Archivio per la categoria ‘Iran Imperialismo’

Nel rumore delle guerre intestine e settarie, drammatiche, che si stanno combattendo in Siria e Iraq, non si odono (per ora) le voci di dissenso interno ai vari schieramenti. Queste voci, però, esistono e, quando raccontate, offrono uno spaccato drammatico della situazione.

In un report speciale pubblicato dal think tant Washington Institute for Near East Policy, vengono riportate le voci di dissenso dei miliziani jihadisti di Hezbollah, nei confronti del regime iraniano. In particolare, grazie alla condizione di anonimato offerta, i miliziani di Hezbollah lamentano il fatto di essere considerate vite di serie B. Secondo quanto denunciano, infatti, il comandante iraniano Qassem Soleimani – a capo della Forza Quds dei Pasdaran – intepreta la sua missione principale come quella di salvare gli iraniani. A tale scopo, egli considera gli arabi sciiti impegnati in Siria e Iraq, come sacrificabili.

I vecchi combattenti di Hezbollah, consapevoli di questa situazione, si sono costantemente allontanati dal Partito di Dio, Questi combattenti, quindi, sono stati sostituiti da giovani ragazzi disoccupati a cui, più che l’ideologia, interessa un salario sicuro (almeno fino alla morte). La guerra in Siria, sta isolando le Comunità sciite del Libano e le sta allontanando anche dal regime iraniano. Un allotanamento che ha un effetto sugli stessi reduci sciiti della jihad siriana: una volta tornati nelle loro Comunità, dopo le cerimonie di facciata, questi miliziani restano spesso ai margini della società e diventano tossicodipendenti.

A quanto sembra, Qassem Soleimani non è molto disponibile al dialogo e alle critiche. Quando la leadership di Hezbollah non ha risposto alla richiesta di Soleimani di inviare nuovi jihadisti ad Aleppo, il comandante Pasdaran ha tagliato i salari per tre mesi, sino a quando Hezbollah non si è piegato. Insomma: una vera e propria relazione tra padrone e sottomesso che, ovviamente, ha creato una generale disilussione, soprattutto sul mito della possibile creazione di una “identità unita degli sciiti”.

Di seguito il link per leggere il report completo, in inglese:

http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/hezbollah-losing-its-luster-under-soleimani

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In pochi giorni il Presidente turco Erdogan sembra aver dato una svolta radicale alla politica estera della Turchia. Dopo il fallimento dell’ipotesi “zero nemici” e dell’abbattimento del regime di Bashar al Assad in Siria, il leader dell’AKP sembra aver deciso di voltare pagina.

A Roma e’ stata finalizzata la pace tra Israele e Turchia. In cambio di alcune riparazione economico-umanitarie per il caso della Mavi Marmara, i due Paesi hanno deciso di ristabilire le relazioni diplomatiche, economiche, militari e di sicurezza. Non solo, hanno anche deciso di approfondire le relazioni energetiche, un aspetto importante considerando i giacimento offshore scoperti al largo delle coste israeliane e il ruolo della Turchia come territorio di passaggio di importanti pipeline verso l’Europa (Hurriyet Daily News).

L’accordo tra Israele e Turchia cela la debolezza di Hamas, ormai un attore in cerca di sopravvivenza per mantenere il suo ‘statarello de facto’ a Gaza, ma anche il sostegno (o perlomeno il non ostacolo) anche dell’Arabia Saudita, un Paese che attualmente ha avviato una nuova collaborazione con il Presidente Erdogan. Il Re saudita Salman, ha infatti iniziato una politica di dialogo anche con la Fratellanza Mussulmana, di cui Erdogan e’ oggi il principale esponente.

Al fianco della riconciliazione con Israele, la Turchia avrebbe anche offerto a Mosca le sue scuse ufficiali per l’abbattimento del Su-24 avvenuto lo scorso anno. Nella lettera di scuse ufficiali, Erdogan ribadisce a Putin la centralità dei rapporti strategici tra la Russia e la Turchia (Russia Today). Si tratta di rapporti estremamente importanti sia in tema di interscambio commerciale e che di import energetico (per Ankara).

Nello stesso momento in cui Erdogan da prova di realismo, dall’Iran trapela la notizia del viaggio di Ali Shamkhani, segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale, a Mosca. Shamkhani e’ l’uomo chiave delle relazioni tra l’Iran e la Siria ed e’ stato da poco nominato anche come mediatore delle relazioni tra Teheran-Damasco e Mosca. Secondo le notizie ricevute, in Russia Shamkhani ha incontrato il suo omologo Nikolai Patrushev e l’inviato speciale di Putin per la Siria, Alexander Lavrentiev (EA WordView).

In merito al contenuto dei colloqui non ci sono informazioni ufficiali. E’ noto pero’ che i russi non sono contenti del comportamento dei comandanti iraniani nella campagna per la riconquista di Aleppo (mentre gli iraniani accusano l’aviazione russa di scarso supporto). Allo stesso modo, e’ noto che Mosca non considera Bashar al Assad un partner non sacrificabile.

Chiaramente, pero’, sul tavolo della discussione c’e’ stata anche la svolta compiuta da Erdogan, un partner che la Russia ritiene importante. Nonostante l’alleanza tattica tra Mosca e Teheran in Siria, Putin non vede la geopolitica della regione Mediorientale come Khamenei. Putin non intende portare lo scontro con il fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita fino allo stremo. Al contrario, il Presidente russo ritiene la monarchia saudita un partner necessario, anche per combattere il jihadismo wahhabita presente nel Caucaso.

Con la riconciliazione tra Israele e Turchia – tesa a bloccare l’espansionismo imperialista iraniano nel Mediterraneo, in primis in Siria e Libano – e con la normalizzazione dei rapporti russo-turchi, l’Iran comincia a sentire il peso della strategia a tenaglia che il fronte sunnita gli sta costruendo introno. Una strategia che intende isolare Teheran e premere sugli Stati Uniti per far fallire la normalizzazione dei rapporti tra Occidente e Repubblica Islamica.

 

 

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Mentre l’Occidente dipinge il regime iraniano come un “attore di stabilizzazione” del Medioriente e un “partner per la pace”, a Teheran da anni si lavora per definire il dominio di parte della Siria e dell’Iraq. Ovviamente, un dominio da realizzare con la forza, con il solo metodo che la Repubblica Islamica conosce: il dominio dei pretoriani.

Per questo, l’Iran da tempo sta lavorando alla creazione di nuove forze paramilitari, totalmente fedeli a Teheran, che ricalchino lo stile dei Pasdaran e di Hezbollah. Soprattutto, e’ centrale per gli iraniani riuscire a creare le nuove Guardie Rivoluzionarie in Iraq, nell’area a maggioranza sciita, ovvero nell’unica area (pianeggiante) in cui geopoliticamente l’Iran può allargare il suo potere. Il resto dell’Iran, infatti, e’ circondato da montagne: un dato che permette alla Repubblica Islamica di potersi difendere facilmente da invasioni di terra, ma anche un limite per le espansioni verso l’esterno.

Parlano gli iraniani

I progetti del regime iraniano non sono neanche troppo un mistero. Basta leggere le dichiarazioni di importanti rappresentanti di Teheran, le agenzie di stampa iraniane e qualche analisi che non sia asservita al buonismo del mainstream. Ecco allora che escono fuori le parole di Mohsen Rafighdoost, potente fondantore dei Pasdaran ed ex boss della Fondazione degli Oppressi. Parlando al club dei giornalisti il 7 giugno scorso, Rafighdoost ha dichiarato che “delle forze d’elite’ possono difendere l’Iraq dalle tensioni e l’instabilità”. Per questo, come modello da imitare, Rafighdoost ha indicato proprio le Guardie Rivoluzionarie iraniane. 

Per la cronaca, Teheran sta già da tempo lavorando con i fatti ai suoi progetti. Recentemente un clerico iraniano ha dichiarato che e’ intenzione dell’Iran costruire delle basi militari in Iraq, non lontane dai confini con l’Arabia Saudita. A queste dichiarazioni, si sono aggiunte quelle del Generale Ali Fadavi, potente capo della Marina iraniana. Fadavi ha rivelato che, ormai da mesi, l’Iran sta addestrando delle truppe di volontari nelle isole Faror, territori occupati dall’Iran e contesi con gli Emirati Arabi Uniti. Tra le altre cose, anche Mahdi Taeb, responsabile della Base Strategica di Ammar (un think tank per combattere la cosiddetta “soft war”), ha dichiarato che l’Iran e’ pronto a ricreare i Pasdaran in Iraq (Asharq al Awsat).

Non e’ un caso che, dopo le dichiarazioni iraniane, l’Arabia Saudita ha deciso di nominare un nuovo attache’ militare proprio in Iraq. Annuncio dato dopo l’incontro tra l’Ambasciatore saudita a Baghdad Thamer Al-Sabhan e il Ministro della Difesa iracheno Khaled Al-Obaidi (Middle East Monitor). Khaled al-Obaidi e’ praticamente il solo sunnita che occupa una carica di rilievo nella sicurezza a Baghdad. La sua nomina, ha permesso agli sciiti filo-iraniani dell’Organizzazione Badr, di prendere il controllo del Ministero dell’Interno iracheno con Mohammed al-Ghabban (al-Jazeera).

Parlano i numeri

Secondo le stime degli esperti, ci sarebbero già almeno 30000/40000 membri delle sciite fedeli all’Iran in Siria e circa 100000 in Iraq.Senza dimenticare, pero’, le dichiarazioni del capo dei Pasdaran Ali Jafari. Jafari, senza girarci intorno, ha detto di avere già pronti almeno 200000 giovani addestrati alle armi, in cinque diversi Paesi.

A Baghdad, in particolare, l’Iran può contare su milizie quali l’Organizzazione Badr, Kata’ib Hezbollah e la stessa Forza di Mobilitazione Popolare, in teoria una unione di forze creata per vincere Isis contro il settarismo, ma divenuta praticamente l’ennesimo strumento nelle mani dei Pasdaran.

In questo momento, pero’, la parte parte di rilievo nella campagna di Fallujah, la sta avendo il Battaglione al-Khorosani, comandato da Ali al-Yasiri (Jihadintel). Dietro la scusa di combattere Daesh, questo battaglione sta compiendo dei massacri nei confronti dei sunniti dell’area dell’Anbar. 

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Lo stemma del Battaglione al-Khorosani

Il massacro della scuola Zo al-Nourin

Un caso concreto e’ quanto accaduto ad un gruppo di sfollati sunniti iracheni, in fuga dalla zona di conflitto. Intercettati dal Battaglione al-Khorosani, i profughi sono stati arrestati. Gli uomini sono stati divisi dalle donne e circa 1000 persone di eta’ compresa tra i 12 e i 50 anni, sono stati portati in una scuola chiamata Zo al-Nourin, sulla strada tra Boukash e al-Saqlawiyah. Ovviamente, quasi tutti i fermati erano maschi.

Nella scuola, quindi, i detenuti sono stati accusati – senza alcuna prova – di essere responsabili del massacro di Camp Speicher, quando il 12 giugno del 2014 Isis ha attaccato una base aerea del Governo di Baghdad, uccidendo 1700 cadetti, tutti Sciiti. Dei testimoni sopravvissuti hanno riportato che i miliziani sciiti della al-Khorosani hanno ucciso almeno 300 prigionieri sunniti nella scuola e altri ancora in un hangar presso al-Saqlwiyah.

Il massacro della scuola Zo al-Nourin ha determinato la protesta di alcuni membri del Parlamento iracheno. Una delegazione di parlamentari, guidata da Ghazi al-Muhammadi, ha quindi visitato il resto dei prigionieri, trasferiti nel frattempo presso il campo di al-Mazra. Qui, la delegazione ha trovato solamente 605 maschi, sui 1000 iniziali che erano stati fermati dalla milizia sciita.

Risultato? La tribù di al-Mahamda, a cui la maggior parte dei prigionieri sunniti apparteneva, ha giurato fedelta’ ad Isis, rivoltandosi contro il Governo di al-Abadi (Middle East Briefing).

La stessa Forza di Mobilitazione Popolare, guidata da Abu Mahdi al-Muhandis (inserito nella lista dei terroristi dagli Stati Uniti), ha commesso numerose atrocità nei confronti dei civili sunniti nelle aree “liberate” di Saqlawiyah e al-Karmah, a pochi chilometri da Fallujah. Massacri provati e denunciati direttamente dalle Nazioni Unite (Middle East Briefing).

Gli obiettivi sono chiari

Il regime iraniano ha in Mediorinte degli obiettivi molto chiari. Eccoli sintetizzati:

  • Approfondire il conflitto settario e dividere all’interno diversi Paesi Arabi, proprio sul modello di Hezbollah in Libano (un Paese che da due anni non elegge un Presidente…). Per questo l’Iran ha usato al-Maliki in Iraq per escludere i sunniti dal potere, un fatto che ha posto le premesse per la rinascita di al-Qaeda in Iraq, ovvero della base di Isis;
  • Creare i Pasdaran in Siria e Iraq, allo scopo di assicurare la proiezione strategica del regime iraniano verso il Mediterraneo. Un ponte che, passando per Baghdad e Damasco, arriva appunto a Beirut. Qui, Hezbollah svolge la parte chiave, perché rappresenta anche la via iraniana per attaccare Israele e trasportare verso l’esterno le tensioni che l’Iran rischia di avere al suo interno;
  • La missione dei “nuovi Pasdaran” e’ precisamente quella di incutere terrore nella popolazione sunnita che non si sottomette e di avviare una vera e propria pulizia etnica (dai sunniti), nelle aree che Teheran ritiene strategiche ai suoi interessi. Questo progetto, deve anche riuscire ad evitare che i sunniti creino delle loro forze paramilitari, per combattere la supremazia sciita filo-iraniana.

In Iraq, Al-Abadi e’ ormai troppo debole

Va detto, in conclusione, che il Primo Ministro iracheno Haider al-Abadi – anche lui sciita – sta cercando di porre un argine all’espansione incontrollata dell’Iran. Lo sta facendo avviando indagini sui massacri delle milizie paramilitari sciite intorno a Fallujah e lo sta facendo dando il comando delle operazioni anti-Isis al Generale Abdul-Wahab al-Saadi, non gradito a Teheran (No Pasdaran).

Purtroppo non sembra bastare, anche perché le milizie paramilitari sciite in Iraq, ormai non rispondono più ai comandi del Governo centrale. Le Forze di Mobilitazione Popolare, ad esempio, hanno esplicitamente rifiutato il comando di ritirarsi dalle aree intorno a Fallujah. Ormai, il solo uomo che comanda queste milizie paramilitari, sembra essere Qassem Soleimani, potente capo della Forza Qods. Un uomo che entra e esce dall’Iraq a suo piacimento…

L’Iraq – come al Siria – ormai sembrano esistere solamente sulle mappe…di alcuni anni fa…

Per approfondire, invitiamo a leggere: L’Iran e la funzione geopolitica provvidenziale del Califfato

 

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Abbas Araghchi e’ probabilmente oggi uno dei diplomatici iraniani più noti. Vice Ministro degli Esteri per gli Affari Legali e Internazionali, Araghchi e’ stato uno degli uomini chiave di Teheran nel negoziato sul nucleare portato avanti con l’Occidente.

Grazie al suo inglese fluente – ha conseguito un dottorato alla Università di Kent in Gran Bretagna – Araghchi e’ stato considerato dal team di negoziatori del P5+1, probabilmente il partner preferenziale durante le fasi che hanno preceduto l’accordo raggiunto a Vienna nel luglio del 2015.

In questi giorni, pero’, una indiscrezione clamorosa e’ uscita dall’Iran: secondo quanto dichiarato dal comandante Pasdaran Javad Mansouri, il negoziatore Abbas Araghchi sarebbe un membro della Forza Qods. Non solo, nella stessa intervista per un magazine in Farsi, Mansouri ha ammesso – ormai e’ noto – che diversi diplomatici iraniani non solo altro che dei membri dei Pasdaran, infiltrati all’interno del Ministero degli Esteri (BBC Persian). In particolare, Mansouri ha fatto riferimento agli ambasciatori iraniani in Siria, Libano e Iraq (al-Monitor).

Pasdaran infiltrati da diplomatici: una pratica nota del regime iraniano

Escluso il caso di Araghchi – la cui eventuale conferma di appartenenza ai Pasdaran sarebbe clamorosa – e’ noto in tutto il mondo che molti diplomatici iraniani non sono altro che agenti delle Guardie Rivoluzionarie. Basti qui pensare che la creazione di Hezbollah, il gruppo terrorista libanese, e’ stata decisa dall’Ambasciata iraniana a Damasco, in particolare da Ali Akbar Mohtashemi e da uno dei comandanti dei Pasdaran,  tale Ahmad Kan’ani (all’Ambasciata di Damasco si tennero gli incontri per l’organizzazione degli attacchi contro le forze americane e francesi presenti in Libano).

Ancora, ricordiamo i drammatici casi di Berlino e Buenos Aires: nella capitale tedesca, nel settembre del 1992, quattro membri dell’opposizione curdo-iraniana furono uccisi nella strage del ristorante Mykonos. Le indagini rivelarono il coinvolgimento nell’attentato dell’allora Ambasciatore iraniano a Berlino, Seyyed Hossein Mousavian. Dopo l’attentato quattro diplomatici iraniani furono espulsi dalla Germania e lo stesso Mousavian fu richiamato d’urgenza a Teheran. Oggi, purtroppo, Mousavian e’ stato accettato come ricercatore all’università americana di Princetown, dove continua la sua attivita’ di lobby per il regime, spacciandosi per un moderato.

Il caso argentino e’ ancora più drammatico: nel 1994 una bomba distrusse il palazzo dell’organizzazione ebraica AMIA, lasciando sul terreno oltre 80 morti. Le indagini, che il Governo argentino ha cercato di insabbiare, hanno rivelato non solo il coinvolgimento di tutto l’establishment politico iraniano, ma anche di Mohsen Rabbani, all’epoca attache’ culturale iraniano nella capitale argentina (Interpol). Purtroppo l’aver rivelato le responsabilità del regime iraniano nell’attentato dell’AMIA e’ costato la vita al coraggioso procuratore argentino Alberto Nisman.

I casi recenti

Cambiano gli anni ma le pratiche del regime iraniano restano sempre le stesse. Per parlare dei casi più recenti, basta ricordare quanto accaduto in Iraq e in Uruguay. In Iraq, storia molto nota, l’allora capo delle Forze Americane a Baghdad, Generale Petraeus, venne contattato dal capo della Forza Qods Qassem Soleimani. Soleimani, che ormai entra e esce dalla Siria e dall’Iraq a piacimento, disse chiaramente a Petraeus che l’ambasciatore iraniano a Baghdad non era altro che un membro della Forza Qods (New Yorker). Non e’ un caso che, ancora oggi, Petraeus partecipi a numerose conferenze, sottolineando che il problema principale degli USA in Iraq non e’ l’Isis, ma l’imperialismo iraniano.

Nel febbraio del 2015, quindi, il Governo uruguayano decise di espellere un diplomatico iraniano, dopo aver scoperto che quest’ultimo stava organizzando un attentato contro l’Ambasciata di Israele a Montevideo (No Pasdaran).

Come dimostrato, non e’ assolutamente possibile avere fiducia dei diplomatici iraniani. Troppo spesso, infatti, le loro posizioni sono solo coperture per portare avanti le pratiche terroriste dei Pasdaran iraniani!

 

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Una notizia preoccupante – l’ennesima – arriva dall’Iraq, precisamente dal Kurdistan Iracheno. Secondo il quotidiano saudita Ashraq al-Awsat, i Pasdaran iraniani avrebbero avviato la costruzione di una base missilistica nel Kurdistan Iracheno, precisamente presso Sayed Sadiq, nel Governatorato di Sulayamaniyah. A rivelare l’indiscrezione al giornale arabo, sarebbe stato direttamente un rappresentante curdo, probabilmente vicino al Presidente Barzani.

La costruzione della base missilistica sarebbe sotto il diretto controllo dell’Unita’ 400 della Forza Qods, al comando diretto del Generale Qassem Soleimani. I Pasdaran sarebbero riusciti ad iniziare il progetto, grazie anche alla compiacenza delle forze curde nell’area di Sulayamaniayh, sotto controllo dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), comandata dall’avversario storico di Barzani, Jalal Talabani (Aawsat.com).

I comandanti Pasdaran responsabili del progetto sarebbero Mohammad Pakpour – che pare abbia visitato l’area due volte – Issa Habib Zadeh e Abdee Khorram, un comandante Pasdaran di base ad Urmia.

Insieme alla base missilistica, i Pasdaran starebbero lavorando per terminare la costruzione di un tunnel di collegamento tra Iran e Iraq – progetto iniziato addirittura durante la guerra contro Saddam Hussein – al fine di facilitare l’ingresso delle Guardie Rivoluzionarie all’interno della base missilistica.

Chi lavora per l’Iran nel Kurdistan Iracheno? 

Da sempre la Repubblica Islamica gioca con le divisioni all’interno delle forze curde. Una strategia che ha visto Teheran appoggiare soprattutto il clan Talabani, a capo dell’Unione Patriottica Curda (PUK). E’ noto, quindi, che i Pasdaran hanno rifornito Talabani di armi e soldi, durante la guerra civile tra le forze curde, scoppiata negli anni ’90.

In seguito alla caduta di Saddam e soprattutto dopo il ritiro definitivo delle forze americane dall’Iraq, gli iraniani hanno intessuto anche strette relazioni con il Presidente del Kurdistan Iracheno Massoud Barzani, a capo dello storico Partito Democratico del Kurdistan (KDP).

Considerando anche gli interessi economici che legano Erbil a Teheran, per un po’ di tempo l’Iran e’ riuscito a sviluppare relazioni anche con il clan Barzani, tanto che nel 2014 il Primo Ministro curdo Nechirvan Barzani ha visitato la Repubblica Islamica e le relazioni commerciali tra le due parti sono cresciute enormemente, passando da 100 milioni di dollari del 2000, ai 4 miliardi di dollari nel 2014.

Oltre gli interessi economici, pero’, ci sono quelli strategici: l’Iran sa di non poter contare su Barzani come una marionetta. Barzani mantiene infatti strette relazioni con tutti i partner che ha davanti, soprattutto con gli Stati Uniti. Ecco perché, quando nel 2014 sono scoppiate proteste anti-Barzani nel Governatorato di Sulayamaniayh, l’Iran si e’ visto costretto a scegliere, optando ovviamente per il fidato clan Talabani. 

L’Iran complotta per far cadere Barzani

Ecco allora che, da potenziale alleato, Barzani torna di nuovo un nemico per Teheran. Il Generale Qassem Soleimani e i Pasdaran, si attivano direttamente per colpire il Presidente curdo.

In una riunione a porte chiuse, Soleimani chiede ad alcuni comandanti dell’Unione Patriottica Curda (PUK) di avviare un attacco mediatico su larga scala contro Barzani. Un progetto di golpe, fallito unicamente per l’opposizione di parte dell’Unione Patriottica Curda. Non solo: nello stesso periodo un alto comandante Peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan viene rapito dai Pasdaran (No Pasdaran).

L’Iran nel Kurdistan siriano

Mentre progettava di far cadere Barzani, il regime iraniano ha lavorato per cooptare nella sua strategia anche i curdi siriani. Qui la questione si faceva assai più complicata. I curdi siriani, uniti all’interno del Partito Unione Democratica (PYD), sono non solo direttamente legati al PKK in Turchia, ma anche al Partito per un Kurdistan Libero (PJAK) attivo nel Kurdistan iraniano. 

Ergo, per Teheran attrarre i curdi siriani ha un grande vantaggio: isola i curdi iraniani e la loro lotta contro il regime clericale di Teheran e rappresenta anche una leva contro Ankara, da sempre considerata un partner importante ma anche un competitor dagli iraniani.

Non e’ un caso che, nel febbraio scorso, il Ministero degli Esteri iraniano si sia rifiutato di includere i siriani del PYD all’interno delle organizzazioni terroriste, come richiesto dalla Turchia. Una decisione che ha mandato su tutte le furie Erdogan (Turkish Weekly).

Conclusioni

Il regime iraniano, come si capisce, ha il pieno interesse a giocare la sua partita nelle numerose divisioni inter-curde, ma soprattutto ad impedire il progetto di Barzani di arrivare alla realizzazione di un Kurdistan iracheno indipendente.

Il progetto di Barzani, alleato dell’Occidente, rischia di far saltare i piani iraniani in Iraq. Piani che prevedono il mantenimento di un dominio sciita a Baghdad, capace anche di controllare direttamente e indirettamente il Kurdistan iracheno.

Quando succede nel Kurdistan iracheno, quindi, dimostra la debolezza delle posizioni di coloro che – in Occidente – pensano di avviare una grande strategia per la Siria e per l’Iraq in partnership con Teheran. Oltre alla guerra contro Isis – fenomeno che l’Iran e Assad hanno largamente favorito – esiste poco o nulla in comune tra la strategia di Teheran e quella del resto del mondo.

L’Iran, infatti, non gioca una partita per un Medioriente di pace, ma semplicemente la sua partita, fatta di divide et impera a qualsiasi costo e contro qualsiasi attore che, malauguratamente, decide di non accettare le ‘lusinghe’ dei Pasdaran. In pieno stile mafioso…

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Fonte: Repubblica

Ieri l’Italia ha celebrato il 25 aprile, una annuale manifestazione in ricordo della liberazione dal nazifascismo. In particolare, in questa data si celebrano le insurrezioni partigiane a Milano, Genova e Torino, simbolo per eccellenza della resistenza italiana e ispirazione della stessa Costituzione entrata in vigore nel 1948.

Purtroppo, a distanza di decenni, alcuni pericolosi estremisti hanno trasformato la festa dei partigiani italiani in una occasione di glorificazione dell’asse che lega l’Iran Khomeinista a Hezbollah e Bashar al Assad (anche noto come “Asse della Resistenza”, anche se di “resistenza” ha ben poco). Neanche a dirlo, per farlo hanno fatto leva sulla cosiddetta “causa palestinese” e sull’antisionismo, classico live motive mediorientale per coprire ogni sorta di nefandezza.

Non entriamo nella questione israelo-palestinese, perché poco ci interessa. Puntare il dito contro la Brigata Ebraica o direttamente contro Israele, non cambia i termini reali del problema. Lasciare che durante le manifestazioni del 25 aprile sventolino le bandiere della Siria di Bashar al Assad, di Hezbollah e del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), cancella in un colpo solo tutto lo spirito della lotta partigiana. Ideologicamente parlando, tutti i gruppi menzionati rappresentano il peggior fondamentalismo esistente. Che siano espressione di idee laiche (Assad e FPLP) o di idee religiose (Hezbollah), si tratta di realtà che pubblicamente esprimono ammirazione verso Mussulini e Hitler. Non a caso, ad esempio, ancora oggi sia i jihadisti di Hezbollah che quelli del Fronte Popolare, sfilando fieri facendo il classico saluto romano.

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Accettare i supporter dell'”Asse della Resistenza” Mediorientale il 25 aprile, significa indirettamente legittimare la presenza di sostenitori del nazifascismo. Poco importa che questi estremisti si colorino di rosso o di nero. Le bandiere che sventolano, i gruppi che sostengono, sono i primi nemici della vera lotta partigiana. Per quelli come Nasrallah e Assad, Hitler era un eroe e nessun Olocausto e’ mai stato compiuto nella storia. 

Tutto ciò, senza dimenticare chi sta a capo dell’Asse della Resistenza mediorientale: la Repubblica Islamica dell’Iran. La parte peggiore di tutta questa storia e’ proprio l’indiretta connessione tra i manifestanti che hanno violentato il 25 aprile e Teheran. L’Ayatollah Khomeini e i suoi eredi, infatti, non sono affatto i rappresentanti di una “forza di liberazione”. Al contrario, essi sono i portatori del peggior radicalismo esistente e direttamente responsabili dell’occupazione di alcuni Paesi mediorientali (si pensi al Libano e alla Siria oggi). Lo stesso concetto attuale di jihad, proprio quello che uccide innocenti in Occidente, e’ figlio della cultura del martirio impressa da Khomeini all’Islam contemporaneo. Permettere ai nazifascisti rossi di sfilare il 25 aprile non significa solo infangare la memoria della Brigata Ebraica o legittimare le nuove forme di antisemitismo. Purtroppo significa molto di più, molto di peggio.

Permettere ai filo-Pasdaran di manifestare il 25 aprile, significa legittimare la continuazione ideologica, politica e materiale del nazifascismo. Significa uccidere la memoria dei Partigiani e la causa per cui questi eroi sono morti!

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Non solo i Pasdaran. Ora, dopo le dichiarazioni del Generale Ali Arasteh, apprendiamo che anche l’esercito regolare iraniano (Artesh) e’ pronto a dispiegare “forze speciali” in Siria e Iraq, ovviamente coperti dalla dicitura di “consiglieri”. Per essere precisi, il Generale Arasteh, ha dichiarato che saranno inviati a Damasco e Baghdad commandos e cecchini (Fars News).

Per la cronaca, il termine “consiglieri”, e’ lo stesso che e’ stato usato dalla Repubblica Islamica quando ha dovuto ammettere la presenza delle Guardie Rivoluzionarie al fianco delle forze fedeli a Bashar al Assad.

Le parole del comandante dell’Artesh,  indicano un pericoloso salto di qualità pericoloso nell’ingerenza del regime iraniano fuori dai suoi confini. I Pasdaran – in particolare la Forza Qods – hanno rappresentato dal 1979 la longa manus con cui i Mullah hanno provato ad estendere il loro potere all’esterno, ovvero a diffondere il verbo di Khomeini. Il dispiegamento dei Battaglioni dell’esercito regolare, pero’, implica un impegno diretto dell’Iran di lungo periodo e l’ennesima riprova del fatto che la Repubblica Islamica rappresenta una vera e propria forza di occupazione stabilmente dispiegata in territorio straniero. 

Tra le altre cose, l’annuncio dell’esercito regolare iraniano, rappresenta anche importante distanziamento dalla stessa missione Costituzionale dell’Artesh. L’esercito regolare, infatti, dovrebbe avere solamente il compito della tutela dell’integrità territoriale dell’Iran (The Long War Journal).

Va sottolineata la – certo non casuale – coincidenza temporale con l’annuncio del ritiro russo dalla Siria (o meglio dell’apparente parziale ritiro). Una coincidenza che può significare un mero cambio della guardia concordato, o l’ennesimo segnale di una competizione tra Mosca e Teheran per il controllo della Siria che verrà. Uno scontro silenzioso, su cui si gioca anche il futuro stesso del macellaio Bashar al Assad.