Archivio per la categoria ‘Iran Geopolitica’

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Manifestazione dell’opposizione sciita filo-iraniana in Bahrain

Sono 24 i terroristi sciiti condannati dal tribunale di Manama, a pene detentive che vanno dai 10 anni al carcere a vita.

Per loro l’accusa e’ quella di aver complottato contro lo Stato e aver costruito un “gruppo terrorista”. In particolare, i 24 terroristi sono accusati di aver viaggiato tra Iran e Iraq, al fine di ottenere armi e addestramento al funzionamento di ordigni esplosivi. Ovviamente, armi e addestramento arrivati direttamente dai Pasdaran iraniani e dai vari proxy di Teheran nell’area.

Il prossimo 10 Maggio, altri sette membri della comunita’ sciita del Bahrain saranno processati con accuse simili: il loro obiettivo, invece, era colpire direttamente l’oleodotto che unisce Bahrain e Arabia Saudita.

 

 

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Khamenei

L’occupazione del Medioriente da parte dei Pasdaran e dei gruppi paramilitari sciiti sparsi nella regione, continuerà senza freno. A fare questa affermazione e’ stato Ali Khamenei, la Guida Suprema iraniana, durante un incontro con dei religiosi avvenuto a Teheran.

In quella occasione, Khamenei ha detto che non ci sono spazi di negoziazione con l’Occidente, relativamente al ruolo dell’Iran nella regione, sostenendo che l’entità di questo ruolo, non e’ certo un “business” degli Stati Uniti.

In realtà, stavolta, più che agli americani, Khamenei stava parlando all’Europa e in particolare al gruppo E4 – Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia – impegnati a negoziare con Teheran una limitazione del programma missilistico e della presenza iraniana in Medioriente. Il primo incontro del gruppo E4 e’ stato a Monaco, durante la conferenza per la sicurezza (a cui ha partecipato anche Zarif) e il tema trattato e’ stato il ruolo del regime iraniano in Yemen.

Come noto, il gruppo E4 nasce dopo la “decertification” dell’accordo nucleare, voluta dal Presidente Trump qualche mese addietro. Rimandando l’accordo al Congresso, Trump affermo’ che la salvezza del JCPOA era nelle mani degli Europei e che sarebbe spettato a loro il compito di garantire che Teheran la smettesse di sfruttare l’accordo per aumentare il suo potere regionale.

Ovviamente, le parole di Khamenei, sono anche un attacco indiretto alla fazione di Rouhani. Il Presidente iraniano, infatti, nega ogni possibile trattativa ufficialmente, ma sa bene che se l’accordo fallisse, l’economia iraniana crollerebbe a picco, nonostante le garanzie statali in euro per investire in Iran, appena approvate da Paesi come l’Italia. Khamenei, al contrario, e’ il teorico della “jihad economica”, quella che dietro lo slogan dell’autosufficienza, ha garantito miliardi di introiti ai Pasdaran e ai clerici.

macron iran

Il Portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Qassemi, ha rigettato l’iniziativa del Presidente francese Macron, di riaprire i negoziati con Teheran sul programma missilistico del regime.

Macron, in questo periodo, e’ probabilmente il leader europeo più attivo che, dopo la decertificazione del Presidente Trump, sta cercando di salvare l’accordo nucleare. Trump, come noto, ha decertificato il JCPOA, rimandandolo al Congresso e lasciando agli europei l’incombenza di rinegoziare con il regime iraniano le questioni irrisolte (non solo il programma missilistico, ma anche il ruolo negativo del regime iraniano in Medioriente). Al fine di provare a salvare il salvabile, Macron ha anche chiesto di porre il sistema missilistico iraniano sotto sorveglianza internazionale.

Reagendo a Macron, Qassemi ha ribadito che l’Iran non accetterà alcun compromesso sul programma missilistico e nemmeno ne ridurrà lo sviluppo. Nella stessa conferenza stampa, il Portavoce del Ministero degli Esteri ha rigettato l’accusa della Germania all’Iran, di essere la vera causa della recente escalation di tensioni tra Siria e Israele.

Per completezza, riportiamo anche le reazioni di Ali Akbar Velayati – assistente per gli Affari Internazionali della Guida Suprema Ali Khamenei – che ha chiaramente affermato che, se Macron visitando l’Iran toccherà il tema del programma missilistico, riceverà una dura risposta negativa.

Infine ricordiamo che, secondo l’Allegato B della risoluzione Onu 2231 – quella che ha legittimato l’accordo nucleare di Vienna – al regime iraniano e’ proibito svolgere test missilistici, con vettori “potenzialmente capaci di trasportare una ogiva nucleare”. Secondo gli esperti e secondo i servizi americani, i missili balistici di Teheran sono in grado di trasportare un’arma atomica. Dal 2015, ad oggi, l’Iran ha svolto decine di test missilistici, in piena violazione della risoluzione Onu!

iran drone israel

Diversi sono stati i commenti scritti in seguito al lancio di un drone iraniano sui cieli israeliani. Come noto il drone, una copia del UAV americano US Sentinel, ed e’ stato abbattuto da un Apache dell’IAF dopo neanche due minuti di volo sopra i cieli israeliani. Durante i raid israeliani di risposta al lancio del drone, un F16 di Gerusalemme e’ stato colpito e i due piloti israeliani – dopo aver fatto ritorno nei cieli nazionali – hanno abbandonato il velivolo.

Per molti commentatori, si e’ trattato del primo scontro “diretto” tra israeliani e iraniani, in considerazione del fatto che i droni di Teheran in Siria, sono manovrati direttamente dai Pasdaran (o meglio dalla Forza Qods, al comando di Qassem Soleimani). La domanda allora e’ una sola: perché il regime iraniano e’ giunto sino a tanto?

Alcuni esperti, hanno giustificato l’accaduto con la situazione di forza in cui il regime iraniano si troverebbe attualmente: in Siria Assad ha consolidato il suo potere, con frange di resistenza ormai asserragliate ad Idlib. In Iraq, il regime iraniano si appresta ad accrescere il suo potere, trasformando alcune milizie paramilitari sciite in partiti politici e provando a ridare la volata ad al-Maliki per ritornare al Governo.

Per quanto ci riguarda, nonostante le apparenze, a spingere Teheran a provocare Gerusalemme non e’ stata la forza della Repubblica Islamica, ma la sua debolezza. Nonostante gli apparenti successi, la geopolitica del regime iraniano resta estremamente fragile, sia esternamente, che internamente.

Esternamente, l’asse con Ankara e Mosca e’ tutt’altro che un asse. E’ una alleanza di convenienza e gli attori che la compongono hanno alcuni interessi comuni e molti che divergono. Senza fare la lista delle divergente, basta guardare quanto sta succedendo con l’operazione turca ad Afrin: una operazione che praticamente avallata da Putin, in cambio di accordi energetici con Erdogan. Da quando l’operazione dell’esercito turco e’ cominciata, l’Iran non fa che chiederne la fine, ma nessuno lo ascolta. Sul futuro stesso della Siria, le visioni dei tre alleati divergono, con Erdogan e Putin disposti a sacrificare in qualche modo Assad, e i Pasdaran chiusi a riccio sul dittatore siriano. Sulla stessa ricostruzione della Siria, e’ noto che i russi stanno cercando di ridurre notevolmente il peso delle compagnie iraniane. 

Sempre esternamente, Erdogan non anela a vedere un Libano e un Iraq controllato da Hezbollah o dalle milizie della Forza di Mobilitazione Popolare. Putin, da canto suo, non ha mai fatto mistero di voler trovare un accordo anche con i sauditi, utile a Mosca sia a livello energetico che per quanto concerne il rischio di radicalismo islamico di ritorno, per quanto concerne i terroristi ceceni sparsi per il Medioriente. Sempre Putin, non ha alcuna voglia di entrare in rotta ci collisione con Israele, un Paese dove vivono oltre un milione e mezzo di russi, economicamente molto attivi, soprattutto nel settore delle start-up!

Internamente – ed e’ questo il punto più sottovalutato, ma forse più rilevante – il regime iraniano e’ tutt’altro che stabile. Tra poco Khamenei morirà (voci sul suo decesso si sono già diffuse), e a Teheran si aprirà (o meglio, e’ già in corso) un durissimo conflitto interno per la sua successione. Un conflitto che si dipana, nello stesso tempo in cui l’economia iraniana non riesce ad attirare gli investitori stranieri e mentre ancora adesso la popolazione iraniana scende in piazza contro la corruzione nel Paese. La si metta come si vuole, ma al di la’ del ruolo di Ahmadinejad in queste recenti proteste popolari, la questione politica e’ molto più rilevante. La lotta delle donne contro il velo e gli slogan della piazza “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”, indicano chiaramente una forte insoddisfazione per i costi della politica imperialista del regime.

Per farla breve, quanto accaduto tra Israele e Iran, proprio alla vigilia delle celebrazioni del trentanovesimo anniversario della Rivoluzione iraniana, più che un atto di forza di Teheran, sembra il sintomo di un disperato atto di debolezza. Un tentativo, quanto mai classico, di uscire dall’angolo, cercando di allargare il conflitto contro un nemico che potesse far dimenticare le storture dell’Iran. E’ da qui che bisogna ripartire per comprendere la pericolosità di quanto accaduto.

Cosa fare? Come il fallito accordo nucleare ha dimostrato, la strategia  obamiana di creare un equilibrio delle forze in Medioriente, si e’ rivelata sbagliata. Obama non ha compreso che Teheran non ha mai avuto il senso del limite e che quanto scritto nella Costituzione khomeinista, ovvero l’obiettivo di esportare la rivoluzione del 1979, non sono solo parole, ma drammatica pratica. Per questo, la Comunità Internazionale deve smettere legittimare il regime iraniano senza condizioni. Smettere di chiudere gli occhi davanti agli abusi del regime iraniano ad ogni minimo standard proprio dello Stato di Diritto.

Solo in questo modo, si riuscirà veramente a sostenere un cambiamento positivo all’interno dell’Iran che, nel tempo, permetterà di superare il sistema islamista e far fiorire la forza di un Paese che, se fosse veramente capace di agire democraticamente, potrebbe risultare veramente il perno della stabilita’ Mediorientale, in pace e sicurezza con i suoi vicini. Altre strategie di “engagement” degli islamisti, per quanto machiavelliche, sono e saranno sempre ingenue illusioni.

saad hariri

Saad Hariri e’ un uomo di tatticismi. Lo e’ da quando, erede del defunto padre Rafiq e’ saltato in aria nel 2005, dilaniato dall’esplosivo piazzatogli da agenti deviati dell’intelligence libanese, su ordine di Damasco e Teheran.

Nonostante la morte del padre, Hariri ha governato il Libano accettando di scendere a patti con Hezbollah, ovvero con l’emblema di coloro che – pur vivendo nel Paese dei Cedri – rappresentano uno Stato nello Stato al servizio degli agenti esterni che hanno ucciso Rafiq Hariri.

Non e’ la prima volta che Hariri si dimette da Primo Ministro libanese. Era già accaduto nel 2011 e anche in quella occasione Hariri attacco’ Hezbollah, accusandolo di sabotare il suo Governo. Allora, pero’, Saad Hariri non punto’ l’indice contro Teheran duramente, ne tanto meno annuncio’ le sue dimissioni dall’Arabia Saudita.

Quanto sta accadendo in questo momento e’ diverso. E’ diverso perché, come suddetto, Hariri ha detto basta da Riad e ha non solo attaccato Hezbollah, ma soprattutto il regime iraniano. Il Presidente libanese Aoun, vicino ad Hezbollah, ha rifiutato le sue dimissioni invitandolo a ritornare in patria, ma Hariri ha continuato il suo viaggio nel Golfo, raggiungendo gli Emirati Arabi Uniti, altro alleato di Riad.

Le dimissioni di Saad Hariri sono parte di una vera e propria dichiarazione di guerra dell’Arabia Saudita contro il regime iraniano. Non e’ dato sapere se questa guerra verrà combattuta tra i due contenenti del Golfo direttamente, ma sicuramente ci saranno delle importanti ripecussioni, in primis in Libano, ma non solo. In Libano, ovviamente, i rischi sono molteplici: non solo lo scontro tra Hezbollah e le fazioni anti iraniane, ma anche il possibile nuovo scontro (in questo caso militare), tra il Partito di Dio e Israele.

Ieri pero’, a Riad e’ arrivato a sorpresa anche Abu Mazen, Presidente dell’ANP e da poco in accordo con Hamas per un nuovo Governo di unita’ nazionale. Lo stesso Hamas che, appena qualche giorno addietro, ha inviato una delegazione in Iran, promettendo a Teheran di restare un alleato fedele. Dulcis in fundo, appena qualche giorno prima di visitare l’Iran, a Riad era arrivato il Premier iracheno al-Abadi, sciita, ma alla ricerca disperata di appigli esterni per non diventare un altro puppet del regime iraniano.

A fare da cornice a questi giochi di potere regionali, c’e’ la nuova politica dell’Amministrazione Trump verso il regime iraniano e soprattutto verso il Pasdaran, ormai sulla via di essere dichiarati una organizzazione terroristica tout court. Una mossa che segue la decisione del Congresso americano del 2015, che ha portato all’inserimento di 100 personalità e enti legati ad Hezbollah, nella lista delle sanzioni.

Concludendo, quanto accaduto con Saad Hariri non e’ puro tatticismo, me a’ parte di un gioco più grande, che vede l’Arabia Saudita intenzionata a fermare ad ogni costo l’avanzata dell’Iran nella regione Mediorientale, considerata una minaccia alla sopravvivenza stessa del regime wahabita. Per queste ragioni, l’Europa deve stare molto attenta a giocare tutte le sue carte investendo sul regime iraniano.

La bonarietà dell’ex Presidente americano Obama, l’accordo nucleare, la crisi siriana e quella irachena (e quella in Yemen), avranno anche costruito per l’Iran una autostrada per amplificare il suo potere regionale. La cosa pero’ e’ andata troppo oltre e tanti attori, tra loro assai diversi, convergono su un solo punto: quell’autostrada va distrutta, ad ogni costo…

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L’accordo nucleare sta mettendo in crisi i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, con gli Stati Uniti intenzionati a rivedere – ma non stralciare il JCPOA – e buona parte dell’Europa pronta a dare battaglia per mantenere quanto firmato a Vienna nel 2015. Purtroppo, tra chi si schiera nella seconda coalizione, c’e’ anche l’Italia, ove assistiamo ad una strana battaglia interna alle istituzioni nazionali, con un Governo tutto proteso a promuovere il business con Teheran, e delle agenzie (anche pubbliche) di assicurazione dei crediti esteri – Sace e Cassa Depositi e Prestiti – non convinte della bonarietà di questo investimento.

Per la maggior parte, chi sostiene che nulla debba essere cambiato nell’accordo nucleare, lo fa citando le posizioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), guidata dal giapponese Amano. Peccato che, come recentemente ammesso dallo stesso Amano, l‘AIEA non ha affatto certificato il rispetto iraniano del JCPOA.

Ancora oggi, infatti, l’AIEA non ha mai potuto garantire che l’Iran rispettasse la Sezione T dell’Allegato I, dell’accordo nucleare del 2015, quella che garantisce che Teheran non sta sviluppando attività che potrebbero portarlo a produrre un ordigno nucleare. Ovvero il cuore dell’accordo tra la Repubblica Islamica e il P5+1. L’AIEA non ha mai, ripetiamo mai, potuto garantire la Sezione T, perché l’Iran non ha mai permesso agli ispettori internazionali di verificare alcuni siti militari iraniani, come Parchin, ove sono state simulate delle esplosioni nucleari.

Allora come mai la Mogherini ha sottolineato che “tutte le parti stanno rispettando l’accordo nucleare”? Semplice: Mrs. Pesc non ha mai preso come base i report dell’AIEA, ma le parole della Joint Commission creata dopo la firma dell’accordo nucleare del 2015 a Vienna. La Joint Commission, pero’, non e’ un organo di esperti di in materia, ma una organizzazione creata ad hoc per meri fini politici, allo scopo di superare la stessa AIEA e poter cosi certificare il rispetto dell’accordo stesso…senza reali garanzie…

I membri della Joint Commission, infatti, sono rappresentanti dei Paesi che hanno firmato l’accordo nucleare (più un rappresentante UE). Come tali, non solo sono privi di autonomia e voce propria, ma dipendenti del volere di Governi che, per la maggior parte, hanno solo interesse a riavviare il business con Teheran. Ecco perché, in tutti questi mesi, tutti questi rappresentati sono stati capaci di non dire una sola parola sulle numerose violazioni dell’accordo nucleare compiute dal regime iraniano.

Concludendo, possiamo dire che qualsiasi sia la posizione di un Paese o di una personalità politica rispetto all’accordo nucleare, ci sono alcuni dati di fatto che non possono essere smentiti: il JCPOA non e’ un accordo tecnico, ma politico e in quanto tale deve garantire un nuovo rapporto con Teheran, benedetto all’epoca da Obama. Il fine principale di questo accordo non e’ il nucleare, ma il business. Per questo, per raggiungere questo obiettivo, ci sono forze che sono disposte a passare sopra a tutto, in primis alle violazioni dell’accordo stesso da parte dell’Iran…

Fortunatamente, per il momento, ancora questa follia non e’ valsa il Nobel a nessuno dei maggiori protagonisti…

Il discorso di Trump sull’accordo nucleare iraniano

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Lo scorso 19 febbraio, parlando alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha accusato l’Iran di favorire il conflitto settario in Medioriente e di voler trasformare la Siria e l’Iraq in due Paesi totalmente sciiti.

Le parole del Ministro turco, hanno provocato la rabbia di Teheran: il Portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Ghassemi ha reagito accusando nuovamente Ankara di sostenere gruppi terroristici (Good Morning Iran), e ha annunciato la convocazione dell’Ambasciatore turco in Iran, Hakan Tekin. Il Portavoce Ghassemi ha anche aggiunto alle sue dichiarazioni una velata minaccia, affermando che “la pazienza iraniana ha un limite” (Reuters).

Neanche a dirlo, anche la Turchia ha risposto alle scelte iraniane. Il Ministero degli Esteri di Ankara ha rilasciato un comunicato ufficiale, invitando il regime iraniano ad avere un “atteggiamento costruttivo” e sottolineando che la pretesa iraniana di avere un comportamento “positivo e onesto” è assai contraddittoria (Ministero degli Esteri Turchia).

L’escalation della crisi diplomatica tra Turchia e Iran, deve assolutamente preoccupare la Comunità Internazionale. Non solo coinvolge un Paese Nato, ma soprattutto due visioni opposte di intendere le crisi mediorientali e lo stesso Islam. In questo contesto, davanti ad una Turchia che si riavvicina sempre di più alla Russia e alle monarchie sunnite del Golfo, continuare a legittimare la Repubblica Islamica rischia di provocare nuove crisi difficilmente sanabili pacificamente.