Archivio per la categoria ‘Iran Intelligence’

prigioniero curdo

Mohammad Nazari e’ il più “anziano” prigioniero politico iraniano: arrestato nel Maggio del 1994 dagli agenti del Ministero dell’Intelligence (MOIS), Mohammad e’ stato condannato a morte per essere un membro del partito curdo di opposizione PDKI. Nel 1999, quindi, la pena di Mohammad e’ stata trasformata in carcere a vita e da 23 anni ormai, Mohammad si trova rinchiuso nel carcere di Rajaee Shahr di Teheran.

Da mesi ormai, Mohammad sta lottando non per essere scarcerato, ma per ricevere il permesso ad un rilascio temporaneo per ricevere le cure mediche di cui ha bisogno e che il regime non gli autorizza. Tra le altre cose, secondo il nuovo codice penale iraniano, a Mohammad spetterebbe di diritto il rilascio, considerando che il crimine da lui commesso – teoricamente – e’ stato depenalizzato.

Purtroppo, pero’, il regime iraniano non ha alcuna pietà per i prigionieri politici. Per queste ragioni, Mohammad Nazari ha deciso di dichiarare lo sciopero della fame alla fine di luglio e le sue condizioni di salute oggi sono pessime (sta perdendo anche i denti).

Qualche mese fa, un rappresentante del MOIS ha fatto visita a Mohammad Nazari, promettendogli la libertà in cambio della rinuncia alla lotta politica. Mohammad ha accettato, ma ha condizionato la sua rinuncia solamente a scarcerazione avvenuta. Purtroppo, ad oggi, le parole di quell’agente del MOIS sono rimaste solo inutili promesse.

mohammad nazari

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Un report dell’intelligence tedesca del Lander della Renania Settentrionale-Vestfalia, ha denunciato delle cose gravissime non solo sul comportamento del regime iraniano, ma anche sui proxy della Repubblica Islamica.

Secondo il report, Teheran ha tentato per ben 32 volte – nel solo 2016 – di acquisire materiale nucleare illegale nel Lander della Renania Settentrionale-Vestfalia. Tentativi fatti attraverso delle front companies fasulle, localizzate in Paesi limitrofi quali la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti, ma anche in Cina.

Non solo: sempre secondo il report, diversi ex combattenti di milizie sciite, hanno fatto richiesta di asilo in Germania. Tra questi, almeno il 50% aveva diretti legami con Hezbollah, il gruppo terrorista libanese emanazione diretta dei Pasdaran iraniani.

Come lo stesso report sottolinea, non si tratta di persone che pongono una minaccia nel breve termine, ma nel lungo termine possono fungere da agenti per Teheran o anche da sicari.

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Il regime di Teheran ha condannato a 12 anni di carcere ciascuno, tre ventiquattrenni iraniani, per aver criticato l’establishment politico e il clero sui social. In particolare, i tre avrebbero scambiato via Facebook e Telegram, delle vignette e degli articoli critici nei confronti della Repubblica Islamica.

I tre giovanissimi sono: Alireza Tavakoli, Mohammad Mehdi Zamanzadeh e Mohammad Mohajer, arrestati tutti nell’estate del 2016 da agenti del Ministero dell’Intelligence iraniano. Dopo il fermo, i tre sono stati trasferiti presso il braccio 209 del carcere di Evin, sotto diretto controllo del MOIS. Qui, sono stati interrogati senza avere alcuna difesa legale e portati successivamente nel braccio 8 del centro detentivo (Iran Human Rights).

La condanna a 12 anni di carcere e’ stata decisa il 10 aprile scorso dalla Sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario, sotto diretto controllo del giudice Abolqasem Salavati. In particolare, per aver criticato il regime, i tre sono stati accusati di “insulto al sacro”, “minaccia alla sicurezza nazionale” e “insulti alla Guida Suprema”.

Tutto questo avviene mentre, solamente qualche mese fa (nel dicembre del 2016), proprio il Presidente Rouhani aveva firmato la Carta dei Diritti del Cittadino, in cui – nero su bianco – sta scritto che il Governo deve “garantire la libertà di parola e di espressione”. L’articolo 26 della stessa Carta del Cittadino, impone al Governo di tutelare questa liberta’, specialmente nei media, compresi quelli relative al cyberspazio (ovvero Internet).

Come sempre accade in Iran, pero’, quanto viene scritto e deciso dallo stesso regime, viene sempre violato in nome della difesa della tutela del sistema della Velayat-e Faqih, imposto con la violenza dall’Ayatollah Khomeini soprattutto dopo il 1981.

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Meno di due settimane fa, si e’ tenuto a Teheran un Forum tra Iran e Italia relativo all’innovazione e alla ricerca. In quella occasione, la Ministra dell’Istruzione Fedeli si e’ recata nella Repubblica Islamica, seguita da una delegazione di oltre 150 persone, tra cui alti rappresentanti della CRUI.

Prima di andare in Iran, la Ministra ha sottolineato che uno dei temi che avrebbe toccato con il regime, sarebbe stato il caso del ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, incarcerato in Iran dall’aprile del 2016, con l’accusa di contatti con “entità nemiche” (Gaiaitalia.com). Ricordiamo che Djalali si era recato in Iran su invito di una locale università, per partecipare ad una conferenza relativa alla sua specializzazione in medicina di intervento in caso di emergenze relative a disastri. Una specializzazione che Ahmadreza aveva preso anche grazie alla Università del Piemonte Orientale, ove il ricercatore aveva lavorato per oltre quattro anni, prima di trasferirsi in Svezia nel 2015.

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Non sappiamo cosa la Ministra italiana abbia detto alla controparte iraniana, quello che sappiamo e’ cosa e’ successo ad Ahmadreza in questi giorni. Invece di allentare la pressione nei suoi confronti, il regime ha aumentato le minacce e gli abusi.

Secondo quanto riporta Iran Human Rights, Teheran ha negato ad Ahmadreza Djalali il diritto alla scelta indipendente di un avvocato difensore, per la terza volta. Un diniego che, nuovamente, ha fatto spostare il processo nei suoi confronti, già rimandato da mesi (per questo Ahmadreza aveva anche dichiarato lo sciopero della fame e della sete). Il processo contro Ahmadreza Djalali e’ in mano al giudice Salavati, noto per la sua vicinanza alle ali più conservatrici e repressive del regime.

Ricordiamo che, nel gennaio del 2017, la moglie di Ahmadreza Djalali ha inviato una lettera direttamente al Presidente iraniano Rouhani, chiedendo il rilascio del marito, padre dei loro due piccoli bambini. Sinora, la sola risposta che Ahmadreza ha ricevuto, sono state le continue minacce di morte da parte delle autorita’ del regime…

 

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Purtroppo siamo costretti a dare la notizia dell’arresto di Farzaneh Jalali, curda iraniana, nota per essere una attivista dei diritti delle donne e per i diritti civili.

La Jalali è stata arrestata il 23 febbraio scorso presso Kermanshah, dagli agenti del Ministero dell’Intelligence. L’arresto è avvenuto improvvisamente, senza alcun mandato legale e senza una accusa precisa.

Farzaneh è stata fermata dagli agenti mentre si trovava vicino ad un ufficio postale e le è stato confiscato il telefono. L’attivista iraniana, secondo le informazioni che giungono dall’Iran, ha fatto resistenza al fermo ed è stata caricata sulla vettura degli agenti con la forza (Kurdistan Human Rights).

Dopo l’arresto, Farzaneh Jalali è stata trasferita nel centro detenutivo di Meydan Naft, sotto il controllo del Ministero dell’Intelligence. In un raid a casa della madre, gli agenti hanno sequestrato il computer, alcuni libri e dei manoscritti di Farzaneh. Materiale che, ovviamente, verrà usato contro di lei in sede processuale.

Come suddetto, Farzaneh Jalali è una femminista, attivamente impegnata nei diritti delle donne e per i diritti civili e democratici del popolo iraniano. Per questo suo impegno e per le proteste pacifiche a cui ha preso parte da studentessa della Università Islamica di Teheran, è stata espulsa dal sistema scolastico nel 2010 (e riammessa solo recentemente, dopo aver superato un difficile esame).

In questo periodo, Farzaneh si stava occupando di aiutare degli studenti di una scuola elementare del villaggio di Shinabad – Provincia dell’Azerbaijan Occidentale – rimasti bruciati durante un rogo scoppiato nella loro scuola nel dicembre del 2012. Studenti abbandonati completamente dal regime (Iran Human Rights).

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Gli agenti del Ministero dell’Intelligence iraniano, hanno arrestao il regista Saleh Deldan e la giornalista Zeynab Karimian. L’arresto, secondo quanto diffuso da Iran Wire, sarebbe avvenuto il 23 gennaio scorso.

A Dicembre 2016, sempre secondo quanto riporta l’articolo, gli agenti dell’intelligence erano già entrati in casa del regista Deldan e lo avevano accusato di “agire contro la sicurezza nazionale” e di “propaganda contro il regime”. In quella occasione, Deldan era stato arrestato, ma rilasciato poco dopo.

Va aggiunto che, dalla repressione dell’Onda Verde in poi, Saleh Deldan è sempre stato perseguitato dal regime, anche perchè membro del Partito Marodslari, il Partito Democratico iraniano.

Per quanto riguarda Zeynab Karimian, ex giornalista di agenize come Mehr News e IRNA, il suo arresto per ora rimane oscuro. La Karimian è nota per essere una sostenitrice di Hassan Rouhani, e per ora non è chiaro se lo staff del Presidente iraniano sia coivolto direttamente. Lo stesso portavoce del Governo, Mohammad Bagher Nobakht, ha dichiarato ai giornalisti di non avere informazioni in merito e che era necessario chiedere al Ministero dell’Intelligence. Ennesima dimostrazione ci come non sia possibile, in Iran, credere di essere al sicuro profittando del sostegno di questa o di quella fazione politica.

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Tre vice comandanti dell’unità di intelligence dei Pasdaran iraniani, sono stati arrestati con l’accusa di corruzione, contrabbando, estorsione e riciclaggio di denaro. I tre, secondo le informazioni trapelate dal sito riformista “Amad News”, erano assistenti personali di Hossein Taeb, potente comandante dell’unità di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie, inserito nella lista delle persone sottoposte a sanzioni internazionali, per il suo ruolo nell’abuso dei diritti umani, soprattutto durante la repressione del cosiddetto movimento dell’Onda Verde (Defend Democracy).

Dalle informazioni rilasciate in questi giorni da Amad News, si apprende che i tre Pasdaran sono stati arrestati ad Ottobre 2016: due di loro, “Atheem” e “Ifshari”, si troverebbero ancora in carcere, mentre il terzo fermato, indicato come tale “Mihrab”, sarebbe stato rilasciato su cauzione (Asharq al-Awsat).

La pubblicazione di queste informazioni sensibili avventa in questi giorni in Iran, deve essere inquadrata come parte della guerra intestina in corso all’interno del regime, tra la fazione di Hassan Rouhani, e quella legata alle Guardie Rivoluzionarie (alleati della magistratura). Una guerra che si gioca soprattutto sulla denuncia del drammatico livello di corruzione interna alla Repubblica Islamica, capace di coinvolgere i massimi livelli dell’establishment. In questi giorni, come noto, la fazione di Hassan Rouhani è rimasta orfana del suo rappresentante più potente, ovvero l’ex Presidente iraniano Hashemi Rafsanjani (No Pasdaran).

E’ chiaro che, nelle prossime settimane, assisteremo ad una crescita esponenziale della tensione tra le due fazioni in lotta, soprattutto in vista delle prossime elezioni presidenziali. In questo senso, sarà Khamenei a giocare il ruolo di ago della bilancia.