Archivio per la categoria ‘Iran legge del taglione’

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Tremila (lo ripetiamo con i numeri 3000): questo il numero di detenuti che aspettano la morte nella prigione di Ghezelhesar presso Karaj. Un vero e proprio “campo della morte“, volendo riportare la definizione usata dalla fonte dell’informazione, ovvero l’ONG Iran Human Rights (IHR).

L’IHR ha da poco rilasciato il suo report sullo stato dei diritti umani in Iran nel 2015. Un report senza appello, molto simile a quello rilasciato da altre ONG quali Nessuno Tocchi Caino e dallo stesso inviato ONU per i diritti umani in Iran, Ahmed Shaheed.

Nel 2015, per la cronaca, almeno 200 delle 969 persone impiccate in Iran, provenivano dal carcere di Ghezelhesar. La maggior parte dei detenuti e di quelli in attesa del patibolo, e’ stata condannata a morte per reati legati al traffico di droga. Una condanna emessa anche per casi di spaccio non gravi e che non hanno visto alcuno scontro a fuoco. Condanne, quindi, in piena violazione di ogni minimo standard internazionale.

Eppure, come denunciano gli attivisti da tempo ormai, l’Occidente continua a rendersi complice diretto di queste condanne a morte, sovvenzionando l’Iran per la lotta al narcotraffico per mezzo dell’agenzia delle Nazioni Unite UNODC. Sovvenzioni date senza alcuna condizione relativa al rispetto dei diritti umani e al diritto del detenuto di avere un giusto processo.

La parte più drammatica di questa triste storia, e’ accaduta nel Maggio del 2015. Il 21 Maggio 2015, infatti, alcuni detenuti di Ghezelhesar hanno manifestato pacificamente nel cortile del carcere, chiedendo un intervento diretto della Guida Suprema Ali Khamenei, per ridurre le loro condanne (Iranhr.net). Nelle cinque settimane seguenti, più di 70 prigionieri che avevano preso parte alla protesta pacifica sono stati impiccati (in gruppi che variavano da 11 a 17 detenuti nello stesso momento). Addirittura, il 31 Maggio 2015, in un tentativo di posporre la loro esecuzione capitale, 13 prigionieri hanno accoltellato un altro detenuto, anche lui prossimo all’esecuzione (quando un detenuto condannato a morte per reati di droga viene condannato per omicidio, l’esecuzione capitale per il traffico di droga viene posticipata).

Notare che molti condannati a morte per reati di droga sono sunniti, una minoranza da sempre schiacciata in Iran e socialmente costretta ai margini, soprattutto nelle regioni di frontiera. Per molte di queste persone, il traffico di droga e’ la sola attività di sussistenza possibile.

Tra i detenuti che hanno perso la vita nel carcere di Ghezelhesar, l’IHR ricorda Mahmood Barati, un insegnate iraniano. Mahmood, che non aveva commesso alcun reato alle spalle, era anche padre di un bambino di 3 anni. Arrestato nel 2006 con l’accusa di traffico di droga e’ stato condannato a morte in base ad una falsa testimonianza. Nonostante il falso testimone abbia – per ben due volte – ritirato la sua testimonianza, le autorità hanno deciso di non liberare Mahmood e di mandarlo al patibolo lo stesso (ovviamente dopo averlo torturato per estorcergli una falsa ammissione di colpevolezza). Mahmood Barati e’ morto con una corda legata al collo il 7 settembre del 2015…

Ci chiediamo dove sia l’Occidente davanti a questo dramma e soprattutto dove sia la diplomazia italiana, teoricamente in prima fila nella promozione della Moratoria Internazionale contro la Pena di Morte. Teoricamente…

 

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E con questo, ormai, abbiamo raggiunto il record: un Tribunale Rivoluzionario presso Sanandaj – nel Kurdistan iraniano – ha condannato 110 detenuti alla pena di morte. Tra loro, anche quattro detenuti minorenni all’epoca del reato e tre attivisti politici. Quasi tutti detenuti sono stati per possesso o traffico di droga, mentre i tre attivisti politici, per la cronaca, sono sono stati condannati per “opposizione alla legge di Dio” (Rudaw).

Ormai ogni record inumano e’ stato superato dal regime iraniano. Dall’inizio del 2015 la Repubblica Islamica ha condannato alla pena capitale oltre 750 detenuti. Dall’arrivo di Rouhani al potere, invece, il numero di condanne a morte eseguite in Iran sfiora i 2000!!!  (Iran Documentation Center).

Tutto ciò, vogliamo sottolinearlo, avviene nel quasi completo silenzio internazionale. Avviene soprattutto nel silenzio di quelle diplomazie Occidentali che – come quella italiana – si riempiono la bocca del loro impegno per l’approvazione della cosiddetta Moratoria Internazionale Contro la Pena di Morte. Non solo queste diplomazie non condannano il regime iraniano, ma lo elogiano come “fonte di moderazione” e promuovono il business con questo regime fascista.

Non solo: l’Occidente e’ direttamente responsabile di queste pene di morte, sostenendo e finanziando – senza condizioni – la collaborazione tra l’Agenzia ONU contro il traffico di droga (UNODC) e il regime iraniano. Una collaborazione che non considera non solo l’inutilità della pena di morte contro i reati di droga (in Iran, nonostante le condanne a morte, i reati di droga aumentano costantemente) e  il coinvolgimento stesso dei Pasdaran nel traffico illegale di stupefacenti (ACDemocracy).

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Mentre l’Occidente – prima fra tutti la democratica e antifascista Repubblica Italiana – rincorre il nuovo business con la Repubblica Islamica, in Iran le pratiche medievali non si fermano: secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa per i diritti umani HRANA, una terribile sentenza sarebbe stata eseguita in questi giorni presso Mashhad. Qui, infatti, ad un detenuto imprigionato per una serie di rapine, sono stati amputati due arti, il piede sinistro e la mano destra. L’agenzia iraniana ha reso noto alcuni particolari della storia: nel febbraio del 2014, presso Mashhad, una banda di criminali ha rapinato la sede locale della Banca Nazionale. All’arrivo della polizia, la banda ha provato a fuggire. Nell’inseguimento, e’ scoppiato un vero e proprio conflitto a fuoco tra le due parti. Nel conflitto e’ rimasto leggermente ferito un poliziotto e uno dei rapinatori. Quest’ultimo, quindi, e’ deceduto dopo il trasporto in ospedale. Nell’inchiesta dopo l’arresto dei rapinatori, e’ emerso che la gang era stata responsabile di altre sette rapine.

Per la precisione, in carcere sono finiti due dei ladri che componevano la banda: Rahman K and Mehdi R. Per entrambi, il procuratore Gholam Ali Sadeghi ha chiesto e ottenuto la pena prevista per l’accusa di ‘Moharebeh’. Secondo la shiaria, la legge Islamica, chi e’ accusato di ‘Moharebeh‘ e’ considerato una persona che ha messo in atto una vera e propria guerra contro Dio. Per questo, si tratta di una accusa che prevede punizioni durissime che vanno dall’amputazione di un arto, la crocefissione, l’esilio e – più in generale – la pena di morte. Il 3 agosto, quindi, la sentenza contro uno dei due criminali in arresto, Rahman K., e’ stata eseguita con l’amputazione del piede sinistro e la mano destra. Una pratica medievale che, nel XXI secolo, non dovrebbe avere posto in nessun Paese del mondo.

E’ davvero uno scandalo che, queste pratiche barbare, avvengano nella completa indifferenza delle democrazie Occidentali, ormai totalmente indifferenti alla sorte dei diritti umani all’interno della Repubblica Islamica. Per quanto concerne l’Italia, e’ davvero triste vedere che questo silenzio venga mantenuto mentre lo stesso Ministro degli Esteri Gentiloni si trova personalmente in Iran e mentre la Farnesina organizza interi convegni dedicati al rispetto, alla protezione e alla promozione dei diritti umani.

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La storia che vi raccontiamo è un misto di crudeltà, medievalità e speranza. Poco tempo fa, una corte islamica in Iran ha deciso di condannare un uomo all’accecamento. La pena è parte del cosiddetto Qisas, ovvero il famoso occhio per occhio dei diritto islamico (Sharia). Nel 2005, infatti, un uomo di nome Hamid S., ha gettato dell’acido contro un altro uomo, Davood Roshanayi, per motivi ancora imprecisati. La povera vittima, purtroppo, ha perso la vista ad un occhio, la funzionalità ad un orecchio e ha riportato bruciature in tutto il corpo. Nonostante tutto, secondo quanto riportati dalla stampa, la vittima era disposta a ricevere una compensazione monetaria in cambio del Qisas.

A dispetto delle negoziazioni in corso tra la famiglia dell’aggressore e quella della vittima, il giudice Dashtban ha deciso di condannare Hamid S. alla pena del Qisas. Purtroppo per il regime, però, la medievalità del sistema giudiziario si è scontratta – ancora una volta – con la contemporaneità e l’umanità della popolazione civile. Dopo numerose ricerce, infatti, lo stesso giudice ha dovuto ammettere che, per il momento, non era ancora possibile eseguire la sentenza di accecamento del prigioniero per via chiurgica. Perchè? Semplice: nessun dottore iraniano si era mostrato disponibile a prestarsi a questa brutalità.

A questo dato positivo proveniente dalla società civile, ne possiamo aggiungere un altro. Lo scorso anno, come abbiamo già ricordato, il regime iraniano ha mandato a morte 721 prigionieri (anno solare 2014). Circa nello stesso periodo, secondo i dati forniti dalle autorità iraniane, ben 681 condannati a morte venivano risparmiati grazie al perdono concesso dalle famiglie delle vittime. Un altro simbolo di come, a dispetto di un regime barbaro, la popolazione iraniana sia capace di dimostrare, anche nella sofferenza, profonda umanità.

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Pochi giorni fa l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per l’adozione della moratoria universale contro la pena di morte. Una mozione che ha visto la diplomazia italiana in prima fila, tra i principali promotori dell’abolizione della pena capitale nel mondo. La risoluzione è stata approvata con 117 voti favorevoli, un record rispetto al passato (nel 2012 i votanti a favore della risoluzione furono 111). Nella stessa risoluzione – la GA/11604l’UNGA ha condannato l’abuso dei diritti umani nella Repubblica Islamica dell’Iran, in Siria e in Corea del Nord. Per la cronaca, i tre Paesi sono accumunati da una indissolubile alleanza. Una alleanza che vede proprio i Mullah iraniani al centro della partita: dalla Corea del Nord, infatti, l’Iran ha importato il know-how per i suoi missili ballistici, e proprio grazie ai Pasdaran iraniani, il regime di Bashar al Assad è ancora al potere.

Il Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha espresso soddisfazione per l’adozione della Risoluzione ONU, definendo il voto alle Nazioni Unite come un “successo della diplomazia e della società civile italiane“. Per quanto ci riguarda, concordiamo completamente con il Ministro e facciamo i complimenti alla task force italiana – composta anche da Amnesty International, dalla Comunità di Sant’Egidio e da Nessuno Tocchi Caino – che ha portato avanti con forza questa iniziativa. Allo stesso tempo, però, vogliamo sottolineare che – proprio in seguito alla nuova approvazione della risoluzione ONU – quanto accade in Iran non è piu’ tollerabile da nessun Paese democratico.

Non soltanto, come le stesse Nazioni Unite rimarcano, Teheran è praticamente il “leader dell’abuso dei diritti umani”, ma la Repubblica Islamica guida senza pietà la classifica delle esecuzioni capitali. Solo dall’elezione di Hassan Rouhani, poco piu’ di un anno fa, come lo schema sotto dimostra (fonte: UANI), oltre 1000 prigionieri sono stati impiccati dal regime iraniano. Come si nota, quindi, lo stesso numero delle esecuzioni capitali avvenute in pubblico – una vera e propria bestialità medievale – è aumentato di oltre il 50%!

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Come dimostrato dai fatti, l’appeasement Occidentale verso l’Iran ha fallito completamente. Mentre il mondo apriva ai rappresentanti iraniani, infatti, le repressioni e le condanne a morte all’interno della Repubblica Islamica proseguivano senza alcuna pietà. Riteniamo che sia giunto il tempo in cui l’Iran venga chiamato a rispondere dei suoi crimini e che, ogni possibile apertura verso i Mullah, venga sostenuta solamente davanti a tangibili passi avanti del regime in merito al rispetto dei diritti umani . Come sottolineato dallo stesso Senatore Luigi Manconi, Presidente della Commissione per i Diritti Umani del Senato, ““è prioritario che il negoziato internazionale sul nucleare iraniano prosegua contestualmente all’affermazione della necessità della tutela dei diritti umani fondamentali di cui in Iran si perpetua la violazione“.

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“Reyhaneh Jabbari è stata uccisa dai media Occidentali”. E’ con questa affermazione che, parlando alla CNN, Mohammad Javad Larijani, capo dell’Alto Consiglio per i Diritti Umani in Iran (sic), ha perentoriamente chiuso il caso Jabbari, la donna impiccata dal regime iraniano dopo essersi difesa dal suo stupratore. Secondo Larijani, infatti, la campagna mediatica portata avanti dai media Occidentali per salvare la vita di Reyhaneh Jabbari, ha influenzato l’atmosfera intorno a questo caso, impedendo ogni possibilità di revisione del giudizio e di perdono da parte della famiglia della vittima (come richiesto dalle medievali leggi della Repubblica Islamica). Le parole di Larijani, purtroppo, non suonano soltanto come drammaticamente ridicole, ma sono anche giudiziariamente false: Reyhaneh Jabbari, infatti, è stata accusata di aver ucciso Morteza Abdolali Sarbandi, membro dell’intelligence iraniana, nel 2007. La donna, ha sempre negato ogni accusa, sostenendo di essersi dovuta difendere davanti ad un tentativo di violenza. Per quanto concerne il perdono, la famiglia della vittima era piu’ che dispobinile a concerderlo, ma pretendeva da Reyhaneh una piena riabilitazione del famigliare morto. Ovvero, Reyhaneh avrebbe dovuto ammettere di non aver subito alcun tentativo di violenza e di aver ucciso Morteza Sarbani premeditamente. Reyhaneh Jabbari ha preferito morire, piuttosto che violentare la sua dignità di donna. Vogliamo ricordare che, dopo essere stata impiccata, il regime iraniano ha negato anche la donazione degli organi della Jabbari, un ultimo desiderio espresso dalla donna prima di arrivare al patibolo. Qui è possibile vedere l’intervista completa di Mohammad Javad Larijani alla CNN: http://goo.gl/yycCgF.

Nel frattempo, la macchina della morte non si ferma in Iran. Un uomo è stata impiccato in pubblica piazza presso Mashhad. Qui sotto pubblichiamo le immagini delle sua esecuzione. Le pubblichiamo non soltanto come testimonianza dei crimini iraniani, ma anche perchè riteniamo che sia la migliore risposta a quei politici che, blandendo bandiere falsamente democratiche o (peggio) radicali, portano avanti campagne di lobby in favore del regime giuidato dai Mullah e dai Pasdaran.

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Quella che vi riportiamo qui è la traduzione dell’intervista esclusiva rilasciata dalla madre di Rehyaneh Jabbari alla Fox News. Ricordiamo che Rehyaneh. 26 anni appena, è stata impiccata dal regime per aver ucciso l’uomo che voleva violentarla. Quell’uomo, per la cronaca, è un memro dell’intelligence del regime. Rehyaneh ha rifiutato la richiesta della famiglia dello stupratore di riabilitare la memoria dell’uomo e, in una toccante lettera alla madre prima di morire, ha condannato il regime iraniano e chiesto di donare i suoi organi (l’ultimo desidero ro Rehyaneh, in un atto di estrema crudeltà, è stato rifiutato dal regime).

D: Qual’è l’ultima conversazione che ha avuto con sua figlia?

R: Sono andata a vedere Rehyaneh venerdi. Ero con mio marito, le mie altre figlie, i miei genitori e mia sorella. Rehyaneh ci ha confortati, ma sapeva che questa era la fine. Ci ha rivelato che c’era un forte aumento della repressione contro tutti prigionieri. Ci ha detto di non piangere e di non essere agitati. E’ molto difficile, ma sto cercando di onorare i desideri di mia figlia.

D: Le autorità del regime hanno dato qualche avviso a sua figlia? Cosa le hanno detto?

R: Le hanno detto che doveva andare davanti alla famiglia della vittima, per essere perdonata da loro. Le hanno detto che doveva confessare e negare ogni accusa di stupro. In questo modo, forse, non ci sarebbe stata l’esecuzione. Poi hanno fatto entrare una telecamera nella cella, con delle risposte già scritte. Hanno quindi tentato di forzarla ha fare una piena confessione. Rehyaneh ha rifiutato.

D: Anche lei è andata dalla famiglia della vittima chiedendo un perdono per sua figlia, vero?

R: Siamo andati da quella famiglia diverse volte, chiedendo di perdonare Rehyaneh. Loro non hanno accettato. Numerose persone corrotte sono intervenute per favorire la condanna di Reyhaneh, bloccando anche gli sforzi di coloro che hanno cercato di avere una revisione della condanna.

D: Per quanto difficile può essere, per favore, ci racconti il giorno dell’esecuzione. Come siete stati informati?

R:  Venerdi abbiamo visto Rehyaneh per l’ultima volta. Non ci hanno detto dove l’avrebbero portata. Abbiamo speso ore andando da un carcere all’altro. Sabato mattina, nonostante lo stress, avevamo ancora speranza che la verità venisse rivelata e che la sentenza venisse rimandata. Erano le sette di mattina e sedevo nella macchina perchè avevo tanto freddo. Due uomini sono venuti verso la macchina e ci hanno chiesto di aprire la portiera, piangendo. In quel momento il mio cervello si è congelato, mi sono paralizzata. Pochi momenti dopo ho cominciato ad urlare. Non potevo crederci. Hanno preso la mia Reyhaneh.

D: Cosa vi hanno detto le autorità del regime in quel momento? A lei e alla famiglia.

R: Assolutamente nulla.

D: Reyhaneh ha avuto molti sostenitori in tutto il mondo. Quale è il suo messaggio a queste persone?

R: Ho bisogno del vostro aiuto. Chiedo a tutti i Paesi del mondo di investigare sui diritti umani e i diritti delle donne, sulla morte di Reyhaneh. Di aprire una inchiesta sulla morte di Rehyaneh nelle Corti Internazionali. Forse altre Corti possono provare l’innocenza di mia figlia. Il messaggio del regime alle donne iraniane è “voi non potete difendere voi stesse davanti ad uno stupro, altrimenti verrete messe a morte”.

D: Ora vorrei parlare del funerale. Si è svolto come volevate?

R: In Iran abbiamo la cultura di preparare il corpo alla tumulazione in un certo modo, prima del funerale. Il regime ha fatto tutto senza di noi e il funerale era pieno di uomini della sicurezza. Mio marito ed io, tutta l’intera famiglia, siamo stati avvertiti dalla sicurezza di non stare troppo vicini. Volevano fare tutto il funerale senza di noi. Siamo andati aventi per la nostra strada. Anche il funerale, la nostra ultima possibilità di dirle addio, non è stata nelle nostre mani. Anche ora i media in Iran dicono che questo uomo non voleva violentare Rehyaneh e che Rehyaneh aveva l’intenzione di ucciderlo. Io non ho la possibilità di far valere la verità in una qualsiasi corte in Iran. Continuano a fare il lavaggio del cervello alle persone. Corrompono le menti delle persone.

D: So che Reyhaneh la lasciato una commovente lettera. Come voleva essere ricordata?

R: Oggi ho pianto molto guardando le foto do Reyhaneh. C’è un profondo dolore nel mio cuore. La mia bella figlia, bella in ogni senso – bella di viso e bella di cuore – è stata uccisa. Me l’hanno uccisa. Cosa altro posso dire? Mi ha detto che crede nella Vita ultraterrena e che, nell’altro mondo, ci sarà giustizia per chi ha promosso l’ingiustizia in Terra. Per i giudici e per i membri della sicurezza del regime. Mia figlia ha perdonato i suoi aguzzini e mi ha ricordato di perdonare per avere il cuore pieno di pace. Reyhaneh ha già perdonato tutti quelli che l’hanno torturata e detto che continuerà a provare la sua innocenza nel mondo avvenire.

D: Grazie per aver parlato con noi in un momento così tragico per tutta la sua famiglia.

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