Archivio per la categoria ‘Iran Hamas’

Imam Khamenei & Ziad al-Nakhala

In meno di due settimane, i principali leader iraniani, hanno ricevuto a Teheran una delegazione dei gruppi terroristi palestinesi di Hamas e una della Jihad Islamica. In entrambi i casi, i leader iraniani hanno ribadito il loro totale sostegno alla “causa palestinese”, attaccando i Paesi arabi che dialogano con Israele e invitandoli a rientrare “nella casa dell’Islam”

Il termine “casa dell’Islam, perpetua il dualismo del noi contro loro, ovvero del Dar al-Islam – la casa dell’Islam – contro il Dar al Harb – la Dimora della Guerra, ovvero dove sono situati tutti quelli che non sono mussulmani che, se si azzardano ad essere alleati di attori considerati nemici, possono essere considerati apostati anche loro e attaccati direttamente.

Nel suo incontro con i terroristi della Jihad Islamica, Khamenei ha ribadito il suo mantra della prossima distruzione di Israele, cosa che portera’ i palestinesi ad occupare non solo Gerusalemme (al-Qods), ma anche a formare “un governo a Tel Aviv”. Ovviamente, da buoni leccapiedi, i terroristi palestinesi hanno promesso a Khamenei che “attaccheranno Israele da nord e da sud”.

La nuova passeralla dei dirigenti delle organizzazioni terroristiche palestinesi a Teheran, e’ l’ennesima riprova della pochezza strategica “delle dirigenze” palestinesi. Alla Repubblica Islamica dell’Iran, della cosiddetta “causa palestinese”, interessa fondamentalmente poco o nulla. Come la storia ha dimostrato, gli iraniani si sono liberati dei palestinesi, tutte le volte che questi ultimi non hanno seguito alla lettera il loro volere (il caso siriano e’ stato emblematico).

Nuovamente, i palestinesi si lasceranno usare da Teheran e il solo risultato che avranno come ritorno, sara’ quello di nuove violenze, nuove sofferenze e nuovi morti, in primis tra i palestinesi stessi! L’ennesimo fallimento di ogni prospettiva di veder nascere nel prossimo futuro uno Stato palestinese indipendente e prosperoso.

وزیر الخارجیة الإیرانی یلتقی وفدا من اعضاء المجلس التشریعی الفلسطینی

وزیر الخارجیة الإیرانی یلتقی وفدا من اعضاء المجلس التشریعی الفلسطینی

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tunnel

Pochi  giorni fa l’esercito israeliano ha lanciato l’operazione Scudo del Nord, operazione volta a stanare i tunnel che il gruppo terrorista di Hezbollah ha scavato tra il sud del Libano e il nord di Israele. Si tratta di azioni che violano la Risoluzione ONU 1701 che, come noto, vieta ai jihadisti di Hezbollah di schierare personale armato e armamenti tra la Linea Blu e il fiume Litani.

Uno sguardo agli articoli pubblicati dai media vicini ad Hezbollah nel recente passato, dimostra come bastava prendere sul serio quanto veniva scritto da quelle stesse fonti di informazione, per comprendere la minaccia in corso. Gia’ nel 2016, infatti, il quotidiano libanese Al-Safir, aveva scritto che – insieme alle azioni in Siria – Hezbollah continuava la sua attivita’ contro Israele “conducendo osservazioni, preparandosi e scavando tunnel che causano ai coloni e ai soldati nemici di perdere il sonno”.

Tunnel che, come riportato in un articolo del gennaio 2014 di Ibrahim al-Amin – Direttore del giornale libanese pro-Hezbollah al-Akhbar – proprio i terroristi del “Partito di Dio” avevano insegnato a scavare ai terroristi di Hamas. Secondo quell’articolo, infatti, prima della rottura tra Hezbollah e Hamas sulla Siria (oggi ricomposta), i jihadisti sciiti avevano insegnato la tecnica dei tunnel sotterranei ai jihadisti sunniti palestinesi. Tecnica applicata dai terroristi di Hamas anche in Siria, ove sono stati scavati tunnel nell’area di al-Quseir e altrove.

Insomma, per prevenire questa nuova crisi al confine tra Libano e Israele e per impedire ancora una nuova stagione di sofferenze in quell’area, bastava leggere le fonti vicine ad Hezbollah e non trattarle come propaganda. Cosi come bisogna fare sempre, quando si leggono le minacce che provengono dalla Repubblica Islamica dell’Iran (e suoi proxy).

Lo stesso Iran che, ordinando a Hezbollah di scavare questi tunnel, mina la stabilita’ di tutto il Medioriente e quel piccolo residuo di pace regionale che ancora, faticosamente, (re)esiste.

 

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A quanto pare esiste una parte del progressismo italiano che ha creato due miti intoccabili: i palestinesi e Emma Bonino.

Cominciamo dai primi con una premessa necessaria: ci interessa poco il conflitto israelo palestinese (se non l’augurio che si possa trovare un accordo di pace) e ci interessa poco di chi accusa chiunque non la pensi come vuole il mainstream, di essere definiti “sionisti”. Per quanto ci riguarda, visto l’impegno contro il regime iraniano, ci interessa una cosa sola: la posizione delle forze politiche palestinesi verso la Repubblica Islamica e verso il popolo iraniano. In questo senso, la risposta e’ univoca: le forze politiche palestinesi hanno attivamente contribuito a sostenere coloro che – dopo la Rivoluzione – hanno bombardato con armi chimiche il popolo iraniano (Saddam). Una volta superata quella fase, le stesse forze palestinesi, non si sono fatte scrupoli a sostenere clerici e pasdaran iraniani in cambio di armi, soldi e anche indottrinamento ideologico (si veda la Jihad Islamica). Questa affermazione e’ cosi tanto vera, che non si contano i contatti con il “moderato Abu Mazen”, che Hamas e’ oggi tornato tra le braccia dei Pasdaran (e di Hezbollah) e che a Gaza esiste una brigata – la Brigata al-Saberin, che e’ emanazione diretta dei Pasdaran. Quindi, gentilmente, di questi gruppi asserviti a Teheran non sappiamo che farcene, se non augurarci che rinsaviscano e che capiscano di essere – anche loro – mera carne da macello per i fini della Repubblica Islamica.

Capitolo secondo: Emma Bonino. Incriticambile, al limite della beatificazione. Ora, anche in questo caso, non entriamo nel merito delle posizioni della Bonino sui migranti, contro Salvini e di altri temi di politica interna. Non ci interessa. Per quanto riguarda il capitolo Iran, pero’, parlano i fatti: la Bonino – da Ministro degli Esteri e non solo – ha contribuito drammaticamente alla rilegittimazione di un regime clericale razzista, misogino, finanziatore del peggior terrorismo internazionale e responsabile dei peggiori abusi dei diritti umani. Tutto fatto nel totale silenzio verso i crimini che quel regime continuava a compiere anche sotto la Presidenza del “moderato” Rouhani. Peggio, tutto fatto dicendo esplicitamente che l’Italia “vuole vincere la gara di amicizia con l’Iran”.

Se permettete quindi, in entrambi i casi, per quanto riguarda il tema Iran, ci risparmiamo questi due “fenomeni intoccabili”. Ve li lasciamo volentieri…

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Per ora, ufficialmente, nessuno ha ancora rivendicato l’attentato avvenuto stamattina a Gaza, contro il convoglio del Premier palestinese Rami Hamdallah. Con Hamdallah, viaggiava anche Majed Faraj, capo dell’intelligence palestinese e tra i candidati alla successione di Abu Abbas.

Dopo l’attentato, i dirigenti di al-Fatah hanno accusato Hamas per quanto accaduto che, a sua volta – neanche a dirlo – ha puntato il dito contro il nemico di sempre, Israele. Soliti scambi di accusa, che pero’ non sembrano rivelare chi veramente voleva la morte dei due rappresentati dell’ANP.

Eppure, trovare chi veramente avrebbe interesse a far saltare l’accordo di pace tra Hamas e Fatah e a far riscoppiare una crisi in Medioriente, non e’ poi cosi difficile. Il primo attore ad avere questo interesse, e’ il regime iraniano. Da mesi, infatti, Teheran ha rilanciato i rapporti con l’ala militare di Hamas, favorendo anche incontri diretti tra i terroristi palestinesi e i leader di Hezbollah in Libano. Un rilancio del dialogo ristabilito in seguito alla crisi politica, sorta con lo scoppio della guerra in Siria (ove Hamas, forte della posizione della Turchia e dell’Egitto di Morsi, aveva fortemente sostenuto le posizioni anti-Assad).

C’e’ qualcosa di più, pero’: il regime iraniano e’ in piena guerra i Pasdaran impegnati a salvaguardare i loro interessi economici, in Iran e all’estero. Ovviamente, per i Guardiani della Rivoluzione una normalizzazione dei rapporti tra le fazioni palestinesi, rappresenta una minaccia diretta agli interessi strategici di Teheran. Al contrario, una nuova crisi armata nella regione, permetterebbe ai Pasdaran di mantenere il loro peso nel sistema, ottenere un aumento dei fondi e distorcere anche l’attenzione dei cittadini iraniani dalla crisi economica all’interno dell’Iran.

Ripetiamo: ad oggi non risultano rivendicazioni ufficiali dell’attentato. Possibile che queste vengano diffuse nelle prossime ore e possibile che la rivendicazione arrivi da cellule di Isis nella Striscia di Gaza. Anche in questo caso, pero’, le relazioni segrete tra Hamas e Isis, nascondono una realtà ben più complessa e drammaticamente incapace di rappresentare gli interessi comuni tra il jihadismo sciita khomeinista e quello salafita.

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Fonte: Foundation Defense Democracies

Il think tank americano Foundation for Defense Democracies (FDD), ha pubblicato un interessante articolo di David Adesnik, sul dove, come e quanto il regime iraniano spende, per finanziare l’espansione del khomeinismo a livello internazionale, ovvero per finanziare il terrorismo internazionale.

Secondo quanto riporta l’FDD, il regime iraniano spende:

  • tra i 15 e i 20 miliardi di dollari l’anno per sostenere il regime di Assad in Siria. A questa spesa va aggiunta una linea di credito di 1 miliardo di dollari concessa nel 2017, da sommarsi a ai 5,6 miliardi di dollari di linee di credito concesse da Teheran negli anni precedenti. Il costo maggiore, ovviamente, e’ quello relativo al mantenimento delle milizie sciite in Siria (almeno 20,000 uomini). A questi costi, va aggiunto, non sono inclusi i rifornimenti concessi, praticamente gratis, da Teheran per petrolio e gas;
  • almeno 1 miliardo di dollari e’ stato speso ogni anno, sin dal 2014, per mantenere le milizie sciite in Iraq. Dopo la fine del controllo territoriale di Isis, sembra che Teheran ridurrà il sostegno, riducendo anche il numero di miliziani sciiti nel Paese (molti si tramuteranno in forze di riserva), portando il finanziamento annuale a circa 150 milioni di dollari l’anno;
  • circa 700-800 milioni di dollari l’anno per sostenere Hezbollah in Libano;
  • 100 milioni di dollari per finanziare i gruppi terroristi palestinesi di Hamas e la Jihad Islamica Palestinese. Va anche detto che, una fonte diplomatica, ha parlato alla Reuters di un sostegno di 250 milioni di dollari annui da parte di Teheran a Hamas;
  • alcuni milioni di dollari, decine sembra, vengono dirottati dall’Iran per sostenere i ribelli Houthi in Yemen. Un sostegno che include anche il trasferimento di missili balistici, per colpire le città saudite.

A questi miliardi, vanno aggiunti i soldi che il Governo iraniano fornisce annualmente ai Pasdaran, ovvero a coloro che materialmente, controllano, ideologizzano e addestrano, le milizie sciite nel mondo. Sotto questo profilo, la trasparenza e’ relativa: ufficialmente, infatti, le Guardie Rivoluzionarie hanno un budget annuo di 8,2 miliardi di dollari.

E’ pero’ una stima relativa, non solo perché lo stesso Governo concede più fondi ai Pasdaran, ma anche perché le Guardie Rivoluzionarie controllano buona parte dell’economia iraniana, compresa quella sommersa. Miliardi di dollari che, ovviamente, non e’ possibile quantificare precisamente.

In poche parole, secondo le stime dell’FDD, il regime iraniano spende 16 miliardi di dollari, solamente per sostenere l’espansione del khomeinismo a livello internazionale. Soldi tolti alla popolazione iraniana, che in buona parte vive nell’indigenza e sotto la sogna della povertà. Ecco spiegate molte delle ragioni di Iran Protests e soprattutto dello slogan “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”.

 

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Saad Hariri e’ un uomo di tatticismi. Lo e’ da quando, erede del defunto padre Rafiq e’ saltato in aria nel 2005, dilaniato dall’esplosivo piazzatogli da agenti deviati dell’intelligence libanese, su ordine di Damasco e Teheran.

Nonostante la morte del padre, Hariri ha governato il Libano accettando di scendere a patti con Hezbollah, ovvero con l’emblema di coloro che – pur vivendo nel Paese dei Cedri – rappresentano uno Stato nello Stato al servizio degli agenti esterni che hanno ucciso Rafiq Hariri.

Non e’ la prima volta che Hariri si dimette da Primo Ministro libanese. Era già accaduto nel 2011 e anche in quella occasione Hariri attacco’ Hezbollah, accusandolo di sabotare il suo Governo. Allora, pero’, Saad Hariri non punto’ l’indice contro Teheran duramente, ne tanto meno annuncio’ le sue dimissioni dall’Arabia Saudita.

Quanto sta accadendo in questo momento e’ diverso. E’ diverso perché, come suddetto, Hariri ha detto basta da Riad e ha non solo attaccato Hezbollah, ma soprattutto il regime iraniano. Il Presidente libanese Aoun, vicino ad Hezbollah, ha rifiutato le sue dimissioni invitandolo a ritornare in patria, ma Hariri ha continuato il suo viaggio nel Golfo, raggiungendo gli Emirati Arabi Uniti, altro alleato di Riad.

Le dimissioni di Saad Hariri sono parte di una vera e propria dichiarazione di guerra dell’Arabia Saudita contro il regime iraniano. Non e’ dato sapere se questa guerra verrà combattuta tra i due contenenti del Golfo direttamente, ma sicuramente ci saranno delle importanti ripecussioni, in primis in Libano, ma non solo. In Libano, ovviamente, i rischi sono molteplici: non solo lo scontro tra Hezbollah e le fazioni anti iraniane, ma anche il possibile nuovo scontro (in questo caso militare), tra il Partito di Dio e Israele.

Ieri pero’, a Riad e’ arrivato a sorpresa anche Abu Mazen, Presidente dell’ANP e da poco in accordo con Hamas per un nuovo Governo di unita’ nazionale. Lo stesso Hamas che, appena qualche giorno addietro, ha inviato una delegazione in Iran, promettendo a Teheran di restare un alleato fedele. Dulcis in fundo, appena qualche giorno prima di visitare l’Iran, a Riad era arrivato il Premier iracheno al-Abadi, sciita, ma alla ricerca disperata di appigli esterni per non diventare un altro puppet del regime iraniano.

A fare da cornice a questi giochi di potere regionali, c’e’ la nuova politica dell’Amministrazione Trump verso il regime iraniano e soprattutto verso il Pasdaran, ormai sulla via di essere dichiarati una organizzazione terroristica tout court. Una mossa che segue la decisione del Congresso americano del 2015, che ha portato all’inserimento di 100 personalità e enti legati ad Hezbollah, nella lista delle sanzioni.

Concludendo, quanto accaduto con Saad Hariri non e’ puro tatticismo, me a’ parte di un gioco più grande, che vede l’Arabia Saudita intenzionata a fermare ad ogni costo l’avanzata dell’Iran nella regione Mediorientale, considerata una minaccia alla sopravvivenza stessa del regime wahabita. Per queste ragioni, l’Europa deve stare molto attenta a giocare tutte le sue carte investendo sul regime iraniano.

La bonarietà dell’ex Presidente americano Obama, l’accordo nucleare, la crisi siriana e quella irachena (e quella in Yemen), avranno anche costruito per l’Iran una autostrada per amplificare il suo potere regionale. La cosa pero’ e’ andata troppo oltre e tanti attori, tra loro assai diversi, convergono su un solo punto: quell’autostrada va distrutta, ad ogni costo…

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Oggi in Iran e’ il “Quds Day”, la Giornata di Gerusalemme, ufficialmente un giorno di protesta in solidarietà al popolo palestinese. L’Ayatollah Khomeini decise di stabilire questa ricorrenza annualmente, in occasione dell’ultimo venerdì del mese sacro del Ramadan.

Il Quds Day, pero’, non e’ solo una generica giornata di protesta per i diritti del popolo palestinese. Al contrario, il Quds Day e’ una giornata in cui il regime iraniano – e i suoi sostenitori – dimostrano tutto il suo odio non solo verso Israele e il mondo ebraico non anti-sionista, ma anche verso tutto l’Occidente. 

Come spesso accade nelle nuove forme di antisemitismo, Israele – o meglio il “Piccolo Satana”, come lo definiscono i clerici iraniani – e’ solo l’ultimo anello di qualcosa di più importante e più pericoloso: con il Quds Day, infatti, il regime iraniano afferma in primis il suo odio verso i valori del “Grande Satana”, ovvero gli Stati Uniti. Quei valori liberali e democratici condivisi anche da buona parte dell’Occidente e considerati dall’establishment iraniano un cancro da estirpare.

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Al-Quds”, ovvero Gerusalemme, e’ diviene perciò solo il simbolo della “lotta al sionismo”. A riprova di quanto affermato, si tenga in considerazione che l’unita’ speciale adibita da sempre all’esportazione della Rivoluzione Khomeinista nel mondo, si chiama proprio Brigata al-Quds. E’ questa Brigata speciale dei Pasdaran che, da anni, finanzia il peggior terrorismo internazionale. E’ questa Brigata che ha contributi alla nascita di Hezbollah, che ha tessuto relazioni con al-Qaeda, che ha elargito armi e soldi al peggior terrorismo di matrice sunnita, quale quello di Hamas o della Jihad Islamica. E’ questa Brigata che controlla parte del narcotraffico in America Latina e che ha fatto saltare in aria l’associazione ebraica AMIA di Buenos Aires nel 1984. E’ questa Brigata che, in nome di Khomeini, ha sparso il seme del conflitto settario in Medioriente negli ultimi 15 anni…

Ecco che, coloro che nel mondo elogiano la Giornata di al-Quds, sono gli stessi che quotidianamente portano avanti le peggiori teorie complottiste. Quelli che contestano la partecipazione della Brigata Ebraica al 25 aprile, quelli che sostengono la Siria di Assad e il Libano controllato da Hezbollah o quelli che, proprio come fa il regime iraniano, danno la colpa agli Stati Uniti per qualsiasi cosa succede nel mondo. Non e’ nemmeno un caso che, tra gli amanti del Quds Day iraniano, ci sono gli esponenti della Fratellanza Islamica: gli eredi di Sayyd Qutb, colui che con Khomeini ha posto le basi del peggior terrorismo islamista, condividono con il regime iraniano gli stessi valori, pur non essendo sciiti. Per questo, anche qui non e’ un caso, proprio l’Ayatollah Khamenei e’ il traduttore dall’arabo al farsi, dei testi di Qutb…

Non condannare il Quds Day iraniano, quindi, significa condannare i valori democratici e antifascisti su cui la storia delle democrazie contemporanee e’ fondata. Significa permettere che le basi ideologiche del complottismo infettino l’Occidente stesso, erodendone lentamente le fondamenta e la memoria.

Il Quds Day iraniano non e’ un giorno per i diritti dei popoli: e’ un momento di odio puro, soprattutto verso l’Occidente. Condannarlo duramente e’ un dovere, perché significa proteggere i valori del pluralismo, il rifiuto dell’antisemitismo e l’affermazione dei diritti civili, di genere e umani. 

Quds Day 2017 a Teheran