Archivio per la categoria ‘Iran Iraq’

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Ora c’e’ la prova, dalla voce stessa di un rappresentante di primo piano del regime iraniano: la Mezzaluna Rossa iraniana (IRCS) e’ solamente di facciata una organizzazione umanitaria, ma in realta’ e’ una realta’ al servizio della Forza Qods, unita’ speciale dei Pasdaran comandata da Qassem Soleimani.

In una intervista televisiva, l’ex Generale Pasdaran Saeed Ghasemi ha pubblicamente dichiarato di aver visitato la Bosnia negli anni ’90, indossando la divisa della IRCS, unicamente al fine di addestrare i combattenti islamisti in Bosnia coperto diplomaticamente da una “uniforme umanitaria”. Nella stessa intervista, quindi, Ghasemi sostiene che gli americani hanno gia’ scoperto quanto da lui ammesso solamente oggi.

Nella stessa intervista, Ghasemi ammette che in Bosnia ha combattuto al fianco di al-Qaeda e che i terroristi di Bin Laden “hanno imparato da noi”. L’ennesima conferma di quanto si dice da anni, ovvero che i legami tra Iran-Hezbollah e al-Qaeda, nonostante le differenze teologiche tra sciiti e sunniti, sono antichi e consolidati.

Ovviamente, poco dopo la messa in onda dell’intervista, sia il portavoce dei Pasdaran Ramazan Sharif che il Presidente Rouhani, si sono affrettati a negare tutto. C’e’ pero’ poco da negare, anche perche’ quanto affermato da Ghasemi, fa il paio con un altro documento esclusivo – che vi mostriamo in basso – che dimostra come, nel 2003, il regime iraniano abbia usato la Mezza Luna Rossa, per coprire le azioni della Forza Qods in Iraq.

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Nel documento, firmato dal potente Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale (di cui Rouhani stesso era parte) e firmato il 19 aprile 2003, e’ scritto chiaro e tondo che “al fine di aiutare la popolazione , le necessita’ urgenti degli iracheni devono essere coordinati con la Forza Qods…”. Come noto, qualche anno dopo ci fu una nota telefonata del terrorista Qassem Soleimani al Generale americano Petraeus in cui Soleimani dichiarava senza mezzi termini che lo stesso Ambasciatore iraniano in Iraq, era un uomo della Forza Qods.

 

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Il Presidente americano Trump ha deciso di inserire tutta l’unita’ dei Pasdaran iraniani – ovvero le Guardie della Rivoluzione – nella lista delle organizzazioni terroristiche. Una decisione che ha gia’ causato la reazione del regime iraniano che, a sua volta, ha deciso di inserire le forze armate americane nell'”Asia Occidentale”, nella lista delle organizzazioni terroristiche. In poche parole, il centro dello scontro tra Stati Uniti ed Iran, ieri come domani, sara’ ancora principalmente l’Iraq.

Preparatevi alla reazione di diversi rappresentanti politici e soprattutto intellettuali progressisti che, in nome della “pace” e del “multilateralismo”, diranno che la mossa di Trump e’ sbagliata, che la decisione avra’ ripercussioni negative e che i Pasdaran non possono essere comparati ad una organizzazione terroristica. In primis, preparatevi a frasi del genere da “espertoni” come la Direttrice dello IAI Nathalie Tocci che, gia’ qualche tempo addietro intervista da Tasnim News – agenzia iraniana vicina ai Pasdaran – si disse contraria ad una simile mossa.

Peccato che, nonostante i voli pindarici del pensiero, e’ impossibile paragonare le Guardie Rivoluzionarie ad un esercito regolare. In primis per il nome stesso: “sepāh-e pāsdārān-e enghelāb-e eslāmi”, ovvero “Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica”. Nella denominazione ufficiale dei Pasdaran, non esiste neanche la parola “Iran”. Perche’ l’obiettivo primario dei Pasdaran, infatti, non e’ quello di difendere l’Iran, ma la Velayat e-Faqi, ovvero il sistema di potere imposto dall’Ayatollah Khomeini dopo il 1981. In Iran, infatti, un esercito regolare esiste e si chiama “Artesh”. Ma proprio perche’ i clerici non si fidavano dell’esercito regolare – in pieno stile sovietico – decidero di creare una milizia pretoriana, il cui compito ufficiale era quello di difendere la Rivoluzione, come scritto nero su bianco nell’articolo 150 della Costituzione iraniana (“II Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, fondato nei primi giorni della vittoria di questa Rivoluzione, continua a svolgere le proprie funzioni di difesa della Rivoluzione stessa e delle sue conquiste. Le prerogative e i doveri di tale Corpo, in rapporto alle prerogative e ai doveri delle altre forze armate, saranno regolamentati dalla legge, che promuoverà la cooperazione fraterna ed il coordinamento di tutte le forze in questione“).

Non e’ un caso che, la nomina del Capo dei Pasdaran, spetta direttamente alla Guida Suprema, senza alcun ruolo svolto da parte del Presidente iraniano. Fino a qualche anno addietro, addirittura, per i Pasdaran esisteva un Ministero ad hoc, fino a quando si e’ deciso di unire anche la gestione del Corpo dei Pasdaran al Ministero della Difesa. Con il risultato che, praticamente, i Pasdaran hanno preso il controllo direttamente di ogni settore militare del Paese, nominando anche loro uomini a capo di Stato Maggiore e Ministro della Difesa. Non e’ un caso che, l’intero programma nucleare e missilistico del regime, non dipendono in alcun modo dall’Artesh – ovvero dall’esercito regolare – ma sono sotto il diretto controllo dei Pasdaran.

Ai Pasdaran, infine, e’ demandata la repressione delle proteste interne – svolta principalmente per mezzo della milizia volontaria dei Basij e degli Hezbollah iraniani – e la proiezione militare esterna del regime, ovvero l’esportazione della Rivoluzione islamica fuori dai confini iraniani, attuata per mezzo del finanziamento a gruppi terroristici sciiti (in primis Hezbollah), ma anche sunniti (come Hamas, la Jihad Islamica, ma se necessario anche al Qaeda e i Talebani). Questa “proiezione esterna”, e’ quindi affidata principalmente alla Forza Qods, diretta dal Generale Soleimani, con agenti dislocati in tutte le ambasciate iraniane nel mondo e spesso con Ambasciatori nominati direttamente dal comandante della Forza Qods (come gli Ambasciatori iraniani in Iraq e Siria).

Tutto questo senza contare il ruolo svolto dai Pasdaran nell’economia nazionale del Paese, di cui controllano oltre la meta’ delle attivita’, nei piu’ disparati settori, soprattutto per mezzo della holding principale (Khatam al-Anbiya, con oltre 40000 dipendenti). Grazie alle attivita’ economiche legali e illegali – anche nel settore del narcotraffico, soprattutto verso l’America Latina e l’Europa – i Pasdaran integrano il budget ufficiale concesso dal Governo, guardagnado una indipendenza economica che, ancora una volta, non ha alcun controllo da parte del potere esecutivo e legislativo del Paese.

Perche’ alla base dell’attivita’ dei Pasdaran non c’e’ affatto l’interesse nazionale iraniano, in quanto “Stato normale” inserito nel mondo delle relazioni internazionali. Alla base delle attivita’ Pasdaran, infatti, c’e’ solo la massima di Khomeini: “noi dobbiamo esportare la nostra rivoluzione nel mondo. Sino a quando il pianto “non c’e’ altro Dio di Dio”, risuonera’ in tutto il mondo“.

 

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La scorsa settimana in Iran si e’ riunita la potentissima Assemblea degli Esperti, organo che in Iran nomina la Guida Suprema. Nel comunicato ufficiale rilasciato a fine seduta, e’ scritto nero su bianco che la Repubblica Islamica farebbe un grave errore a sottoscrivere le normative anti finanziamento del terrorismo internazionale previste dal Financial Action Task Force, dalla Convenzione ONU di Palermo e dal CFT (Combacting Financing of Terrosim).

Si tratta dell’ennesima conferma che, davanti al bivio fra stato di diritto e terrore, il regime iraniano sceglie ancora una volta il secondo. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti, visto che Teheran sin dagli anni ’80 del XX secolo, e’ considerato il primo Paese al mondo per finanziamento del terrorismo intenazionale. Oggi, quindi, la politica estera del regime iraniano non potrebbe andare avanti senza gruppi armati quali Hezbollah, la Jihad Islamica, Hamas e il finanziamento alle decine e decine di milizie paramilitari sciite presenti in Siria e Iraq.

La questione pero’ e’ preponderante: l’adesione ai parametri anti-ricilaggio del FATF, soprattutto, e’ precondizione di ogni accordo intenazionale con Teheran e dello stesso Instex, il meccanismo UE creato per aggirare le sanzioni americane approvate nel novembre 2018. Come noto, il Parlamento iraniano ha provato due volte ad approvare una norma di riforma del settore bancario iraniano, ed entrambe le volte la norma e’ stata cassata dal Consiglio dei Guardiani.

Ora, davanti al conflitto tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani, la parola ultima e’ nelle mani del Consiglio per il Discernimento, organo creato appositamente per dirimere le controversi instituzionali. La scelta, pero’, sembra essere scontata verso il diniego: in tal senso si sono espressi sia Ahmad Vahidi – ex Capo dei Pasdaran e ex Ministro della Difesa, responsabile egli stesso di attentati nel mondo (come quello al centro ebraico AMIA di Buenos Aires) – e Mohsen Rezaei, Segretario del Consiglio per il Discernimento che, con due tweet, ha espresso i suoi dubbi verso l’adesione al FATF, al CFT e alla Convenzione di Palermo.

Insomma, come suddetto, ancora una volta la Repubblica Islamica decide di andare nella direzione sbagliata. E’ tempo quindi di finirla con le illusioni ed e’ tempo quindi di smettere di pensare che fare affari con il regime iraniano possa essere privo di rischi e di conseguenze!

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Il risultato delle elezioni irachene sta terrorizzando Teheran. Il successo del partito Sairoon del clerico Moqtada al-Sadr – che ha ottenuto 54 seggi all’interno del parlamento iracheno – sta sconvolgendo completamente la strategia imperialista iraniana in Iraq.

Qui, infatti, Teheran aveva puntato sia sul partito dell’attuale Premier Haider al-Abadi, che su quello dell’ex Premier Nuri al-Maliki, quest’ultimo un vero e proprio fantoccio nelle mani dei Pasdaran. Sia al-Abadi che al-Maliki sono alleati dell’Iran, ma si sono presentati alle elezioni divisi, per ragioni di politica interna. Il partito di al-Abadi (al-Nasr) ha ottenuto 42 seggi, mentre quello di al-Maliki, ne ha ottenuti 25. Altri 47 seggi sono stati ottenuti invece da Hadi al-Amiri, gia’ capo dell’organizzazione Badr, armata e finanziata direttamente dai Pasdaran.

L’incubo iraniano quindi, e’ che al-Sadr arrivi al potere, magari in alleanza con l’attuale premier al-Abadi, come suddetto non nemico di Teheran, ma non completamente controllato dagli iraniani. Al-Sadr, lo ricordiamo, pur essendo un clerico sciita, da anni ormai guida un movimento di riforma dell’Iraq, che ha come suo primario obiettivo la lotta alla corruzione e il distacco dell’Iraq dall’invadenza del vicino iraniano. A tal fine, al-Sadr ha notevolmente migliorato i rapporti con gli Stati arabi sunniti, in primis con l’Arabia Saudita. Per queste ragioni, prima delle elezioni, Ali Akbar Velayati – consigliere politico di Khamenei – aveva dichiarato che per Teheran era fondamentale impedire la vittoria “dei liberali e dei comunisti” (riferendosi indirettamente proprio ad al-Sadr).

La notizia dell’arrivo immediato di Soleimani a Baghdad, e’ il chiaro indice della tensione che si respira a Teheran. Immediatamente dopo le elezioni, al Sadr ha ricevuto le congratulazioni del Premier al-Habadi e ha persino incontrato al-Amiri. Una alleanza di al-Sadr quindi con questi due rappresentanti iracheni, rischierebbe di far nascere a Badghad un Governo che non prende ordini direttamente dalla Repubblica Islamica. Peggio, un Governo che – sebbene non ostile a Teheran – non ha alcuna intenzione di aprire un fronte di confronto con i sunniti.

Moqtada Al-Sadr, d’altronde, ha sempre sottolieanto la necessita’ di combattere il settarismo, prima causa del sostegno dei sunniti a al-Qaeda e Isis. Settarismo che l’Iran ha fortemente provocato, specialmente durante l’epoca di al-Maliki.

 

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Valiollah Seif, Governatore della Banca Centrale iraniana

Il Dipartimento del Tesoro americano ha inserito nella lista delle sanzioni secondarie – ovvero le sanzioni contro figure non di nazionalita’ americana – il Governatore della Banca Centrale iraniana,  Valiollah Seif e un suo collaboratore (Ali Tarzali), con l’accusa di aver segretamente finanziato il terrorismo internazionale.

In particolare, secondo quanto pubblicato dal Tesoro americano, Seif – agendo per conto della Forza Quds dei Pasdaran – inviava finanziamenti al gruppo terrorista Hezbollah, al fine di sostenere il suo programma estremista. I soldi arrivavano ad Hezbollah per mezzo di una banca irachena – la al-Bilad Islamic Bank – anch’essa ovviamente sanzionata. Tra le figure inserite nelle sanzioni, quindi, anche tale Muhammad Qasir, l’intermediario finanziario che agiva per conto di Hezbollah, in contatto con gli agenti della Forza Quds iraniana.

Purtroppo, mentre il Dipartimento del Tesoro americano diffonde informazioni di tale rilevanza, in Europa si continua non solo promuovere la sostenibilita’ del JCPOA, ma anche la necessita’ di assicurare le compagnie europee che intenderanno continuare a fare affari con Teheran.

Ovvero, coloro che vorranno andare ad investire i soldi in un Paese in cui, il Governatore della Banca Centrale in persona, e’ coinvolto nel finanziamento del terrorismo internazionale!

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Diversi sono stati i commenti scritti in seguito al lancio di un drone iraniano sui cieli israeliani. Come noto il drone, una copia del UAV americano US Sentinel, ed e’ stato abbattuto da un Apache dell’IAF dopo neanche due minuti di volo sopra i cieli israeliani. Durante i raid israeliani di risposta al lancio del drone, un F16 di Gerusalemme e’ stato colpito e i due piloti israeliani – dopo aver fatto ritorno nei cieli nazionali – hanno abbandonato il velivolo.

Per molti commentatori, si e’ trattato del primo scontro “diretto” tra israeliani e iraniani, in considerazione del fatto che i droni di Teheran in Siria, sono manovrati direttamente dai Pasdaran (o meglio dalla Forza Qods, al comando di Qassem Soleimani). La domanda allora e’ una sola: perché il regime iraniano e’ giunto sino a tanto?

Alcuni esperti, hanno giustificato l’accaduto con la situazione di forza in cui il regime iraniano si troverebbe attualmente: in Siria Assad ha consolidato il suo potere, con frange di resistenza ormai asserragliate ad Idlib. In Iraq, il regime iraniano si appresta ad accrescere il suo potere, trasformando alcune milizie paramilitari sciite in partiti politici e provando a ridare la volata ad al-Maliki per ritornare al Governo.

Per quanto ci riguarda, nonostante le apparenze, a spingere Teheran a provocare Gerusalemme non e’ stata la forza della Repubblica Islamica, ma la sua debolezza. Nonostante gli apparenti successi, la geopolitica del regime iraniano resta estremamente fragile, sia esternamente, che internamente.

Esternamente, l’asse con Ankara e Mosca e’ tutt’altro che un asse. E’ una alleanza di convenienza e gli attori che la compongono hanno alcuni interessi comuni e molti che divergono. Senza fare la lista delle divergente, basta guardare quanto sta succedendo con l’operazione turca ad Afrin: una operazione che praticamente avallata da Putin, in cambio di accordi energetici con Erdogan. Da quando l’operazione dell’esercito turco e’ cominciata, l’Iran non fa che chiederne la fine, ma nessuno lo ascolta. Sul futuro stesso della Siria, le visioni dei tre alleati divergono, con Erdogan e Putin disposti a sacrificare in qualche modo Assad, e i Pasdaran chiusi a riccio sul dittatore siriano. Sulla stessa ricostruzione della Siria, e’ noto che i russi stanno cercando di ridurre notevolmente il peso delle compagnie iraniane. 

Sempre esternamente, Erdogan non anela a vedere un Libano e un Iraq controllato da Hezbollah o dalle milizie della Forza di Mobilitazione Popolare. Putin, da canto suo, non ha mai fatto mistero di voler trovare un accordo anche con i sauditi, utile a Mosca sia a livello energetico che per quanto concerne il rischio di radicalismo islamico di ritorno, per quanto concerne i terroristi ceceni sparsi per il Medioriente. Sempre Putin, non ha alcuna voglia di entrare in rotta ci collisione con Israele, un Paese dove vivono oltre un milione e mezzo di russi, economicamente molto attivi, soprattutto nel settore delle start-up!

Internamente – ed e’ questo il punto più sottovalutato, ma forse più rilevante – il regime iraniano e’ tutt’altro che stabile. Tra poco Khamenei morirà (voci sul suo decesso si sono già diffuse), e a Teheran si aprirà (o meglio, e’ già in corso) un durissimo conflitto interno per la sua successione. Un conflitto che si dipana, nello stesso tempo in cui l’economia iraniana non riesce ad attirare gli investitori stranieri e mentre ancora adesso la popolazione iraniana scende in piazza contro la corruzione nel Paese. La si metta come si vuole, ma al di la’ del ruolo di Ahmadinejad in queste recenti proteste popolari, la questione politica e’ molto più rilevante. La lotta delle donne contro il velo e gli slogan della piazza “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”, indicano chiaramente una forte insoddisfazione per i costi della politica imperialista del regime.

Per farla breve, quanto accaduto tra Israele e Iran, proprio alla vigilia delle celebrazioni del trentanovesimo anniversario della Rivoluzione iraniana, più che un atto di forza di Teheran, sembra il sintomo di un disperato atto di debolezza. Un tentativo, quanto mai classico, di uscire dall’angolo, cercando di allargare il conflitto contro un nemico che potesse far dimenticare le storture dell’Iran. E’ da qui che bisogna ripartire per comprendere la pericolosità di quanto accaduto.

Cosa fare? Come il fallito accordo nucleare ha dimostrato, la strategia  obamiana di creare un equilibrio delle forze in Medioriente, si e’ rivelata sbagliata. Obama non ha compreso che Teheran non ha mai avuto il senso del limite e che quanto scritto nella Costituzione khomeinista, ovvero l’obiettivo di esportare la rivoluzione del 1979, non sono solo parole, ma drammatica pratica. Per questo, la Comunità Internazionale deve smettere legittimare il regime iraniano senza condizioni. Smettere di chiudere gli occhi davanti agli abusi del regime iraniano ad ogni minimo standard proprio dello Stato di Diritto.

Solo in questo modo, si riuscirà veramente a sostenere un cambiamento positivo all’interno dell’Iran che, nel tempo, permetterà di superare il sistema islamista e far fiorire la forza di un Paese che, se fosse veramente capace di agire democraticamente, potrebbe risultare veramente il perno della stabilita’ Mediorientale, in pace e sicurezza con i suoi vicini. Altre strategie di “engagement” degli islamisti, per quanto machiavelliche, sono e saranno sempre ingenue illusioni.

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Fonte: Foundation Defense Democracies

Il think tank americano Foundation for Defense Democracies (FDD), ha pubblicato un interessante articolo di David Adesnik, sul dove, come e quanto il regime iraniano spende, per finanziare l’espansione del khomeinismo a livello internazionale, ovvero per finanziare il terrorismo internazionale.

Secondo quanto riporta l’FDD, il regime iraniano spende:

  • tra i 15 e i 20 miliardi di dollari l’anno per sostenere il regime di Assad in Siria. A questa spesa va aggiunta una linea di credito di 1 miliardo di dollari concessa nel 2017, da sommarsi a ai 5,6 miliardi di dollari di linee di credito concesse da Teheran negli anni precedenti. Il costo maggiore, ovviamente, e’ quello relativo al mantenimento delle milizie sciite in Siria (almeno 20,000 uomini). A questi costi, va aggiunto, non sono inclusi i rifornimenti concessi, praticamente gratis, da Teheran per petrolio e gas;
  • almeno 1 miliardo di dollari e’ stato speso ogni anno, sin dal 2014, per mantenere le milizie sciite in Iraq. Dopo la fine del controllo territoriale di Isis, sembra che Teheran ridurrà il sostegno, riducendo anche il numero di miliziani sciiti nel Paese (molti si tramuteranno in forze di riserva), portando il finanziamento annuale a circa 150 milioni di dollari l’anno;
  • circa 700-800 milioni di dollari l’anno per sostenere Hezbollah in Libano;
  • 100 milioni di dollari per finanziare i gruppi terroristi palestinesi di Hamas e la Jihad Islamica Palestinese. Va anche detto che, una fonte diplomatica, ha parlato alla Reuters di un sostegno di 250 milioni di dollari annui da parte di Teheran a Hamas;
  • alcuni milioni di dollari, decine sembra, vengono dirottati dall’Iran per sostenere i ribelli Houthi in Yemen. Un sostegno che include anche il trasferimento di missili balistici, per colpire le città saudite.

A questi miliardi, vanno aggiunti i soldi che il Governo iraniano fornisce annualmente ai Pasdaran, ovvero a coloro che materialmente, controllano, ideologizzano e addestrano, le milizie sciite nel mondo. Sotto questo profilo, la trasparenza e’ relativa: ufficialmente, infatti, le Guardie Rivoluzionarie hanno un budget annuo di 8,2 miliardi di dollari.

E’ pero’ una stima relativa, non solo perché lo stesso Governo concede più fondi ai Pasdaran, ma anche perché le Guardie Rivoluzionarie controllano buona parte dell’economia iraniana, compresa quella sommersa. Miliardi di dollari che, ovviamente, non e’ possibile quantificare precisamente.

In poche parole, secondo le stime dell’FDD, il regime iraniano spende 16 miliardi di dollari, solamente per sostenere l’espansione del khomeinismo a livello internazionale. Soldi tolti alla popolazione iraniana, che in buona parte vive nell’indigenza e sotto la sogna della povertà. Ecco spiegate molte delle ragioni di Iran Protests e soprattutto dello slogan “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”.