Archivio per la categoria ‘Iran legge del taglione’

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Al procuratore generale iraniano Mohammad Jafar Montazeri, spiace non poter amputare ancora di piu’ di quanto il regime clericale riesca a fare oggi. Parlando all’agenzia di stampa Fars News, infatti, Montazeri ha espresso il dispiacere che – per andare incontro alla propaganda dei diritti umani e alle condanne delle Nazioni Unite – il regime abbia abbandonato alcune “punizioni Divine”, come quella di amputare le mani di coloro che sono accusati di furto.

Nella stessa intervista, Montazeri ha anche ammesso che i furti in Iran sono notevolmente aumentati dallo scorso anno e che questo aumento e’ direttamente connesso con la situazione economica drammatica del Paese. Secondo il comandante Pasdaran Ayoub Soleimani, ci sarebbero oggi in Iran almeno 200.000 ladri e svaliggiatori professionisti, responsabili di oltre il 60% dei furti nel Paese.

Come denunciato dalle Nazioni Unite e da ONG come Amnesty International, le amputazioni sono delle pene crudeli e medievali, che mostrano il lato piu’ inumano del regime iraniano.

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Un ennesimo atto di barbarie potrebbe essere compiuto a breve in Iran: il regime, infatti, ha comunicato al detenuto Morteza Esmaelian – 71 anni, sposato e padre di due figli – che e’ pronto ad eseguire la condanna a lui inflitta.

Esmaelian, originario di Urmia, e’ stato arrestato nel 2013 per un furto con scasso. Nel 2015, il Corte Generale di Urmia (sezione 112), lo ha condannato a 15 anni di carcere e all’amputazione delle dita della sua mano destra. Purtroppo, nel 2016, la Corte Suprema iraniana ha confermato la sentenza. Una richiesta di riprocessamento, e’ stata quindi negata nell’estate del 2017.

Secondo le informazioni ottenute dall’agenzia HRANA, un agente di sicurezza avrebbe informato Esmailian della imminente esecuzione dell’amputazione delle dita della sua mano destra. Tra le altre cose, sempre secondo la HRANA, nella prigione centrale di Urmia, un altro detenuto rischia la stessa prossima condanna: si tratta di Kasra Karami, arrestato quando ancora era minorenne e condannato all’amputazione dalla Corte minorile.

Ricordiamo che le amputazioni sono pene severamente vietate secondo l’articolo 7 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che proibisce assolutamente ogni atto di tortura, crudelta’ inumana e altri trattamenti e punizioni degradanti, nei confronti dei detenuti. Tale Convenzione e’ stata sottoscritta volontariamente dall’Iran nel 1968 e ratificata ufficialmente nel 1975! Nonostante il cambio di regime nel 1979, la Repubblica Islamica non ha mai ricusato la Convenzione!

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Mohammad Kalhor aveva quindici anni quando e’ stato arrestato nel novembre del 2014. Mohammad e’ stato fermato per omicidio, per aver accoltellato il suo insegnante di fisica.

La prima condanna per Mohammad, infatti, e’ stata a tre anni di carcere e al pagamento del cosiddetto “Diyeh“, ovvero di una cifra alla famiglia commisurata al reato commesso. In quella occasione, un controllo medico ad hoc aveva anche dichiarato Mohammed non mentalmente maturo per comprendere la gravita’ del suo gesto.

Nonostante tutto, a dispetto della prima sentenza, un’altra Corte ha deciso di riaprire il caso e ha condannato a morte Mohammad Kalhor. La condanna e’ stata quindi confermata dalla Corte Suprema. Secondo quando denunciato da Sara Najimi e Hassan Aghakhani, i legali di Kalhor, all’origine della decisione di riaprire il caso, ci sarebbero le pressioni del Vice Ministro della Cultura iraniana e Alaeddin Boroujerdi, importante deputato iraniano a capo della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Majlis.

Come noto, secondo le normative internazionali – sottoscritte volontariamente dallo stesso Iran – un detenuto arrestato in eta’ minorile, non può essere condannato alla pena capitale. Tra le altre cose, lo stesso articolo 91 del codice penale islamico in vigore in Iran, vieta la condanna a morte di una persona sotto i 18 anni, se quest’ultima non realizza la natura del reato commesso o se vengono riscontrati dei problemi mentali.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, solamente nel gennaio 2018, Teheran ha impiccato tre detenuti – due maschi e una donna – per dei reati commessi in eta’ minorile.

 

Iran Death Penalty For Juvenile Offenders

Si chiama Yahya Firouzi ed e’ stato condannato nel 2006 prima a 15 anni di carcere e poi a morte, per essere stato coinvolto in un assassinio insieme al fratello (all’epoca ventisettenne).

Nato nel 1998, quando Yahya e’ stato arrestato e condannato a morte aveva ancora 17 anni. Era quindi minorenne. Dopo oltre 10 anni di detenzione, oggi Yahya si trova nel carcere di Raaei Shahr, presso Karaj (Hrana).

Nonostante la condanna a morte decisa, la sua sorte resta ancora sospesa, con una flebile speranza che possa essere tramutata in altra sentenza da parte della Corte Suprema. Speranza ribadiamo estremamente flebile, soprattutto considerando che il regime nega a Yahya l’accesso ad un legale per la sua difesa.

Secondo quanto denunciato da Nessuno Tocchi Caino, ad oggi, ci sono nelle carceri iraniane almeno 90 “juvenile offenders” condannati al patibolo, ovvero detenuti arrestati in eta’ minorile e condannati a morte,  nonostante le normative internazionali lo vietino.

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Sono almeno 4500 i detenuti che aspettano di essere impiccati nelle carceri iraniane. A rivelare questo dato scandaloso, e’ stato direttamente un deputato iraniano. La rivelazione, quindi, e’ stata pubblicata dal sito al-Arabiya in lingua araba. Purtroppo, dall’elezione di Hassan Rouhani alla presidenza iraniana, il numero di condanne a morte  è cresciuto in maniera incontrollata, raggiungendo quasi le 1000 esecuzioni nel 2015. Per quanto concerne il 2016, secondo l’Iran Documentation Center, le impiccaggioni sono quasi 300. Apparentemente si tratta di una dimunuzione del numero di esecuzioni compiute dal regime. In realtà, abbiamo notizia del fatto che si tratta meramente di una tattica politica: dopo il record di prigionieri ammazzati nel 2015, il regime iraniano sta tentando di spostare l’attenzione internazionale dall’abuso dei diritti umani al suo interno.

Purtroppo però, come messo in luce dal pezzo di al-Arabiya, il numero di detenuti che aspetta di essere messo a morte nelle carceri iraniane è altissimo. Preoccupano le parole del Segretario del Consiglio per i Diritti Umani iraniano, Javad Larijani. Parlando del numero di condanne a morte, Javad Larijani ha dichiarato che “Ahmad Shaheed, inviato ONU per i diritti umani in Iran e tutto l’Occidente, dovrebbero ringraziare l’Iran per le esecuzioni capitali che attua”. Questo, sempre secondo il ragionamento di Larijani, perchè di tratta di detenuti condannati per reati di droga (in realtà ci sono anche omosessuali e oppositori politici).

Javad Larijani dimentica di ricordare che, nonostante il record di condanne a morte dell’Iran, il traffico di droga nella Repubblica Islamica è in costante aumento. Larijani, quindi, omette anche quanto dichiarato dallo stesso Mohammad Bagher Olfat, Vice Capo della Magistratura iraniana che, appena pochi giorni fa, ha candidamente ammesso che “le condanne a morte non funzionano come deterrente contro il traffico di droga” (Death Penalty News). Questo perchè si tratta di un fenomeno direttamente ricollegato alla povertà e alla discriminazione di diverse minoranze etniche all’interno dell’Iran.

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Il regime iraniano pare aver programmato per domani 3 agosto, l’impiccagione di Alireza Tajiki. Alireza ha oggi 19 anni, ma quando è stato arrestato ne aveva appena 15 anni. All’epoca, il giovane fu accusato di violenza e omicidio di un suo amico. Un crimine che Alireza ha prima confessato e poi negato, accusando gli agenti di averlo torturato per ammettere le sue responsabilità. Va anche aggiunto che, durante tutta la fase investigativa, Alireza non ha avuto il diritto di essere rappresentato da un legale. La sua condanna a morte è stata decisa nell’Aprile del 2014.

Dopo l’emissione della condanna a morte, il caso di Alireza è stato preso in carico dalla nota avvocatessa Nasrin Sotoudeh, nota a livello mondiale per il suo impegno in favore dei diritti umani in Iran. Nasrin ha ottenuto che una sezione della Corte Suprema iraniana chiedesse la revisione del processo, per mancanza di prove sulla colpevolezza del condannato. La Corte Suprema iraniana, ha quindi chiesto un supplement di indagine. Purtroppo, a nulla è servita la decisione della Corte. Cosi come a nulla è servitor che Alireza Tajiki indicasse nel vero esecutore del crimine Reza Jaladat, fratello di un agente di sicurezza di Fassa. Nonostante tutte le lacune della condanna di Alireza, la pena di morte è stata confermata (FIDH).

Il regime iraniano aveva già deciso di eseguire la condanna a morte nel maggio del 2016, nella prigione di Abelabad a Shiraz, ma Nasrin Sotoudeh è riuscita a posticipare la decisione del giudice. Nasrin Sotoudeh ha portato davanti alla Corte suprema ben 10 psicologi e psichiatri che hanno testimoniato come il detenuto non era “pienamente mature”, nell’anno in cui è stato commesso il crimine (2012). A quanto pare, però, la Corte Suprema iraniana ha deciso di tenere conto solamente del parere del Dipartimento di Medicina Forense di Shiraz, favorevole alla condanna a morte di Alireza.

Nonostante lo stesso Codice Penale iraniano non la prevede, la Repubblica Islamica continua a condannare a morte di giovani che hanno commesso crimini in età minorile. Dal 2005, i condannati a morte per reati commessi in età minorile sono stati 73, compresi otto nel 2014, tredici nel 2014 e quattro nel 2015. Secondo il Segretario del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, nelle carceri iraniane ci sono altri 160 detenuti condannati a morte in età minorile, che aspettano di essere impiccati.

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Riportiamo la richiesta di Amnesty International di sostenere la “urgent action” per salvare dal patibolo il prigioniero Himan Uraminejad (Amnesty International).

Secondo quanto reso noto dagli attivisti, la condanna al patibolo per Himad e’ stata confermata dalla Corte Suprema iraniana e verrà eseguita probabilmente il primo Aprile 2016. Questo, nonostante Himad ha commesso il suo crimine in eta’ minorile, quando aveva 17 anni (Hrana).

Ricordiamo che, secondo la Convenzione per la Protezione dei Diritti dell’Infanzia, e’ assolutamente vietato condannare a morte una persona che ha commesso un reato in eta’ minorile (articolo 37 comma A della Convenzione). L’Iran, per la cronaca, ha firmato questa Convenzione ONU nel 1971 e l’ha ratificata nel 1994, ma continua a mantenere il numero più alto di esecuzioni di minori al mondo (Testo Convenzione). Ahmed Shaheed, inviato Speciale dell’ONU per i Diritti Umani in Iran, ha denunciato che tra il 2005 e il 2015, l’Iran ha impiccato oltre 70 detenuti che avevano commesso il loro crimine in eta’ minorile (Iran News Update).

Himad Uraminejad e’ stato condannato a morte per aver causato il decesso di un altro ragazzo, durante una rissa in strada. La sua esecuzione viola ogni minimo standard internazionale e per questo, come denuncia Amnesty, deve essere immediatamente fermata.

Per la commutazione della pena si sta spendendo direttamente anche la Signora Sholeh Pakravan, coraggiosa madre di Reyhaneh Jabbari, la ragazza iraniana impiccata per aver ucciso un uomo dell’intelligence iraniana che voleva violentarla (Freedom Messenger).