Archivio per la categoria ‘Iran Geopolitica’

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L’accordo nucleare sta mettendo in crisi i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, con gli Stati Uniti intenzionati a rivedere – ma non stralciare il JCPOA – e buona parte dell’Europa pronta a dare battaglia per mantenere quanto firmato a Vienna nel 2015. Purtroppo, tra chi si schiera nella seconda coalizione, c’e’ anche l’Italia, ove assistiamo ad una strana battaglia interna alle istituzioni nazionali, con un Governo tutto proteso a promuovere il business con Teheran, e delle agenzie (anche pubbliche) di assicurazione dei crediti esteri – Sace e Cassa Depositi e Prestiti – non convinte della bonarietà di questo investimento.

Per la maggior parte, chi sostiene che nulla debba essere cambiato nell’accordo nucleare, lo fa citando le posizioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), guidata dal giapponese Amano. Peccato che, come recentemente ammesso dallo stesso Amano, l‘AIEA non ha affatto certificato il rispetto iraniano del JCPOA.

Ancora oggi, infatti, l’AIEA non ha mai potuto garantire che l’Iran rispettasse la Sezione T dell’Allegato I, dell’accordo nucleare del 2015, quella che garantisce che Teheran non sta sviluppando attività che potrebbero portarlo a produrre un ordigno nucleare. Ovvero il cuore dell’accordo tra la Repubblica Islamica e il P5+1. L’AIEA non ha mai, ripetiamo mai, potuto garantire la Sezione T, perché l’Iran non ha mai permesso agli ispettori internazionali di verificare alcuni siti militari iraniani, come Parchin, ove sono state simulate delle esplosioni nucleari.

Allora come mai la Mogherini ha sottolineato che “tutte le parti stanno rispettando l’accordo nucleare”? Semplice: Mrs. Pesc non ha mai preso come base i report dell’AIEA, ma le parole della Joint Commission creata dopo la firma dell’accordo nucleare del 2015 a Vienna. La Joint Commission, pero’, non e’ un organo di esperti di in materia, ma una organizzazione creata ad hoc per meri fini politici, allo scopo di superare la stessa AIEA e poter cosi certificare il rispetto dell’accordo stesso…senza reali garanzie…

I membri della Joint Commission, infatti, sono rappresentanti dei Paesi che hanno firmato l’accordo nucleare (più un rappresentante UE). Come tali, non solo sono privi di autonomia e voce propria, ma dipendenti del volere di Governi che, per la maggior parte, hanno solo interesse a riavviare il business con Teheran. Ecco perché, in tutti questi mesi, tutti questi rappresentati sono stati capaci di non dire una sola parola sulle numerose violazioni dell’accordo nucleare compiute dal regime iraniano.

Concludendo, possiamo dire che qualsiasi sia la posizione di un Paese o di una personalità politica rispetto all’accordo nucleare, ci sono alcuni dati di fatto che non possono essere smentiti: il JCPOA non e’ un accordo tecnico, ma politico e in quanto tale deve garantire un nuovo rapporto con Teheran, benedetto all’epoca da Obama. Il fine principale di questo accordo non e’ il nucleare, ma il business. Per questo, per raggiungere questo obiettivo, ci sono forze che sono disposte a passare sopra a tutto, in primis alle violazioni dell’accordo stesso da parte dell’Iran…

Fortunatamente, per il momento, ancora questa follia non e’ valsa il Nobel a nessuno dei maggiori protagonisti…

Il discorso di Trump sull’accordo nucleare iraniano

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Lo scorso 19 febbraio, parlando alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha accusato l’Iran di favorire il conflitto settario in Medioriente e di voler trasformare la Siria e l’Iraq in due Paesi totalmente sciiti.

Le parole del Ministro turco, hanno provocato la rabbia di Teheran: il Portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Ghassemi ha reagito accusando nuovamente Ankara di sostenere gruppi terroristici (Good Morning Iran), e ha annunciato la convocazione dell’Ambasciatore turco in Iran, Hakan Tekin. Il Portavoce Ghassemi ha anche aggiunto alle sue dichiarazioni una velata minaccia, affermando che “la pazienza iraniana ha un limite” (Reuters).

Neanche a dirlo, anche la Turchia ha risposto alle scelte iraniane. Il Ministero degli Esteri di Ankara ha rilasciato un comunicato ufficiale, invitando il regime iraniano ad avere un “atteggiamento costruttivo” e sottolineando che la pretesa iraniana di avere un comportamento “positivo e onesto” è assai contraddittoria (Ministero degli Esteri Turchia).

L’escalation della crisi diplomatica tra Turchia e Iran, deve assolutamente preoccupare la Comunità Internazionale. Non solo coinvolge un Paese Nato, ma soprattutto due visioni opposte di intendere le crisi mediorientali e lo stesso Islam. In questo contesto, davanti ad una Turchia che si riavvicina sempre di più alla Russia e alle monarchie sunnite del Golfo, continuare a legittimare la Repubblica Islamica rischia di provocare nuove crisi difficilmente sanabili pacificamente.

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Nonostante il fatto che la guerra in Siria sia ben lungi dal terminare, ad oggi – militarmente parlando – ci sono due realtà che stanno perdendo: le forze di opposizione (jihadiste e non) e il regime iraniano. Per quanto riguarda Teheran, apparentemente la Repubblica Islamica pare essere tra i vincenti momentanei della partita. E’ solo apparenza: i Pasdaran mesi fa hanno dovuto pregare Mosca per intervenire direttamente al fianco di Assad e oggi sono costrette a subire da osservatori l’accordo tra Putin ed Erdogan su Aleppo. Gli iraniani, infatti, non avrebbero voluto sentir parlare di tregua, preferendo una strategia dell’accerchiamento e dello sterminio ad Aleppo Est. Non va dimenticato, a tal proposito, che sono state proprio le milizie sciite filo-iraniane a far fallire la prima tregua ad Aleppo, accerchiando i civili in fuga e sparando sui camion dei profughi.

L’Iran è consapevole di non avere un allineamento strategico totale con Putin. Con l’elezione di Trump poi, la Repubblica Islamica rischia di rimanere totalmente isolata. Se Putin e Trump trovassero veramente una intesa sul Medioriente (da verificare…), gli iraniani rischierebbero di essere lasciati al loro destino anche da Mosca. Se a questo si aggiungesse la fine de facto dell’accordo nucleare e nuove sanzioni contro i Mullah, l’economia iraniana andrebbe definitivamente a picco con conseguenze interne potenzialmente devastanti per il regime (una delle ragioni per cui i Basij e i Tribunali Rivoluzionari stanno aumentando le repressioni contro gli attivisti e le minoranze etniche).

Khamenei e la sua cricca, sono consapevoli di avere una sola via d’uscita: prolungare i conflitti in Siria e Iraq sino allo stremo. A tal fine, i Pasdaran puntano a trasformare anche Mosul in una Aleppo, imponendo al governo di al Abadi di chiudere ogni via d’uscita per gli abitanti della città sunnita irachena sotto attacco. Allo stesso tempo, gli iraniani sanno che, per prolungare il conflitto, hanno bisogno di allargarlo. Come? Semplice: creando le basi per un nuovo scontro settario senza limiti, quello tra sciiti e curdi.

Ecco allora che arrivano le parole dello Sceicco sciita Qais al Khazali, leader del gruppo paramilitare Asa’ib Ahl al-Haq (AAH) finanziato e addestrato dalla Forza Qods. Al Khazali ha dichiarato in una intervista alla TV irachena che – una volta sconfitto Isis – si aprirà il problema curdo, particolare quello di Massoud Barzani (ovvero dei Peshmerga). Khazali ha quindi aggiunto che, sul Kurdistan, non accetterà il fatto compiuto, ovvero l’autonomia della regione del Kurdistan iracheno (Exclusive Magazine).

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Lo sceicco al Khazali con Qassem Soleimani, capo della Forza Qods

Il messaggio è chiaro: le forze paramilitari sciite, riunite nella Forza di Mobilitazione Popolare (di cui la AAH è parte), sono pronte ad aprire un conflitto con i curdi, trovando una sponda nei nemici di Barzani, ovvero nelle forze curde legate al PUK di Jalal Talabani (vicino all’Iran e da sempre nemico del Presidente del Kurdistan iracheno). A queste affermazioni va aggiunto il progetto iraniano di riportare al Maliki a capo del potere politico a Baghdad (No Pasdaran). Al Maliki è colui che, escludendo totalmente i sunniti dal potere su ordine di Teheran, ha provocato la rinascita di al Qaeda in Iraq e la conseguente trasformazione in Stato Islamico.

Una simile guerra, significherebbe trascinare nel conflitto – ancora più approfonditamente – la Turchia di Erdogan, da anni ormai grande protettrice dell’indipendenza de fact del Kurdistan iracheno. Inoltre, significherebbe anche costringere la Russia a scegliere da che parte stare, creando le basi per uno scontro tra Washington e Mosca. La dirigenza del Kurdistan iracheno, ha condannato le parole di al Khazali, sottolineando che lo sceicco sciita e i suoi jihadisti, sono autori di massacri settari e dovrebbero essere processati per crimini contro l’umanità (Rudaw.net).

E’ bene che l’Occidente rifletta approfonditamente su quello che potrebbe presto accadere in Iraq perchè, proprio i piani iraniani, potrebbero affossare ogni speranza – già flebile – di grande intesa tra Mosca e Washington. Se questo pericolo venisse sottovalutato e non si decidesse di mutare la sua strategia di sostegno a Teheran, l’Occidente potrebbe essere trascinato ancora più pesantemente nei drammi del Medioriente, con effetti sulla sicurezza e sull’immigrazione davvero imprevedibili e pericolosi.

Per appronfondire:

No Pasdaran, “Almeno Ascoltate i curdi: ‘L’Iran recluta jihadisti sciiti per combatterci’

No Pasdaran, “Iraq, Barzani avverte Baghdad e l’Occidente: ‘Non vogliamo milizie sciite filo-iraniane in Kurdistan e Sinijar’

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Il 12 dicembre scorso, proprio mentre Angelino Alfano si apprestava a sostituire Gentiloni alla Farnesina, il Ministero degli Esteri italiano diramava un comunicato ufficiale su Aleppo. Nel comunicato, la Farnesina esprimeva preoccupazione per la situazione ad Aleppo est, riaffermando “l’imperativo di proteggere la popolazione civile e rispettare il diritto umanitario internazionale”. Belle parole, ma purtroppo nulla di più (Esteri).

Già perchè la condanna di quanto succeede ad Aleppo da parte del Ministero degli Esteri italiano, suona alquanto stonata. E’ proprio dalla Farnesina, infatti, che in questi anni è stato promosso il riavvicinamento tra Roma e Teheran. Un riavvicinamento talmente veloce e assertivo, da portare addirittura la radicale Emma Bonino ad affermare pubblicamente che “l’Italia vuole vincere la gara di amicizia e collaborazione con l’Iran” (Rai News 24). Una gara che il Governo italiano ha quindi provato a vincere addirittura ricevendo Hassan Rouhani, a capo di un regime fondamentalista, come uno statista e coprendo in suo onore le statue nude in Campidoglio (New York Times). Negli ultimi anni la Repubblica Islamica ha praticamente godoto di un sostegno  incondizionato da parte del Ministero degli Esteri Italiano, sino a far dire a Rouhani che, ìOvviamente, a questo sostegno hanno fatto seguito decine di delegazioni economiche e politiche. In tal senso, come non ricordare i velatissimi viaggi in Iran, non solo dell’ex Ministro Bonino, ma anche della Presidente della Camera Boldrini e della Presidente del Friuli Venezia Giulia, Deborah Serracchiani (No Pasdaran). Tutte donne Occidentali e riformiste, incapaci di dire una singola parola sui diritti delle donne iraniane, davanti ai Mullah iraniani…

Ora veniamo al conflitto siriano. In Siria, a sostegno di Bashar al Assad, sono oggi impegnati oltre 70,000 truppe iraniane, ma si vocifera che siano almeno il doppio. A queste vanno sommate le milizie sciite controllate da Teheran, primo fra tutti Hezbollah, ma anche i gruppi paramilitari provenienti dall’Iraq e le brigate composte da afghani, pakistani e palestinesi. Come ammesso dagli stessi iraniani, sono queste milizie paramilitari sciite che, direttamente dal terreno, informano l’aviazione russa sulle aree da bombardare. Ergo, sono queste milizie comandate dall’Iran, le prime responsabili dei massacri di civili attualmente in corso ad Aleppo Est. Non solo: secondo quanto riporta il Guardian, sono ancora queste milizie che stanno impedendo ai civili sopravvissuti di lasciare la città in fiamme (The Guardian).

Davanti alla tragedia di Aleppo, quindi, non è più possibile tergiversare e girare intorno alle parole. Se davvero il Ministro Alfano vuole imprimere un nuovo passo alla diplomazia italiana, deve iniziare allontanando l’immagine dell’Italia da quella del regime iraniano. Lo deve fare non solo come segno di solidarietà per i civili siriani, ma anche per la tutela degli stessi interessi nazionali italiani. La guerra siriana non finirà ad Aleppo. Al contrario, dopo la possibile vittoria manu militari, il risentimento sunnita verso gli sciiti non potrà che aumentare, provocando ancora morti e dolore. In questo contesto, sicuramente, l’appiattimento di Roma sulle posizioni di Teheran, nel lungo periodo, non farà che danneggiare l’Italia, i suoi valori democratici e i suoi stessi interessi geopolitici ed economici.

 

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Non sappiamo come la storia giudicherà il Presidente Americano uscente Barak Obama. Quello che sappiamo con certezza è che, per quanto concerne il Medioriente ed in particular modo l’Iran, sarà ricordato come colui che ha dato nuova linfa vitale ad un regime fondamentalista, probabilmente garantendogli la possibilità di divenire un Paese nucleare nel prossimo futuro. Gli effetti collaterali impazziti dell’Iran Deal, infatti, si vedono quotidianamente. Alcuni di questi hanno riververi geopolitici sulla regione Mediorientale – come ad esempio l’invasione delle milizie sciite filo-Teheran in Siria e in Iraq – altri sono meno visibili, ma certamente altrettanto pericolosi.

Uno di questi effetti collaterali impazziti delle politiche di appeasement obamiane, lo apprendiamo in queste ore dalla agenzia di stampa iraniana ISNA: secondo quanto riportato, la Repubblica Islamica dell’Iran e Cuba, avrebbero concordato di creare un laboratorio congiunto di nanotecnologie all’Avana. L’accordo è stato raggiunto durante la visita a Teheran di Fidel Castro Diaz-Balart, consigliere scientifico del Presidente cubano Raul Castro. Arrivato in Iran, Diaz-Balart ha incontrato il Vice Presidente Sorena Sattari, responsabile per Rouhani del settore Scienza e Tecnologia.

Questa notizia deve preoccupare estremamente la Comunità Occidentale. Com’è noto, senza entrare nei dettagli tecnici, le nanotecnologie sono applicabili non soltanto con scopi positivi, ma anche per pericolosi fini militari. Grazie alla manipolazione della materia a livello di atomo, le nanotecnologie possono permettere lo sviluppo di armi di distruzione di massa non soltanto di tipo nucleare – la miniaturizzazione dell’arma atomica per un suo facile trasporto – ma biologico e chimico. Non solo: anche a livello di strumentazione militare, le nanotecnologie possono permettere la creazione, ad esempio, di mini droni capaci di carpire pericolose informazioni. Certamente, questo genere di consapevolezza e know how in mano al regime iraniano, deve allarmare tutti gli Stati, particolarmente quelli democratici. Ciò, anche alla luce delle relazioni del regime iraniano con numerosi gruppi terroristi – primo fra tutti Hezbollah – che potrebbero usare queste tecnologie per colpire obiettivi Occidentali.

Lo scorso agosto il Ministro degli Esteri iraniano Zarif ha visitato Cuba, avviando una nuova cooperazione. Una cooperazione che prevede anche una influenza religiosa, come dimostrato dal proselitismo dei centri sciiti-khomeinisti nella piccola isola del centro America. Qui, l’uomo chiave di Teheran si chiama Edgardo Ruben Assad, noto come Shoeil. Nato in Argentina, Shoeil è considerato il più influente agente dell’Iran in America Latina, in diretto contatto con il clerico Mohsen Rabbani. Rabbani, oggi emissario di Khamenei a Qom, è stato attaché culturale iraniano a Buenos Aires e, grazie a questa posizione, ha organizzato l’attentato del 1994 contro il centro ebraico AMIA, a Buenos Aires. Su di lui pende un mandato di cattura dell’Interpol.

Qui di seguito due video della TV del regime iraniano in spagnolo, Hispano TV, sulla comunità sciita khomeinista a Cuba. L’uomo che vedrete nel filmato, è proprio Edgardo Ruben Assad…

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Qualche giorno addietro, avevamo denunciato come i nuovi contratti petroliferi approvati dal Governo iraniano (e confermati dal Parlamento ), nonostante l’intento di attirare investimenti esteri, stessero in realtà favorendo gli interessi economici di Khamenei e dei Pasdaran.

I primi contratti firmati con i nuovi IPC, infatti, sono stati sottroscritti dalla NIOC con compagnie quali la Persia Oil and Gas Industry Development Company, controllate dalla holding come la SETAD, riconducibile direttamente alla Guida Suprema Ali Khamenei. Si legga: “Se il Governo Rouhani vende petrolio a Khamenei, No Pasdaran, 4 November 2016“.

Non basta: quello con la Persia Oil and Gas Industry Development Company non è il solo contratto firmato dalla NIOC dell’era Rouhani, con settori dell’economia iraniana legata alle frange più estremiste. Secondo quanto riporta al-Arabiya, infatti, la NIOC ha firmato altri importanti contratti petroliferi con compagnie legate alle Guardie Rivoluzionarie.

Tra queste, il sito menziona la compagnia “L’Ultimo Profeta” – compagnia sussidiaria dei Pasdaran, con un nome a chiaro riferimento millenaristico all’Imam Mahdi – che ha firmato con il Ministero del Petrolio un accordo per l’espansione dell’oleodotto di Azadegan, nella regione a maggioranza araba dell’Ahwaz. Nell’oleodotto di Azadegan è coinvolta anche la francese Total, a dimostrazione di come sia facile per le compagnie Occidentali ritrovarsi a dover convivere con quelle dei Pasdaran (Reuters).

Ancora una volta, il Presidente Rouhani sta apparentemente combattendo la fazione dei Pasdaran e di Khamenei, ma praticamente rifornendo le loro casse di vantaggiosi e lucrosi contratti nel settore pertrolifero. Lo scopo è chiaro: corrompere le Guardie Rivoluzionarie e la Guida Suprema, allo scopo di riottenere la benedizione per un secondo mandato presidenziale (le elezioni sono previste per la fine del 2017).

Per non dimenticare #FreeIran

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Ahmed Galambur, già colonnello dei Pasdaran e oggi professore all’università di Teheran, ha affermato che la Guerra Iraq – Iran non fu, come racconta la stessa storiografia iraniana, una “guerra imposta”, ma fu il preciso volere dell’Imam Khomeini per espandere il potere della Repubblica Islamica fuori dall’Iran. Questo, ha continuato Galambur, perchè la “Repubblica Islamica non conosce limiti geografici” (al Arabiya).

Aggiornando il suo discorso ai fatti attuali, Ahmed Galambur ha dichiarato che gli attuali interventi militari di Teheran in diversi Paesi della Regione, inclusi Yemen e Siria, fa parte della strategia militare basata sul principio che “la migliore difesa è l’attaco”. Ergo, il regime iraniano ha consapevolvemte deciso di attaccare “il nemico” in Siria, Libano, Iraq, Yemen, Afghanistan e Pakistan. Ovviamente, su preciso ordine dell’Imam Khamenei, attuale Guida Suprema iraniana.

Infine, Galambur ha attaccato coloro che non hanno la sua stessa visione della politica estera iraniana. “Alcuni in Iran” – ha detto Galambur – non riconoscono il concetto puro della rivoluzione e insistono nell’agire solamente all’interno dei confini iraniani. Queste persone, non sono consapevoli dei veri obiettivi della rivoluzione e del suo slogan ‘guerra fino alla vittoria‘”

Purtroppo, le parole di Galambur non vanno prese come mera propaganda. Non solo perchè il regime iraniano ha sempre agito per espandere la rivoluzione khomeinista, ma anche perchè lo stesso Khomeini rifiutò nel 1982 di mettere fine alla guerra contro l’Iraq, proprio al fine di fare di Baghdad un nuovo avamposto iraniano.

Un obiettivo che, per via dell’Iran Deal, delle milizie paramilitari sciite e di puppet come al-Maliki, Teheran sta ottenendo in questo periodo. Un “successo” realizzato per mezzo di massacri di popolazione sunnita che nulla hanno da invidiare a quelli compiuti dai jihadisti del Califfato contro gli sciiti.