Archivio per la categoria ‘Iran Kurdistan’

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Nonostante il fatto che la guerra in Siria sia ben lungi dal terminare, ad oggi – militarmente parlando – ci sono due realtà che stanno perdendo: le forze di opposizione (jihadiste e non) e il regime iraniano. Per quanto riguarda Teheran, apparentemente la Repubblica Islamica pare essere tra i vincenti momentanei della partita. E’ solo apparenza: i Pasdaran mesi fa hanno dovuto pregare Mosca per intervenire direttamente al fianco di Assad e oggi sono costrette a subire da osservatori l’accordo tra Putin ed Erdogan su Aleppo. Gli iraniani, infatti, non avrebbero voluto sentir parlare di tregua, preferendo una strategia dell’accerchiamento e dello sterminio ad Aleppo Est. Non va dimenticato, a tal proposito, che sono state proprio le milizie sciite filo-iraniane a far fallire la prima tregua ad Aleppo, accerchiando i civili in fuga e sparando sui camion dei profughi.

L’Iran è consapevole di non avere un allineamento strategico totale con Putin. Con l’elezione di Trump poi, la Repubblica Islamica rischia di rimanere totalmente isolata. Se Putin e Trump trovassero veramente una intesa sul Medioriente (da verificare…), gli iraniani rischierebbero di essere lasciati al loro destino anche da Mosca. Se a questo si aggiungesse la fine de facto dell’accordo nucleare e nuove sanzioni contro i Mullah, l’economia iraniana andrebbe definitivamente a picco con conseguenze interne potenzialmente devastanti per il regime (una delle ragioni per cui i Basij e i Tribunali Rivoluzionari stanno aumentando le repressioni contro gli attivisti e le minoranze etniche).

Khamenei e la sua cricca, sono consapevoli di avere una sola via d’uscita: prolungare i conflitti in Siria e Iraq sino allo stremo. A tal fine, i Pasdaran puntano a trasformare anche Mosul in una Aleppo, imponendo al governo di al Abadi di chiudere ogni via d’uscita per gli abitanti della città sunnita irachena sotto attacco. Allo stesso tempo, gli iraniani sanno che, per prolungare il conflitto, hanno bisogno di allargarlo. Come? Semplice: creando le basi per un nuovo scontro settario senza limiti, quello tra sciiti e curdi.

Ecco allora che arrivano le parole dello Sceicco sciita Qais al Khazali, leader del gruppo paramilitare Asa’ib Ahl al-Haq (AAH) finanziato e addestrato dalla Forza Qods. Al Khazali ha dichiarato in una intervista alla TV irachena che – una volta sconfitto Isis – si aprirà il problema curdo, particolare quello di Massoud Barzani (ovvero dei Peshmerga). Khazali ha quindi aggiunto che, sul Kurdistan, non accetterà il fatto compiuto, ovvero l’autonomia della regione del Kurdistan iracheno (Exclusive Magazine).

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Lo sceicco al Khazali con Qassem Soleimani, capo della Forza Qods

Il messaggio è chiaro: le forze paramilitari sciite, riunite nella Forza di Mobilitazione Popolare (di cui la AAH è parte), sono pronte ad aprire un conflitto con i curdi, trovando una sponda nei nemici di Barzani, ovvero nelle forze curde legate al PUK di Jalal Talabani (vicino all’Iran e da sempre nemico del Presidente del Kurdistan iracheno). A queste affermazioni va aggiunto il progetto iraniano di riportare al Maliki a capo del potere politico a Baghdad (No Pasdaran). Al Maliki è colui che, escludendo totalmente i sunniti dal potere su ordine di Teheran, ha provocato la rinascita di al Qaeda in Iraq e la conseguente trasformazione in Stato Islamico.

Una simile guerra, significherebbe trascinare nel conflitto – ancora più approfonditamente – la Turchia di Erdogan, da anni ormai grande protettrice dell’indipendenza de fact del Kurdistan iracheno. Inoltre, significherebbe anche costringere la Russia a scegliere da che parte stare, creando le basi per uno scontro tra Washington e Mosca. La dirigenza del Kurdistan iracheno, ha condannato le parole di al Khazali, sottolineando che lo sceicco sciita e i suoi jihadisti, sono autori di massacri settari e dovrebbero essere processati per crimini contro l’umanità (Rudaw.net).

E’ bene che l’Occidente rifletta approfonditamente su quello che potrebbe presto accadere in Iraq perchè, proprio i piani iraniani, potrebbero affossare ogni speranza – già flebile – di grande intesa tra Mosca e Washington. Se questo pericolo venisse sottovalutato e non si decidesse di mutare la sua strategia di sostegno a Teheran, l’Occidente potrebbe essere trascinato ancora più pesantemente nei drammi del Medioriente, con effetti sulla sicurezza e sull’immigrazione davvero imprevedibili e pericolosi.

Per appronfondire:

No Pasdaran, “Almeno Ascoltate i curdi: ‘L’Iran recluta jihadisti sciiti per combatterci’

No Pasdaran, “Iraq, Barzani avverte Baghdad e l’Occidente: ‘Non vogliamo milizie sciite filo-iraniane in Kurdistan e Sinijar’

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Una base militare controllata dall’Iran alle porte del Kurdistan iracheno, precisamente presso Khurmatu (cittadina vicino Kirkuk, in cui vivono sia sciiti che sunniti). In un video pubblicato da Kurdistan24 e riproposto qui sotto per i lettori di No Pasdaran, si vede chiaramente la base militare e si vedono le bandiere gialle della Unità di Mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi, da poco integrata nell’esercito iracheno) e le bandiere rosse della Sarayat Khurosani, operante anche in Siria dal 2013.

Questo video dimostra come, usando come scusante la guerra contro Isis, il regime iraniano stia drammaticamente penetrando all’interno dell’Iraq. Una penetrazione che non riguarda solamente l’area sciita, ma anche la regione del Kurdistan, strategicamente centrale sia per le sue ricchezze petrolifere, sia per la sua posizione geografica ai confini con la Turchia e con la Siria. Non è un caso, tra le alter cose, che proprio in questo periodo il regime iraniano ha deciso di aumentare la repressione dei curdi all’interno della Repubblica Islamica. Solamente ieri, ben 36 detenuti curdi sono stati impiccati in poche ore (Hrana).

Secondo le informazioni fornite dai media curdi, la base militare sciita presso Khurmatu, sarebbe sotto il controllo di un agente iraniano identificato come “Signor Iqbalpoor”, a cui spetterebbero tutte le decisioni in merito alle attività delle forze paramilitari pro-Tehran stanziate nell’area. Non solo: questo agente prenderebbe decisioni anche in merito alle attività della stessa municipalità di Khurmatu. Nella base militare, per la cronaca, sarebbero già stato trasferito un ingente quantitative di armamenti pesanti.

Lo scorso aprile, le forze Peshmerga curde e le milizie sciite dell’Hashd al-Shaabi hanno rotto il cessate il fuoco e si sono scontrate duramente. Lo scontro ha provocato almeno 20 morti e i curdi hanno stimanto intorno ai 4000, il numero di forze paramilitari sciite presenti nell’area (Kurdistan24). Non solo: solamente poche settimane fa, il Pasdaran iraniano Mohsen Rezaei, Segretario del Consiglio per il Discernimento, ha pubblicamente accusato i dirigenti del Kurdistan iracheno di sostenere i sauditi, minacciando una escalation dello scontro militare (EKurd Daily).

Vogliamo ricordare che abbiamo già parlato del ruolo provvidenziale che l’Isis riveste per l’Iran, sottolineandone la funzione vitale per gli obiettivi geopolitici dei Mullah (No Pasdaran). In questo senso, nei piani di Teheran c’è anche la destabilizzazione del potere di Mas’ud Barzani nel Kurdistan iracheno. Una destabilizzazione che i Pasdaran portano avanti profittando anche dello scontro all’interno del mondo curdo, in particolare tra le forze del KDP legate a Barzani – in buoni rapport con i curdi iraniani del KDPI – e quelle del PUK controllate da Jalal Talabani (e in diretto contatto con i curdi siriani del PYD e dei curdi turchi del PKK). Tra le altre cose non va dimenticato che lo stesso partito di Barzani, il Kurdistan Democratic Party, è stato fondato proprio nella storica città iraniana di Mahabad.

Video esclusivo: la base militare iraniana presso Khurmatu

Per approfondire:

L’Iran constrisce una base missilistica nel Kurdistan. Vi spieghiamo la strategia di Teheran“, pubblicato da No Pasdaran il 31 Maggio 2016

Iraqi Kurds double standard on terrorism“, pubblicato da EKurd Daily il  12 gennaio 2015

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Continua in Iran la persecuzione dei Baha’i in Iran. Questa volta le forze di sicurezza hanno demolito completamente un antico cimitero Baha’i, situato nella Provincia del Kurdistan (precisamente a Qolveh).

Il cimitero e’ stato distrutto il 14 luglio scorso, alle cinque di mattina. Le forze di sicurezza hanno dissacrato molte delle tombe presenti, all’interno delle quali c’erano i resti di 30 Baha’i, condannati a morte dalla Repubblica Islamica dopo la Rivoluzione del 1979. Insieme alle tombe, e’ stati anche abbattuti trecento alberi e degli edifici usati dai Baha’i come luoghi di culto (Hrana).

Non contente del lavoro fatto, le forze di sicurezza iraniane hanno convocato un fedele Baha’i, Khalil Eqdameyan, accusato di aver denunciato la demolizione del cimitero al Dipartimento per lo Sviluppo agricolo. L’anziano Khalil e’ stato detenuto per diverse ore prima di essere rilasciato su cauzione (ergo dovra’ subire un processo).

Ricordiamo che in Iran i Baha’i sono considerati una setta peccaminosa, non hanno accesso all’istruzione pubblica, non godono del diritto all’istruzione pubblica e non possono esercitare numerose professioni (No Pasdaran). Contro di loro Ali Khamenei ha emesso una fatwa in cui vieta agli “iraniani puri” di avere contatti sociali con i Baha’i (No Pasdaran).

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Una notizia preoccupante – l’ennesima – arriva dall’Iraq, precisamente dal Kurdistan Iracheno. Secondo il quotidiano saudita Ashraq al-Awsat, i Pasdaran iraniani avrebbero avviato la costruzione di una base missilistica nel Kurdistan Iracheno, precisamente presso Sayed Sadiq, nel Governatorato di Sulayamaniyah. A rivelare l’indiscrezione al giornale arabo, sarebbe stato direttamente un rappresentante curdo, probabilmente vicino al Presidente Barzani.

La costruzione della base missilistica sarebbe sotto il diretto controllo dell’Unita’ 400 della Forza Qods, al comando diretto del Generale Qassem Soleimani. I Pasdaran sarebbero riusciti ad iniziare il progetto, grazie anche alla compiacenza delle forze curde nell’area di Sulayamaniayh, sotto controllo dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), comandata dall’avversario storico di Barzani, Jalal Talabani (Aawsat.com).

I comandanti Pasdaran responsabili del progetto sarebbero Mohammad Pakpour – che pare abbia visitato l’area due volte – Issa Habib Zadeh e Abdee Khorram, un comandante Pasdaran di base ad Urmia.

Insieme alla base missilistica, i Pasdaran starebbero lavorando per terminare la costruzione di un tunnel di collegamento tra Iran e Iraq – progetto iniziato addirittura durante la guerra contro Saddam Hussein – al fine di facilitare l’ingresso delle Guardie Rivoluzionarie all’interno della base missilistica.

Chi lavora per l’Iran nel Kurdistan Iracheno? 

Da sempre la Repubblica Islamica gioca con le divisioni all’interno delle forze curde. Una strategia che ha visto Teheran appoggiare soprattutto il clan Talabani, a capo dell’Unione Patriottica Curda (PUK). E’ noto, quindi, che i Pasdaran hanno rifornito Talabani di armi e soldi, durante la guerra civile tra le forze curde, scoppiata negli anni ’90.

In seguito alla caduta di Saddam e soprattutto dopo il ritiro definitivo delle forze americane dall’Iraq, gli iraniani hanno intessuto anche strette relazioni con il Presidente del Kurdistan Iracheno Massoud Barzani, a capo dello storico Partito Democratico del Kurdistan (KDP).

Considerando anche gli interessi economici che legano Erbil a Teheran, per un po’ di tempo l’Iran e’ riuscito a sviluppare relazioni anche con il clan Barzani, tanto che nel 2014 il Primo Ministro curdo Nechirvan Barzani ha visitato la Repubblica Islamica e le relazioni commerciali tra le due parti sono cresciute enormemente, passando da 100 milioni di dollari del 2000, ai 4 miliardi di dollari nel 2014.

Oltre gli interessi economici, pero’, ci sono quelli strategici: l’Iran sa di non poter contare su Barzani come una marionetta. Barzani mantiene infatti strette relazioni con tutti i partner che ha davanti, soprattutto con gli Stati Uniti. Ecco perché, quando nel 2014 sono scoppiate proteste anti-Barzani nel Governatorato di Sulayamaniayh, l’Iran si e’ visto costretto a scegliere, optando ovviamente per il fidato clan Talabani. 

L’Iran complotta per far cadere Barzani

Ecco allora che, da potenziale alleato, Barzani torna di nuovo un nemico per Teheran. Il Generale Qassem Soleimani e i Pasdaran, si attivano direttamente per colpire il Presidente curdo.

In una riunione a porte chiuse, Soleimani chiede ad alcuni comandanti dell’Unione Patriottica Curda (PUK) di avviare un attacco mediatico su larga scala contro Barzani. Un progetto di golpe, fallito unicamente per l’opposizione di parte dell’Unione Patriottica Curda. Non solo: nello stesso periodo un alto comandante Peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan viene rapito dai Pasdaran (No Pasdaran).

L’Iran nel Kurdistan siriano

Mentre progettava di far cadere Barzani, il regime iraniano ha lavorato per cooptare nella sua strategia anche i curdi siriani. Qui la questione si faceva assai più complicata. I curdi siriani, uniti all’interno del Partito Unione Democratica (PYD), sono non solo direttamente legati al PKK in Turchia, ma anche al Partito per un Kurdistan Libero (PJAK) attivo nel Kurdistan iraniano. 

Ergo, per Teheran attrarre i curdi siriani ha un grande vantaggio: isola i curdi iraniani e la loro lotta contro il regime clericale di Teheran e rappresenta anche una leva contro Ankara, da sempre considerata un partner importante ma anche un competitor dagli iraniani.

Non e’ un caso che, nel febbraio scorso, il Ministero degli Esteri iraniano si sia rifiutato di includere i siriani del PYD all’interno delle organizzazioni terroriste, come richiesto dalla Turchia. Una decisione che ha mandato su tutte le furie Erdogan (Turkish Weekly).

Conclusioni

Il regime iraniano, come si capisce, ha il pieno interesse a giocare la sua partita nelle numerose divisioni inter-curde, ma soprattutto ad impedire il progetto di Barzani di arrivare alla realizzazione di un Kurdistan iracheno indipendente.

Il progetto di Barzani, alleato dell’Occidente, rischia di far saltare i piani iraniani in Iraq. Piani che prevedono il mantenimento di un dominio sciita a Baghdad, capace anche di controllare direttamente e indirettamente il Kurdistan iracheno.

Quando succede nel Kurdistan iracheno, quindi, dimostra la debolezza delle posizioni di coloro che – in Occidente – pensano di avviare una grande strategia per la Siria e per l’Iraq in partnership con Teheran. Oltre alla guerra contro Isis – fenomeno che l’Iran e Assad hanno largamente favorito – esiste poco o nulla in comune tra la strategia di Teheran e quella del resto del mondo.

L’Iran, infatti, non gioca una partita per un Medioriente di pace, ma semplicemente la sua partita, fatta di divide et impera a qualsiasi costo e contro qualsiasi attore che, malauguratamente, decide di non accettare le ‘lusinghe’ dei Pasdaran. In pieno stile mafioso…

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Cinque anni aggiuntivi di carcere: questa la pena decisa dal Tribunale iraniano contro un detenuto di nome Yousef Kakehmami. Yousef, contadino di etnia curda,  era stato già condannato dal regime iraniano a nove anni di detenzione, dopo essere stato arrestato per ordine del Ministero dell’Intelligence nel 2006.

La colpa di Yousef e’ stata quella di aver deciso di denunciare gli abusi a cui e’ soggetto in carcere, scrivendo nel Marzo del 2015 una lettera ad Ahmed Shaheed, inviato speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran (Kurdistan24).

Nella sua lettera, il detenuto curdo attualmente detenuto nella prigione centrale di Oroumieh, denunciava di aver subito due processi – nel 2006 e nel 2008 – completamente illegali, praticamente senza neanche aver avuto accesso ad un legale.

Dopo aver scritto la lettera a Shaheed, Yousef e’ stato interrogato numerose volte – ovviamente senza alcun legale – e accusato di “propaganda contro lo stato” e “comunicazione con media e organizzazioni straniere”. I Pasdaran gli hanno contestato di aver descritto all’inviato ONU le sue condizioni di detenzione e gli abusi dei diritti umani all’interno delle carceri iraniani (comprese le torture subite).

Attualmente, secondo quanto denuncia Taimoor Aliassi, rappresentate presso l’ONU dell’Associazione Diritti Umani nel Kurdistan Iraniano, nella Repubblica Islamica sono detenuti 1152 prigionieri politici, 467 dei quali appartengono alla minoranza curda. Di questi prigionieri politici, 93 sono stati condannati per Moharebeh, ovvero essere dei “nemici di Dio” (63 dei 93 condannati per Moharebeh sono curdi). 

 

Non solo: il 95% delle esecuzioni capitali segrete che vengono fatte in Iran, avvengono nelle aree dove vivono le minoranze etniche (soprattutto le regioni dove vivono Curdi, Baluchi e Baha’i). Esecuzioni frutto, quasi sempre, di processi iniqui e illegali.

Amnesty International ha chiesto pubblicamente alle autorità iraniane di cancellare la condanna ai cinque anni aggiuntivi per il detenuto Yousef Kakehmami e di avviare immediatamente per lui un processo equo e legale.

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Mentre l’Occidente elogia i curdi e li usa come prima linea nella guerra contro il Califfato, in Iran la persecuzione della minoranza curda non si ferma. Sei detenuti politici curdi sono stati condannati ad un totale di 190 anni di carcere, tutti da scontare in esilio. I sei condannati sono per “Moharebeh”, (assurdo reato di “guerra contro Dio”). I nomi dei sei condannati sono: Mohammad-Hussein Rezai, Kamal Sharifi, Afshin Sohrabzadeh, Fardin (Fakhr al-Din) Faraji, Changiz Ghadamkheyr e Ayoub Asadi (Bcrgroup).

Mohammad-Hussein (Khosrow) Rezai, 31 anni, e’ stato arrestato con Fardin (Fakhr al-Din) Faraji, Changiz Ghadamkheyr e Ayoub Asadi nel villaggio di Sanandaj nel 2011. Mohammad e’ stato condannato a 30 anni di detenzione da scontare in esilio nella prigione di Minab. Changiz Ghadamkheyr, invece, e’ stato condannato a 40 anni di carcere, da scontare in esilio presso la prigione di Mosjed Soleyman (nella provincia del Khuzestan). Fardin Faraji, quindi, e’ stato condannato a 30 anni di carcere, che passera’ in esilio nel carcere di Tabas, nel Sud del Khorasan. Infine, Ayoub Asadi e’ stato condannato a 20 anni di detenzione, da scontare in esilio nel carcere di Kashmar, nella provincia di Razavi Khorasan.

Kamal Sharifi, 43 anni, e’ stato arresto nel 2008 e condannato a 30 anni di carcere, da passare in esilio nella prigione di Minab. Kamal ha già dichiarato un lungo sciopero della fame, per protestare contro lo stato della sua detenzione (e’ rinchiuso insieme ai criminali condannati per reati di stupro, omicidio e traffico di droga).

Infine il caso più drammatico, quello di Afshin Sohrabzadeh. Arrestato dai Pasdaran  nel 2010, Afshin e’ stato condannato a 25 anni di carcere per la sua appartenenza ad un partito di opposizione curdo. Condannato a scontare la sua pena dal 2012 nel carcere di Minab, Afshin soffre di un cancro all’intensione e di emorragie interne. Trasferito una sola volta nel centro medico, e’ stato rispedito in cella senza aver ricevuto le necessarie cure per il suo gravissimo stato di salute. Per la cronaca, in carcere ha subito torture (uomini dell’intelligence gli ha anche rotto il naso).

Ricordiamo che, nel solo 2015, 21 persone sono state impiccate in Iran con l’accusa di “Moharebeh”. In quasi tutti i casi, la sentenza di condanna a morte veniva scritta prima del processo dal Ministero dell’Intelligence iraniano (Iranhrdc.org).

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Pochi mesi dopo la firma dell’accordo nucleare del luglio 2015, scrivemmo che l’Iran Deal aveva decretato la fine della Siria e – più in generale – degli accordi di Sykes-Picot del 1916. Si trattava di una affermazione lapalissiana, derivata dal fatto che l’empowerment del regime iraniano (e più in generale degli Sciiti) in Medioriente, ha dato il via ad una generale divisione dell’area su basi religiose e etniche. Ovviamente, il primo effetto di questa divisione sarebbe partito dalla Siria.

Diverso tempo e’ passato da quell’articolo e la direzione non sembra mutata. Peggio: le divisioni si sono approfondite e la questione curda e’ divenuta un tema centrale della nuova geopolitica mediorientale. In Iraq Massoud Barzani ha ribadito in occasione del Nowruz, il capodanno Persiano festeggiato anche dai Curdi, la necessita’ dei curdi iracheni di dichiarare un loro Stato indipendente (Basnews). In Siria, il PYD ha dichiarato autonomamente la nascita di una regione federale nell’area del Rojava, al confine con la Turchia. Una dichiarazione immediatamente rigettata dagli Stati Uniti – alleati di Ankara nella Nato – ma che probabilmente verrà sostenuta da Mosca (BBC). Nello stesso Kurdistan iracheno, quindi, il PKK sta lavorando per creare un cantone sotto il suo controllo (Basnews) e all’interno della Turchia, il leader del partito HDP Selahattin Demirtaş, ha pubblicamente annunciato il suo sostegno all’indipendenza dei curdi nella regione del Kurdistan iracheno. Una mossa che non potrà che creare frizioni tra Ankara e Baghdad e non potrà che aumentare le stesse aspirazioni indipendentiste dei curdi turchi (Basnews).

Poteva tutto ciò non avere un effetto diretto sui curdi iraniani, da decenni repressi dal regime di Teheran? Ovviamente no. Ecco allora che Mustafa Hijri, leader del Partito Democratico del Kurdistan iraniano (PDKI) ha pubblicamente annunciato l’intenzione di muovere i suoi Peshmerga all’interno del Kurdistan iraniano, dichiarando dopo due decenni la fine del cessate il fuoco (Rudaw). Ricordiamo che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i curdi iraniani avevano già dichiarato l’indipendenza di una loro Repubblica (Repubblica di Mahabad), poi sconfitta dopo il ritiro delle forze sovietiche dall’Iran.

La dichiarazione di Hijri non va sottovalutata per almeno tre motivi fondamentali: 

  1. I mutamenti geopolitici della regione: in questo senso, la questione curda, potrebbe inserirsi non solo nella rivalità tra l’Iran e i suoi nemici nella Regione (in primis l’Arabia Saudita), anche nelle rivalità tra Mosca e Teheran. Russia e Iran condividono una alleanza tattica – talvolta anche strategica – ma anche punti di frizione e competizione (soprattutto sotto il profilo energetico). Non e’ quindi possibile escludere che, nel prossimo futuro, i russi non decidano di sostenere i curdi iraniani cosi come oggi sostengono i curdi siriani (ricordiamo che anche Mosca e Ankara, sino a poco tempo fa, erano alleate e in ottimi rapporti economici e diplomatici);
  2. La presenza al potere di Hassan Rouhani: nella memoria dei curdi iraniani, Rouhani non e’ un soggetto di moderazione. Al contrario, l’attuale seconda carica dell’Iran ricorda alla minoranza curda i fatti di “Mykonos”, quando quattro esponenti dell’opposizione curda iraniana furono trucidati da agenti dell’Iran in un ristorante di Berlino nel 1992 (tra i morti anche Sadegh Sharafkandi, all’epoca Segretario del PDKI). Quell’attacco fu organizzato direttamente dal regime centrale iraniano, con il sostegno dell’allora Presidente iraniano Rafsanjani – oggi mentore di Rouhani – e dello stesso Rouhani, all’epoca membro di una commissione speciale incaricata di decidere e approvare le operazioni di eliminazione dei “nemici del regime” all’estero (Hassan-Rouhani.info);
  3. L’Onda Curda e’ già cominciata: nel maggio 2015 una giovane ragazza curda, Farinaz Khosravani e’ stata uccisa in un hotel di Mahabad. Nonostante i tentativi di far passare la morte di Farinaz come un suicidio, presto si scopri che la donna era precipitata dal balcone dell’hotel, in un tentativo disperato di scappare dalle violenze sessuali di un agente dell’intelligence iraniana (MOIS). Alla morte di Farinaz seguirono durissime proteste popolari contro il regime dei Mullah. Ovviamente, proteste represse nel sangue (No Pasdaran).

Concludendo, considerando i motivi storici e geopolitici, possiamo certamente affermare che la questione dei diritti dei curdi iraniani potrebbe presto infiammarsi nuovamente. Le conseguenze di una nuova Onda Curda – soprattutto se accompagnate dall’indipendenza del Kurdistan iracheno e dalla nascita della Federazione del Rojava – saranno imprevedibili. Tutto questo, lo ribadiamo, ha il suo centro nell’accordo nucleare con Teheran e nella fine delle sanzioni verso il regime iraniano.