Archivio per la categoria ‘Iran economia’

Il 3-4 ottobre scorsi, nuovamente, si e’ svolto a Zurigo il cosiddetto Europe-Iran Forum, un incontro volto a promuovere il business tra il Vecchio Continente e Teheran. 
In quella occasione Parviz Aghili, importante banchiere iraniano conosciuto in tutto il Medioriente, ha ammesso che le banche della Repubblica Islamica sono “piene di prestiti tossici e hanno bisogno di essere modernizzate”. Per il banchiere iraniano, la via della modernizzazione passa attraverso la fusione tra gli istituti bancari del Paese.
Quanto dichiarato da Parviz Aghili, rappresenta una importante ammissione sullo stato drammatico dell’economia iraniana. Le banche presenti nel Paese, infatti, sono lontani anni luce dagli standard di Basilea III, una serie di misure internazionali approvate nel 2011 al fine di modernizzare il sistema bancario internazionale.
Peggio: una modernizzazione del sistema bancario iraniano costerebbe tra i 180 e i 200 miliardi di dollari, costi che – sempre secondo Parviz Aghili – “il sistema non e’ in grado di sostenere”. A questi dati si aggiungano le storture del sistema: gli asset finanziari controllati dai Pasdaran e da Khamenei, l’alto livello di corruzione e la rinomata tendenza al riciclaggio di danaro.
Ecco spiegato perche’, la Cassa Depositi e Presititi italiana si stia mettendo di traverso rispetto alla linea governativa del ritorno al business tra Roma e Teheran. E’ chiaro che a Via Goito nessuno crede davvero che, quel regime fondamentalista, possa davvero garantire agli imprenditori italiani le necessarie coperture e la trasparenza necessarie per garantire un business serio e duraturo
Per la cronaca, come lo schema sotto dimostra, lo stesso Parviz Aghili fa parte della “tossicita’ del sistema”, essendo la sua banca in joint venture con due banche iraniane – la Banca Tejarat e la Saman – sanzionate dagli Stati Uniti per le loro attivita’ illegali. La stessa banca di Parviz Aghili, la Middle East Bank, nel 2014 fu sanzionata dal Dipartimento del Tesoro americano per le attivita’ in favore del programma nucleare e missilistico del regime iraniano

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Una nuova, clamorosa, conferma della follia di investire danaro in Iran, arriva dall’Istituto di Governance di Basilea, una organizzazione no-profit, collegata con la locale università svizzera.

Secondo l’indice economico redatto annualmente dall’Istituto, la Repubblica Islamica dell’Iran e’ al primo posto, per rischio di riciclaggio. Con 8,6 punti, addirittura prima dell’Afghanistan e della Guinea-Bissau, proprio l’Iran e’ lo Stato ove si rischia maggiormente che i soldi investiti, finiscano nel riciclaggio.

Questo per diverse ragioni, legate particolarmente a: vulnerabilità strutturale del sistema politico, altissimo livello di corruzione interna, debolezza del sistema giudiziario e disfunzioni del sistema politico. Quest’ultimo punto, specifichiamo noi, indica la tendenza del regime iraniano a usare i fondi a disposizione non per migliorare il sistema economico, ma per i fini politici/ideologici del regime stesso quali il finanziamento del terrorismo internazionale e gli interessi particolari delle varie fazioni interne (in primis gli interessi legati ai Pasdaran e alla Guida Suprema).

Chiaramente, per chi veramente conosce l’Iran, questa classifica non stupisce. Da anni, infatti, e’ noto che investire nella Repubblica Islamica e’ un progetto folle, almeno sino a quando esisterà questo regime clericale e fondamentalista. Purtroppo, pero’, esiste una Comunità politica Occidentale – particolarmente quella rappresentata da personalità politiche quali Federica Mogherini, Emma Bonino o Adolfo Urso – che racconta una narrativa diversa, fallace e non veritiera.

Invitiamo nuovamente gli imprenditori europei e quelli italiani in particolar modo, a salvaguardare i loro fondi ed evitare di investirli in un Paese dittatoriale e inaffidabile, qual’e’ l’Iran!

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Cari imprenditori internazionali, se volete un bel consiglio, scappate dalla Repubblica Islamica dell’Iran, prima che sia troppo tardi. Da mesi, infatti, vi raccontiamo di una guerra fra frazioni politiche iraniane, che va avanti senza tregua alcuna. Una guerra, si badi bene, che poco riguarda il modello di Repubblica Islamica, ma molto gli interessi economici in gioco (No Pasdaran).

Da una parte, come noto, ci sono i Pasdaran, ormai da anni in pieno controllo con le loro compagnie, di buona parte dell’economia iraniana, visibile ed invisibile. Tra quello che viene controllato dai Pasdaran, anche il narcotraffico…Dall’altra i pragmatici di Rouhani, per nulla interessati a democrazia e diritti umani, ma assai interessati a ricevere fondi dall’estero per mantenere quel sistema di corruzione, ben noto alla famiglia del defunto ex Presidente iraniano, Ayatollah Rafsanjani (di cui Rouhani e’ praticamente il figlioccio politico). In mezzo, fino ad un certo punto, la Guida Suprema Khamenei, visto da tutti come un ago della bilancia, che ha benedetto a suo modo l’accordo nucleare, ma mettendo sempre dei paletti capaci di garantirgli di poter far liberamente virate di 360 gradi (EA WorldView).

Dopo la fine della Presidenza pro Iran di Obama, la Guida Suprema sta quindi sterzando di nuovo verso i Pasdaran, visti come la forza capace di garantirgli il potere e i suoi stessi interessi economici. Per questo, Khamenei ha rilanciato pesantemente il tema della “jihad economica” – ovvero la chiusura ad imprese estere – e la guerra contro le “infiltrazioni culturali” del nemico Occidentale (sotto la cui bandiera oggi, in Iran, vengono arrestati decine di attivisti, giornalisti, artisti, letterati e accademici). Per questo, anche, la Guida Suprema permette l’arresto di decine di iraniani con doppia cittadinanza, tra i quali anche il ricercatore medico Ahmadreza Djalali.

In queste ore, quindi, lo scontro tra le fazioni politiche in Iran ha raggiunto un pericoloso apice: il capo dei Pasdaran Generale Mohammad Ali Jafari, parlando ad un evento dedicato ai martiri a Qom, ha accusato direttamente “molti dei membri del Governo attuale” – quello di Rouhani – di rappresentare un pericolo per il Paese, avendo ormai sposato idee Occidentali, liberali e contro rivoluzionarieCon imputazioni simili, si badi bene, in Iran si finisce tranquillamente in carcere per decine di anni, con l’accusa di rappresentare una “minaccia alla sicurezza dello Stato”. Chiudendo il suo discorso, come a lanciare un chiaro monito a Rouhani, Jafari ha quindi affermato che “il fronte della resistenza rivoluzionario, ha fatto crollare il potere il regime comunista dell’est. Con il volere di Dio, sta ora distruggendo il potere Occidentale” (Fars News).

Ergo, come suddetto, se il mondo imprenditoriale Occidentale vuole davvero un consiglio utile per proteggere i suoi investimenti, il solo buono e utile è quello di stare lontani dalla Repubblica Islamica dell’Iran. La guerra tra le fazioni in corso, soprattutto in vista delle prossime elezioni Presidenziali del Maggio 2017 (e della prossima necessità di nominare una nuova Guida Suprema), lascierà sulla sua strada, una scia di odio e attacchi politici molto pericolosa.

Nonostante tutte le pressioni, l’organismo internazionale FATF – Financial Action Task Force – non sembra intenzionato a rivedere il suo giudizio nei confronti del regime iraniano. Nell’ultimo giudizio emesso il 24 febbraio scorso, il FATF ha chiaramente ribadito che, a dispetto degli impegni presi nel giugno del 2016, il regime islamista non ha risposto positivamente alle richieste fatte dall’agenzia intergovernativa. In particolare, viene sottolineato, il FATF resta preoccupato soprattutto per il rischio di riciclaggio di denaro per il finanziamento del terrorismo internazionale. Per questo motive, ancora una volta, il FATF ha chiesto al regime iraniano di applicare le necessarie normative e raccomandazioni per dimostrare la trasparenza delle transazioni finanziare con Teheran (FATF).

Al di là di quello che i promotori del business con il regime iraniano cercano di dimostrare, la situazione economica nella Repubblica Islamica è disperata. Il regime è in preda ad una guerra di fazioni e interessi economici. Una conflitto intestino che ha esteso la corruzione a tutti i settori della società. Lo stesso Mohsen Rezaei, potente Pasdaran oggi Segretario del Consiglio per il Discernimeno con ambizioni da Presidente, ha dovuto pubblicamente ammettere che “la corruzione e la cattiva gestione del Paese, stanno portando la Repubblica Islamica sull’orlo del collasso” (al-Arabiya).

Ora una domanda a tutti gli imprenditori: volete davvero investire in un Paese simile? Un Paese corrotto e fanatico, ideologicamente fondamentalista e primo sponsor internazionale del terrorismo? I vostri guadagni meritano molto di più!

Il Pasdaran Abdollahi, a capo della Khatam al-Anbia

Il Pasdaran Abdollahi, a capo della Khatam al-Anbia

I Pasdaran sono furiosi con il Governo di Hassan Rouhani, per un accordo firmato tra la Iran Shipping Lines (IRISL) e la sudcoreana Hyundai. L’accordo prevede la costruzione, da parte della compagnia asiatica, di dieci navi container per la IRISL. In un Paese normale, questo accordo sarebbe considerato un passo positivo a livello economico. L’Iran, però, anche economicamente parlando non è un Paese normale. Buona parte del suo sistema economico, infatti, è controllato direttamente – o indirettamente – dai Pasdaran e dalle Fondazioni religiose (Bonyad).

Per questo, l’accordo IRISL – Hunday ha fatto scattare la reazione delle compagnie controllate dalle Guardie Rivoluzionarie. Il Generale Abdollah Abdollahi, a capo della holding dei Pasdaran Khatam al-Anbia, ha duramente criticato l’accordo, sottolineando che la Iran Marine Industrial Company, una controllata della Khatam al-Anbia, potrebbe costruite le dieci nuove navi container, senza ricorrere ad una società estera (EA World View). Per questo, Abdollahi ha chiesto al Presidente iraniano di cancellare l’accordo con Hunday (Tasnim News, The Maritime Executive)

Il Governo, per bocca del vicepresidente Eshagh Jahangiri, non ha rigettato la richiesta dei Pasdaran, ma ha cercato di salvare gli impegni presi con Hunday sottolineando che si trattava di un progetto già sottoscritto nel 2008, ma sospeso per via delle sanzioni internazionali. Mentre Jahangiri tentava di parare i colpi, il capo dei Pasdaran Ali Jafari, invitava i dirigenti della Khatam al-Anbia ad aumentare il loro impegno verso il jihad economico – promosso direttamente da Khamenei – concentrando l’attenzione soprattutto sulla produzione domestica (Fars News). Un chiaro segnale al Governo, contro l’arrivo delle compagnie estere (soprattutto quelle Occidentali).

Le reazioni dei Pasdaran ai contratti firmati dal Governo con compagnie straniere, non vanno prese come mera propaganda, ma come minacce reali. Basti ricordare quanto accaduto nel 2004, quando i Pasdaran bloccarono tutti gli accessi all’Imam Khomeini Airport – e gli stessi voli in arrivo – per far cancellare l’accordo di gestione dello scalo firmato dal Governo Khatami, con un consorzio turco-austriaco. Il Governo iraniano fu costretto a cancellare quanto aveva sottoscritto…

La crisi tra le varie fazioni dell’establishment iraniano sul caso Hunday – IRISL, rappresenta un monito per tutti gli investitori, soprattutto quelli Occidentali. Si tenga a mente che in Iran non esiste un vero stato di diritto e che le regole le fanno coloro che hanno la forza. Purtroppo, nella Repubblica Islamica, chi detiene la forza, detiene anche il potere di cancellare il diritto, anche se scritto nero su bianco…

Da vedere: Audizione alla Commissione esteri del Congresso Americano

“I Pasdaran sono i maggiori beneficiari dell’accordo nucleare”

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La Fiera di Roma dedicata al regime iraniano, a quanto pare leggendo sui media, sembra procedere senza alcuna parola di critica al regime iraniano da parte delle autorità italiane. Peggio, durante l’inaugurazione del 22 Novembre (un giorno solo dopo la notizia di tre cristiani frustati pubblicamente in Iran per aver bevuto vino), il Ministro italiano Calenda ha rigettato ogni idea di maggiore accortezza nelle relazioni economiche tra Roma e Teheran. Minimizzando pericolosamente i possibili cambiamenti che il neo eletto presidente Usa Donald Trump potrebbe apportare all’accordo nucleare, Calenda ha anche annunciato un suo prossimo viaggio a Teheran, in compagnia del Ministro dell’Economia Padoan. Un viaggio previsto per l’inizio del prossimo anno (Ansa), con lo scopo di “far funzionare i canali di finanziamento”, segno evidente che – a dispetto della propaganda fatta sinora per investire in Iran – i businessmen italiani e il sistema bancario nazionale, non sembra guardare alla Repubblica Islamica con grande fiducia (giustamente…).

Purtroppo, mentre Calenda & Co., se ne vanno in giro benedire i rapporti economici con i Mullah, il regime iraniano prosegue indisturbato i suoi crimini contro i diritti umani. Proprio in queste ore, ci giungono le immagini dell’ennesima esecuzione pubblica di detenuti. Questa volta, le fotografie mostrano quattro detenuti impiccati in pubblico su una spiaggia dell’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz (Freedom Messenger). Esecuzioni pubbliche che non solo rappresentano, come suddetto, un crimine contro i diritti umani, compiute per terrorizzare la popolazione civile, ma anche una violazione delle normative internazionali. Abusi verso i quali il silenzio italiano è particolarmente assordante, considerando che Roma pretende di essere il Paese leader nella promozione della Moratoria Internazionale Contro la Pena di Morte.

Ad ogni modo, è palese che qualche anomalia sia percepita anche dagli stessi organizzatori della Fiera di Roma. Basti considerare che la Fiera si apre al pubblico solamente nel pomeriggio di Venerdi e nella giornata conclusiva Sabato (e solo per eventi di natura culturale, ovviamente la cultura che il regime ama presentare, con la compiacenza delle autorità italiane). Un segno evidente dei timori degli organizzatori di essere “disturbati”, da realtà capaci di porre il pubblico davanti alla verità: il rischio business in un Paese corrotto, leading country solo nello sponsor del terrorismo internazionale, con una economia appaltata ai Pasdaran e notoriamente incapace di rispettare qualsiasi modello di Stato di Diritto.

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Il regime iraniano sta proponendo alle compagnie petrolifere Occidentali i nuovi modelli contrattuali, al fine di attrarre maggiori investimenti. I nuovi contratti, secondo quanto dichiarato dal Ministro del Petrolio Bijan Namdar Zangeneh saranno denominati Iran Petroleum Contract (IPC) e verranno annunciati questa estate.

Secondo quanto previsto da questa nuova forma contrattuale, gli IPC sostituiranno gli accordi sul modello buyback iraniano, ovvero il modello in cui l’investitore straniero sostiene tutte le spese dell’investimento iniziale per poi ricevere una remunerazione con le quote fisse della produzione. Un contratto che oggi non attrae nessuno, considerando le alte spese iniziali e l’incertezza del guadagno finale (soprattutto senza beneficiare degli aumenti della produzione).

La nuova forma contrattuale IPC, quindi, prevede che la National Iranian Oil Company (NIOC), creera’ delle joint-venture con le compagnie internazionali, remunerata con le quote della produzione. A differenza del modello buyback, questa volta ogni fase ad esplorazione di un oleodotto e di un gasdotto (e di sviluppo e produzione), corrispondera’ un nuovo contratto e nuovi incentivi.

Per l’Iran, la centralita’ dell’accordo sta proprio nella costruzione di joint-venture, ovvero l’unione di diverse imprese che costruiscono un nuovo soggetto giuridico, indipendente dalle imprese che l’hanno costituito. Come ammesso dagli stessi media iraniani, lo scopo di questo modello e’ quello non permettere alle compagnie occidentali di ritirarsi dall’investimento, nel caso in cui nuove sanzioni venissero imposte contro l’Iran (Iran Business News).

In poche parole, se l’Iran viola l’accordo nucleare o lo considera nullo per qualsiasi ragione, anche compagnie come ENI rischierebbero di trovarsi complici di un regime assai pericoloso. Ricordiamo anche che la stessa NIOC, e’ praticamente una controllata dei Pasdaran, ovvero di coloro che controllano il programma nucleare e missilistico del regime  (UANI). Ricordiamo che, in Italia ad esempio, la Saipem ha gia’ firmato MoU con l’Iran nel settore del gas.

Infine, ricordiamo che l’Iran non riconosce l’intera risoluzione ONU 2231, soprattutto rigetta l’allegato B relativo alla fine dei test missilistici capaci di trasportare una ogiva nucleare (tutti i missili balistici iraniani). Khamenei ha esplicitamente detto che qualsiasi altra sanzione imposta contro l’Iran, anche nel settore dei diritti umani e del terrorismo, equivale alla fine dell’accordo nucleare (Memri).