Archivio per la categoria ‘Iran in Siria’

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Il Presidente americano Trump ha deciso di inserire tutta l’unita’ dei Pasdaran iraniani – ovvero le Guardie della Rivoluzione – nella lista delle organizzazioni terroristiche. Una decisione che ha gia’ causato la reazione del regime iraniano che, a sua volta, ha deciso di inserire le forze armate americane nell'”Asia Occidentale”, nella lista delle organizzazioni terroristiche. In poche parole, il centro dello scontro tra Stati Uniti ed Iran, ieri come domani, sara’ ancora principalmente l’Iraq.

Preparatevi alla reazione di diversi rappresentanti politici e soprattutto intellettuali progressisti che, in nome della “pace” e del “multilateralismo”, diranno che la mossa di Trump e’ sbagliata, che la decisione avra’ ripercussioni negative e che i Pasdaran non possono essere comparati ad una organizzazione terroristica. In primis, preparatevi a frasi del genere da “espertoni” come la Direttrice dello IAI Nathalie Tocci che, gia’ qualche tempo addietro intervista da Tasnim News – agenzia iraniana vicina ai Pasdaran – si disse contraria ad una simile mossa.

Peccato che, nonostante i voli pindarici del pensiero, e’ impossibile paragonare le Guardie Rivoluzionarie ad un esercito regolare. In primis per il nome stesso: “sepāh-e pāsdārān-e enghelāb-e eslāmi”, ovvero “Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica”. Nella denominazione ufficiale dei Pasdaran, non esiste neanche la parola “Iran”. Perche’ l’obiettivo primario dei Pasdaran, infatti, non e’ quello di difendere l’Iran, ma la Velayat e-Faqi, ovvero il sistema di potere imposto dall’Ayatollah Khomeini dopo il 1981. In Iran, infatti, un esercito regolare esiste e si chiama “Artesh”. Ma proprio perche’ i clerici non si fidavano dell’esercito regolare – in pieno stile sovietico – decidero di creare una milizia pretoriana, il cui compito ufficiale era quello di difendere la Rivoluzione, come scritto nero su bianco nell’articolo 150 della Costituzione iraniana (“II Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, fondato nei primi giorni della vittoria di questa Rivoluzione, continua a svolgere le proprie funzioni di difesa della Rivoluzione stessa e delle sue conquiste. Le prerogative e i doveri di tale Corpo, in rapporto alle prerogative e ai doveri delle altre forze armate, saranno regolamentati dalla legge, che promuoverà la cooperazione fraterna ed il coordinamento di tutte le forze in questione“).

Non e’ un caso che, la nomina del Capo dei Pasdaran, spetta direttamente alla Guida Suprema, senza alcun ruolo svolto da parte del Presidente iraniano. Fino a qualche anno addietro, addirittura, per i Pasdaran esisteva un Ministero ad hoc, fino a quando si e’ deciso di unire anche la gestione del Corpo dei Pasdaran al Ministero della Difesa. Con il risultato che, praticamente, i Pasdaran hanno preso il controllo direttamente di ogni settore militare del Paese, nominando anche loro uomini a capo di Stato Maggiore e Ministro della Difesa. Non e’ un caso che, l’intero programma nucleare e missilistico del regime, non dipendono in alcun modo dall’Artesh – ovvero dall’esercito regolare – ma sono sotto il diretto controllo dei Pasdaran.

Ai Pasdaran, infine, e’ demandata la repressione delle proteste interne – svolta principalmente per mezzo della milizia volontaria dei Basij e degli Hezbollah iraniani – e la proiezione militare esterna del regime, ovvero l’esportazione della Rivoluzione islamica fuori dai confini iraniani, attuata per mezzo del finanziamento a gruppi terroristici sciiti (in primis Hezbollah), ma anche sunniti (come Hamas, la Jihad Islamica, ma se necessario anche al Qaeda e i Talebani). Questa “proiezione esterna”, e’ quindi affidata principalmente alla Forza Qods, diretta dal Generale Soleimani, con agenti dislocati in tutte le ambasciate iraniane nel mondo e spesso con Ambasciatori nominati direttamente dal comandante della Forza Qods (come gli Ambasciatori iraniani in Iraq e Siria).

Tutto questo senza contare il ruolo svolto dai Pasdaran nell’economia nazionale del Paese, di cui controllano oltre la meta’ delle attivita’, nei piu’ disparati settori, soprattutto per mezzo della holding principale (Khatam al-Anbiya, con oltre 40000 dipendenti). Grazie alle attivita’ economiche legali e illegali – anche nel settore del narcotraffico, soprattutto verso l’America Latina e l’Europa – i Pasdaran integrano il budget ufficiale concesso dal Governo, guardagnado una indipendenza economica che, ancora una volta, non ha alcun controllo da parte del potere esecutivo e legislativo del Paese.

Perche’ alla base dell’attivita’ dei Pasdaran non c’e’ affatto l’interesse nazionale iraniano, in quanto “Stato normale” inserito nel mondo delle relazioni internazionali. Alla base delle attivita’ Pasdaran, infatti, c’e’ solo la massima di Khomeini: “noi dobbiamo esportare la nostra rivoluzione nel mondo. Sino a quando il pianto “non c’e’ altro Dio di Dio”, risuonera’ in tutto il mondo“.

 

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In questi giorni il tema delle Alture del Golan, e’ ritornato al centro dell’attenzione internazionale. Il Presidente americano Trump ha ufficialmente riconosciuto la parte del Golan in mano ad Israele, come parte del territorio israeliano. Una mossa che, come previsto, ha visto la contrarieta’ dei Paesi arabi, del regime iraniano (e della Siria chiaramente), ma anche quella dell’Unione Europea.

Per la UE, ha parlato Federica Mogherini che – come previsto – ha affermato che l’Unione si attiene al diritto internazionale, rifiutando quindi di riconoscere la sovranita’ israeliana su quell’area. Vogliamo quindi soffermarci su due aspetti della presa di posizione della Mogherini: la questione relativa al diritto internazionale e quella – piu’ importante – relativa alla questione geopolitica.

Sul tema del diritto internazionale, il nodo dello scontro e’ la risoluzione 242 delle Nazioni Unite, approvata dopo la guerra del 1967. In quella risoluzione, assai controversa, si chiedeva il ritiro israeliano dai “territori occupati nel recente conflitto”, ma si chiedeva anche “la fine di ogni belligeranza e il rispetto della sovranita’, dell’integrita’ territoriale e dell’indipendenza” di ogni Stato dell’area. I Paesi arabi usarono solo il primo punto della risoluzione, mentre Israele mise il secondo punto al centro dell’analisi, sottolineando come non era possibile un ritiro senza delle garanzie chiare. Insomma, un gioco a somma zero.

Analizzare la questione del Golan solamente dal punto di vista del diritto, pero’, e’ estremamente limitativo e da ignoranti. Non solo perche’, oggettivamente, la parte del Golan in mano israeliana e’ stata risparmiata in questi anni dalla folle guerra siriana, ma soprattutto perche’ – dal 2011 ad oggi – il regime iraniano e’ direttamente intervenuto nella guerra in Siria e sta costantemente provando (anche per mezzo di Hezbollah) a far diventare il Golan siriano un avamposto di Teheran nel mondo arabo.

Senza affrontare questo nodo geopolitico, parlare di diritto internazionale, reagire al riconoscimento di Trump o altre azioni simili, rappresentano solo reazioni politiche vuote, che dimostrano – ancora una volta – l’inconsistenza della UE in politica estera. Bruxelles e’ libera di non riconoscere la sovranita’ israeliana in quell’area, questo non e’ il problema vero. Il tema centrale pero’ e’ il fatto che, mettersi a parlare del Golan israeliano quando per anni la UE – ovvero la signora Mogherini – e’ rimasta zitta davanti all’avanzata di Teheran nel Golan siriano, e’ ridicolo e pericoloso.

Senza un ritiro del regime iraniano e dei suoi proxy dalla Siria, nessuna pace regionale sara’ possibile. Questo lo ha capito persino la Russia, che ha inviato il suo Ministro della Difesa a Damasco, per dirlo in faccia ad Assad. Ovviamente, solo la Mogherini – l’amica personale di Zarif – non lo ha capito. Perche’? Perche’ e’ indatta a ricoprire quella posizione. Punto!

Le basi iraniane in Siria

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La scorsa settimana in Iran si e’ riunita la potentissima Assemblea degli Esperti, organo che in Iran nomina la Guida Suprema. Nel comunicato ufficiale rilasciato a fine seduta, e’ scritto nero su bianco che la Repubblica Islamica farebbe un grave errore a sottoscrivere le normative anti finanziamento del terrorismo internazionale previste dal Financial Action Task Force, dalla Convenzione ONU di Palermo e dal CFT (Combacting Financing of Terrosim).

Si tratta dell’ennesima conferma che, davanti al bivio fra stato di diritto e terrore, il regime iraniano sceglie ancora una volta il secondo. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti, visto che Teheran sin dagli anni ’80 del XX secolo, e’ considerato il primo Paese al mondo per finanziamento del terrorismo intenazionale. Oggi, quindi, la politica estera del regime iraniano non potrebbe andare avanti senza gruppi armati quali Hezbollah, la Jihad Islamica, Hamas e il finanziamento alle decine e decine di milizie paramilitari sciite presenti in Siria e Iraq.

La questione pero’ e’ preponderante: l’adesione ai parametri anti-ricilaggio del FATF, soprattutto, e’ precondizione di ogni accordo intenazionale con Teheran e dello stesso Instex, il meccanismo UE creato per aggirare le sanzioni americane approvate nel novembre 2018. Come noto, il Parlamento iraniano ha provato due volte ad approvare una norma di riforma del settore bancario iraniano, ed entrambe le volte la norma e’ stata cassata dal Consiglio dei Guardiani.

Ora, davanti al conflitto tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani, la parola ultima e’ nelle mani del Consiglio per il Discernimento, organo creato appositamente per dirimere le controversi instituzionali. La scelta, pero’, sembra essere scontata verso il diniego: in tal senso si sono espressi sia Ahmad Vahidi – ex Capo dei Pasdaran e ex Ministro della Difesa, responsabile egli stesso di attentati nel mondo (come quello al centro ebraico AMIA di Buenos Aires) – e Mohsen Rezaei, Segretario del Consiglio per il Discernimento che, con due tweet, ha espresso i suoi dubbi verso l’adesione al FATF, al CFT e alla Convenzione di Palermo.

Insomma, come suddetto, ancora una volta la Repubblica Islamica decide di andare nella direzione sbagliata. E’ tempo quindi di finirla con le illusioni ed e’ tempo quindi di smettere di pensare che fare affari con il regime iraniano possa essere privo di rischi e di conseguenze!

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L’ONU e l’UE hanno avviato una campagna contro le nuove sanzioni americane contro l’Iran. L’Unione Europea – prima sostenitrice Mogherini – ha avviato la creazione di un vero e proprio meccanismo legale, con lo scopo dichiarato di violare le sanzioni americane, garantendo il business delle compagnie europee intenzionate a fare affari in Iran. La Corte Internazionale di Giustizia, a sua volta, ha dichiarato illegali le sanzioni americane per quanto concerne i beni umanitari e l’aviazione civile.

Tutto questo, ufficialmente, ha uno scopo nobile: tutelare la popolazione civile iraniana. Peccato che, oltre al nobile scopo, non ci sia molto di piu’, se non il solo interesse di continuare a fare affari con la Repubblica Islamca. Un caso su tutti dimostra la totale indifferenza di coloro che si schierano contro le nuove sanzioni americane: i prodotti farmaceutici in Iran.

Secondo quanto dichiarato dagli stessi rappresentanti del regim iraniano, c’e’ oggi nella Repubblica Islamica una mancanza di farmaci importante. Peccato che, questa mancanza, ha poco o nulla a che fare con le sanzioni americane. Questa mancanza riguarda quasi per intero due aspetti:

  1. le decisioni della Banca Centrale iraniana: come sottolineato da Nasser Riahi, Presidente dell’Unione Farmaceutica iraniana, la mancanza di farmaci avuta in Iran di recente, e’ causa non delle sanzioni, ma del divieto della Banca Centrale iraniana di stanziare valuta estera per tempo. Il governo offriva trasanzioni non in euro (ma in Yuan), ma le transazioni per l’import erano previste proprio in euro;
  2.  il sistema economico iraniano vede presenti in tutti i settori le Fondazioni religiose (Bonyad) e i Pasdaran. Un esempio su tutti e’ la Bonyad Nur, fondazione religiosa creata nel 1999 e direttamente coinvolta nell’import di zucchero, materiale da costruzione e prodotti farmaceutici. Questa Bonyad e’ direttamente controllata dalla potentissima Bonyad-e Mostazafan va Janbazan, la Fondazione dei Martiri e dei Disabili. Fondazione che, fino a poco tempo fa, era presieduta da Mohsen Rafighdoost, fondatore dei Pasdaran. Solo per il settore farmaceutico la Fondazione Nur – di cui Rafighdoost e’ stato anche direttore – si garantiva un business di almeno 200 milioni di dollari! Senza contare che – secondo la Rand Corporation – questa Fondazione aveva un ufficio a Teheran, direttamente implicato nel programma nucleare del regime!

Discorso simile per l’aviazione civile. Facile e giusto parlare della sicurezza dei voli civili e la sicurezza di coloro che viaggiano sui voli iraniani. Tutto bello e apparentemente perfetto. Peccato che, ne l’Unione Europea, ne tantomeno la Corte Internazionale di Giustizia, abbiamo mai toccato il fatto che il regime iraniano usa i vettori civili per trasportare armamenti per le organizzazioni terroristiche – in primis Hezbollah – e soprattutto per inviare jihadisti sciiti in Siria e in Iraq. Cio’, in piena violazione delle normative internazionali riguardanti l’aviazione civile che, per l’appunto, non puo’ essere usata a fini militari.

Ecco dimostrato come, dietro tanto umanitarismo, ci sia tanta, troppa ipocrisia. Alla fine, senza controlli e senza garanzie, questi metodi per bypassare le sanzioni iraniane, non faranno altro che favorire il business delle Fondazioni religiose e dei Pasdaran. Soldi che, indirettamente, saranno usati poi per finanziare il terrorismo internazionale!

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Poche ore prima dell’approvazione delle nuove sanzioni americane contro l’Iran, il consorzio italo-francese ATR, ha consegnato alla Iran Air cinque nuovi velivoli ad uso civile. Ricordiamo che la ATR ha firmato con la Iran Air un accordo nel 2016, per la consegna di almeno 20 aerei civili, modello ATR-72600. Un accordo che ha un valore di almeno un miliardo di euro.

Apparentemente tutto in ordine, soprattutto se questo accordo puo’ servire alla Iran Air ad ammodernare la sua flotta, rendendo piu’ sicuro il viaggio dei suoi passeggeri. Peccato che, come ogni volta che si parla di Iran, esista sempre un altro lato della medaglia, ovviamente drammatico.

Il regime iraniano, infatti, usa i velivoli civili per fini militari: in particolare, usa diverse sue compagnie aeree – in primis la Mahan Air, che fa scalo anche a Malpensa – per trasportare jihadisti sciiti, prevalentemente in Siria. Nell’agosto del 2017, quindi, e’ stato scoperto che anche la Iran Air e’ parte attiva di questo sostegno al terrorismo internazionale.

Ovviamente, l’uso militare di velivoli commerciali, contravviene tutte le normative internazionali nel settore aereo, impegnate a fare una chiara distinzione fra l’uso civile e l’uso militare, proprio a tutela dei passeggeri. L’Iran, tra le altre cose, e’ anche tra coloro che hanno sottoscritto la Convenzione di Chicago del 1944.

Fornendo cinque nuovi velivoli a Teheran senza chiare rassicurazioni sul loro uso – impossibili da avere d’altronde –  la ATR quindi non sta solamente mettendo in pratica un accordo economico con la Iran Air, ma sta attivamente rischiando di favorire la perpetuazione del conflitto siriano e il finanziamento del terrorismo internazionale.

 

 

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Il regime iraniano risponde picche al Presidente russo Vladimir Putin. Secondo quanto riporta l’agenzia IRNA, infatti, Bahram Qasemi – portavoce del Ministero degli Esteri iraniano – ha affermato che Teheran restera’ in Siria “sino a quando i siriani lo vorranno”. In altre parole, gli iraniani non hanno alcuna intenzione di ritirarsi da Damasco.

Le parole di Qasimi, piu’ che una risposta alle condizioni di Pompeo, rappresentano come suddetto una dura reazione alle richieste di Vladimir Putin. Qualche giorno fa, infatti, Putin ha convocato a Sochi il Presidente siriano Assad, e ha espressamente chiesto il ritiro di tutte le forze straniere dalla Siria.

Un pensiero che e’ stato esplicitamente spiegato successivamente da Alexander Lavrentiev, inviato speciale di Putin per la Siria. Secondo quanto dichiarato da Lavrentiev, ora che Assad ha praticamente ripreso tutta Damasco, tutte le forze straniere devono lasciare la Siria, “inclusi gli americani, i turchi, Hezbollah e gli Iraniani”. Praticamente Mosca ha posto un ultimatum molto chiaro ad Assad: se vuoi che noi restiamo al tuo fianco e ti salviamo la Presidenza, caccia via tutti quanti (esclusi i russi…).

Concludendo, come da tempo prospettato, sulla Siria rischia di incrinarsi il fragile equilibrio tra Teheran e Mosca. Alleate nella “lotta” contro l’Occidente, Iran e Russia sono competitors sulla visione strategica del futuro del Medioriente (relazioni con Israele, con l’Arabia Saudita, con la Turchia) e sono competitors in termini economici (petrolio e ricostruzione della Siria). Una alleanza facile da mantenere in tempi di guerra aperta, ma assai difficile quando si tratta di ricreare la pace e la stabilita’…e sul futuro della Siria

 

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Diversi sono stati i commenti scritti in seguito al lancio di un drone iraniano sui cieli israeliani. Come noto il drone, una copia del UAV americano US Sentinel, ed e’ stato abbattuto da un Apache dell’IAF dopo neanche due minuti di volo sopra i cieli israeliani. Durante i raid israeliani di risposta al lancio del drone, un F16 di Gerusalemme e’ stato colpito e i due piloti israeliani – dopo aver fatto ritorno nei cieli nazionali – hanno abbandonato il velivolo.

Per molti commentatori, si e’ trattato del primo scontro “diretto” tra israeliani e iraniani, in considerazione del fatto che i droni di Teheran in Siria, sono manovrati direttamente dai Pasdaran (o meglio dalla Forza Qods, al comando di Qassem Soleimani). La domanda allora e’ una sola: perché il regime iraniano e’ giunto sino a tanto?

Alcuni esperti, hanno giustificato l’accaduto con la situazione di forza in cui il regime iraniano si troverebbe attualmente: in Siria Assad ha consolidato il suo potere, con frange di resistenza ormai asserragliate ad Idlib. In Iraq, il regime iraniano si appresta ad accrescere il suo potere, trasformando alcune milizie paramilitari sciite in partiti politici e provando a ridare la volata ad al-Maliki per ritornare al Governo.

Per quanto ci riguarda, nonostante le apparenze, a spingere Teheran a provocare Gerusalemme non e’ stata la forza della Repubblica Islamica, ma la sua debolezza. Nonostante gli apparenti successi, la geopolitica del regime iraniano resta estremamente fragile, sia esternamente, che internamente.

Esternamente, l’asse con Ankara e Mosca e’ tutt’altro che un asse. E’ una alleanza di convenienza e gli attori che la compongono hanno alcuni interessi comuni e molti che divergono. Senza fare la lista delle divergente, basta guardare quanto sta succedendo con l’operazione turca ad Afrin: una operazione che praticamente avallata da Putin, in cambio di accordi energetici con Erdogan. Da quando l’operazione dell’esercito turco e’ cominciata, l’Iran non fa che chiederne la fine, ma nessuno lo ascolta. Sul futuro stesso della Siria, le visioni dei tre alleati divergono, con Erdogan e Putin disposti a sacrificare in qualche modo Assad, e i Pasdaran chiusi a riccio sul dittatore siriano. Sulla stessa ricostruzione della Siria, e’ noto che i russi stanno cercando di ridurre notevolmente il peso delle compagnie iraniane. 

Sempre esternamente, Erdogan non anela a vedere un Libano e un Iraq controllato da Hezbollah o dalle milizie della Forza di Mobilitazione Popolare. Putin, da canto suo, non ha mai fatto mistero di voler trovare un accordo anche con i sauditi, utile a Mosca sia a livello energetico che per quanto concerne il rischio di radicalismo islamico di ritorno, per quanto concerne i terroristi ceceni sparsi per il Medioriente. Sempre Putin, non ha alcuna voglia di entrare in rotta ci collisione con Israele, un Paese dove vivono oltre un milione e mezzo di russi, economicamente molto attivi, soprattutto nel settore delle start-up!

Internamente – ed e’ questo il punto più sottovalutato, ma forse più rilevante – il regime iraniano e’ tutt’altro che stabile. Tra poco Khamenei morirà (voci sul suo decesso si sono già diffuse), e a Teheran si aprirà (o meglio, e’ già in corso) un durissimo conflitto interno per la sua successione. Un conflitto che si dipana, nello stesso tempo in cui l’economia iraniana non riesce ad attirare gli investitori stranieri e mentre ancora adesso la popolazione iraniana scende in piazza contro la corruzione nel Paese. La si metta come si vuole, ma al di la’ del ruolo di Ahmadinejad in queste recenti proteste popolari, la questione politica e’ molto più rilevante. La lotta delle donne contro il velo e gli slogan della piazza “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”, indicano chiaramente una forte insoddisfazione per i costi della politica imperialista del regime.

Per farla breve, quanto accaduto tra Israele e Iran, proprio alla vigilia delle celebrazioni del trentanovesimo anniversario della Rivoluzione iraniana, più che un atto di forza di Teheran, sembra il sintomo di un disperato atto di debolezza. Un tentativo, quanto mai classico, di uscire dall’angolo, cercando di allargare il conflitto contro un nemico che potesse far dimenticare le storture dell’Iran. E’ da qui che bisogna ripartire per comprendere la pericolosità di quanto accaduto.

Cosa fare? Come il fallito accordo nucleare ha dimostrato, la strategia  obamiana di creare un equilibrio delle forze in Medioriente, si e’ rivelata sbagliata. Obama non ha compreso che Teheran non ha mai avuto il senso del limite e che quanto scritto nella Costituzione khomeinista, ovvero l’obiettivo di esportare la rivoluzione del 1979, non sono solo parole, ma drammatica pratica. Per questo, la Comunità Internazionale deve smettere legittimare il regime iraniano senza condizioni. Smettere di chiudere gli occhi davanti agli abusi del regime iraniano ad ogni minimo standard proprio dello Stato di Diritto.

Solo in questo modo, si riuscirà veramente a sostenere un cambiamento positivo all’interno dell’Iran che, nel tempo, permetterà di superare il sistema islamista e far fiorire la forza di un Paese che, se fosse veramente capace di agire democraticamente, potrebbe risultare veramente il perno della stabilita’ Mediorientale, in pace e sicurezza con i suoi vicini. Altre strategie di “engagement” degli islamisti, per quanto machiavelliche, sono e saranno sempre ingenue illusioni.