Archivio per la categoria ‘Iran Golfo’

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Questo qua sotto e’ lo screen del tweet pubblicato ieri sera dal Ministro degli Esteri iraniano Zarif. Obbiettivo del tweet sarebbe quello di provare che il drone americano e’ stato colpito perche’ entrato nello spazio aereo iraniano, cosa che il comando americano CENTCOM nega.

Premettendo che chiunque puo’ pensare cio’ che vuole ovviamente, fa sorridere che per provare quanto sostiene, il Ministro iraniano allega al suo tweet un paio di mappe: una fatta a mano, con qualche passata di righello e la seconda, ricavata da Google Map. In altre parole, ad oggi, Zarif non ha ancora ricevuto sul suo tavolo una mappa seria, proveniente dal settore militare, per spiegare – dal punto di vista iraniano – quanto accaduto.

zarifDi contro, il comando centrale americano – CENTCOM – ha risposto al tweet di Zarif, pubblicando un altro tweet con un’altra mappa – questa volta chiaramente di provenienza interna, ovvero militare, per provare che il drone americano e’ stato colpito mentre si trovava in acque territoriali non iraniane.

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Da Teheran per ora e’ uscito ‘solamente’ il video dell’attacco al drone americano, che dimostra chiaramente come l’azione sia stata intenzionale e non un “errore stupido”, come spera il Presidente americano Trump.

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Come riportato dai media, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Americana Bolton, ha annunciato che gli Stati Uniti hanno deciso di schierare la portaerei Abraham Lincoln nell’area Mediorientale, in risposta alle minacce provenienti dall’Iran.

Ancora una volta, quella che alcuni analisti alla Alberto Negri cercano di far passare come aggressione americana a Teheran, e’ figlia di una risposta alle minacce della Repubblica Islamica. Per intenderci: Trump non avrebbe ritirato gli USA dal JCPOA se l’accordo avesse funzionato. Al contrario, l’Iran ha sfruttato l’accordo per espandere il suo potere fuori dai confini nazionali e aumentare le minacce missilistiche verso i vicini, alleati degli Stati Uniti; Trump non avrebbe messo i Pasdaran nelle liste delle organizzazioni terroristiche, se i Pasdaran – dalla loro creazione ad oggi – non avessero fatto altro che lasciare scie di sangue alle loro spalle, colpendo centinaia di volte gli obiettivi americani fuori dai confini iraniani.

Per quanto riguarda la Lincoln, Trump non avrebbe deciso di schierarla in Medioriente, se i Pasdaran non avessero in questi giorni minacciato direttamente di chiudere lo Stretto di Hormuz. A farlo, si badi bene, e’ stato il 22 aprile Alireza Tangsiri, capo del Corpo Navale delle Guardie Rivoluzionarie. L’Iran, infatti, vede tutto lo Stretto di Hormuz come una zona sotto il suo diretto controllo. Questo nonostante il fatto che la maggior parte del traffico marittimo passa attraverso le acque territoriali dell’Oman e nonostante la Convenzione ONU  sul Mare (“UNCLOS”), che tutela espressamente la libera circolazione marittima e garantisce il libero passaggio attraverso gli Stretti (articolo 37). Ergo, va detto chiaro: minacciare di chiudere lo Stretto di Hormuz e’ gravissimo e farlo concretamente rappresenta addirittura un vero e proprio casus belli.

Per quanto concerne Hormuz, quindi, l’amministrazione americana prende seriamente le minacce iraniane. L’Iran e’ conscio del rischio che correrebbe se chiudesse totalmente Hormuz. Per questo, le minacce di chiusura totale dello Stretto, sono qusi vuote. Cio’ che invece e’ terribilmente possibile – a cui sembra che i vertici militari iraniani stiano pensando – non e’ di chiudere totalmente Hormuz, ma di rallentarne il traffico commerciale. Questo provocherebbe un aumento generale dei prezzi, con un effetto negativo sull’economia globale. Di questo aumento dei prezzi beneficerebbe direttamente il regime iraniano – e non solo – perche’, pur esportando meno petrolio, lo farebbe ad un prezzo al barile piu’ alto. 

Ancora una precisazione: chi sostiene che Trump vuole un regime change in Iran, sbaglia alla grande. Se l’effetto delle sanzioni americane e della politica di “massima pressione” verso Teheran fosse un regime change, sicuramente nessuno piangerebbe a Washington. Ma il principale obiettivo del Presidente americano con Teheran, e’ costringere il regime iraniano ad un nuovo negoziato – pubblico – con la Casa Bianca, per inserire nel JCPOA, tutto cio’ che Obama ha colpevolmente lasciato fuori, ovvero: missili, attivita’ regionali iraniane e assenza di scadenza all’accordo nucleare. Come suddetto, l’Iran ha usato l’accordo di Vienna per aumentare le interferenze regionali, portare avanti il programma nucleare clandestinamente e intensificare le minacce ai vicini. Ancora una volta, intendiamoci: se l’Iran fosse stato al suo posto, a quest’ora niente sarebbe cambiato.

Conclusioni: il peggior nemico dell’Iran non e’ Trump, ma il regime che lo governa e i suoi puppet internazionali!

Infographic: Strait Of Hormuz Shipping Lanes

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Il video che vi mostriamo qui di seguito, riprende il momento del lancio di due missili dallo Yemen verso l’Arabia Saudita. Missili lanciati dai ribelli Houthi e che hanno colpito la capitale saudita Riyad. Questo attacco, se ancora ce ne fosse stato bisogno, dimostra come gli Houthi – per quanto non direttamente sciiti doudecimani – sono praticamente ormai una milizia armata in mano al regime iraniano.

In primis, fattore meramente di contorno, durante il video si sentono gli autori dell’attacco gridare slogan contro gli Stati Uniti, contro Israele e contro gli ebrei, slogan tipici delle manifestazioni di piazza iraniane, ovviamente in seguito alla rivoluzione jihadista del 1979. Questo aspetto degli slogan, ovviamente, evidenza una comunanza ideologica fra Teheran e gli Houthi: una comunanza non solo nello sciismo, ma anche e soprattutto nel khomeinismo.

C’è però un secondo fattore, più importante e riguarda i missili che sono stati lanciati verso la capitale saudita: si è trattato di missili “Volcano 2”, dei missili a corto raggio di tipo “Scud”, secondo la classificazione NATO. In teoria si tratta di missili di fabbricazione russa, in russo noti come “Borkan 2”. Nello Yemen, però, questi missili ce li hanno portati i Pasdaran iraniani. Cosi come li hanno portati in Siria sin dal 2013, fornendoli in primis al gruppo terrorista libanese di Hezbollah (Brown Moses Blog, Brown Moses Blog). Nel 2015, quindi, in Siria ne è apparsa anche una versione più avanzata, fotografata per la prima volta ad Idlib, durante un attacco dell’esercito lealista (Syria Direct).

Per la precisione, come il video dell’agenzia iraniana Mehr News dimostra, l’attacco è stato diretto verso i civili, al contrario di quanto sostengo gli stessi Houthi.

Gentiloni arriva alla Farnesina accolto dalla Mogherini

Siamo ormai quasi giunti al traguardo di un anno dalla firma dell’accordo nucleare con l’Iran, noto anche come Iran Deal. Quando quell’accordo fu firmato, i principali leader internazionali ci dissero che sarebbe stato un “turning point” non solo delle relazioni tra Occidente e Iran, ma soprattutto per la pacificazione della regione Mediorientale. 

All’epoca, scrivemmo chiaramente che questo rappresentava una illusione e che le modalità in cui si stava formulando quell’accordo e soprattutto il contenuto completamente sbilanciato a favore di Teheran, avrebbero determinato l’aumento dello scontro regionale, piuttosto che una diminuzione delle tensioni (si legga: Geopolitica dell’Iran Deal).

A distanza di quasi un anno, quindi, abbiamo deciso di ritornare sull’argomento, partendo dalle dichiarazioni fatte da Federica Mogherini e Paolo Gentiloni, all’epoca della firma dell’accordo di Vienna, il 14 luglio del 2015. Confuteremo le loro stesse parole, allo scopo di dimostrare quante imprecisioni sono state affermate da coloro che avrebbero avuto la responsabilità di analizzare meglio gli effetti di ciò che andavano a ratificare.

Le dichiarazioni

Partiamo da Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza della UE. Il 28 luglio del 2015, la Mogherini affermo’ testualmente:

L’accordo con l’Iran può davvero aprire un capitolo nuovo – per l’Iran, per il Medio Oriente e per il mondo intero…E poi la questione più difficile e forse più importante: possiamo gettare le basi per una dinamica nuova nella politica mediorientale, basata non più sullo scontro ma sul confronto

Continuiamo con quanto affermato all’epoca da Paolo Gentiloni, Ministro degli Esteri italiano, richiamandoci a quanto pubblicato dal sito della Farnesina:

Sono convinto che da questo accordo potranno derivare effetti positivi a livello globale e nella regione, sia per l’evoluzione dei diversi teatri di crisi sia per fare fronte alla minaccia comune rappresentata dall’estremismo violento e dal terrorismo.

Cosa e’ successo in verità

Al contrario di quanto hanno previsto Mogherini e Gentiloni, dopo l’accordo nucleare con l’Iran le tensioni internazionali e regionali sono aumentate. L’Iran, nonostante i divieti previsti dalla Risoluzione ONU 2231, ha compiuto diversi test con missili balistici intrinsecamente capaci di trasportare una ogiva nucleare (CNN). Non solo: il 30 dicembre 2015, un razzo e’ stato provocatoriamente lanciato dalla marina iraniana, vicino ad una nave americana nel Golfo Persico (NBC News). A proposito di Stati Uniti: come dimenticare il lancio di un attacco cyber partito da Teheran verso gli USA e l’arresto (e l’umiliazione) dei marines americani, entrati per una avaria alla loro imbarcazione nelle acque territoriali iraniane?

Passiamo quindi al contesto regionale: invece di abbassare le tensioni, l’accordo nucleare con l’Iran ha generato un vero e proprio caos. I rapporti tra l’Iran e l’Arabia Saudita, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche, sono praticamente sull’orlo di un conflitto. La battaglia tra Riyad e Teheran si combatte oggi sui terreni della Siria e dell’Iraq, con i Pasdaran iraniani impegnati a finanziare centinaia di milizie paramilitari sciite, allo scopo di esacerbare il conflitto settario all’interno dell’Islam. In Iraq, in particolare, le milizie sciite pagate dall’Iran, stanno portando avanti una vera e propria pulizia etnica dei sunniti dalle aree di interesse della Repubblica Islamica.

Frutto diretto di questa politica aggressiva dell’Iran, e’ stata la storica decisione del Consiglio di Cooperazione del Golfo e della Lega Araba, di inserire il gruppo libanese di Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroriste.

Proprio a proposito di Golfo, dopo l’accordo nucleare l’Iran ha continuato ad agire allo scopo di aumentare la tensione con le vicine monarchie sunnite. Pensiamo alle continue minacce contro il Bahrain, ma anche al sostegno dei Pasdaran nei confronti delle milizie Houthi in Yemen, autori di un vero e proprio colpo di Stato a Sana’a.

Ovviamente, neanche a dirlo, l’Iran ha aumentato (e non diminuito) il sostegno ai suoi classici clienti, riallacciando le relazioni con Hamas a Gaza, imponendo un capo militare alla Jihad Islamica palestinese, aumentando il sostegno al macellaio Assad in Siria, continuando a spedire centinaia di profughi afghani a combattere la jihad a Damasco e Baghdad e incrementando il supporto politico e militare ai Talebani in Afganistan (Foreign Policy Initiative).

Tutto questo in un solo anno e con i soldi ottenuti dalla fine di parte delle sanzioni internazionali, permesso da un Occidente cieco e economicamente interessato…

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A pochi giorni dalle elezioni iraniane, il regime di Teheran ha lanciato una nuova provocazione. Per la terza volta dalla firma degli accordi sul nucleare del luglio 2015 – ergo neanche un anno fa – i Pasdaran hanno svolto una esercitazione militare, lanciando missili balistici. Nell’ultimo test di queste ore – ovvero la fase finale dell’esercitazione denominata Eqtedar-e-Velayat – le Guardie Rivoluzionarie hanno testato missili balistici con una gittata variabile da 300 a 2000 chilometri, lanciando i missili da silo – ovvero delle strutture sotterranee – sparse in varie parti del Paese.

Tra i vettori testati durante l’esercitazione, c’erano anche i Qadr-H e Qadr-F (Tasnim News), missili balistici MIRV – con testate multiple e indipendenti – mostrati dalla Repubblica Islamica per la prima volta nel 2014 (Missile Threat) e lanciati ieri dal nord dell’Iran. Il Qadr H ha una gittata di 1700 chilometri, mentre il Qadr F di 2000 (secondo quello che sostiene il regime (The Iran Project).

Un test contro le Nazioni Unite

Il nuovo test missilistico – per la terza volta in pochi mesi, lo ribadiamo – contraddice evidentemente la Risoluzione delle Nazioni Unite 2231, approvata il 20 luglio del 2015 (Testo). La risoluzione ha un Allegato B, espressamente dedicato alla questione della minaccia missilistica. Secondo quanto scritto e quanto accettato dallo stesso regime iraniano, Teheran viene invitato a non mettere in atto nessun attività legata ai missili balistici, capaci di trasportare una bomba nucleare (Un.org).

Subito dopo il nuovo test missilistico, gli Stati Uniti hanno dichiarato che reagiranno alla nuova provocazione iraniana, ma non e’ ancora chiaro come. Difficile credere che, considerando gli interessi economici e politici dietro l’accordo nucleare, Washington arriverà sino alla richiesta di nuove sanzioni ONU contro la Repubblica Islamica. Il Presidente Obama si e’ più modestamente limitato a mantenere lo “stato di emergenza” nei riguardi dell’Iran, una misura in vigore negli USA sin dal 1995 (The Iran Primer).

Una nuova minaccia ad Israele

Ovviamente, come dichiarato dallo stesso Pasdaran Hossein Salami, il primo obiettivo contro cui il regime iraniano intende mostrare i muscoli e’ Israele. Non e’ un caso che, secondo quanto scritto dai media, sui missili balistici c’era riportato in ebraico la scritta “Israele sara’ cancellato dalle mappe” (Rudaw.net). Alle parole di Salami, si aggiungono quelle del capo dei Pasdaran, Mohammad Ali Jafari, che ha orgogliosamente dichiarato che “Israele rientra all’interno della capacita’ di gittata di quasi tutti i missili in possesso dell’Iran” (Press TV).

Ad aver paura però sono soprattutto i Paesi Arabi

Nonostante la minaccia sicuramente concreta e le parole di Jafari, i primi a dover temere il programma missilistico del regime iraniano, restano i Paesi arabi. Questo per almeno due motivi:

  • Israele ha un esercito e una forza deterrente capace di colpire in ogni momento l’Iran;
  • Israele ha un sistema anti-missile – anche noto come Arrow 3 – capace di reagire in brevissimo tempo nel caso la minaccia iraniana si concretizzi.

Ai Paesi Arabi questo manca. Secondo uno studio pubblicato di recente, nel caso in cui l’Iran lanciasse un missile contro i Paesi Arabi, a questi servirebbero almeno quattro minuti per reagire. Considerato in termini pratici, un tempo infinito. Non solo: i Paesi Arabi – alcuni di questi – sono difesi da sistemi antimissile forniti dagli USA, primariamente i sistemi MIM-104 Patriot (Egitto, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania) e THAAD (per ora acquistato dagli Emirati nel 2011 e dall’Oman nel 2013, ma di interesse anche dell’Arabia Saudita e del Kuwait).

Il problema e’ che, al contrario di quanto avviene nella Nato, questi sistemi di difesa anti-missile, pur avendo tutti la stessa tecnologia, non sono coordinati tra loro! Per questo, in questo periodo, Washington sta lavorando per convincere i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo a creare un unico sistema di difesa anti-missile, capace di integrare i sistemi radar e i missili intercettori (Defense One).Purtroppo per gli USA e per la sicurezza regionale, le diverse politiche di sicurezza e di difesa dei Paesi del GCC, non sembra permetteranno di arrivare presto a questo risultato. Da tempo, inoltre, e’ noto che i Paesi Arabi del Golfo stanno cercando di acquisire da Israele il sistema Iron Dome, contro la minaccia dei missili a corto raggio (Missile Threat).

Conclusioni

Nonostante l’accordo del luglio scorso, non c’e’ nulla di veramente concreto che permette alla Comunità Internazionale di avere sufficienti garanzie sullo sviluppo del programma nucleare e missilistico dell’Iran. Quanto finora affermato da chi sostiene l’accordo, e’ basato su vaghe speranze, rassicurate in parte dai controlli dell’AIEA.

Peccato che, lo stesso ultimo report rilasciato dall’AIEA sull’Iran, sia considerato da molti esperti, in primis Olli Heinonen – ex Vice Direttore Generale dell’AIEA – come troppo vago e incompleto (FDD). Una considerazione silenziosamente condivisa da buona parte delle diplomazie Occidentali.

Senza una linea chiara che metta il regime iraniano immediatamente davanti alle sue responsabilità, ovvero senza l’approvazione di nuove sanzioni contro Teheran, il risultato di questa colpevole mancanza sara’ semplicemente la proliferazione nucleare in Medioriente e l’aumento del caos generalizzato, particolarmente nelle aree più della regione (quali la Siria, lo Yemen e il Libano). Il caso Corea del Nord docet…

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Nei quotidiani Occidentali – in particolare in quelli italiani – della storia del processo ad una rete di spie ingaggiate dall’Iran in Arabia Saudita, non sta trovando praticamente alcuno spazio. Eppure, una attenzione a questo caso sarebbe necessaria, soprattutto alla luce della capacita’ di rivelare il modus operandi dell’intelligence iraniana (Okaz).

In primis alcune informazioni: la cellula era composta da 32 persone, 30 sauditi, un afghano che lavorava come cuoco in un ristorante e un iraniano che parla fluentemente arabo. Secondo quanto gli stessi imputati hanno confessato, obiettivi della cellula era:

  • raccogliere informazioni sensibili relative al settore militare e di sicurezza dell’Arabia Saudita;
  • favorire azioni di disturbo della pubblica sicurezza, al fine di contribuire alla destabilizzazione dell’area del Golfo;
  • mettere in atto azioni di sabotaggio contro infrastrutture vitali all’economia del Regno saudita. 

Basandoci sulle prime informazioni che arrivano dal processo in corso, le spie reclutate hanno viaggiato in Libano e in Iran, ove hanno ricevuto un addestramento direttamente dai Pasdaran e dagli uomini di Hezbollah. A quanto sembra, durante la permanenza in Iran, alcune delle spie saudite avrebbero anche incontrato la Guida Suprema Ali Khamenei (Saudi Gazette). Una volta tornati in Arabia Saudita, le spie hanno mantenuto un rapporto costante con l’intelligence iraniana (Okaz).

Tra i reclutati da Teheran – punto assai interessante – c’erano anche un professore della King Saud University di Riyad, uno studente della Imam Muhammad Bin Saud Islamic University (sempre della capitale) e un accademico in contatto con il Ministero dell’Educazione saudita (Saudi Gazette). Altrettanto interessante, quindi, e’ il fatto che alcune spie lavoravano invece nel settore finanziario, particolarmente nell’area di Medina (Okaz).

Probabilmente, pero’, la notizia piu’ importante relativa alla composizione di questa cellula filo-iraniana, e’ il fatto che tra gli arrestati c’e’ anche un fisico nucleare. Segno evidente anche del fatto che l’Arabia Saudita sta lavorando attivamente ad un suo programma nucleare, che rappresenta una reazione a quello della Repubblica Islamica dell’Iran. Il fisico nucleare ha lavorato per sei anni in Cina (Saudi Gazette).

Infine, rileviamo che la cellula e’ stata attiva tra nel periodo tra il marzo e il maggio del 2014 e avrebbe avuto un ruolo nelle proteste anti-governative nell’area di al Qatif – a maggioranza sciita – vitale per l’infrastruttura petrolifera e industriale dell’Arabia Saudita.

 

 

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Fonte: karlremarks.com

Scriviamo questo articolo alla vigilia dell’annuncio di un “cessate il fuoco generale” che, secondo quanto affermato ieri dal Segretario di Stato Kerry a Monaco, entrerebbe in vigore in una settimana. Pur sperando sinceramente che questo accordo si realizzi, abbiamo dei seri dubbi sul suo successo.

Questo, come già detto altre volte, per due ordini di motivi: il primo, cosi come fu per il documento di Vienna sulla Siria, perché non include in alcun modo un accordo con Jabat al Nusra e con Isis. Un accordo impossibile, considerando che si tratta di due gruppi terroristi, ma un punto di debolezza chiaro, perché si tratta di due organizzazioni che controllano (purtroppo) parte del territorio siriano (EA World View).

Ci sarebbe un modo, lapalissiano, per superare questo limite: unire tutti fronti internazionali presenti in Siria – quelli legittimi – nella guerra contro il Califfato e al Qaeda. In pratica, mettere insieme la coalizione USA, quella guidata dalla Russia e magari anche la nuova coalizione contro il terrorismo a guida Saudita. Sebbene i sauditi abbiano appena annunciato di essere pronti a dispiegare forze di terra in Siria, l’ipotesi sembra chiaramente più di scuola che reale (al Monitor). Ciò, soprattutto perché la geopolitica – meglio le ragioni geopolitiche – degli attori in campo differiscono notevolmente. A parole, neanche a dirlo, tutti vogliono eliminare Isis, ma sul come farlo, sui tempi e i modi, le differenze sono rilevanti.

La Russia, se fosse meramente interessata a salvare il regime di Assad – magari senza Bashar – e le sue basi in Siria, avrebbe il pieno interesse di sostenere un processo politico in Siria (Washington Institute for Near East Policy). Il vero obiettivo di Putin, pero’, e’ quello di mettere in chiaro che in Siria e’ lui a dominare il fronte filo-lealista. Uno strumento di pressione che serve ai russi soprattutto contro gli Europei. Purtroppo, in questo senso, il dramma dei profughi diventa un elemento di pressione e una “merce di scambio” da usare per ottenere vantaggi su altri fronti (leggi Ucraina).

Assai diversa, quindi, e’ la geopolitica degli Stati Uniti. Se si legge la proposta di budget presentata dalla Casa Bianca per la Difesa, si vede chiaramente che il focus americano e’ incentrato sul maggiore sostegno ai Paesi dell’Est Europa in chiave anti-Mosca. La proposta di budget quadruplica il sostegno USA alla “European Reassurance Initiative” e aumenta da 3000 a 5000 il numero di soldati americani da stanziare nell’Est Europa (Defense.Gov). Senza contare che, per Washington, avere Mosca impelagata in Siria con il prezzo del barile cosi basso, rappresenta senza dubbio un successo. Lo stesso accordo nucleare con l’Iran, nasconde il chiaro obiettivo USA di reinserire il medio periodo il petrolio di Teheran nel mercato, anche nell’ottica di aggiungere un competitor alla Russia (e all’Arabia Saudita).

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Fonte: Istitute for War Studies

La geopolitica di Erdogan, come noto, e’ maggiormente focalizzata sul rischio di un empowerment dei curdi e sull’evitare di ritrovarsi ancora le forze di Assad al confine, piuttosto che nella guerra a Isis. Per questo, ormai da mesi, il Presidente turco sta cercando – fallendo – di portare tutta la Nato in una devastante guerra contro la Russia. In questo senso, quindi, anche per Erdogan i profughi diventano un’arma da usare contro i riottosi alleati Nato, piuttosto che un vero pensiero umanitario. Certo, anche per i turchi Isis e’ ormai una minaccia. Purtroppo, non quanto il Pkk e i suoi alleati e non quanto la nuova ascesa dell’Iran, fattore di indebolimento del ruolo centrale avuto sinora dalla Turchia come porta della Nato verso il Medioriente (tralasciando il ruolo di Israele).

Tra Iran e Arabia Saudita, quindi, e’ già guerra calda. Pensare oggi che Riyadh possa volere un reale indebolimento di Isis, e’ paradossale. I sauditi hanno assistito, negli ultimi dieci anni, alla fine di regimi amici (Saddam, Mubarak) e al ritorno di Teheran nella Comunità Internazionale, voluto in primis dal super alleato americano. Purtroppo, il ritorno dell’Iran nel gioco regionale, e’ avvenuto permettendo ai Pasdaran di agire in piena libertà, non solo in Siria, ma anche in Iraq.

I sauditi – meglio, i sunniti – hanno visto Teheran intervenire al fianco di Assad, ma anche imporre all’ex Premier iracheno al Maliki una politica settaria, totalmente sbilanciata verso gli Sciiti. Una scelta che, con la fine del sostegno ai Comitati del Risveglio Sunniti anti-al Qaeda, ha direttamente determinato la rinasciata dello Stato Islamico, il suo ingresso nel caos siriano e il ritorno in Iraq con la presa di Musul e la dichiarazione del Califfato. 

Oggi, nonostante Isis rappresenti una minaccia anche per la stabilita’ della monarchia Saudita, il Califfato e’ geograficamente un’avamposto contro l’espansione sciita. Come già scritto, ci si dovrebbe porre la seguente provocatoria domanda: “ma perché l’Arabia Saudita dovrebbe voler eliminare l’Isis?” (No Pasdaran).

La verità resta una sola: Iran Deal avrà anche portato ad un accordo sul nucleare iraniano – anche se di dubbia validità nel futuro meno prossimo -ma ha rimesso in gioco un regime pericoloso per tutto il Medioriente. In questo senso, le sanzioni internazionali erano un chiaro argine ai timori dei sunniti. L’argine, non solo e’ stato abbattuto riconoscendo un programma nucleare clandestino e senza porre limiti ad un programma missilistico pericoloso. A questa follia, e’ stato anche concesso una immediata sospensione delle sanzioni internazionali che, alla prova dei fatti, favorirà solamente il settore pubblico iraniano e in buona parte i Pasdaran.

Nonostante quello che possano dire i mass media e i politici e gli analisti favorevoli all’accordo con l’Iran, la scelta Occidentale di non contenere Teheran e di creare con la Repubblica Islamica una “alleanza non formale”, era e resta il nodo cardine delle maggiori problematiche dell’attuale Medioriente. Un nodo che non verrà risolto nel breve periodo e che lascerà sul terreno – purtroppo – ancora parecchie vittime (la prossima crisi potrebbe toccare il Libano, ove Hezbollah – uno Stato nello Stato – risponde solamente a Teheran).

Questa verità e’ cosa nota, anche a chi non la ammette. Purtroppo si scontra con interessi politici – economicamente orientati – più forti degli interessi per il popolo siriano e i profughi