Archivio per la categoria ‘Iran Italia’

Ci sono personalità politiche italiane come la Boldrini, la Mogherini e la Bonino che, quotidianamente, si riempiono la bocca di femminismo, diritti umani e necessita’ di difendere l’accordo nucleare con l’Iran. Poco pero’ hanno da dire in merito agli abusi del regime iraniano contro le donne, le minoranze e soprattutto gli attivisti democratici.

Poi ci sono le donne coraggiose, quelle vere, come l’avvocatessa iraniana Nasrin Sotoudeh, da anni perseguitata dal regime per la sua attività in favore dei diritti umani. In questi giorni, quindi, Nasrin ha annunciato di rifiutare la richiesta intimatale dai Pasdaran, di presentarsi davanti alla Corte nella prigione di Evin. Lo ha fatto perché, pur consapevole dei rischi, Nasrin sa bene che i tribunali iraniani non seguono le norme e che la sentenza nei suoi confronti e’ praticamente già scritta.

Ufficialmente, Nasrin non sa le ragioni della nuova convocazione da parte della Corte. Probabilmente, pero’, e’ legato alla sua attività di difensore legale, in particolare per la difesa dell’artista  Parastou Forouhar e per quella dei bambini abusati sessualmente. Nel settembre scorso, Nasrin aveva difeso una mamma e una nonna che avevano denunciato gli abusi sessuali di un padre contro la sua piccola figlia. Il giudice iraniano, invece di condannare il padre pedofilo, aveva deciso di accusare la mamma e la nonna di “calunnia”.

Ricordiamo che Nasrin Sotoudeh e’ stata condannata a 11 anni di carcere nel 2010, per essere parte dell’organizzazione Centro di Difesa dei Diritti Umani. Fortunatamente, la sua sentenza fu poi ridotta in appello, fino ad ottenere la scarcerazione nel 2013.

Per lei, per la sua liberazione, per il suo diritto ad esercitare la professione di avvocato senza paura e per i suoi diritti di donna, ne la Boldrini, ne la Mogherini e ne la Bonino, hanno mai speso una singola parola…

nasrin sotoudeh

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unga

Trentaquattro ONG internazionali hanno firmato un appello all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, chiedendo l’approvazione della Risoluzione A/C.3/72/L.41, dedicata all’abuso dei diritti umani in Iran e in votazione la prossima settimana all’UNGA.

Nella missiva pubblica inviata dalle ONG, viene sottolineato come per garantire il rispetto dei diritti umani nella Repubblica Islamica, sia fondamentale che venga mantenuta alta l’attenzione della Comunità Internazionale. Un voto in favore della Risoluzione A/C.3/72/L.41, quindi, “manderà un forte segnale alle autorità iraniane” al fine di obbligare Teheran a rispettare gli obblighi internazionali a cui, tra le altre cose, si e’ volontariamente sottoposto.

La Risoluzione A/C.3/72/L.41 – firmata tra le altre cose anche dall’Italia – pur iniziando riconoscendo al Governo iraniano di aver fatto dei passi avanti nelle intenzioni, e’ praticamente totalmente dedicata alle preoccupazioni relative ai continui abusi dei diritti umani nella Repubblica Islamica. In particolare, la Risoluzione fa riferimento all’alto numero di condanne a morte – anche di minori – allo stato detentivo dei prigionieri politici (a cui vengono negate le cure mediche), alle discriminazioni del sistema legale iraniano contro le donne e contro le minoranze etniche e religiose e alle persecuzioni contro giornalisti, attivisti, blogger, artisti, intellettuali, studenti e giornalisti.

Tra le altre cose, la Risoluzione invita caldamente il regime iraniano di collaborare pienamente con l’inviate Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Iran, Asma Jahangir. Parlando alle Nazioni Unite recentemente, la Jahangir ha condannato la non collaborazione di Teheran e sottolineato il deterioramento dello stato dei diritti umani in Iran.

Va aggiunto infine che, la stessa Jahangir, si sta battendo per una Commissione di Inchiesta internazionale relativa al massacro di oltre 30,000 prigionieri politici iraniani nel 1988, per ordine di Khomeini. Alcuni dei responsabili, tra cui il precedente e l’attuale Ministro della Giustizia iraniano, sono ancora al potere nella Repubblica Islamica.

ahmadreza-djalali

Il 21 ottobre scorso, purtroppo, il regime iraniano ha deciso di condannare a morte il ricercatore medico iraniano – in possesso anche di passaporto svedese – Ahmadreza Djalali.

La sua storia riguarda anche l’Italia, avendo per anni Ahmadreza lavorato per l’Universita’ del Piemonte Orientale di Novara. Proprio da qui, dopo il suo arresto nell’aprile del 2016, e’ partita la campagna piu’ importante per la liberazione dell’accademico iraniano.

Ufficialmente, Ahmadreza e’ stato condannato a morte come “spia del Mossad”, accusato di aver fornito all’intelligence israeliana informazioni in merito agli scienziati nucleari iraniani. Neanche a dirlo, si tratta delle solite accuse che vengono mosse a colui il quale il regime vuole tappare la bocca.

Come dichiarato dallo stesso Djalali in un audio pubblicato due giorni prima la condanna a morte, il regime lo ha costretto per ben due volte a leggere una dichiarazione di colpevolezza già prestampata, ovviamente dopo averlo sottoposto a torture fisiche e psicologiche (audio in farsi).

La vera ragione della condanna a morte di Ahmadreza Djalali e’ stata rivelata ieri dal sito d’informazione americano Washington Examiner e anche dal quotidiano italiano La Stampa. In un documento scritto personalmente da Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano rivela che, nel 2014, venne approcciato dagli agenti dell’intelligence militare e gli venne chiesto di collaborare al fine di raccogliere informazione sui programmi chimici, biologioci e nucleari dei Paesi Occidentali. Ahmadreza Djalali rifiuto’ e continuo’ a rifiutare le proposte dell’intelligence negli anni successivi…fino all’arresto dell’aprile 2016.

Una storia identica capito’ al ricercatore iraniano Omid Kokabee, arrestato mentre si trovava in Iran di ritorno dagli Stati Uniti, ove studiava all’Universita’ di Austin in Texas. Arrestato anche lui per non aver accettato di collaborare con l’intelligence iraniana, Omid venne condannato a dieci anni di carcere e fu liberato solamente nel 2016, per gravissimi motivi di salute.

Attualmente per la liberazione di Ahmadreza Djalali sono impegnati anche centinaia di senatori italiani, guidati da Elena Ferrara e Luigi Manconi. In un appello consegnato alle massime autorita’, questi senatori chiedono di sapere – anche dalla Mogherini – le iniziative diplomatiche in atto per salvare la vita di Ahmadreza. Ad oggi, purtroppo, sembra che poco o niente sia stato fatto e che, quanto e’ stato fatto, non ha sortito alcun risultato positivo.

Iran's Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei meets Italian Prime Minister Matteo Renzi in Tehran

C’e’ un Iran che vive, un Iran che protesta contro le storture drammatiche di un establishment fondamentalista. Un Iran che, nonostante le leggi e le repressioni, scende in piazza senza paura e grida forte “morte al regime”. Di questo Iran, purtroppo, i media principali italiani – e Occidentali – attualmente non raccontano quasi nulla.

Troppo schiacciati sugli interessi politici, questi media si ricordano del nero del regime iraniano, solamente quando si arriva ai casi più drammatici, come ad esempio quello del ricercatore medico Ahmadreza Djalali. Dell’Iran che resiste alla corruzione del potere clericale e miliziano dei Pasdaran, si e’ smesso ormai di raccontare nel 2009, anno delle famose proteste dell’Onda Verde.

Dell’Iran che resiste, quindi, si e’ completamente persa traccia dopo l’elezione di Hassan Rouhani alla Presidenza della Repubblica Islamica, nell’illusione che un bel sorriso cambiasse la natura perversa della Velayat-e Faqih. Cosi non poteva essere, cosi non e’ stato.

In questi giorni le strade della capitale Teheran si sono riempite di migliaia di persone che, stanche della corruzione e del potere finanziario dei Pasdaran, hanno manifestato tutta la loro rabbia. Persone comuni che hanno messo da parte la paura, forse perché spinti dalla disperazione, e’ hanno gridato “Marg Bar” (Morte al) dittatore (Khamenei) e al regime islamista, considerato alla stregua di Isis.

Ora questa protesta sociale si e’ spostata di nuovo nelle università. I primi a manifestare sono stati gli studenti dell’Università di Teheran, spinti anche dalla scelta di Hassan Rouhani di voler nominare a nuovo Ministro Mansour Gholami, considerato uno di coloro che favorirono le repressioni contro gli studenti dell’Ateneo Bu Ali Sina.

Eppure di questo Iran quasi non si sente parlare. Meglio organizzare delegazioni di imprenditori in accordo col regime, rinchiuderli in hotel e portarli a vedere solo ciò che piace agli alleati di Khamenei.

Le stesse cose che l’iraniano medio odia…

mogherini iran

L’accordo nucleare sta mettendo in crisi i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, con gli Stati Uniti intenzionati a rivedere – ma non stralciare il JCPOA – e buona parte dell’Europa pronta a dare battaglia per mantenere quanto firmato a Vienna nel 2015. Purtroppo, tra chi si schiera nella seconda coalizione, c’e’ anche l’Italia, ove assistiamo ad una strana battaglia interna alle istituzioni nazionali, con un Governo tutto proteso a promuovere il business con Teheran, e delle agenzie (anche pubbliche) di assicurazione dei crediti esteri – Sace e Cassa Depositi e Prestiti – non convinte della bonarietà di questo investimento.

Per la maggior parte, chi sostiene che nulla debba essere cambiato nell’accordo nucleare, lo fa citando le posizioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), guidata dal giapponese Amano. Peccato che, come recentemente ammesso dallo stesso Amano, l‘AIEA non ha affatto certificato il rispetto iraniano del JCPOA.

Ancora oggi, infatti, l’AIEA non ha mai potuto garantire che l’Iran rispettasse la Sezione T dell’Allegato I, dell’accordo nucleare del 2015, quella che garantisce che Teheran non sta sviluppando attività che potrebbero portarlo a produrre un ordigno nucleare. Ovvero il cuore dell’accordo tra la Repubblica Islamica e il P5+1. L’AIEA non ha mai, ripetiamo mai, potuto garantire la Sezione T, perché l’Iran non ha mai permesso agli ispettori internazionali di verificare alcuni siti militari iraniani, come Parchin, ove sono state simulate delle esplosioni nucleari.

Allora come mai la Mogherini ha sottolineato che “tutte le parti stanno rispettando l’accordo nucleare”? Semplice: Mrs. Pesc non ha mai preso come base i report dell’AIEA, ma le parole della Joint Commission creata dopo la firma dell’accordo nucleare del 2015 a Vienna. La Joint Commission, pero’, non e’ un organo di esperti di in materia, ma una organizzazione creata ad hoc per meri fini politici, allo scopo di superare la stessa AIEA e poter cosi certificare il rispetto dell’accordo stesso…senza reali garanzie…

I membri della Joint Commission, infatti, sono rappresentanti dei Paesi che hanno firmato l’accordo nucleare (più un rappresentante UE). Come tali, non solo sono privi di autonomia e voce propria, ma dipendenti del volere di Governi che, per la maggior parte, hanno solo interesse a riavviare il business con Teheran. Ecco perché, in tutti questi mesi, tutti questi rappresentati sono stati capaci di non dire una sola parola sulle numerose violazioni dell’accordo nucleare compiute dal regime iraniano.

Concludendo, possiamo dire che qualsiasi sia la posizione di un Paese o di una personalità politica rispetto all’accordo nucleare, ci sono alcuni dati di fatto che non possono essere smentiti: il JCPOA non e’ un accordo tecnico, ma politico e in quanto tale deve garantire un nuovo rapporto con Teheran, benedetto all’epoca da Obama. Il fine principale di questo accordo non e’ il nucleare, ma il business. Per questo, per raggiungere questo obiettivo, ci sono forze che sono disposte a passare sopra a tutto, in primis alle violazioni dell’accordo stesso da parte dell’Iran…

Fortunatamente, per il momento, ancora questa follia non e’ valsa il Nobel a nessuno dei maggiori protagonisti…

Il discorso di Trump sull’accordo nucleare iraniano

Ieri, 10 ottobre, era la Giornata Mondiale contro la Pena di Morte. Secondo quanto riportato dalla ONG Iran Human Rights, dal gennaio 2017 ad oggi, sono 435 i detenuti iraniani messi a morte dal regime, tra cui cinque condannati alla pena capitale quando erano minorenni. Meta’ delle condanne a morte messe in atto dal regime iraniano, sono state eseguite contro detenuti condannati per reati legati al traffico di droga. Detenuti che provengono da aree dell’Iran estremamente povere, spesso parte di minoranze etniche lasciate ai margini dal regime islamista.
In occasione della Giornata Mondiale contro la Pena di Morte, anche il Ministero degli Esteri italiano ha pubblicato un tweet a sostegno della campagna, scrivendo che “l’Italia riafferma il proprio impegno convinto contro la pena di morte, che non è giustificabile in nessuna circostanza”. Un sostegno sicuramente apprezzabile, cosi come e’ apprezzabile la campagna italiana in favore della Moratoria Universale contro la Pena di Morte.
Eppure, purtroppo, va rilevato che – a dispetto delle parole – la diplomazia italiana resta muta rispetto agli abusi dei diritti umani da parte del regime iraniano e rispetto all’uso spasmodico ed incontrollato della pena di morte come strumento repressione dei crimini, anche quelli di opinione.
Un silenzio che, a dispetto delle nuove relazioni tra Roma e Teheran, non puo’ essere ne giustificato, ne accettato.

Il Parlamento di Teheran ha protestato “duramente” contro Roma, dopo che l’Ambasciata italiana ha chiesto a due parlamentari iraniani le impronte digitali per ottenere i visti per partire. I due parlamentari, Abolfazl Hassan Beigi e Mohammad Javad Jamali, dovevano venire in Italia come parte di una missione della Commissione Sicurezza Nazionale e Politica Estera, al fine di ispezionare il lavoro dell’Ambasciata iraniana a Roma.
Per il deputato Hassan Biegi, la richiesta delle impronte digitali da parte del personale del consolato italiano a Teheran, rappresenta “un insulto alla Repubblica Islamica” e il Parlamento non “permettera’ all’Ambasciata di continuare” con questi comportamenti offensivi (notoriamente, lo stile del regime iraniano e’ la minaccia…).
Secondo quanto riportato dai media iraniano, pare anche che il Presidente della Commissione parlamentare Sicurezza Nazionale e Politica Estera, Alaeddin Boroujerdi, ha “persino suggerito che l’Ambasciata prendesse le impronte digitali all’interno del Parlamento, ma loro (i diplomatici italiani, NdA), hanno rifiutato dietro vari pretesti”.
La visita dei due parlamentari iraniani e’ stata quindi rinviata di un mese, ma i deputati hanno chiarito che non partiranno se l’Ambasciata italiana a Teheran continuera’ a chiedere le impronte digitali.
Sotto una immagine del bellissimo giardino persiano oggi parte dell’edificio dell’Ambasciata d’Italia a Teheran