Archivio per la categoria ‘Iran economia’

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Ora persino coloro che hanno investito in Iran, sono costretti ad ammettere pubblicamente che si e’ trattato di un imbroglio e che i soldi sono andati persi. E’ il caso di molti imprenditori del Kuwait.

Secondo quanto riportato dal quotidiano del Kuwait al-Qabas,  gli imprenditori kuwaitiani che hanno deciso di investire nella Repubblica Islamica, hanno perso milioni di dollari! Le ragioni del fallimento sono semplici: come dichiarato da un esperto di riciclaggio di denaro al giornale arabo, le transazioni che avvengono con le banche iraniane – e con i loro intermediari – sono spesso non riconosciute ufficialmente e avvengono per “canali informali e metodi illegali”.

In questi anni, molti imprenditori dal Kuwait hanno investito in gruppi finanziari iraniani, senza avere dati certi sui loro partners e soprattutto senza essere coscienti che si trattava di realtà legate a quattro mani ai Pasdaran. Risultato: molti di questi gruppi finanziari sono falliti, perdendo i soldi sia dei piccoli risparmiatori iraniani, che di diversi investitori stranieri.

Ricordiamo che il collasso di alcuni istituti finanziari, e’ stato alla base delle recenti proteste popolari in Iran. Proteste che, a dispetto delle repressioni, stanno ancora continuando nel Paese.

 

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Il Ministro Calenda, con il Ministro dell’Industria iraniano Mohammad Rezá Nematzadé 

Nella Legge di Bilancio 2018, come ormai stranoto, il Ministro dello Sviluppo Carlo Calenda ha fatto un bel favore agli industriali italiani, Confindustria in testa: una norma che trasforma Invitalia in una Sace del Tesoro, totalmente sostenuta da fondi pubblici, capace di garantire – in prima istanza – gli investimenti in Paesi ad alto rischio. Assicurazione che viene garantita non solo agli imprenditori italiani, ma anche alle controparti straniere. Una norma ad hoc per far partire gli investimenti in Iran, superando le opinioni contrarie di Cassa Depositi e Prestiti.

Nonostante questo regalino di fine anno del Governo, a neanche due settimane dallo scoppio delle proteste in Iran, Confindustria si smarca dall’Iran. Come riportato da un paginone de Il Messaggero – Gruppo Caltagirone – che sul tema ci fa anche il titolo di prima e successivamente riportato in inglese dall’AdnKronos, la Vice Presidente del Dipartimento internazionalizzazione di Confindustria, Licia Mattioli, ha dichiarato che le proteste in Iran certamente non faciliteranno gli investimenti italiani in quel Paese.

Appena un giorno prima, davvero interessante, sempre il Messaggero aveva dedicato un primo articolo sul tema, sottolineando che le proteste in Iran preoccupano l’intelligence italiana. Un “rumor” soffiato da qualcuno alla giornalista del quotidiano romano…

Concludiamo ribadendo che sono mesi che sottolineamo la follia di correre ad investire in Iran. Al di la’ delle posizioni politiche di chi scrive, chiaramente anti regime, queste proteste nella Repubblica Islamica, dimostrano per l’ennesima volta come il problema sia sistemico, ovvero una realtà in cui – dietro le istituzioni ufficiali – esistono quelle para statali, molto più potenti del Governo stesso.

Istituzioni come le fondazioni religiose (Bonyad) e il network finanziario dei Pasdaran, che non rispettano lo Stato di Diritto, che non rispettano la concorrenza leale (sono spesso esentate da tasse), che sono note nel mondo per la loro corruttibilità e per il ricilaggio di danaro che fanno, spesso anche a fini di finanziamento del terrorismo internazionale.

E’ davvero questo il Paese in cui gli imprenditori italiani possono investire in sicurezza? E’ davvero questo il Paese che merita di ricevere da Invitalia delle “assicurazioni di prima istanza”, anche ai clienti iraniani? E come si verificherà – formalmente – che questi famigerati clienti non sono solo front companies dei Pasdaran iraniani?

Rivoluzione o ennesima protesta, il consiglio resta sempre uno solo: da un Paese cosi, in preda costante ad una guerra in stile mafioso tra fazioni, scappate!

protest iran

Le immagini che vi mostriamo in basso arrivano da Mashhad, una delle principali città iraniane e non necessitano di tanti commenti: da mesi ormai – nonostante il silenzio dei media italiani – avvertiamo i lettori che l’Iran bolle, fortunatamente non nel senso culinario del termine.

Da tempo, infatti, centinaia di iraniani sono scesi in piazza nelle principali città del Paese – Teheran in testa – per protestare contro il regime, soprattutto contro la corruzione elevatissima, il coinvolgimento dei Pasdaran nelle attività finanziarie e l’assenza di ogni minima regola di stato di diritto.

Ieri, quindi, si e’ raggiunto il culmine: migliaia di persone hanno affollato le strade di Mashhad, al grido “Morte a Rouhani”, “La Repubblica Islamica e’ stata uno sbaglio” e “No Gaza, No Libano, la nostra vita solo per l’Iran”. Secondo alcuni osservatori, nuovamente, si sono sentiti anche slogan in lode allo Shah. Proteste ci sono state anche in Arak, Urumiya e Arak.

Mentre tutto questo accadeva, il Governo italiano lavorava attivamente per superare le giuste ritrosie di Cassa Depositi e Prestiti, in merito agli investimenti in Iran. Peggio, mentre tutto questo accadeva, su proposta del Ministro Calenda l’esecutivo approvava un articolo della Legge di Bilancio (151, ex 32) che, senza vergogna, snaturava l’agenzia Invitalia, trasformandola in una specie di SACE pubblica, per assicurare – in prima istanza – gli investimenti italiani in “Paesi ad alto rischio”, leggasi Iran…un articolo ad hoc per gli interessi di pochi industriali italiani, consapevoli dei rischi di investimento in Iran e quindi disposti a rischiare…solo con i soldi del contribuente…

Per la cronaca, il regime ha riportato che “solo” 52 manifestanti sono stati fermati durante le proteste. La verità e’ che, purtroppo, il numero e’ ben più alto e si parla id almeno 100 fermati.

Come suddetto, l’Iran bolle e la popolazione ne ha piene le scatole ormai di un regime che – al di la’ delle promesse di uguaglianza in nome dell’Islam – ha solo diffuso corruzione, misoginia, fondamentalismo e speso i soldi principalmente per finanziare il terrorismo internazionale.

Concludendo, consigliamo vivamente agli imprenditori italiani di scappare dall’Iran. Soldi pubblici o meno, in quel Paese gli investitori troveranno principalmente gli interessi economici dei Pasdaran, pretoriani armati pronti ad usare le manette, tutte le volte che qualcuno non rispetta i loro codici…non scritti…

Il 3-4 ottobre scorsi, nuovamente, si e’ svolto a Zurigo il cosiddetto Europe-Iran Forum, un incontro volto a promuovere il business tra il Vecchio Continente e Teheran. 
In quella occasione Parviz Aghili, importante banchiere iraniano conosciuto in tutto il Medioriente, ha ammesso che le banche della Repubblica Islamica sono “piene di prestiti tossici e hanno bisogno di essere modernizzate”. Per il banchiere iraniano, la via della modernizzazione passa attraverso la fusione tra gli istituti bancari del Paese.
Quanto dichiarato da Parviz Aghili, rappresenta una importante ammissione sullo stato drammatico dell’economia iraniana. Le banche presenti nel Paese, infatti, sono lontani anni luce dagli standard di Basilea III, una serie di misure internazionali approvate nel 2011 al fine di modernizzare il sistema bancario internazionale.
Peggio: una modernizzazione del sistema bancario iraniano costerebbe tra i 180 e i 200 miliardi di dollari, costi che – sempre secondo Parviz Aghili – “il sistema non e’ in grado di sostenere”. A questi dati si aggiungano le storture del sistema: gli asset finanziari controllati dai Pasdaran e da Khamenei, l’alto livello di corruzione e la rinomata tendenza al riciclaggio di danaro.
Ecco spiegato perche’, la Cassa Depositi e Presititi italiana si stia mettendo di traverso rispetto alla linea governativa del ritorno al business tra Roma e Teheran. E’ chiaro che a Via Goito nessuno crede davvero che, quel regime fondamentalista, possa davvero garantire agli imprenditori italiani le necessarie coperture e la trasparenza necessarie per garantire un business serio e duraturo
Per la cronaca, come lo schema sotto dimostra, lo stesso Parviz Aghili fa parte della “tossicita’ del sistema”, essendo la sua banca in joint venture con due banche iraniane – la Banca Tejarat e la Saman – sanzionate dagli Stati Uniti per le loro attivita’ illegali. La stessa banca di Parviz Aghili, la Middle East Bank, nel 2014 fu sanzionata dal Dipartimento del Tesoro americano per le attivita’ in favore del programma nucleare e missilistico del regime iraniano

basel institute

Una nuova, clamorosa, conferma della follia di investire danaro in Iran, arriva dall’Istituto di Governance di Basilea, una organizzazione no-profit, collegata con la locale università svizzera.

Secondo l’indice economico redatto annualmente dall’Istituto, la Repubblica Islamica dell’Iran e’ al primo posto, per rischio di riciclaggio. Con 8,6 punti, addirittura prima dell’Afghanistan e della Guinea-Bissau, proprio l’Iran e’ lo Stato ove si rischia maggiormente che i soldi investiti, finiscano nel riciclaggio.

Questo per diverse ragioni, legate particolarmente a: vulnerabilità strutturale del sistema politico, altissimo livello di corruzione interna, debolezza del sistema giudiziario e disfunzioni del sistema politico. Quest’ultimo punto, specifichiamo noi, indica la tendenza del regime iraniano a usare i fondi a disposizione non per migliorare il sistema economico, ma per i fini politici/ideologici del regime stesso quali il finanziamento del terrorismo internazionale e gli interessi particolari delle varie fazioni interne (in primis gli interessi legati ai Pasdaran e alla Guida Suprema).

Chiaramente, per chi veramente conosce l’Iran, questa classifica non stupisce. Da anni, infatti, e’ noto che investire nella Repubblica Islamica e’ un progetto folle, almeno sino a quando esisterà questo regime clericale e fondamentalista. Purtroppo, pero’, esiste una Comunità politica Occidentale – particolarmente quella rappresentata da personalità politiche quali Federica Mogherini, Emma Bonino o Adolfo Urso – che racconta una narrativa diversa, fallace e non veritiera.

Invitiamo nuovamente gli imprenditori europei e quelli italiani in particolar modo, a salvaguardare i loro fondi ed evitare di investirli in un Paese dittatoriale e inaffidabile, qual’e’ l’Iran!

basilea index riciclaggio

Cari imprenditori internazionali, se volete un bel consiglio, scappate dalla Repubblica Islamica dell’Iran, prima che sia troppo tardi. Da mesi, infatti, vi raccontiamo di una guerra fra frazioni politiche iraniane, che va avanti senza tregua alcuna. Una guerra, si badi bene, che poco riguarda il modello di Repubblica Islamica, ma molto gli interessi economici in gioco (No Pasdaran).

Da una parte, come noto, ci sono i Pasdaran, ormai da anni in pieno controllo con le loro compagnie, di buona parte dell’economia iraniana, visibile ed invisibile. Tra quello che viene controllato dai Pasdaran, anche il narcotraffico…Dall’altra i pragmatici di Rouhani, per nulla interessati a democrazia e diritti umani, ma assai interessati a ricevere fondi dall’estero per mantenere quel sistema di corruzione, ben noto alla famiglia del defunto ex Presidente iraniano, Ayatollah Rafsanjani (di cui Rouhani e’ praticamente il figlioccio politico). In mezzo, fino ad un certo punto, la Guida Suprema Khamenei, visto da tutti come un ago della bilancia, che ha benedetto a suo modo l’accordo nucleare, ma mettendo sempre dei paletti capaci di garantirgli di poter far liberamente virate di 360 gradi (EA WorldView).

Dopo la fine della Presidenza pro Iran di Obama, la Guida Suprema sta quindi sterzando di nuovo verso i Pasdaran, visti come la forza capace di garantirgli il potere e i suoi stessi interessi economici. Per questo, Khamenei ha rilanciato pesantemente il tema della “jihad economica” – ovvero la chiusura ad imprese estere – e la guerra contro le “infiltrazioni culturali” del nemico Occidentale (sotto la cui bandiera oggi, in Iran, vengono arrestati decine di attivisti, giornalisti, artisti, letterati e accademici). Per questo, anche, la Guida Suprema permette l’arresto di decine di iraniani con doppia cittadinanza, tra i quali anche il ricercatore medico Ahmadreza Djalali.

In queste ore, quindi, lo scontro tra le fazioni politiche in Iran ha raggiunto un pericoloso apice: il capo dei Pasdaran Generale Mohammad Ali Jafari, parlando ad un evento dedicato ai martiri a Qom, ha accusato direttamente “molti dei membri del Governo attuale” – quello di Rouhani – di rappresentare un pericolo per il Paese, avendo ormai sposato idee Occidentali, liberali e contro rivoluzionarieCon imputazioni simili, si badi bene, in Iran si finisce tranquillamente in carcere per decine di anni, con l’accusa di rappresentare una “minaccia alla sicurezza dello Stato”. Chiudendo il suo discorso, come a lanciare un chiaro monito a Rouhani, Jafari ha quindi affermato che “il fronte della resistenza rivoluzionario, ha fatto crollare il potere il regime comunista dell’est. Con il volere di Dio, sta ora distruggendo il potere Occidentale” (Fars News).

Ergo, come suddetto, se il mondo imprenditoriale Occidentale vuole davvero un consiglio utile per proteggere i suoi investimenti, il solo buono e utile è quello di stare lontani dalla Repubblica Islamica dell’Iran. La guerra tra le fazioni in corso, soprattutto in vista delle prossime elezioni Presidenziali del Maggio 2017 (e della prossima necessità di nominare una nuova Guida Suprema), lascierà sulla sua strada, una scia di odio e attacchi politici molto pericolosa.

Nonostante tutte le pressioni, l’organismo internazionale FATF – Financial Action Task Force – non sembra intenzionato a rivedere il suo giudizio nei confronti del regime iraniano. Nell’ultimo giudizio emesso il 24 febbraio scorso, il FATF ha chiaramente ribadito che, a dispetto degli impegni presi nel giugno del 2016, il regime islamista non ha risposto positivamente alle richieste fatte dall’agenzia intergovernativa. In particolare, viene sottolineato, il FATF resta preoccupato soprattutto per il rischio di riciclaggio di denaro per il finanziamento del terrorismo internazionale. Per questo motive, ancora una volta, il FATF ha chiesto al regime iraniano di applicare le necessarie normative e raccomandazioni per dimostrare la trasparenza delle transazioni finanziare con Teheran (FATF).

Al di là di quello che i promotori del business con il regime iraniano cercano di dimostrare, la situazione economica nella Repubblica Islamica è disperata. Il regime è in preda ad una guerra di fazioni e interessi economici. Una conflitto intestino che ha esteso la corruzione a tutti i settori della società. Lo stesso Mohsen Rezaei, potente Pasdaran oggi Segretario del Consiglio per il Discernimeno con ambizioni da Presidente, ha dovuto pubblicamente ammettere che “la corruzione e la cattiva gestione del Paese, stanno portando la Repubblica Islamica sull’orlo del collasso” (al-Arabiya).

Ora una domanda a tutti gli imprenditori: volete davvero investire in un Paese simile? Un Paese corrotto e fanatico, ideologicamente fondamentalista e primo sponsor internazionale del terrorismo? I vostri guadagni meritano molto di più!