Archivio per la categoria ‘Iran Islam’

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Nel video che vi mostriamo in basso, ripreso durante le elezioni presidenziali svoltesi in Iran, si vede una ragazza di Isfahan ballare sul tetto di una macchina. Questo video amatoriale e’ straordinario per almeno due motivi: il primo e’ che in Iran e’ vietato per le donne ballare in pubblico. Il secondo, che la ragazza non porta alcun velo, obbligatorio nella Repubblica Islamica.

Ora, qualunque sia l’analisi del voto presidenziale che si può scrivere, una cosa e’ certa: nonostante le speranze Occidentali e nonostante le speranze di questa stessa ragazza iraniana, nessun Presidente ne rappresenterà veramente le istanze di libertà a cui ella aspira. Cosi come nessun Presidente iraniano, rappresenterà la voce degli oltre 800 prigionieri politici presenti nelle carceri del regime, il cui grido viene totalmente ignorato da buona parte del mondo democratico.

Le ragioni sono semplici. Se il regime ascoltasse la voce di questa ragazza, dovrebbe abolire l’obbligatorietà del velo, approvare la parità di genere tra uomo e donna, permettere alle ragazze di cantare liberamente, di ballare in pubblico e di andare in bicicletta senza rischiare di essere accusate di “provocare la libido maschile”. Nessuno Rouhani ascolterà le parole dei prigionieri politici, perché se cosi fosse, egli stesso dovrebbe farsi da parte, avendo contribuito alle peggiori repressioni delle proteste popolari dal 1979 ad oggi (a cominciare dal massacro degli studenti dell’università di Teheran nel 1999 e dall’Onda Verde nel 2009).

Cio’ che serve al popolo iraniano e al mondo intero, non e’ un nuovo presidente, ma un nuovo Iran. Ovvero una vera Festa della Liberazione: la liberazione da un regime fondamentalista, teocratico e naturalmente portato alla repressione civile. Solo in questo giorno, allora, potremmo davvero festeggiare. 

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L’Ayatollah Mohammad Reza Nekounam, di cui quasi nessuno in Occidente conosce l’esistenza, e’ uno dei principali clerici iraniani e tra i pochi a poter vantare anche il titolo di Marja, ovvero di fonte di imitazione (un titolo di cui non gode nemmeno lo stesso Ali Khamenei, Guida Suprema iraniana, molto forte politicamente ma religiosamente scadente).

Responsabile di un seminario religioso nella città santa di Qom, l‘Ayatollah Mohammad Reza Nekounam ha prima criticato il regime dello Shah, finendo in carcere, poi la stessa interpretazione data dall’Ayatollah Khomeini dello sciismo e a clerici fondamentalisti come l’Ayatollah Naser Makaremi Shirazi (uno che difende l’esclusione delle donne dagli stadi e predica il negazionismo).

Essersi opposto al regime e’ costato caro all’Ayatollah Mohammad Reza Nekounam: nel 2015 e’ stato arrestato e condannato da cinque anni di carcere da uno Speciale Tribunale Religioso. Nel dicembre 2016, Nekounam ha deciso di dichiarare lo sciopero della fame. Una protesta drastica a cui il suo corpo non ha retto (l’Ayatollah ha 68 anni). Nel gennaio del 2017, quindi, dopo numerosi ritardi, il regime ha deciso di trasferirlo segretamente dal carcere di Qom ad un ospedale della capitale Teheran (Iran Freedom).

Purtroppo, in questi giorni veniamo a sapere che l’Ayatollah Mohammad Reza Nekounam ha lasciato l’ospedale ed e’ stato riportato in una cella del carcere di Qom. Una decisione presa nonostante il fatto che, gli stessi medici che lo hanno avuto in cura, hanno chiaramente detto che l’Ayatollah non può restare chiuso in una cella e servire una lunga pena detentiva. I medici hanno avvisato che, il ritorno in carcere dell’Ayatollah, potrebbe provocargli un infarto o addirittura portarlo in uno stato di coma (Hrana).

Purtroppo, ancora una volta, nessun parere scientifico ha vinto contro il fondamentalismo del regime khomeinista!

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Pochi analisti e soprattutto pochi media pongono veramente attenzione all’Iraq, quando parlano del cosiddetto “Siraq” (Siria + Iraq). Quasi sempre, infatti, i media si concentrano sulla Siria, guardando alla crisi irachena con un occhio quasi marginale. In realtà, nonostante la tragedia umana della guerra siriana, in Iraq si sta giocando una partita centrale per i futuri assetti geopolitici mediorientali. 

Il regime iraniano, ormai da anni, sta lavorando per prendere il controllo di buona parte dell’Iraq. Lo sta facendo attraverso il Parlamento iracheno, soprattutto cercando di riportare al potere l’ex premier al-Maliki, attraverso il controllo dei gruppi paramilitari – in primis la Forza di Mobilitazione Popolare, riconosciuta ufficialmente anche da Baghdad – e attraverso la creazione di centri di controllo politici, anche in aree prettamente sunnite, quali Musul.

Proprio a Mosul, come denuncia il quotidiano arabo Asharq al-Awsad, la Forza Qods dei Pasdaran ha aperto dei nuovi uffici speciali. Entrando nella capitale del Provincia di Nineveh, cuore del sunnismo iracheno, i Pasdaran iraniani puntano a coltivare le relazioni con i capi tribù sunniti locali, allo scopo di convincerli ad accettare il potere iraniano per mezzo di armi e soldi. Questi uffici sarebbero sotto il controllo diretto di capi della Forza di Mobilitazione Popolare e soprattutto dell’ex Premier iracheno al-Maliki che, grazie a questo sistema di corruzione, mira a vincere le prossime elezioni parlamentari irachene previste per il 2018 (mei.edu). A questo si aggiunga che, proprio in questi giorni, e’ stato ufficialmente nominato il nuovo ambasciatore iraniano in Iraq: come preannunciato, si tratta di Iraj Masjedi, già comandante della Forza Qods e consigliere personale di Qassem Soleimani (BBC Persian).

In queste ore, il Vice Presidente iracheno Ayad Allawi, ha rivelato che uno dei leader della Forza di Mobilitazione Popolare, si e’ recato in Iran per discutere della ripartizione interna dei profughi dell’area strategica di Jurf al Sakhar, vicino alla capitale Baghdad. Jurf al Sakhar e’ stata ripresa ad Isis nel 2014, ma oltre 12000 abitanti – sunniti – sono stati evacuati coattivamente dalla città e, ad oggi, non e’ stato consentito loro di tornare. Nonostante parte del Governo iracheno di al-Abadi stia premendo per un loro ritorno – nell’ottica di una riconciliazione nazionale – i potenti gruppi filo-iraniani della Forza di Mobilitazione Popolare, hanno sinora posto il veto (mei.edu).

Tutto questo ragionamento, va collegato al tentativo iraniano di controllare la città di Shirqat, distretto del Governatorato di Salah al-Din, a forte maggioranza sunnita e curda. Qui, infatti, Teheran sta cercando di costruire un corridoio che, dall’Iran, si dispieghi verso la provincia di Diyala, oggi a maggioranza sciita, verso la Provincia di Kirkuk e – come suddetto – la città di Shirqat.

Riuscire a fare questo, permetterebbe ai Pasdaran di avere un accesso diretto alla Siria, passando per Tal Afar e le montagne del distretto di Sinjar.

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In Europa, ormai da anni, la questione del trattamento dei migranti e’ al centro del dibattito politico. In questi giorni, quindi, proprio in Italia si sta svolgendo un interessante e duro dibattito sul tema del salvataggio delle vite dei migranti e il ruolo delle organizzazioni non governative.

Mentre tutto questo scontro sui diritti e sulle relazioni illecite si svolge nel mondo democratico, in altre parti del globo, i rifugiati sono trattati – senza troppi problemi – come carne da macello, pronti ad essere inviati a morire in nome di dittatori brutali come Bashar al Assad.

E’ proprio quello che accade, da troppo tempo, ai rifugiati afghani che giungono in Iran. Questi disperati, sciiti di etnia Hazara, arrivano nella Repubblica Islamica per cercare una nuova vita. Quello che ottengono, e’ praticamente un trattamento disumano e minacce. Teheran, infatti, impone ai rifugiati afghani di scegliere tra l’arruolamento nella Divisione Fatemiyoun in Siria, oppure essere espulsi. Nel caso in cui il migrante sceglie di arruolarsi, per lui e’ pronto un salario di circa 700 dollari al mese, una carta verde per restare in Iran e una tomba in appositi cimiteri – il più noto si trova a Mashhad – dedicati ai “martiri afghani della guerra siriana” (Mei.edu). Tra le decine di corpi che ritornano quotidianamente dalla Siria, anche quelli di numerosi minori afghani, inviati in guerra nonostante la giovane eta’ (No Pasdaran).

In questi giorni, il quotidiano pakistano Dawn, ha raccontato la storia di Imam Ali, afghano di 22 anni, giunto in Iran dalla Provincia afghana di Bamyan. Dopo appena quattro mesi di permanenza in Iran, le autorità iraniane hanno imposto ad Imam Ali di scegliere tra la Siria e l’espulsione. Attirato anche dal salario e impaurito dal rischio di ritorno alla povertà totale, Imam Ali ha accettato di combattere per Assad (Dawn).

Ad oggi, secondo quanto rivelato dagli stessi Pasdaran, almeno 18000 rifugiati afghani sono stati inviati in Siria dall’Iran, per salvare il regime di Damasco. La questione dei rifugiati afghani usati come mercenari di guerra/jihadisti sciiti, sta anche causando una crisi delle relazioni tra Teheran e Kabul (8am.af). Tra i due Paesi ad influire sulla crisi diplomatica, oltre all’abuso dei migranti, si aggiunge anche il rapporto tra il regime iraniano e i Talebani, finanziati da Teheran nonostante le differenze di natura teologica (No Pasdaran).

Per approfondire:

Iran’s Violation of Afghan Refugee and Migrant Rights

Video di propaganda iraniana, in onore dei “martiri afghani della guerra in Siria”

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La prigioniera politica Atena Daemi, in sciopero della fame da quattro settimane, si trova in una situazione di salute estremamente critica. Ad un mese dall’inizio della protesta, come denuncia la famiglia, il corpo di Atena comincia a crollare e le autorità del carcere di Evin, rifiutano di darle la necessaria assistenza medica. 

Atena Daemi, attivista per i diritti umani, e’ stata condannata dal regime iraniano a sette anni di carcere, per la sua partecipazione a proteste pacifiche e per aver criticato il massacro di oppositori compiuto dal regime iraniano nel 1988 (Iran Human Rights).

Atena Daemi ha coraggiosamente deciso di dichiarare lo sciopero della fame l’8 aprile scorso, dopo che i Pasdaran avevano arrestato le sue due sorelle, Onsieh e Hanieh Daemi. Le due erano state fermate dalle Guardie Rivoluzionarie, dopo che avevano pubblicamente protestato contro il violento arresto di Atena Daemi, avvenuto il 26 novembre del 2016. Per essersi azzardate a parlare, Onsieh e Hanieh sono state fermate e condannate a 91 giorni di carcere. Tra le altre cose, 91 giorni di detenzione sono stati aggiunti anche alla stessa Atena, insieme ai sette anni già decisi dalla Corte.

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Il regime iraniano nega che lo stato di salute di Atena Daemi sia critico. Non solo: un giorno, l’infermiere di turno del carcere di Evin, ha rifiutato di fare ad Atena un elettrocardiogramma, perché “e’ religiosamente proibito per un uomo toccare una donna”. 

Dopo aver visitato sua figlia in carcere, la madre di Atena Daemi, la Signora Masoumeh Nemati, ha scritto una lettera aperta chiedendo al mondo di salvare sua figlia, considerando l’indifferenza del regime (Iran Human Rights). La stessa Atena, in una lettera pubblicata ad aprile per annunciare il suo sciopero della fame, ha dichiarato che continuerà la sua battaglia, perché “e’ preferibile morire piuttosto che essere schiavi della tirannia” (Iran Human Rights).

 

 

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Quello che vi mostriamo qui sopra, e’ un tipico cartellone di avvertimento che potreste trovare nella Repubblica Islamica dell’Iran, prima di fare il vostro ingresso in uno stadio.

Nel cartellone, insieme ad una serie di norme da osservare, sono riportati alcuni divieti all’ingresso. In particolare, scritto nero su bianco, viene fatto divieto di far entrare “cani, gatti e donne all’interno dello stadio”. Una proibizione medievale e inaccettabile, che continua a sopravvivere per colpa di una interpretazione fondamentalista della legge islamica (Twitter).

Purtroppo, invece di condannare il regime iraniano per queste norme razziste, molti media Occidentali hanno anche dato spazio ad alcune manifestazioni sportive organizzate in Iran di recente, a puro scopo propagandista. Una di queste e’ stata la maratona internazionale di Teheran: cosi internazionale che le donne arrivate da diverse parti del mondo, hanno dovuto correre separatamente dagli uomini e lontano da spazi esterni (allo scopo di non solleticare la libido maschile). Una decisione che ha fatto infuriare diverse delle partecipanti straniere (che, ad onore del vero, avrebbero dovuto avere il coraggio di boicottare l’evento).

Nonostante i divieti, diverse donne iraniane hanno protestato contro le discriminazioni. Alcune addirittura, si sono travestite da maschio e sono riuscite, talvolta, ad eludere la sorveglianza ed entrare negli stadi. L’ultimo caso noto e’ avvenuto nel febbraio 2017, quando otto donne sono state arrestate durante la partita Esteghlal F.C. – Persepolis F.C., per essersi travestite da uomini ed entrate clandestinamente allo stadio di Teheran. Ovviamente e disgraziatamente, tutte queste ragazze sono oggi sotto processo in Iran (Memri).

Dubitiamo che qualche femminista italiana avrà il coraggio di scendere in piazza per la loro libertà…

Nuova crisi diplomatica tra Marocco e Iran: questa volta, al centro dello scontro ci sono delle motivazioni religiose. Secondo dei report preparati dai funzionari del Ministero dell’Interno marocchino, infatti, il regime iraniano avrebbe messo in atto una vera e propria “agenda sciita”, da portare avanti nel Regno di Mohammed VI. L’obiettivo di Teheran, sarebbe quello di convertire quanti più marocchini possibili, all’Islam sciita.

Questa strategia, secondo quanto riportato da al-Quds al-Araby, sarebbe oggi particolarmente attiva in città come Hasima, protagonista recentemente anche di importanti proteste anti-governative. Sempre nel report dei funzionari di Rabat, quindi, viene denunciato che la Repubblica Islamica ha almeno 40 spie di stanza a Dar al-Bayda, 6000 a Marrakesh e qualche centinaio nella capitale Rabat. 

Ricordiamo due cose importanti: in primis, riguardo l’Islam, e’ fondamentale sottolineare che la monarchia marocchina deriva la sua importantissima posizione religiosa, proprio dalla sua discendenza diretta dalla famiglia del Profeta Maometto. Si tratta di una dinastia alawite, da non confondere pero’ con gli alawiti siriani: in questo caso, infatti, la Monarchia appartiene all’Islam sunnita, cosi come il 99% dei cittadini del Marocco. 

Secondariamente, altrettanto importante, già nel 2009 il Marocco aveva rotto le relazioni diplomatiche con l’Iran, accusando l’Ambasciatore di Teheran a Rabat, di diffondere lo sciismo nel Paese. Le relazioni sono state ristabilite, solamente nel gennaio del 2017. Nonostante la ripresa dei rapporti diplomatici, pero’, Rabat – unito a tutti i Paesi della Lega Araba – ha denunciato la volontà del regime iraniano di infiammare lo scontro settario islamico, anche in Marocco. 

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