Archivio per la categoria ‘Iran Egitto’

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L’Iran combatte Isis? Hamas e l’Iran sono ai ferri corti? Isis e Hamas sono nemici? Tutte teorie che, come sempre accade, sono smentite dai fatti. Gia’, perché al di la delle diversità politiche e religiose, non c’e’ contrapposizione che tenga all’interno del mondo terrorista, quando si tratta di attaccare un nemico comune.

Ecco allora che – mentre l’Occidente si riempie la bocca di illusioni sull’Iran – Teheran non si fa alcune problema a cooperare con Hamas e Isis per contrabbandare armamenti nella Penisola egiziana del Sinai. Secondo informazioni di intelligence, Hamas da mesi coopera con l’ala di Daesh nel Sinai, anche nota come Ansar Bait al-Maqdis. L’uomo che farebbe da intermediario in questa cooperazione e’ il capo dell’ala militare di Isis nel Sinai, tale Shadi al-Menai (Washington Institute).

Menai – inserito dall’Egitto nella top list dei “most wanted” – ha visitato numerose volte la Striscia di Gaza segretamente, incontrando diversi esponenti dell’ala militare di Hamas, le Brigate Izz al-Din al-Qassam. Grazie a queste discussioni avrebbero permesso l’avvio di una cooperazione tra Isis e Hamas, per il contrabbando delle armi provenienti dall’Iran e dalla Libia. Come sempre, a sostegno di questo accordo ci sono le tribù Beduine della Penisola del Sinai, capaci di far entrare le armi nella Striscia di Gaza per mezzo di tunnel. In questi mesi, diversi tunnel scavati tra Gaza e il Sinai sono stati attaccati dall’esercito egiziano. Ancora, sempre secondo l’intelligence, l’uomo di Hamas responsabile di mantenere le relazioni con i Beduini del Sinai, sarebbe Ayman Nofal, già arrestato dal Cairo nel 2008 e riuscito a scappare dalle prigioni egiziane solamente grazie al caos generatosi in seguito alla Primavera Araba del 2011. Vogliamo ricordare che fu proprio Ayman Nofal uno dei capi di Hamas incaricati dall’Iran di destabilizzare la Penisola del Sinai, in seguito al colpo di Stato che porto’ al potere il Generale al Sisi (No Pasdaran).

Queste informazioni rappresentano l’ennesima conferma della pericolosità del gruppo terrorista palestinese di Hamas. Una organizzazione che, proprio grazie al sostegno iraniano, contribuisce direttamente all’instabilità dell’Egitto e della Libia, Paesi chiave nell’ottica della sicurezza del Mediterraneo e dell’Italia stessa.


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Nervana Mahmoud, famosa blogger egiziana, non ci gira intorno: l’accordo nucleare con l’Iran, rappresenta un potenziale “bacio mortale” per le prospettive di pluralismo democratico in tutto il Medioriente. Grazie a questo accordo, infatti, i rappresentanti illiberali nell’Islam – sia sciiti che sunniti – riceveranno un enorme incoraggiamento. In seguito a questo accordo “il Presidente americano Obama sara’ ricordato dai libri di storia come colui che ha abbracciato i nemici del liberalismo in Medioriente” (Ahram).

Nel suo articolo, Nervana ricorda anche di aver visitato personalmente la Repubblica Islamica qualche anno fa. In Iran, a sua sorpresa, la blogger egiziana trovo’ una società vibrante, con una gioventù carica di valori liberali e voglia di democrazia. “Questi ragazzi” – sottolinea Nervana – “potranno anche celebrare oggi l’alleggerimento delle sanzioni e la fine dell’isolamento, ma e’ assai difficile che l’accordo nucleare sanerà il divario esistente tra loro e i governanti teocratici“. Per i Mullah, infatti, l’accordo nucleare rappresenta unicamente il riconoscimento che, per l’Occidente, il modello teocratico anti-modernista e’ un modello di un successo. 

Non solo: anche per quanto concerne le speranze di vedere l’Iran cambiare il suo atteggiamento aggressivo, secondo la blogger egiziana, si tratta solamente di una grande illusione. In una fase in cui e’ in corso una vera e propria guerra settaria in diversi Paesi Arabi, un Iran più forte determinerà unicamente l’avvio di processi imitativi, rafforzando gruppi e movimenti politici anti-democratici e teocratici.  L’ingerenza iraniana in Libano, Iraq, Siria e Yemen, causerà l’arrivo al potere di forze concorrenti, anche loro ispirate all’Islamismo politico. Dal 1979, infatti, l’Islamismo sunnita ha imparato una sola lezione dall’Iran: “Yes we can“, uno slogan scandito dagli islamisti ben prima della vittoria elettorale di Obama nel 2008. L’Islamismo Arabo vede nell’Iran teocratico un modello capace di realizzare i loro sogni di dominio della società mussulmana. Il nuovo accordo nucleare, quindi, non farà che rafforzare questo terribile obiettivo. 

La Siria, per la blogger Nirvana Mahmoud, sara’ il primo Paese a pagare il prezzo dell’Iran Deal. Il Paese resterà imprigionato nella guerra settaria tra sciiti e sunniti, guidata da forze radicali, anti-democratiche e spietate. Nello stesso Egitto – ove ne la rimozione di Mubarak e ne la fine del regime di Morsi hanno prodotto una democrazia liberale – una parte dei Fratelli Mussulmani ha cominciato a guardare con interesse al modello iraniano, nonostante il forte antagonismo con gli sciiti. Parte dei Fratelli Mussulmani, infatti, ritiene che il fallimento di Morsi e’ stato direttamente causato dalla sua “riluttanza a portare avanti una politica rivoluzionaria”. In questo contesto, la violenza imposta dai Mullah dopo il 1979 contro le opposizioni, viene vista come un “modello”. Dall’altra parte, gli stessi sostenitori del Presidente al-Sisi, useranno l’Iran come pretesto per giustificare repressioni contro le opposizioni, coprendo le loro azioni dietro al fatto che, un Occidente che legittima il regime iraniano dopo 36 anni di violenza, non ha il potere morale di giudicare l’Egitto.

Il durissimo op-ed di Nervana Mahmoud si conclude ricordando il discorso tenuto da Obama al Cairo nel 2009. Un discorso in cui il Presidente americano parlo’ di tolleranza, rispetto per le minoranze, libertà di religione e diritto a godere di una reale democrazia. L’accordo nucleare con l’Iran va esattamente dalla parte opposta rispetto a questi nobili obiettivi. Iran Deal, infatti, legittima un regime che abusa quotidianamente dei diritti umani e che prende in giro l’intera Comunità Interazionale. I suoi effetti collaterali, ovviamente, non potranno che essere estremamente drammaticamente negativi e pericolosi.

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Bernard Lewis, grande esperto di Medioriente, ha scritto un libro dal titolo magistrale: “il linguaggio politico dell’Islam”. Un libro stampato e ristampato ma, purtroppo, poco tenuto a mente. Quando un importante leader politico islamico parla, scrive o pubblica idee sui social, un buon analista dovrebbe essere attento alle parole che vengono usate. Questa affermazione e’ particolarmente vera quando si parla della Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei. Ecco quindi che, tutti i tweet pubblicati sugli account (in farsi e in inglese) devono essere letti attentamente e, ove necessario, compresi profondamente. In questi ultimi giorni, quindi, Khamenei ha pubblicato una serie di tweet sul risveglio islamico – in Occidente noto come le “Primavere Arabe” – e sul futuro del Medioriente. I suoi tweet, si badi bene, erano direttamente ricollegati ad alcuni discorsi rilasciati dalla Guida Suprema nelle stesse ore.

Vogliamo sottolineare due tweet in particolare che, secondo la nostra analisi, devono essere tenuti a mente dall’Occidente, perché potrebbero avere delle conseguenze dirette sulla stabilita’ dell’intera regione Mediorientale. Poco prima delle celebrazioni dell’Eid al Mab’ath – la proclamazione di Maometto a Profeta – Khamenei ha pubblicato questo tweet: gli arroganti hanno temporaneamente soppresso il Risveglio Islamico, ma non potranno sopprimerlo per lungo tempo. La grande potenza islamica non può essere trascurata. Abbiamo volontariamente colorato in rosso la parola “arroganti”, perché in questo termine sta tutto il significato del messaggio di Khamenei.

Il vero significato dell'”arroganza” nel pensiero dell’Islam radicale

Per capire di cosa parliamo dobbiamo ritornare all’inizio del 1900 e, paradossalmente, andare a ricercare il pensiero di un ideologo dell’islamismo radicale sunnita: Sayyid Qutb. Dopo Al Banna – fondatore dei Fratelli Mussulmani – Sayyid Qutb e’ considerato l’ideologo principale della salafia, colui che probabilmente influenzato maggiormente il pensiero dell’Islam radicale. Per sommi capi, Qutb divideva il mondo in due sfere: una sfera rappresentante un “Islam dei veri credenti” (rappresentante il Partito di Dio), e una sfera rappresentante la jahiliyya, ovvero il mondo dell’ignoranza (il Partito di Satana). Si badi bene, pero’: nel pensiero di Qutb, il termine “ignoranza” ha lo stesso significato di “arroganza”. Come sottolinea William E. Shepard – autore del saggio “la dottrina della jahiliyya nel pensiero di Sayyed Qutb” – nel Corano la parola jahiliyya non compare mai con come semplice ignoranza. Al contrario, nel Corano il termine ignoranza compare sempre collegato ad una forte ostilita’ e aggressivita’ di coloro che portano avanti un pensiero pagano e anti islamico (esempio: “la fiera arroganza della jahiliyya“, Corano 48:26).

Da questa interpretazione del concetto di jahiliyya, quindi, si arriva al passo successivo del pensiero radicale di Qutb: se l’ignoranza indica un senso di aggressività da parte del pagano, da ciò deriva anche il dovere del mussulmano di portare avanti un jihad offensivo, inteso come un dovere del fedele di eliminare coloro che si oppongono all’affermazione della vera fede. Tra i nemici da eliminare, quindi, Qutb non individuava solamente i pagani Occidentali, ma anche tutti i leader arabi che non si conformavano al vero pensiero islamico

Ali Khamenei, il traduttore Persiano di Sayyid Qutb

Ali Khamenei e’ un grande conoscitore di tutto il pensiero di Sayyid Qutb, tanto da aver tradotto le opere del pensatore radicale sunnita in Farsi. Non e’ un caso, tra l’altro, che nonostante la divisione tra Sciiti e Sunniti, proprio l’Iran Khomeinista abbia da sempre tentato di avere (non sempre con successo) stretti legami con la Fratellanza Islamica. Come spesso accade, il pensiero estremista – pur nascendo da “ideologie diverse” – trova alla fine un punto di congiunzione. Ecco allora che il tweet di Khamenei sull'”arroganza” di coloro che vogliono sopprimere il risveglio islamico, acquista un significato diverso e drammaticoUn significato che dovrebbe far tremare tutti coloro che hanno a cuore la stabilita’ del Medioriente, soprattutto se lo si ricollega a questo altro tweet pubblicato, il 17 maggio, da Khamenei:

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Nello stesso giorno in cui, parlando davanti a diversi membri dell’establishment iraniano, Khamenei indicava nell’America la creatrice di Isis e nell’Occidente il primo nemico (perché creatore di una conoscenza artefatta), la Guida Suprema iraniana individuava le prime aree dove il risveglio islamico non poteva essere soppresso. Mentre i media internazionali si sono focalizzati sulle parole di Khamenei sullo Yemen, sul Bahrain e sulla Palestina, pochi hanno fatto attenzione al tweet di Khamenei sull’Egitto. Il significato di questo tweet e’ chiaro: il regime di al Sisi e’ parte della jahiliyya, ovvero quel Partito di Satana che si oppone al vero Islam. Per questo, messaggio indiretto contenuto nel tweet, in questo Paese in jihad offensivo e’ giusto e giustificato.

Concludendo, quindi, consigliamo a chi materialmente in Occidente e’ protagonista della vita quotidiana delle relazioni internazionali – e soprattutto chi ha a cuore la stabilita’ del Medioriente – di fare molta attenzione alla chiamata al jihad di Ali Khamenei. Una attenzione particolarmente alta, perciò, andrebbe dedicata allo Yemen, la porta dell’Iran per infiltrare il Sinai – usando i terroristi di Hamas e le bande beduine – per destabilizzare tutto l’Egitto. Un Egitto ritornato ad essere il fulcro dello svilupppo positivo del pensiero islamico, soprattutto dopo il coraggioso discorso di al Sisi ad Al Ahzar.

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In queste ore brutte notizie per la pace in Medioriente arrivano dal Qatar: pochi giorni fa, infatti, il leader di Hamas a Doha, Khaled Meshaal, ha incontrato il vice Ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian. In agenda, ufficialmente, c’era la questione siriana, tema in passato di scontro tra il movimento terrorista sunnita e gli Ayatollah sciiti. Il vero nodo della questione, però, era la rinascita dell’alleanza fra Hamas e l’Iran. L’incontro sembra essere andato molto bene, tanto che Meshaal – incredibilmente – ha anche elogiato la posizione dell’Iran sulla questione siriana e il sostegno di Bashar al Assad ai palestinesi (senza però menzionare gli attacchi contro il campo profughi di Yarmuk…). C’è di piu’: il leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh è arrivato domenica a Teheran per prendere parte ad una una conferenza sui media. Si è trattato della terza visita in Iran del rappresentante palestinese dal 2007 ad oggi.

Si badi bene: nonostante le notizie diffuse solo in questi giorni, i recenti incontri tra i rappresentanti di Hamas e l’Iran fanno parte di una strategia pianificata da mesi. Dietro questa strategia, per la cronaca, si muove la diplomazia del Qatar. Dopo aver sostenuto con forza la resistenza siriana finanziando i Fratelli Mussulmani, Doha ha dovuto incassare una sonora sconfitta con la fine del regime di Morsi in Egitto. La debacle de Il Cairo, ha avuto effetti diretti sul conflitto siriano, determinando un cambiamento radicale della politica estera del Qatar. Come noto, a Doha il potere è passato nelle mani dell’emiro Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa Al ThaniIl nuovo emiro ha scelto un profilo pubblico piu’ basso, puntando segretamente alla ricostruzione del fronte anti saudita, in stretta convergenza con l’Iran. In questa ottica, quindi, il ritorno di Hamas ad una alleanza strategica con Teheran era fondamentale.

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All’interno di Gaza, l’uomo ombra di questo riavvicinamento è stato Ramadan Abdullah Shalah, segretario della Jihad Islamica, gruppo terrorista sunnita, da sempre agli ordini della Repubblica Islamica. Nel marzo scorso, a tal proposito, Shalah ha visitato il Qatar, incontrando Khaled Meshaal e l’emiro Tamim. Al centro della sua visita,  tra le altre cose, c’era anche la creazione di un nuovo network mediatico agli ordini del Qatar: si tratta di un nuovo canale satellitare, con base a Londra, che prenderà il nome di Al Arabi al Jadeeed (Il Nuovo Arabo). Solo poche settimane prima la visita di Shalah in Qatar, Ali Boroujerd – membro della Commissione Sicurezza Nazionale e Politica Estera del Parlamento iraniano – aveva sottolineato che le relazioni tra Hamas e l’Iran non erano state interrotte.

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La momentanea riconciliazione tra Hamas e Fatah, chiaramente, ha accellerato l’accordo con Teheran. La Repubblica Islamica, infatti, vuole la sua parte nuovo governo palestinese e ha già da tempo messo le mani su alcuni rappresentanti al servizio di Abu Mazen, quali Jibril Rajoub, membro del Comitato Centrale di Fatah e uomo potente in Cisgiordania. Grazie alla riconciliazione con Hamas, quindi, gli Ayatollah potranno riprendere il controllo della Striscia di Gaza e ricostruire nuovamente il cosiddetto asse della resistenza (Iran-Siria-Hezbollah-Hamas). Una vera spina nel fianco, non soltanto per lo stranoto “nemico sionista”, ma anche e soprattutto per Al Sisi, intenzionato a riportare l’Egitto sunnita al centro della politica mediorientale. A tal proposito, va ricordato che una della accuse contro l’ex Presidente Morsi, è proprio quella di aver passato informazioni segrete all’Iran, durante il periodo di Ahmadinejad.

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L’Occidente guarda ad Hassan Rohani come all’uomo della speranza, colui che sarà capace di portare in Iran la democrazia e rendere la Repubblica Islamica una garante della sicurezza nella regione mediorientale ed asiatica. A tal proposito, addirittura, il quotidiano inglese The Guardian ha proposto proprio Rohani come il candidato per il premio Nobel per la pace. Ancora una volta, quindi, un premio Nobel da assegnare ad un leader internazionale senza che questo abbia ancora dimostrato niente e che, soprattutto, quello che sta mettendo in pratica non ha niente di differente da quanto avveniva nel passato.

Già, proprio così; oltre a non aver cambiato la politica interna, Hassan Rohani non ha cambianto nulla – se non l’approccio diplomatico più conciliante – nella politica estera dell’Iran. A dimostrare che il nuovo corso di Teheran è identico al precedente, ci ha pensato oggi Hussein Amir Abdollahian, Vice Ministro degli Esteri iraniano responsabile del Dipartimento Paesi Arabi ed Africani. Hussein Amir Abdollahian, per la cronaca, è un diplomatico iraniano di lungo corso ed è l’uomo che, quotidianamente, si occupa di aree come la Siria, il Libano, l’Iraq, la Palestina, lo Yemen, l’Egitto ed il Bahrain.

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In una intervista concessa ad Al Monitor, Hussein Amir Abdollahian, non soltanto ha ribadito il sostegno – senza condizioni – al dittatore siriano Bashar al Assad, ma ha anche rimarcato che Teheran mantiene strettissimi contatti con l’organizzazione terrorista palestinese Hamas. In merito alla Siria, più precisamente, Abdollahian ha affermato che “Noi (l’Iran, NdA) appoggiamo Assad, la sua soluzione politica e le sue riforme. L’Iran sostiene la Siria come membro del blocco della resistenza e…ritiene Assad il Presidente legittimo della Siria sono alle prossime elezioni”, Il diplomatico iraniano, quindi, ha evidenziato come una collaborazione tra l’Arabia Saudita e l’Iran , potrebbe riuscire ad arginare efficacemente il terrorismo di Al Qaeda. Ottima idea, peccato però che Teheran continua a sostenere i ribelli sciiti in Yemen, favorendo direttamente l’instabilità del Golfo Persico e della stessa Arabia Saudita! Senza contare i missili che i Pasdaran hanno inviato ai Talebani in Afghanistan, alleati diretti di al Qaeda…

Rispondendo quindi ad una domanda specifica sul rapporto con Hamas, Abdollahian ha affermato che il rapporto tra l’Iran e l’organizzazione terrorista islamica palestinese resta molto forte e rivela che, proprio in questi giorni, i terroristi “Khaled Meshaal e Islamil Hanyeh sono stati ricevuti in Iran”. Anzi, aggiunge il diplomatico iraniano, “è possibile trovare rappresentanti di Hamas in Iran in ogni momento“. Subito dopo, quindi, Abdollahian parla dell’Egitto, evidenziando come i rapporti con Il Cairo sono buoni “ad ogni livello” e criticando Morsi per non aver tenuto in considerazione diverse problematiche. Peccato, però, che si tratta dello stesso Egitto che quotidianamente combatte i terroristi islamici – pagati e sostenuti da Hamas – che hanno reso la Penisola del Sinai una zona di traffici illeciti e sofferenza. Quindi, considerando che i terroristi di Hamas arrivano in Iran per ottenere finanziamenti, Teheran dovrebbe spiegare al Governo egiziano come mai – nonostante i buoni rapporti – continua a sostenere l’organizzazione che per eccellenza mette in pericolo la stabilità egiziana…

Documenti pubblicati dai giornali egiziani che dimostrano il ruolo di Hamas nell'instabilità nel Sinai

Documenti pubblicati dai giornali egiziani che dimostrano il ruolo di Hamas nell’instabilità nel Sinai

Al di là delle contraddizioni, leggendo le parole di Hussein Amir Abdollahian, sorge spontanea una domanda; che cosa è cambiato nella politica estera iraniana dopo l’elezione di Rohani? Se quello Al Monitor riporta è vero, come è ovvio, ci sembra che la politica estera del Governo Rohani sia identica a quella di Ahmadinejad e sia caratterizzata, ancora una volta, dal sostegno a leader ed organizzazioni che diffondono terrore e morte. Sarà forse proprio per questa continuità che, lo Hussein Amir Abdollahian, è stato confermato senza indugio dal neo Ministro Zarif nella stessa identica posizione che occupava al tempo in cui Ali Akbar Salehi era Ministro degli Esteri. Per la cronaca oggi Ali Akbar Salehi è il Capo dell’Agenzia Atomica Iraniana…

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Hamas è, come noto, una organizzazione terrorista palestinese, attiva principalmente nella Striscia di Gaza. In questo periodo, particolarmente nei media occidentali, si è spesso parlato delle divergenze tra il movimento palestinese e il regime iraniano, divisioni derivate dalla crisi siriana. Poco, invece, viene scritto sul recente ritorno di Hamas tra le braccia di Teheran e sul ruolo che i terroristi palestinesi hanno avuto nella recente crisi egiziana.

Hamas – acronimo di “Movimento Islamico di Resistenza” – nasce nel 1987 ed è oggi riconosciuta come una organizzazione terrorista praticamente da tutto il mondo. Da sempre finanziato e armato dall’Iran, il movimento palestinese ha avuto – come suddetto – un periodo di crisi con la Repubblica Islamica derivato dalla posizione presa da uno dei suoi leader, in merito alla crisi in Siria. Khaled Meshaal, presidente dell’Ufficio Politico, ha scelto infatti di condannare il regime di Bashar al-Assad, di lasciare il suo “esilio dorato” di Damasco e di rifuguarsi a Doha. La scelta di Meshaal, però, ha spaccato l’organizzazione terrorista, tanto che la leadership di Hamas a Gaza – guidata da Ismail Haniyeh e Mahmoud Al-Zahar – ha deciso di seguire una linea diversa e di riavvicinarsi a Teheran.

Recentemente, quindi, esponenti di Hamas provenienti da Gaza si sono incontrati con rappresentanti iraniani sia a Teheran che a Beirut. Tra gli argomenti trattati durante gli incontri, oltre la Siria e Israele, c’è stato pare anche il tema egiziano, soprattutto dopo il siluramento di Mohammad Morsi. Gli Ayatollah, tra le altre cose, avrebbero chiesto ai terroristi di Hamas di svolgere un ruolo centrale nel sostenere i Fratelli Mussulmani egiziani, promuovendo l’instabilità in tutto l’Egitto e particolarmente nella regione del Sinai. Non stupisce, quindi, che in occasione dell’incontro tra Abu Mazen e il Generale egiziano al-Sisi, il Presidente l’Autorità Nazionale Palestinese ha presentato alla controparte egiziana una serie di prove tangibili che dimostrano il ruolo avuto da Hamas negli attacchi contro il territorio egiziano.

In realtà, niente di nuovo “sul fronte orientale”. In questi ultimi due anni, infatti, la leadership di Hamas a Gaza ha interferito direttamente nella politica interna egiziana e ha anche lavorato, fallendo, nella creazione di una special relationship tra il regime iraniano e quello di Mohammad Morsi in Egitto, Non è un caso, quindi, che durante la Presidente Morsi, il negazionista Ahmadinejad ha visitato il Cairo, ricambiato a sua volta da una visita del leader dei Fratelli Mussulmani a Teheran (video sotto).

L’interferenza di Hamas nella politica egiziana che è costata agli egiziani la perdina di numerose vite. Con lo scoppio della crisi egiziana nel 2011 e la fine del potere di Mubarak, infatti, i militanti di Hamas entrarono immediatamente nel Sinai in supporto ai Fratelli Mussulmani. Secondo la magistratura egiziana, quindi, terroristi di Hamas presero parte all’attacco contro le carceri egiziane, contribuendo alla liberazione di centinaia di estremisti islamici, tra cui l’ex Presidente Morsi, detenuto nel carcere di Wadi al-Natroun.

Terroristi di Hamas, quindi, si resero responsabile dell’attentato compiuto contro i militari egiziani presso il checkpoint di Rafah il 5 Agosto del 2012. Nell’attacco morirono 16 militari egiziani. In una serie di articoli pubblicati nel marzo del 2013, il settimanale egiziano Al-Ahram al-Arabi diffuse i nomi dei responsabili di Hamas colpevoli di aver organizzato e compiuto l’attacco, tra loro c’erano comandanti di primo piano come Ayman Nofal, Muhammad Abu Shamala e Ra’ed Al-Attar. Non solo: sempre secondo la stampa egiziana, fu Hamas ha pianificare la campagna di rapimenti dei militari e poliziotti egiziani, allo scopo di colpire direttamente la credibilita delle forze armate dell’Egitto. Non è un caso, perciò, che dopo il siluramento del Maresciallo Tantawi da Ministro della Difesa, l’editorialista egiziano Magdi Saber scrisse sulle pagine del quotidiano Al-Wafd che “non c’era dubbio sul fatto che il Governo di Morsi avesse relazioni strette con Hamas” e che i Fratelli Mussulmani avevano usato l’instabilità perenne in Egitto per togliere il potere all’esercito e controllare totalmente il Paese.

Copertina del settimanale Al-Ahram al-Arabi con i nomi dei terroristi di Hamas responsabili del massacro di Rafah

Copertina del settimanale Al-Ahram al-Arabi con i nomi dei terroristi di Hamas responsabili del massacro di Rafah, Agosto 2012

Purtroppo non basta. Secondo la stampa egiziana, Hamas non soltanto avrebbe contribuito ad aiutare Morsi ad estremettere dal potere Tantawi, ma avrebbe partecipato direttamente alla repressione delle proteste contro il Governo dei Fratelli Mussulmani. Nel marzo del 2013, lo ricordiamo, il giornale al-Dustour pubblicò un documento segreto in cui era possibile leggere che Hamas aveva ricevuto 250 millioni di dollari dal Qatar per inviare, nel gennaio del 2013. ben 7000 terroristi contro i dimostranti anti-Morsi, accampati davanti al palazzo presidenziale nel gennaio del 2013.

Il documento che rivela il ruolo di Hamas nella repressione delle manifestazioni anti-Morsi, nel gennaio 2013

Il documento che rivela il ruolo di Hamas nella repressione delle manifestazioni anti-Morsi, nel gennaio 2013

Hamas ha usato soprattutto i tunnel tra il valico di Rafah e la Striscia di Gaza per minare la sicurezza dell’Egitto. Attraverso i tunnel, infatti, i terroristi islamici hanno fatto entrare a Gaza non soltanto armamenti, ma anche altro materiale, come le divise dei militari e dei poliziotti egiziani. Il fenomeno fu talmente drammatico, che constrinse l’esercito egiziano a cambiare addirittura le uniformi del Terzo Corpo di Armata nel Sinai.

Le nuove divise dell'esecito egiziano pubblicate sul settimanale Al Ahram.

Le nuove divise dell’esecito egiziano pubblicate sul settimanale Al Ahram.

Concludendo, la stampa egiziana ha passato mesi a denunciare la pericolosità dei terroristi di Hamas. Con le loro azioni, infatti, i terroristi palestinesi non soltanto hanno contribuito alla liberazione di centinaia di estremisti islamici, ma hanno anche rischiato di trascinare l’Egitto in una drammatica guerra civile, al solo scopo di islamizzare il Paese. L’Occidente, come spesso accade ultimamente, ha chiuso gli occhi, applaudendo all’estremista Morsi e al riavvicinamento tra Il Cairo e Teheran. Per fortuna, il tempo ha impedito il compimento di quest’alleanza contro la Cività.

Purtroppo, come sappiamo, i manifestanti pro-Morsi, stanno cercando ancora di minare la stabilità egiziana, con la benedizione degli Ayatollah iraniani. Hamas sta giocando un ruolo centrale in questa battaglia: il 9 agosto scorso, un drone (pare israeliano) ha distrutto un laciamissili di Hamas dislocato nel Sinai, capace di lanciare contemporanemante quattro missili Fajar-5, di fabbricazione iraniana, contemporaneamente.

Speriamo solo che, quando la diplomazia internazionale aprirà gli occhi sulla vera natura del regime di Rohani e dei suoi alleati, per l’intero Medioriente ci sia ancora tempo per proteggere quegli spazi di libertà guadagnati con il sangue di centinaia di innocenti civili.

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