non erano affatto campate in aria: tramite il settore automobilistico, infatti, il regime iraniano non solo ha prodotto materiali e tecnologia dual-use per il programma nucleare e missilistico, ma ha anche pesantemente contribuito a finanziare il Pasdaran, le fondazioni religiose e l’élite politica del regime.

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Il settore automobilistico iraniano e’ totalmente dominato dai Guardiani della Rivoluzione. Le due principali compagni in questo settore – il Gruppo Khodro e il Gruppo Saipa – sono tutte e due sussidiarie dell’Organizzazione Iraniana per lo Sviluppo e il Rinnovamento (IDRO), una istituzione governativa che controlla a sua volta diverse compagnie legate al programma nucleare e missilistico del regime. Per questa ragione, infatti, la IDRO e’ stata posta sotto sanzioni nel 2010 non solo dagli Stati Uniti, ma anche dall’Unione Europea (Iran Watch). La terza importante compagnia automobilistica iraniana e’ invece il Gruppo Bahman, una società controllata al 45.5% direttamente dai Pasdaran. Il resto del Gruppo e’ controllato da altre società anch’esse sotto il controllo delle Guardie Rivoluzionarie (Iran Focus). Pochi ricordano, tra le altre cose, che proprio il Gruppo Bahman fu al centro di uno scandalo che coinvolse la Germania nel 2013: il Gruppo, infatti, controllava una fabbrica denominata MCS Technologies presso Dinslaken, producendo materiale per le centrifughe usate per l’arricchimento dell’uranio (Washington Post).

Non solo: pochi lo comprendono direttamente, ma il settore automobilistico ha aiutato direttamente l’abuso dei diritti umani in Iran. Non soltanto macchinari come le gru vengono usati dal regime per impiccare i condannati a morte (solo con Rouhani, l’Iran ha impiccato più di 1400 detenuti in due anni), ma i mezzi forniti da compagnie europee e non come come Volvo, Iveco (Gruppo Fiat) e Hundai, sono stati usati durante le parate militari dei Pasdaran (Iran Watchlist) e come mezzi di trasporto dei miliziani Basij, durante le repressioni delle proteste popolari scoppiate nella Repubblica Islamica nel 2009. Per queste ragioni, nel marzo del 2012, il gruppo di pressione americano United Against Nuclear Iran – UANI, aveva lanciato la “Auto Campaign”, una campagna politica tesa a sensibilizzare le multinazionali del settore automobilistico sugli effetti indiretti del business con la Repubblica Islamica. Proprio grazie a questa campagna, molte società – tra cui la Fiat – avevano interrotto i loro affari con l’Iran (UANI).

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Il 22 luglio scorso, la Farnesina ha ospitato un evento denominato “Promuoviamo e Proteggiamo i Diritti Umani” (Tweet Gentiloni). Se davvero l’Italia intende portare avanti questo obiettivo, la strada le business – diretto e indiretto – con i Pasdaran certo non aiuta. Al contrario, Roma dovrebbe porre come precondizione per la ripartenza del business con l’Iran la fine del sostegno al terrorismo internazionale (legato ai Pasdaran), il rispetto delle libertà fondamentali del popolo iraniano e il rilascio dal carcere di molti attivisti ingiustamente (e illegalmente) detenuti. Tra questi ricordiamo Narges Mohammadi, Hossen Ronaghi Maleki, Atena Daemi, Atena Farghadani, l’Ayatollah Boroujerdi e i tre leader dell’Onda Verde – Mir Hossein Mousavi, Zahra Rahnavard e Mehdi Karroubi – costretti da anni agli arresti domiciliari senza aver mai subito alcun processo formale.

Miliziani Basij investono con un camion i manifestanti iraniani

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Come ormai palese, l’accordo nucleare tra l’Iran e P 5+1 non ha molto di tecnico, ma e’ unicamente un agreement politico, inteso ad unire i coincidenti interessi delle democrazie Occidentali con quelli del regime di Teheran. Interessi geopolitici che, ovviamente, non coincidono al 100% in ogni settore del globo, ma che coincidono perfettamente sui temi importanti dell’attualità. Come il vertice Nato ha ben dimostrato, infatti, al centro degli attuali interessi Occidentali – e della Casa Bianca – più che la Repubblica Islamica o l’Isis, c’e’ l’isolamento della Russia. Un isolamento che, primariamente, passa per l’offerta all’Europa – ovvero a molti dei Paesi che compongono la Nato – di fonti energetiche alternative a quelle offerte da Gazprom. In tal senso, quindi, due Paesi rappresentano il centro di gravita’ della nuova strategia Occidentale: 1- la Turchia, come centro di snodo dei futuri gasdotti (pipeline) che arriveranno in Europa senza toccare il territorio russo (da qui anche la questione Ucraina e la costruzione del Trans-Adriatic Pipeline); 2- l’Iran, inteso non solo come attore con cui stabilizzare le relazioni diminuire l’impegno Occidentale in Medioriente, ma anche e soprattutto come futura fonte di gas da sommare alle risorse dell’Azerbaijan e del Turkmenistan. Ecco perché, l’accordo scritto a Vienna, non e’ impostato – anche testualmente – per poter essere cancellato, anche in caso di violazione da parte iraniana. Gli interessi geopolitici ed economici (pubblici e del settore privato), che l’accordo di Vienna metterà in moto, infatti, sono destinati a restare in piedi e lo stesso testo scritto dai negoziatori il 14 luglio, lo dimostra chiaramente.

Dimostriamo di seguito quanto affermato sopra. Lo facciamo usando il contenuto stesso dell’accordo di Vienna, evidenziando razionalmente l’impossibilita’ di ottenere uno ‘snapback in caso di mancato rispetto dell’accordo da parte dell’Iran. Lo snapback, in gergo americano, significa riportare l’Iran alla situazione precedente all’accordo (sanzioni internazionali), in caso di violazioni. Evidenziamo quindi i punti che contraddicono la propaganda in corso in questi giorni da parte dei diplomatici – e dei media – Occidentali. 

Ispezione ai siti nucleari: secondo quanto scritto nell’accordo di Vienna, il regime iraniano ha 24 giorni per ritardare la visita ai siti nucleari richiesta dall’AIEA. In questo lasso di tempo, quindi, Teheran potrà cancellare le prove – o la maggior parte delle prove – di attività illecite. I diplomatici Occidentali evidenziano come sia impossibile cancellare tracce di attività nucleari in meno di un mese. Una posizione davvero ingenua, che  Senza contare che, come ammesso dalla stessa Consigliera di Obama Susan Rice, gli ispettori di nazionalità americana non saranno parte del team che visiterà i siti nucleari iraniani. Ancora: al di la’ dei buon intenti espressi dal Segretario AIEA Amano nel documento firmato con Salehi, il regime iraniano ha chiaramente detto che i siti militari – dove sono stati portati avanti gli esperimenti sulla bomba nucleare – non saranno accessibili agli ispettori internazionali. Cosi come non sara’ accessibile all’AIEA il contatto con gli scienziati nucleari iraniani che, in questi anni, si sono occupati del programma nucleare. Ergo: non esisterà alcun tipo di monitoraggio del programma nucleare portato avanti “ovunque ed in ogni momento” (‘anytime-anywhere‘), come inizialmente affermato dalla diplomazia americana. Un dato di fatto che ha costretto la stessa Wendy Sherman, capo negoziatore americano, ad ammettere pubblicamente che l’ “anytime – anywhere” tanto sottolineato dai negoziatori occidentali, era unicamente una mera retorica (link);

Cosa succede in caso di violazione iraniana? Teoricamente, secondo l’accordo di Vienna, se la Repubblica Islamica viola l’accordo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU può riattivare le sanzioni approvate in questi anni. Praticamente, come il testo dell’accordo di Vienna dimostra, questa ri-applicazione e’ impossibile. La ri-applicazione delle sanzioni ONU, infatti, e’ la sola pena prevista in caso di violazione iraniana. Ovvero, come denuncia l’esperto Robert Satloff, sarebbe come punire un criminale con la pena di morte per ogni tipo di reato che commette (link). Nel mondo reale, quindi, e’ come dire che non esiste alcuna punizione prevista, se non per una “crimine punibile con la pena di morte”. Al  regime iraniano, quindi, basterà giocare con gli interessi delle potenze internazionali, facendo in modo di non superare nei prossimi 10 anni la linea rossa che divide un “reato di secondo grado” da un “reato di primo grado”. Come evidenziato da Richard N. Haas, Presidente del Council on Foreign Relations, il rischio maggiore sta proprio nella capacita’ dell’Iran di mantenere l’accordo per tutto il tempo previsto (link);

Cosa succede praticamente in caso di ‘snapback’? Qui sta il punto centrale della beffa dell’accordo di Vienna. Secondo quanto scritto nelle 100 pagine dell’accordo, infatti, anche se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU decidesse di re-impostare le sanzioni internazionali, tutti i contratti firmati nel periodo dell’alleggerimento delle sanzioni internazionali (‘sanction lifting‘), non saranno toccati dalle nuove sanzioni. Cio’ significa praticamente che, nel momento in cui gli Stati (guidati dal settore privato), rimetteranno in moto i loro business nella Repubblica Islamica (lo stanno già facendo da mesi), avranno anche quindi il pieno interesse ad evitare che si torni alla situazione pre-Vienna.

Purtroppo, pero’, sulla questione delle sanzioni, nel testo di Vienna c’e’ qualcosa di peggio: nel testo dell’accordo, infatti, sta scritto chiaro e tondo che l’Iran considera il ritorno alle sanzioni come un via libera al non rispetto di tutti gli accordi presi con il 5+1 (si prega di leggere i paragrafi 29 e 37 dell’accordo di Vienna). In poche parole, per le potenze Occidentali riportare Teheran al Consiglio di Sicurezza, significa essere coscienti che la Repubblica Islamica cancellerà tutti gli impegni firmati nella capitale austriaca. Praticamente, quindi, nessun Paese si assumerà una responsabilità talmente grande fino alla fine, sapendo tutte le conseguenze che questo comporta, non solo in termini diplomatici, ma anche di interessi economici e geopolitici (link). In tal senso, basti solo ricordare che la Russia ha già firmato con l’Iran un accordo per la costruzione di altri 8 nuovi reattori nucleari

Quanto su-scritto, dimostra chiaramente come, tutte le ‘minacce’ Occidentali al regime iraniano sulla possibile ri-applicazione delle sanzioni internazionali, sono mera propaganda ad uso e consumo del pubblico Occidentale. La realtà ben diversa e troppo legata ad interessi geopolitici ed economici per essere modificata, con o senza violazioni dell’accordo da parte della Repubblica Islamica.

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La crisi profonda del regime siriano e le recenti sconfitte subite contro i ribelli, stanno creando un profondo disaccordo tra l’Iran e Hezbollah. Una crisi che, secondo quanto riportato dalla stampa araba, potrebbe addirittura portare – nei prossimi tre mesi – al siluramento del terrorista Hassan Nasrallah. Secondo quanto si vocifera, Hezbollah sarebbe spaccato in due parti: una pro Nasrallah, Segretario del Partito di Dio, e un’altra vicina allo Sceicco Naim Qassem, teoricamente il Vice di Nasrallah, ma con obiettivi di leadership assoluta.

Secondo quanto rivelato da Arab Press, l’Iran ormai non si fiderebbe più completamente di Hassan Nasrallah. Non soltanto, nonostante le smentite, sembra che Nasrallah sia malato, ma anche la visione strategica tra le due parti pare iniziare a divergere. Per colpa di Hezbollah e della sua obbedienza da cane fedele all’Iran, il Libano e’ piombato con tutte le scarpe all’interno della crisi siriana. Un impasse che sta avendo anche conseguenze politiche, soprattutto l’incapacità di Beirut di eleggere un nuovo Presidente. A tal proposito, l’ex Primo Ministro libanese Fouad Siniora, ha sottolineato che “l’Iran e Hezbollah” stanno bloccando l’elezione del nuovo Presidente”.

Per il dopo Nasrallah, quindi, il nome sul tavolo sarebbe soprattutto il nome di Hashem Safi al-Din, già nominato nel 2008 successore di Nasrallah, grazie soprattutto al sostegno iraniano e oggi capo del Consiglio Esecutivo di Hezbollah. Per parte sua, Hassan Nasrallah starebbe tentando di rafforzare la sua posizione, sinora senza successo: un tentativo del Segretario sostituire con nomi fidati alcuni capi militari di Hezbollah, infatti, sarebbe fallito, proprio in seguito all’opposizione del capo dei Pasdaran iraniani, Ali Jafari. 

Infine, va rimarcato che, alla crisi militare, va aggiunta anche la crisi “morale” di Hezbollah (ammesso che Hezbollah abbia mai avuto una morale): dopo la guerra del 2006 contro Israele, infatti, numerosi comandante di Hezbollah si sarebbero appropriati di ingenti fondi provenienti dall’Iran per arricchirsi personalmente. Davanti al rischio di un cambio al vertice di Hezbollah – ovvero la possibile silurazione di Nasrallah, colui che ha coperto tutta la corruzione interna – questi comandanti starebbero ora trasferendo moglie, figli, proprietà e conti bancari all’estero. 

Solo il tempo dirà se questa indiscrezione della stampa araba e’ vera. Ad oggi, pero’, resta il fatto che i continui discorsi in televisione di Hassan Nasrallah, sembrano proprio la dimostrazione fattuale della sua estrema debolezza e del bisogno costante di riaffermare una leadership ormai screditata, in primis all’interno del Libano. 

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Quanto accaduto questo fine settimana in Iran è un indice perfetto del risultato – drammaticamente negativo – dell’alleggerimento delle sanzioni verso la Repubblica Islamica. Ciò, soprattutto alla luce dell’inconsistenza dei negoziati sul programma nucleare, portati avanti dal novembre del 2013 ad oggi. Un tira e molla che, almeno sinora, non ha fermato il programma nucleare del regime, ma ha permesso ai Pasdaran di ritornare ad incamerare tantissimi soldi. Vediamo ai fatti: il 7 febbraio scorso è giunta in Iran la nave container Jolly Titanio, parte della flotta della compagnia di navigazione italiana Ignazio Messina. La nave è arrivata al terminal di Shahid Rajaee, nel porto di Bandar Abbas. Il terminal di Shahid Rajaee è privato, ed è situato nell’area strategica dello Stretto di Hormuz. Vediamo, quindi, come questo accadimento – pur non violando direttamente le sanzioni internazionali – favorisce il rafforzamento economico delle Guardie Rivoluzionarie iraniane.

Secondo quanto denunciato dalla Comunità Internazionale, l’hub di Shahid Rajaee è quasi totalmente sotto il controllo dei Pasdaran. Qui, infatti, l’operatore portuale dominante è la Tidewater Middle East Co – anche nota come Tidewater – una compagnia posta sotto sanzioni internazionali nel 2011. La ragione è molto semplice: la Tidewater è posseduta da tre entità commerciali: la Mehr-e Eqtesad-e Iranian Investment Company, la Mehr Bank e i Pasdaran. Questi ultimi, in particolare, la controllano attraverso la Bonyad Taavon Sepah, una Fondazione creata ad hoc dalle Guardie Rivoluzinarie nel settore degli investimenti. Per le sue attività illegali, la Bonyad Taavon Sepah è stata posta nella lista delle sanzioni internazionali dagli Stati Uniti nel dicembre del 2010 e dall’Unione Europea nel maggio del 2011.

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Secondo quanto rilevato dal Dipartimento del Tesoro americano, la Tiderwater ha direttamente favorito i traffici illeciti di armamenti della Forza Qods, l’unità speciale dei Pasdaran incaricata delle azioni di terrorismo all’estero. In particolare, nella dichiarazione ufficiale emessa da Washington, vengono riportati tre casi: 1. un container carico armamenti, partito dal porto di Bandar Abbas nel gennaio del 2009, individuato e fermato dalla US Navy e successivamente sequestrato dalle autorità di Cipro; 2. un container carico di armamenti partito da Bandar Abbas nell’Ottobre del 2009; 3. un container carico di armamenti, sequestrato dalle autorità nigeriane nell’Ottobre del 2010, anche in questo caso caricato nel termina di Shahid Rajaee e partito da Bandar Abbas.

Come suddetto, purtroppo, dopo la firma dell’accordo del Novembre 2013, una serie di sanzioni sono state alleggerite nei confronti del regime iraniano. Lo scorso anno, quindi, l’UE ha allegerito le sanzioni contro Teheran anche nel settore della navigazione. Tra le compagnie che hanno giovato di questo “lifting“, c’è anche la Tidewater, con gran sollievo delle Guardie Rivoluzionarie. Come visto, però, mentre i Pasdaran (e chi fa affari con loro) incamerano denaro fresco, nessun risultato arriva per quanto concerne il programma nucleare dei Mullah. Nel frattempo, grazie all’appeasement internazionale e a compagnie come la Ignazio Messina, i Pasdaran usano questi soldi per inviare i jihadisti sciiti in Siria e in Iraq, o per continuare ad inviare armamenti ai proxy del regime in Libano, Gaza, Bahrain e Yemen.

Non solo: sebbene le compagnie internazionali, in primis la Ignazio Messina, possano farsi forsa dell’alleggerimento delle sanzioni contro l’Iran nel settore della navignazione, resta il problema legale delle altre sanzioni imposte contro i Pasdaran. E’ essattamente questo il caso della Bonyad Taavon Sepah, ancora oggi pienamente soggetta a sanzioni internazionali sia da parte degli Stati Uniti, ma anche da parte della stessa Unione Europea. Come ha rilevato il Professor Ottolenghi in un articolo pubblicato per Business Insider, il board di questa compagnia è totalmente formato da ex Pasdaran (il Presidente è Morteza Rezaei, ex membro del corpo d’intelligence delle Guardie e coinvolto in atti di terrorismo). Approvare sanzioni contro la Bonyad Taavon Sepah, allegerendo o non approvando sanzioni contro le compagnie controllate dalla stessa Bonyad (prima fra tutti la Tidewater) rappresenta un vero e proprio controsenso. Soprattutto perchè, colpire l’impero economico dei Pasdaran è uno dei passi fondamentali per riuscire davvero a convincere la Repubblica Islamica ha firmare un reale accordo sul nucleare.

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Sergei Shoigu, Hossein Dehghan

Il 20 gennaio scorso, il Ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e quello iraniano, il Pasdaran Hossein Dehghan, hanno firmato un accordo “di lungo termine” per la cooperazione militare. Come sottolinea The Diplomat, è la prima volta in 15 anni che un Ministro della Difesa di Mosca visita la Repubblica Islamica, sottolineando la volontà di approfondire la cooperazione tra i due Paesi nel settore della Difesa. La ragione che avvicina la Russia all’Iran ha un nome preciso: Ucraina. La crisi ucraina e le sanzioni approvate contro Mosca, hanno unito Russia e Iran contro un comune avversario: gli Stati Uniti. Secondo l’agenzia russa Spuitnik News, infatti, il patto firmato a Teheran “ha lo scopo di unire i due Paesi nella lotta contro le interferenze esterne negli affari regionali”.

A questo punto, è necessario capire la portata geopolitica di questo accordo. In primis bisogna partire dal comune interesse di Mosca e Teheran: salvare il potere di Bashar al Assad. Come messo in luce da EAWorldView, il recente tentativo della Russia di promuovere un accordo di pace tra Assad e i ribelli è totalmente fallito e lo stesso inviato ONU, Staffan De Mistura, non è riuscito a convincere il regime di Damasco a fermare gli scontri ad Aleppo. Nel frattempo, come noto, gli Stati Uniti hanno inviato 400 istruttori per addestrare i ribelli siriani in Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Una mossa che, però, difficilmente riuscirà a mettere in difficoltà Bashar al Assad, soprattutto considerando il fatto che il programma americano comincerà solamente a Marzo e che, comunque, permangono profonde divergenze tra il Governo di Washington e quello di Ankara.

Il vero obbiettivo di Teheran, però, è quello di riportare la lancetta indietro nel tempo al 2000, quando la Repubblica Islamica era il quarto importatore al mondo di armamenti dalla Russia. Per fare questo ci sono due ostacoli da superare: 1. nel 2007 Mosca ha firmato un accordo con Teheran per il sistema antimissile S300 (un accordo del valore di 800 milioni di dollari). L’accordo, però, non è mai stato implementato per via delle sanzioni delle Nazioni Unite contro la Repubblica Islamica. Le sanziono Onu del 2010, infatti, hanno costretto la Russia a revocare l’accordo firmato nel 2007. La Repubblica Islamica ha cosi deciso di rivolgersi alla Corte di Arbitraggio internazionale, chiedendo una compensazione di 4 miliardi di dollari. Ergo, una delle precondizioni per il ritorno ai fasti del 2000, sarà proprio il ritiro dell’arbitrato promosso dalla Repubblica Islamica contro la Russia; 2. La seconda condizione per l’avvio della cooperazione militare tra Russia e Iran è l’alleggerimento delle sanzioni internazionali contro l’Iran. Per questo, il regime iraniano ha bisogno di trovare un accordo con il Gruppo del 5+1.

Quali potrebbero essere, allora, i risolvoti pratici dell’accordo? Sembra chiaro che, l’accordo tra Russia e Teheran spinge il Governo iraniano a ricercare un bad agreement con l’Occidente sul nucleare. Forte dell’attuale atmosfera di appeasement internazionale, il regime iraniano intende salvare capre e cavoli: consapevole della volontà del Governo americano di ridurre la presenza nel Golfo e della non volontà occidentale di avviare una operazione via terra contro Isis, Teheran vuole firmare un accordo che permetta di salvare le fondamenta del suo programma nucleare militare e avviare un processo di allegerimento delle sanzioni internazionali.

Una grande intesa silenziosa che, se realizzata, lascerebbe sul terreno diverse “vittime”. Prime fra tutti le monarchie arabe sunnite del Golfo, ormai sempre più sole, costrette a fronteggiare un regime i cui proxy sono già ampiamente penetrati nella Penisola Arabica (Bahrain e Yemen). Senza contare il fatto che, se Mosca non percepirà presto un mutamento nei rapporti con la Nato, nessuno potrà escludere che decida comunque, in tempi brevi, di approfondire la cooperazione militare con l’Iran (una cooperazione che, nel 2000, valeva almeno 13 miliardi di dollari…). Se si considera che una nave spia russa è appena arrivata a Cuba, possiamo considerare questa seconda evenienza come qualcosa di più di una mera ipotesi…

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