Archivio per la categoria ‘Iran legge del taglione’

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Sono almeno 4500 i detenuti che aspettano di essere impiccati nelle carceri iraniane. A rivelare questo dato scandaloso, e’ stato direttamente un deputato iraniano. La rivelazione, quindi, e’ stata pubblicata dal sito al-Arabiya in lingua araba. Purtroppo, dall’elezione di Hassan Rouhani alla presidenza iraniana, il numero di condanne a morte  è cresciuto in maniera incontrollata, raggiungendo quasi le 1000 esecuzioni nel 2015. Per quanto concerne il 2016, secondo l’Iran Documentation Center, le impiccaggioni sono quasi 300. Apparentemente si tratta di una dimunuzione del numero di esecuzioni compiute dal regime. In realtà, abbiamo notizia del fatto che si tratta meramente di una tattica politica: dopo il record di prigionieri ammazzati nel 2015, il regime iraniano sta tentando di spostare l’attenzione internazionale dall’abuso dei diritti umani al suo interno.

Purtroppo però, come messo in luce dal pezzo di al-Arabiya, il numero di detenuti che aspetta di essere messo a morte nelle carceri iraniane è altissimo. Preoccupano le parole del Segretario del Consiglio per i Diritti Umani iraniano, Javad Larijani. Parlando del numero di condanne a morte, Javad Larijani ha dichiarato che “Ahmad Shaheed, inviato ONU per i diritti umani in Iran e tutto l’Occidente, dovrebbero ringraziare l’Iran per le esecuzioni capitali che attua”. Questo, sempre secondo il ragionamento di Larijani, perchè di tratta di detenuti condannati per reati di droga (in realtà ci sono anche omosessuali e oppositori politici).

Javad Larijani dimentica di ricordare che, nonostante il record di condanne a morte dell’Iran, il traffico di droga nella Repubblica Islamica è in costante aumento. Larijani, quindi, omette anche quanto dichiarato dallo stesso Mohammad Bagher Olfat, Vice Capo della Magistratura iraniana che, appena pochi giorni fa, ha candidamente ammesso che “le condanne a morte non funzionano come deterrente contro il traffico di droga” (Death Penalty News). Questo perchè si tratta di un fenomeno direttamente ricollegato alla povertà e alla discriminazione di diverse minoranze etniche all’interno dell’Iran.

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Il regime iraniano pare aver programmato per domani 3 agosto, l’impiccagione di Alireza Tajiki. Alireza ha oggi 19 anni, ma quando è stato arrestato ne aveva appena 15 anni. All’epoca, il giovane fu accusato di violenza e omicidio di un suo amico. Un crimine che Alireza ha prima confessato e poi negato, accusando gli agenti di averlo torturato per ammettere le sue responsabilità. Va anche aggiunto che, durante tutta la fase investigativa, Alireza non ha avuto il diritto di essere rappresentato da un legale. La sua condanna a morte è stata decisa nell’Aprile del 2014.

Dopo l’emissione della condanna a morte, il caso di Alireza è stato preso in carico dalla nota avvocatessa Nasrin Sotoudeh, nota a livello mondiale per il suo impegno in favore dei diritti umani in Iran. Nasrin ha ottenuto che una sezione della Corte Suprema iraniana chiedesse la revisione del processo, per mancanza di prove sulla colpevolezza del condannato. La Corte Suprema iraniana, ha quindi chiesto un supplement di indagine. Purtroppo, a nulla è servita la decisione della Corte. Cosi come a nulla è servitor che Alireza Tajiki indicasse nel vero esecutore del crimine Reza Jaladat, fratello di un agente di sicurezza di Fassa. Nonostante tutte le lacune della condanna di Alireza, la pena di morte è stata confermata (FIDH).

Il regime iraniano aveva già deciso di eseguire la condanna a morte nel maggio del 2016, nella prigione di Abelabad a Shiraz, ma Nasrin Sotoudeh è riuscita a posticipare la decisione del giudice. Nasrin Sotoudeh ha portato davanti alla Corte suprema ben 10 psicologi e psichiatri che hanno testimoniato come il detenuto non era “pienamente mature”, nell’anno in cui è stato commesso il crimine (2012). A quanto pare, però, la Corte Suprema iraniana ha deciso di tenere conto solamente del parere del Dipartimento di Medicina Forense di Shiraz, favorevole alla condanna a morte di Alireza.

Nonostante lo stesso Codice Penale iraniano non la prevede, la Repubblica Islamica continua a condannare a morte di giovani che hanno commesso crimini in età minorile. Dal 2005, i condannati a morte per reati commessi in età minorile sono stati 73, compresi otto nel 2014, tredici nel 2014 e quattro nel 2015. Secondo il Segretario del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, nelle carceri iraniane ci sono altri 160 detenuti condannati a morte in età minorile, che aspettano di essere impiccati.

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Riportiamo la richiesta di Amnesty International di sostenere la “urgent action” per salvare dal patibolo il prigioniero Himan Uraminejad (Amnesty International).

Secondo quanto reso noto dagli attivisti, la condanna al patibolo per Himad e’ stata confermata dalla Corte Suprema iraniana e verrà eseguita probabilmente il primo Aprile 2016. Questo, nonostante Himad ha commesso il suo crimine in eta’ minorile, quando aveva 17 anni (Hrana).

Ricordiamo che, secondo la Convenzione per la Protezione dei Diritti dell’Infanzia, e’ assolutamente vietato condannare a morte una persona che ha commesso un reato in eta’ minorile (articolo 37 comma A della Convenzione). L’Iran, per la cronaca, ha firmato questa Convenzione ONU nel 1971 e l’ha ratificata nel 1994, ma continua a mantenere il numero più alto di esecuzioni di minori al mondo (Testo Convenzione). Ahmed Shaheed, inviato Speciale dell’ONU per i Diritti Umani in Iran, ha denunciato che tra il 2005 e il 2015, l’Iran ha impiccato oltre 70 detenuti che avevano commesso il loro crimine in eta’ minorile (Iran News Update).

Himad Uraminejad e’ stato condannato a morte per aver causato il decesso di un altro ragazzo, durante una rissa in strada. La sua esecuzione viola ogni minimo standard internazionale e per questo, come denuncia Amnesty, deve essere immediatamente fermata.

Per la commutazione della pena si sta spendendo direttamente anche la Signora Sholeh Pakravan, coraggiosa madre di Reyhaneh Jabbari, la ragazza iraniana impiccata per aver ucciso un uomo dell’intelligence iraniana che voleva violentarla (Freedom Messenger).

 

 

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Tremila (lo ripetiamo con i numeri 3000): questo il numero di detenuti che aspettano la morte nella prigione di Ghezelhesar presso Karaj. Un vero e proprio “campo della morte“, volendo riportare la definizione usata dalla fonte dell’informazione, ovvero l’ONG Iran Human Rights (IHR).

L’IHR ha da poco rilasciato il suo report sullo stato dei diritti umani in Iran nel 2015. Un report senza appello, molto simile a quello rilasciato da altre ONG quali Nessuno Tocchi Caino e dallo stesso inviato ONU per i diritti umani in Iran, Ahmed Shaheed.

Nel 2015, per la cronaca, almeno 200 delle 969 persone impiccate in Iran, provenivano dal carcere di Ghezelhesar. La maggior parte dei detenuti e di quelli in attesa del patibolo, e’ stata condannata a morte per reati legati al traffico di droga. Una condanna emessa anche per casi di spaccio non gravi e che non hanno visto alcuno scontro a fuoco. Condanne, quindi, in piena violazione di ogni minimo standard internazionale.

Eppure, come denunciano gli attivisti da tempo ormai, l’Occidente continua a rendersi complice diretto di queste condanne a morte, sovvenzionando l’Iran per la lotta al narcotraffico per mezzo dell’agenzia delle Nazioni Unite UNODC. Sovvenzioni date senza alcuna condizione relativa al rispetto dei diritti umani e al diritto del detenuto di avere un giusto processo.

La parte più drammatica di questa triste storia, e’ accaduta nel Maggio del 2015. Il 21 Maggio 2015, infatti, alcuni detenuti di Ghezelhesar hanno manifestato pacificamente nel cortile del carcere, chiedendo un intervento diretto della Guida Suprema Ali Khamenei, per ridurre le loro condanne (Iranhr.net). Nelle cinque settimane seguenti, più di 70 prigionieri che avevano preso parte alla protesta pacifica sono stati impiccati (in gruppi che variavano da 11 a 17 detenuti nello stesso momento). Addirittura, il 31 Maggio 2015, in un tentativo di posporre la loro esecuzione capitale, 13 prigionieri hanno accoltellato un altro detenuto, anche lui prossimo all’esecuzione (quando un detenuto condannato a morte per reati di droga viene condannato per omicidio, l’esecuzione capitale per il traffico di droga viene posticipata).

Notare che molti condannati a morte per reati di droga sono sunniti, una minoranza da sempre schiacciata in Iran e socialmente costretta ai margini, soprattutto nelle regioni di frontiera. Per molte di queste persone, il traffico di droga e’ la sola attività di sussistenza possibile.

Tra i detenuti che hanno perso la vita nel carcere di Ghezelhesar, l’IHR ricorda Mahmood Barati, un insegnate iraniano. Mahmood, che non aveva commesso alcun reato alle spalle, era anche padre di un bambino di 3 anni. Arrestato nel 2006 con l’accusa di traffico di droga e’ stato condannato a morte in base ad una falsa testimonianza. Nonostante il falso testimone abbia – per ben due volte – ritirato la sua testimonianza, le autorità hanno deciso di non liberare Mahmood e di mandarlo al patibolo lo stesso (ovviamente dopo averlo torturato per estorcergli una falsa ammissione di colpevolezza). Mahmood Barati e’ morto con una corda legata al collo il 7 settembre del 2015…

Ci chiediamo dove sia l’Occidente davanti a questo dramma e soprattutto dove sia la diplomazia italiana, teoricamente in prima fila nella promozione della Moratoria Internazionale contro la Pena di Morte. Teoricamente…

 

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E con questo, ormai, abbiamo raggiunto il record: un Tribunale Rivoluzionario presso Sanandaj – nel Kurdistan iraniano – ha condannato 110 detenuti alla pena di morte. Tra loro, anche quattro detenuti minorenni all’epoca del reato e tre attivisti politici. Quasi tutti detenuti sono stati per possesso o traffico di droga, mentre i tre attivisti politici, per la cronaca, sono sono stati condannati per “opposizione alla legge di Dio” (Rudaw).

Ormai ogni record inumano e’ stato superato dal regime iraniano. Dall’inizio del 2015 la Repubblica Islamica ha condannato alla pena capitale oltre 750 detenuti. Dall’arrivo di Rouhani al potere, invece, il numero di condanne a morte eseguite in Iran sfiora i 2000!!!  (Iran Documentation Center).

Tutto ciò, vogliamo sottolinearlo, avviene nel quasi completo silenzio internazionale. Avviene soprattutto nel silenzio di quelle diplomazie Occidentali che – come quella italiana – si riempiono la bocca del loro impegno per l’approvazione della cosiddetta Moratoria Internazionale Contro la Pena di Morte. Non solo queste diplomazie non condannano il regime iraniano, ma lo elogiano come “fonte di moderazione” e promuovono il business con questo regime fascista.

Non solo: l’Occidente e’ direttamente responsabile di queste pene di morte, sostenendo e finanziando – senza condizioni – la collaborazione tra l’Agenzia ONU contro il traffico di droga (UNODC) e il regime iraniano. Una collaborazione che non considera non solo l’inutilità della pena di morte contro i reati di droga (in Iran, nonostante le condanne a morte, i reati di droga aumentano costantemente) e  il coinvolgimento stesso dei Pasdaran nel traffico illegale di stupefacenti (ACDemocracy).

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Mentre l’Occidente – prima fra tutti la democratica e antifascista Repubblica Italiana – rincorre il nuovo business con la Repubblica Islamica, in Iran le pratiche medievali non si fermano: secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa per i diritti umani HRANA, una terribile sentenza sarebbe stata eseguita in questi giorni presso Mashhad. Qui, infatti, ad un detenuto imprigionato per una serie di rapine, sono stati amputati due arti, il piede sinistro e la mano destra. L’agenzia iraniana ha reso noto alcuni particolari della storia: nel febbraio del 2014, presso Mashhad, una banda di criminali ha rapinato la sede locale della Banca Nazionale. All’arrivo della polizia, la banda ha provato a fuggire. Nell’inseguimento, e’ scoppiato un vero e proprio conflitto a fuoco tra le due parti. Nel conflitto e’ rimasto leggermente ferito un poliziotto e uno dei rapinatori. Quest’ultimo, quindi, e’ deceduto dopo il trasporto in ospedale. Nell’inchiesta dopo l’arresto dei rapinatori, e’ emerso che la gang era stata responsabile di altre sette rapine.

Per la precisione, in carcere sono finiti due dei ladri che componevano la banda: Rahman K and Mehdi R. Per entrambi, il procuratore Gholam Ali Sadeghi ha chiesto e ottenuto la pena prevista per l’accusa di ‘Moharebeh’. Secondo la shiaria, la legge Islamica, chi e’ accusato di ‘Moharebeh‘ e’ considerato una persona che ha messo in atto una vera e propria guerra contro Dio. Per questo, si tratta di una accusa che prevede punizioni durissime che vanno dall’amputazione di un arto, la crocefissione, l’esilio e – più in generale – la pena di morte. Il 3 agosto, quindi, la sentenza contro uno dei due criminali in arresto, Rahman K., e’ stata eseguita con l’amputazione del piede sinistro e la mano destra. Una pratica medievale che, nel XXI secolo, non dovrebbe avere posto in nessun Paese del mondo.

E’ davvero uno scandalo che, queste pratiche barbare, avvengano nella completa indifferenza delle democrazie Occidentali, ormai totalmente indifferenti alla sorte dei diritti umani all’interno della Repubblica Islamica. Per quanto concerne l’Italia, e’ davvero triste vedere che questo silenzio venga mantenuto mentre lo stesso Ministro degli Esteri Gentiloni si trova personalmente in Iran e mentre la Farnesina organizza interi convegni dedicati al rispetto, alla protezione e alla promozione dei diritti umani.

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La storia che vi raccontiamo è un misto di crudeltà, medievalità e speranza. Poco tempo fa, una corte islamica in Iran ha deciso di condannare un uomo all’accecamento. La pena è parte del cosiddetto Qisas, ovvero il famoso occhio per occhio dei diritto islamico (Sharia). Nel 2005, infatti, un uomo di nome Hamid S., ha gettato dell’acido contro un altro uomo, Davood Roshanayi, per motivi ancora imprecisati. La povera vittima, purtroppo, ha perso la vista ad un occhio, la funzionalità ad un orecchio e ha riportato bruciature in tutto il corpo. Nonostante tutto, secondo quanto riportati dalla stampa, la vittima era disposta a ricevere una compensazione monetaria in cambio del Qisas.

A dispetto delle negoziazioni in corso tra la famiglia dell’aggressore e quella della vittima, il giudice Dashtban ha deciso di condannare Hamid S. alla pena del Qisas. Purtroppo per il regime, però, la medievalità del sistema giudiziario si è scontratta – ancora una volta – con la contemporaneità e l’umanità della popolazione civile. Dopo numerose ricerce, infatti, lo stesso giudice ha dovuto ammettere che, per il momento, non era ancora possibile eseguire la sentenza di accecamento del prigioniero per via chiurgica. Perchè? Semplice: nessun dottore iraniano si era mostrato disponibile a prestarsi a questa brutalità.

A questo dato positivo proveniente dalla società civile, ne possiamo aggiungere un altro. Lo scorso anno, come abbiamo già ricordato, il regime iraniano ha mandato a morte 721 prigionieri (anno solare 2014). Circa nello stesso periodo, secondo i dati forniti dalle autorità iraniane, ben 681 condannati a morte venivano risparmiati grazie al perdono concesso dalle famiglie delle vittime. Un altro simbolo di come, a dispetto di un regime barbaro, la popolazione iraniana sia capace di dimostrare, anche nella sofferenza, profonda umanità.

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