Archivio per la categoria ‘Iran in Bahrain’

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Del nuovo Iran ormai discute da tempo tutto il mondo. Come abbiamo detto e come dimostrato, nella Repubblica Islamica non è davvero cambiato nulla anzi, al contrario, le condanne a morte e gli attacchi contro gli oppositori, si sono intensificati e brutalizzati. Nonostante la charm diplomacy che il regime sta portando avanti, anche il fine ultimo ed unico degli Ayatollah non è mai cambiato e una nuova riprova, in queste ore, è arrivata dalle parole del Pasdaran Ahmad Vahidi, ex Ministro della Difesa di Ahmadinejad ed attuale capo del Centro di Ricerca di Difesa dell’esercito.

In un discorso pronunciato alla Imam Hussein University, Ateneo di formazione degli ufficiali dei Pasdaran, Ahmad Vahidi ha rimarcato la centralità dell’esportazione della rivoluzione khomeinista nel mondo e la necessità di usare ogni mezzo per ottenere questo obiettivo. Vahidi ha testualmente affermato che “quando noi [l’Iran, N.d.A.] diciamo che ‘dobbiamo costruire il mondo’, questo significa che dobbiamo esportare la rivoluzione. Ovvero, dobbiamo costruire il mondo sulla base della dottrina e degli insegnamenti della rivoluzione islamica“. Ancora, commentando l’attuale negoziato nucleare tra Teheran e il Gruppo del 5+1, Vahidi ha evidenziato come “coloro che parlando di ‘ritorno dell’Iran all’interno della Comunità internazionale’, intendono dire che noi dobbiamo essere coerenti con la nostra identità rivoluzionaria, indipendentista e anti Occidentale, nello sforzo di esportare la rivoluzione e il pensiero Islamico“. Infine, commentando i recenti eventi, Vahidi ha attaccatto i sedizionisti del 1999 e del 2009 (ovvero i giovani studenti iraniani che hanno manifestato contro il regime) ed accusato l’America di essere debole ed incapace di influenzare il futuro.

Le parole di Ahmad Vahidi sono la miglir risposta a coloro che parlando del “nuovo Iran”. Il regime iraniano e i suoi rappresentanti più influenti, non hanno mai abiurato allo scopo eversivo ed aggressivo del regime khomeinista. Il fatto che l’esportazione della rivoluzione come main core business della Repubblica Islamica venga ribadito da un personaggio come il Generale Vahidi, è una notizia importantissima e molto significativa. Vahidi, infatti, è stato il comandante della Forza Quds dei Pasdaran, l’Unità speciale delle Guardie Rivoluzionarie responsabile da sempre dell’esportazione della velayat-e faqih nel mondo. In questo ruolo, tra le altre cose, Ahmad Vahidi è stato la mente dell’attentato terrorista al centro ebraico di Buenos Aires nel 1994, un attacco che costò la vita ad 85 inermi civili (un attentato per cui Vahidi è stato inserito nella lista dei ricercato internazionali dall’Interpol).

A tal proposito, infine, va rimarcato che – proprio in questi giorni – il Dipartimento di Stato americano ha riclassificato nuovamente l’Iran come un paese sponsor del terrorismo a livello internazionale….

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Oltre 200 giorni di governo, oltre 200 giorni di fallimento totale: ecco il risultato della Presidenza di Rohani. A dispetto delle numerose promesse – rispetto dei diritti delle minoranze e aperture democratiche verso il popolo iraniano – non soltanto Rohani non ha realizzato nulla, ma se possibile la situazione all’interno della Repubblica Islamica è anche peggiorata. Si badi bene: a rilevare questo dato è lo stesso Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. In una dichiarazione ufficiale, infatti, Ban Ki Moon ha condannato il regime iraniano per il continuo abuso dei diritti umani e per la mancata liberazione dei leader dell’Onda Verde Mousaavi e Karroubi. La risposta del regime iraniano, come sempre, non si è fatta attende e il consigliere della Guida Suprema Velayati, ha candidamente invitato il Segretario dell’Onu – organizzazione di cui Teheran fa volontariamente parte – a farsi i fatti suoi.

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Con o senza Ban Ki Moon, i numeri parlano da soli: da quando Rohani ha preso il potere, le pene capitali sono state oltre 500, con un aumento medio di 2,5 esecuzioni al giorno. Il 5% di queste pene di morte, come se non  bastasse, sono avvenute in pubblico. Nonostante la pretesa di rispettare le minoranze, Rohani ha schiacciato e umiliato non soltanto etnie come gli Arabi Ahwazi e i Dervisci, ma ha anche aumentato la pressione contro i cristiani evangelici e i Baha’i (considerati alla stregua dei peggiori criminali). La minoranza dei Dervisci, tra l’altro, è scesa in piazza a manifestare contro il regime proprio per la decisione dell’autorità giudiziaria di negare le cure mediche a tre prigionieri appartenenti a questa etnia. Per quanto concerne la minoranza Ahwazi, vogliamo ricordare che la condanna a morte del poeta arabo Hashem Shaabani è stata approvata personalmente da Hassan Rohani durante la sua visita ufficiale in Khuzestan.

Anche su altri temi, ad esempio il programma nucleare e la politica internazionale, la situazione è drammatica. Sul nucleare, ad esempio, nonostante l’accordo di Ginevra, Teheran insiste non non eliminare tutto l’uranio al 20% in suo possesso e non ha alcuna intenzione di chiudere siti sospetti come Arak, Qom e Parchin. Nella base militare di Parchin, in particolare, dopo un periodo di pausa, i satelliti hanno rivelato nuovi lavori in corso: si tratta di una notizia estremamente preoccupante, soprattutto considerando gli esperimenti nucleari compiuti da Teheran in questa base e il rifiuto del Governo di permettere l’accesso degli ispettori internazionali.  Senza farsi troppi problemi e nonostante le richieste continue, il Vice Ministro degli Esteri Majid Ravanchi ha dichiarato che Teheran non ha alcuna fretta di °dare spiegazioni in merito alle preoccupazioni internazionali per il possibile fine militare del programma nucleare iraniano”.

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Sul fronte della politica estera, il comportamento del regime iraniano è praticamente un tragedia. Primariamente, anche grazie all’attivo sostegno di Hezbollah e dell’Iran, Teheran continua a sostenere finanziariamente, militarmente e materialmente le repressioni di Bashar al Assad in Siria. In merito alla guerra in Siria, tra l’altro, è stato provato anche il sostegno che l’Iran offre dal prioprio territorio ai militanti sunniti di al Qaeda. Le armi iraniane, quindi, continuano a raggiungere pericolosi gruppi separatisti in Bahrain e Yemen ed è solo di pochi giorni fa la notizia dell’intercettazione da parte di Israele, di una nave missili iraniani inviata da Bandar Abbas verso la Striscia di Gaza. Insomma: di questo Iran garante della stabilità regionale, tanto millantato anche da alcuni politici di casa nostra, non se ne vede nemmeno l’ombra. Come non si vede l’ombra di questa nuova relazione diplomatica tra Teheran e Washington: solamente qualche settimana fa, il Vice Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, leader del team di negoziatori iraniani, ha rimarcato come gli Stati Uniti rimangano sempre il Grande Satana per la Repubblica islamica. Il grido “Morte all’America” continua a caratterizzare tutte le manifestazioni politiche all’interno della Repubblica Islamica…

Cosa aggiungere ancora? Ah si, una cosa effettivamente deve essere sottolineata ancora: è una vergogna per l’umanità mantenere relazioni diplomatiche con il regime iraniano. Quando, finalmente, lo si comprenderà chiaramente e si isolerà definitivamente la Repubblica Islamica, allora quel giorno si sarà scritta veramente una nuova pagina della storia contemporanea. Un nuovo percorso, un nuovo capitolo dedicato ad una vera rivoluzione in Iran, basata sulla democrazia e i diritti umani!

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Ieri tre poliziotti sono morti in Bahrain dopo l’espolsione di un ordigno al plastico. L’attentato, secondo quanto reso noto dalle autorità locali, è avvenuto nel villaggio di Dahi – a maggioranza sciita – a ovest della capitale Manama. Come detto, purtroppo, nell’attacco sono periti tre servitori dello Stato: due di nazionalità bahreina e uno degli Emirati Arabi Uniti, membro della missione militare inviata in Bahrain dal Consiglio di Cooperazione del Golfo. Almeno per ora, nessuno ha voluto rivendicare l’attacco (anche se 25 persone sono state già arrestate), ma la mano del regime iraniano è facilmente individuabile. L’attentato, infatti, è stato compiuto per mezzo di esplosivo al plastico C4, prodotto dalla combinazione di RDX (ovvero la ciclotrimetilentrinitroammina) in melma, con il legante plastico dissolti in un solvente. I Pasdaran, per mezzo degli agenti della Forza Quds, sono i primi responsabili dell’esportazione criminale di questo esplosivo a gruppi ribelli, organizzazioni terroriste e proxy vari, con lo scopo di colpire forze militari straniere o destabilizzare gli Stati considerati nemici.

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Ormai da diversi anni, va sottolineato, gli esperti di terrorismo hanno individuato in Teheran la fonte primaria della proliferazione di questo esplosivo in Medioriente e in altre parti del mondo. Ci sono diverse prove a testimonianza di quanto qui affermato. Solo per fare alcune brevi esempi, in ordine cronologico:

Qui sotto potrete vedere due video in merito al plastico C4 e ai suoi effetti: nel primo video, un militare americano spiega e mostra come è composto l’esplosivo al plastico C4. Nel secondo video, invece, vedrete una simulazione di una attacco con questo esplosivo, contro un autobus. Purtroppo, come suddetto, questo secondo accadimento è davvero accaduto nell’attentato suicida di Burgas nel 2012, provocando la morte di sette turisti innocenti e il ferimento di altre 32 persone.

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I quotidiani italiani di oggi riportano con enfarsi il discorso del Presidente iraniano Hassan Rohani al Forum di Davos. Uno speech pieno di buone intenzioni orientato, chiaramente, a promuovere il business tra la Repubblica Islamica e il mondo. Tra le notizie messe in luce, anche l’incontro tenutosi tra lo stesso Rohani e i managers delle grandi compagnie petrolifere, con annesse le soddisfatte parole del CEO di ENI Paolo Scaroni, pronto a giurare che la compagna italiana sarà alla guida delle nuove relazioni economiche con gli Ayatollah.

Praticamente nessun giornalista, come al solito, si è dato al briga di guardare meglio all’interno dell’informazione provieniente dalla Repubblica Islamica. Se solo lo avessero fatto, i nostri cari media, avrebbero potuto trovare un interessante e illuminante discorso tenuto ieri dall’Hojjat al’Eslam Ali Saidi, rappresentante della Guida Suprema presso i Pasdaran. Parlando dei valori delle Guardie Rivoluzionarie e dei doveri che queste hanno, Ali Saidi ha testualmente affermato che: “se nel passato la nostra difesa della Repubblica Islamica era limitata ai cofini, mentre oggi il confine della nostra guerra è allargato a tutto il mondo islamico e noi dobbiamo porre speciale attenzione a questo aspetto!“. La notizia, in pompa magna, è stata riportata dalla agenzia di stampa dei Pasdaran Sepah News

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In poche parole, il rappresentante dell’uomo più importante dell’Iran, senza mezzi termini, ha chiamato i Pasdaran a sostenere con forza la jihad nell’intero mondo islamico. Un mondo che, teoricamente, non esclude neanche azioni in Occidente se e quando concernono le comunità mussulmane. D’altronde, va anche ricordato, che queste affermazioni possono stupire solamente coloro che non conoscono la natura reale della Repubblica Islamica. Basta leggere la Costituzione della Repubblica Islamica per capire che la guerra santa è un dovere degli eredi di Khomeini, a cui nessun rappresentante del regime sembra disposto a rinunciare. Già nel preambolo del testo, infatti, viene chiaramente affermato che le Guardie Rivoluzionarie sono responsabili della Jihad, una missione religiosa da intraprendere in nome di Dio. Tale affermazione, quindi, è riportarta anche nell’articolo 147 della Costituzione, quando viene chiarito che, in tempo di pace, le forze armate debbono essere usate per la °Jihad della Costruzione°.

La chiamata alla guerra santa nell’intero del mondo islamico, dovrebbe preoccupare tutto il mondo, perchè si inserisce direttamente nella guerra che l’Iran sciita a dichiarato al mondo sunnita. Una guerra senza confini che, ad oggi, ha nella Siria di Bashar al Assad e nel Libano del terrorista Hassan Nasrallah i due centri principali. Per la cronaca, solamente negli ultimi due giorni, altri due Pasdaran morto in Siria sono stati seppelliti in Iran (il primo si chiamava Mahmoud Reza Beizaei, mentre il secondo Akbar Shahriari).

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 Giulio Terzi di Sant’Agata non ha bisogno di lunghe presentazioni: figlio di un contadino Bergamasco di nobili origini, ha cominciato la sua lunga carriera diplomatica negli anni ’70 ed ha ricoperto incarichi di primo piano per conto del Ministero degli Affari Esteri, prima di essere nominato Ambasciatore d’Italia in Israele, Rappresentante permanente presso le Nazioni Unite e infine Ambasciatore negli Stati Uniti. Un lavoro denso di successi, culminato  – nel novembre del 2011 – con la nomina dello stesso Terzi al ruolo di Ministro degli Esteri.

Giulio Terzi si è soprattutto sempre contraddistinto per il suo impegno personale in favore della libertà e dei valori democratici: dalla battaglia per la moratoria sulla pena di morte, alla mozione ONU contro le mutilazioni genitali femminili, dall’impegno per i bambini soldato ai progetti di cooperazione culturale internazionale per i paesi in via di sviluppo. Una battaglia che, una volta terminata l’esperienza governativa, Terzi sta oggi continuando a portare avanti senza sosta attraverso i mass-media, i social networks e con la personale partecipazione a numerose conferenze e seminari di primo pianoUno dei principali temi spesso trattati dell’Ambasciatore Terzi è l’Iran. Coraggiosamente, infatti, Giulio Terzi ha preso parte a diversi incontri organizzati dalla resistenza iraniana, chiedendo pubblicamente e a più riprese al governo iracheno il rispetto dei diritti dei residenti di Camp Ashraf e Camp Liberty.

Proprio per questo suo impegno diretto e per il suo coraggio, abbiamo chiesto a Giulio Terzi di rilasciarci un intervista. L’Ambasciatore ha risposto positivamente e con entusiasmo. Siamo quindi profondamente onorati di riportarvi quanto da lui dichiarato al nostro sito.

NP: Lei è personalmente impegnato nella battaglia per i membri dell’opposizione iraniana rifugiati a Camp Asharaf in Iraq. Nel settembre scorso, un vero e proprio attacco militare è stato lanciato dalle forze irachene contro il campo. Un massacro che ha causato la morte di oltre 52 persone e il rapimento altre sette. Di recente, quindi, un attacco missilistico ha colpito Camp Liberty, presso Baghdad. Nonostante le condanne internazionali, il Governo iracheno sembra restio ad agire preferendo, al contrario, avviare una special relationship con il regime degli Ayatollah. Come pensa che evolverà la questione e cosa può fare la diplomazia occidentale per aiutare gli oppositori iraniani e liberare i rapiti? A Suo avviso potrebbero essere individuate delle responsabilità dirette di Teheran in quanto sta accadendo in Iraq?

GT: Da oltre un anno, la situazione degli espatriati iraniani residenti a Camp Ashraf,e ora a Camp Liberty è intollerabile e scandalosa per l’intera comunità internazionale. Dopo ripetuti attacchi che avevano già provocato vittime e feriti, lo scorso settembre chi muove milizie e forze speciali sciite in Iraq ha dato prova di tutta la sua criminale efferatezza. Cinquantadue residenti di Camp Ashraf suno stati brutalmente giustiziati da miliziani lasciati impunemente entrare nel campo, mentre i poliziotti iracheni di sorveglianza hanno finto di non vedere. Sono stati rapiti sette ostaggi. Durante il trasferimento dei superstiti a Camp Liberty ci sono stati altri attacchi. Nelle scorse settimane si sono abbattuti su Camp Liberty altri razzi, con morti, feriti e ingenti danni alle infrastrutture.Tutto ciò è ancor più orribile perché queste azioni mirate all’eliminazione fisica di un intero gruppo di tremila oppositori al regime iraniani colpisce persone tutte ufficialmente protette dalle Nazioni Unite. I motivi di sdegno e di preoccupazione aumentano. Dopo ben cinque mesi di appelli all’ONU, a Baghdad e a Washington, nessuna misura e’ stata ancora presa per proteggere Camp Liberty. E vi sono indizi evidenti che le milizie sciite sie preparano a colpire ancora. E’ urgentissimo trasferire il maggior numero possibile di residenti di Camp Liberty in Paesi sicuri. Insieme ad altri Paesi che si sono impegnati in Iraq, l’Italia ha il dovere di contribuire a salvare queste persone. Un centinaio di loro ha consolidati rapporti con l’Italia. Ho lanciato martedì scorso da Radio Radicale un appello al Governo affinché vengano prese tempestive decisioni per riconoscere loro l’asilo politico. Deve essere fatto ogni sforzo affinchè ciò avvenga.

NPL’elezione di Hassan Rohani è stata salutata dal mondo come una grande vittoria del moderatismo. Nonostante tutto, le pene capitali in Iran sono aumentate, giornali riformisti sono stati chiusi, le spese militari del regime sono aumentate e lo stesso esecutivo iraniano formato da Rohani ha al suo interno personaggi alle dipendenze del MOIS o responsabili di atroci crimini in passato. Possiamo parlare davvero di moderatismo o l’Occidente sta guardando a Teheran in maniera forse troppo ingenua e superficiale?

GT: Se l’atteggiamento di maggior apertura mostrato dal Presidente Rohani costituisca una vera svolta per l’Iran o un mero espediente tattico per fare uscire il Paese dall’isolamento e superare la pesante crisi economica, lo si vedrà rapidamente alla prova dei fatti. Allo stato delle cose, vi sono piu’ motivi di preoccupazione che di facile ottimismo. Sul piano interno, negli ultimi sei mesi le esecuzioni capitali sono aumentate; i prigionieri politici restano in carcere, continuano le torture, le restrizioni ai leaders riformisti e ai partecipanti alle manifestazioni del 2009 contro l'”elezione truccata” di Amadinejad. Né hanno cambiato la situazione le poche liberazioni simboliche avvenute per preparare la visita di Rohani alle Nazioni Unite lo scorso settembre. A livello regionale, come ha scritto recentemente anche il NYT, l’Iran “continua a nutrire sogni di egemonia regionale. Non vi è segnale che indichi che l’elezione di Rohani abbia cambiato alcunché. Sta aumentando il sostegno ai gruppi militanti nella regione. Recentemente l’Iran avrebbe fornito sofisticati missili a lungo raggio agli Hezbollah via Siria e inviato una nave, intercettato dalle autorità del Bahrain, carica di armi destinate agli oppositori sciti di quel governo sunnita”. Sarebbe pericoloso per i paesi occidentali rivedere completamente la loro strategia  sulla base di mere speranze sulla “svolta Rohani”, anziché su dati verificabili che dimostrino  un radicale  mutamento di rotta: sia sul piano interno – quello del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali – sia sul piano internazionale, in Siria, in Iraq, in Libano, nei confronti di Israele, e sulla questione nucleare.

NP: L’accordo di Ginevra ha, praticamente, riconosciuto il diritto iraniano ad arricchire l’uranio. Ciò, a dispetto delle sanzioni internazionali e delle denunce fatte dall’AIEA nei numerosi report dedicati al programma nucleare iraniano. Nonostante si tratti di un accordo ancora da definire, l’Occidente – Europa in testa – sta facendo la corsa per riavviare i rapporti commerciali con la Repubblica Islamica ponendo, tra l’altro, la questione dei diritti umani assolutamente in secondo piano. Pensa che possiamo fidarci degli Ayatollah o, come nel 2003,stiamo rischiando di prendere un clamoroso abbaglio?

GT: Rohani ha annunciato dall’inizio della sua presidenza di voler riprendere seriamente il negoziato nucleare con il Gruppo “5+1”, e soprattutto con gli Usa. Abbiamo successivamente appreso che contatti riservati tra Washington e Teheran erano già in corso da circa un anno. Per la verità ciò non mi ha stupito: tre anni prima c’era stato – ad esempio – un incontro bilaterale a margine di una riuione “5+1” tra i negoziatori iraniano e americano, con un’intesa di massima che era poi stata “lasciata cadere” dai vertici del regime. Non vi è però dubbio che una trattativa sulla sostanza della questione si è resa possibile solo ora. Per ammissione delle stesse autorità iraniane, la pressione economica delle sanzioni ne è il motivo determinante. L’intesa interinale costituisce un passo avanti su un terreno peraltro molto insidioso, che offre a Teheran maggiori opportunità e spazi di manovra di quelli che hanno gli occidentali. In estrema sintesi, i “5+1” iniziano per parte loro a smantellare il sistema sanzionatorio, mentre gli iraniani si impegnano a congelare l’arricchimento a livelli superiori al 5% (che però rapidamente si può convertire in bombe atomiche…). Il problema è che le sanzioni, una volta ritirate, non sono affatto facilmente riproponibili in caso di inadempimento iraniano… C’é  voluto molto tempo per convincere paesi come Cina, India, Brasile, Russia e persino taluni paesi europei a rispettarle. L’infrastruttura nucleare iraniana – centrifughe di ultima generazione, reattore di Arak, siti protetti – restano invece intatti, anche se – per ora – parzialmente “spenti”. Questo è il vero nocciolo del problema. Ottimismo, grande cautela, unità d’intenti tra Paesi occidentali mi sembrano quindi le parole chiave.

NP: L’Italia, come sa, è la capofila in Europa di queste nuove relazioni con l’Iran. Il Ministro Bonino a Teheran ha espressamente dichiarato che Roma vuole vincere la gara di amicizia con l’Iran. In poco tempo, quindi, sono arrivati nella Repubblica Islamica altri esponenti politici italiani di primo piano, tra i quali il Senatore Casini. Presto, quindi, lo stesso Letta potrebbe visitare l’Iran. Il messaggio che l’Italia sembra mandare, purtroppo, è quello di voler stabilire legami preferenziali con un regime autoritario, a dispetto delle azioni repressive e delle violenze quotidiane che questo commette. Non le sembra – soprattutto alla luce della Sua importantissima esperienza di Ambasciatore e Ministro degli Esteri – che il Governo italiano dovrebbe assumere un atteggiamento più prudente, improntato anche alla tutela dei valori di libertà e democrazia che sono rappresentati dalla stessa Costituzione Italiana?

GT: L’Italia ha rapporti consolidati e antichi con l’Iran, e le relazioni diplomatiche non si sono mai realmente interrotte. Un miglioramento di clima può suggerire scambi di visite a livello politico, di Governo e Parlamentare. Non si tratta evidentemente, in una realtà così complessa come quella iraniana, di competere per chi arriva primo, o di dare patenti di totale affidabilità e di fare “protagonismo”. Si tratta invece di lanciare messaggi precisi su quello che la comunità internazionale si attende, finalmente, da un Governo iraniano desideroso di riportare il paese a pieno titolo nella comunità internazionale: necessità di rispettare i diritti umani, le libertà fondamentali, il pluralismo politico, l’abolizione della tortura, la cessazione di un utilizzo “politico” e terribilmente diffuso della pena di morte. Sono fiducioso che questa impostazione, coerente con i valori fondamentati della politica politica estera del nostro Paese, continui a essere sostenuta con forza dal nostro Governo.

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