Archivio per la categoria ‘Iran Diritti Umani’

Eshagh-Jahangiri-Francesco-Rocca-680x360

La pagina della rappresentanza italiana alle Nazioni Unite, ha dato notizia della visita di Francesco Rocca – Presidente della Federazione Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – in Iran. Una visita che precede l’arrivo di Rocca in Iraq, per una conferenza internazionale.

Secondo quanto si puo’ leggere nell’articolo di ONU Italia, ma anche secondo quanto riportato dalle agenzie iraniane, il viaggio di Rocca in Iran e’ stato incentrato sulle priorita’ umanitarie, non solo nelle aree terremotate della Repubblica Islamica (come il terremoto di Kermanshah nel novembre del 2017), ma anche in territori in guerra come la Siria e lo Yemen.

Ovviamente, non serve neanche dirlo, si tratta di temi di assoluta importanza. Nonostante tutto, si rimane senza parole nel vedere che il tema dei diritti umani non sia assolutamente stato toccato. In particolare, il Presidente Rocca avrebbe dovuto sollevare la questione dei prigionieri politici iraniani e del loro stato detentivo. Come noto, nelle carceri iraniane sono detenuti decine e decine di prigionieri politici, a cui sistematicamente vengono negate le necessarie cure mediche. Prigionieri che, proprio per riuscire ad ottenere i loro diritti, spesso iniziano estenuanti scioperi della fame, che rischiano molto spesso di portarli alla morte (lo stesso Ahmadreza Djalali, in carcere ha perso decine di chili, dopo aver iniziato uno sciopero della fame per protesta).

Visitando l’Iran, Rocca ha incontrato direttamente il Vice Presidente del regime islamista sciita, Eshaq Jahangiri. Come suddetto, almeno pubblicamente, il tema dei prigionieri politici e’ stato totalmente dimenticato. Ci auguriamo che, almeno a telecamere spente, il Presidente Rocca abbia compiuto il suo dovere, sollevanto l’argomento e pretendendo che i rappresenti della Mezzaluna Rossa, ottengano il permesso di visitare le carceri iraniane dove sono rinchiusi gli oppositori politici.

Un documentario su Atena Daemi, prigioniera politica in Iran

Annunci

Khosravi-Arash-Ilkhani-and-Nikan-Siyanor-Khosravi-from-band-Confess

Il cantante metal iraniano Nikan Khosravi, fondatore del gruppo “Confess”, ha lasciato l’Iran. Anzi, per meglio dire, Nikan e’ scappato dalla Repubblica Islamica, per evitare una condanna a sei anni di carcere, inflittagli dal giudice Mohammad Moghisseh.

Nikan e il suo amico Arash Ilkhan sono stati arrestati dai Pasdaran iraniani il 9 novembre del 2015, pochi giorni dopo la pubblicazione del loro secondo album “In Pursuit of Dreams”. Come suddetto, i due vennero subito accusati di produzione di musica satanica. Durante gli interrogatori, i due musicisti sono stati accusati di “lavorare per Satana” e di “negare l’esistenza di Dio”.

Il 17 marzo del 2017, Moghisseh ha condannato Nikan Khosravi ha sei anni di carcere per “insulto al sacro” e “propaganda contro lo Stato”. Sicuro della sua condanna, Nikan ha deciso di lasciare l’Iran, per evitare di essere sbattuto in carcere. Arash Ilkhani, invece, si trova ancora nella Repubblica Islamica, in attesa della sentenza del giudice.

Nikan Khosravi, giunto in Turchia, si e’ immediatamente rivolto all’agenzia delle Nazioni Unite UNHCR per chiedere asilo politico, anche in un Paese terzo. Descrivendo il suo arresto, Khosravi ha che tra i sei e gli otto Pasdaran sono entrati nella sua casa, senza alcun mandato, hanno perquisito ovunque la stanza, confiscato gli effetti personali e l’hanno portato fuori incappucciato. Arash invece, e’ stato fermato mentre andava all’università. Durante gli interrgatori, Nikan Koshravi ha dichiarato di aver temuto di essere condannato a morte.

Fortunatamente, grazie al suo avvocato, Nikan e’ riuscito a dimostrare che le sue canzoni non contenevano alcun contenuto satanico, ma che erano riferite solamente a Dio e alla natura. Spiegazioni che, nonostante tutto, non sono bastate per evitargli la condanna al carcere. Una condanna decisa dal giudice Moghisseh in soli 15 minuti…

 

May Day Rally in Trafalgasr Square, London, UK

Migliaia di arabi iraniani sono scesi in piazza in questi giorni, in protesta contro le discriminazioni che subiscono da parte del regime islamista. Questa volta, le proteste sono cominciate dopo la messa in onda sulla TV nazionale, di un video in cui – su una mappa dell’Iran – vengono apposti diverse bambole con i costumi tradizionali delle varie etnie iraniane. Come si vede nel video, vengono totalmente ignorati i tipici costumi degli arabi dell’Ahwaz. Di seguito il video incriminato.

Chiaramente, le ragioni della protesta sono molto più profonde. La discriminazione della TV iraniana, non e’ un caso o una dimenticanza, ma una politica che da sempre viene portata avanti dalla Repubblica Islamica. Da sempre il regime nega agli arabi Ahwazi il riconoscimento della loro identità e proibisce loro persino l’insegnamento dell’arabo nelle scuole. Non solo, la regione dell’Ahwaz e’ carente di acqua e da Teheran non sono mai state realizzate le promesse di creazione di nuove condutture idriche.

Negli ultimi anni, quindi, il regime iraniano sta favorendo il trasferimento di altre etnie, fedeli al regime, proprio nell’Ahwaz, altra ragione che ha provocato la recente protesta popolare. Secondo le informazioni che arrivano dalla regione, almeno 26 persone sono state arrestate sinora.

velo iran

Maryam Shariatmadari, una delle ragazze che si sono tolte pubblicamente il velo in protesta contro le leggi della Sharia, e’ stata condannata ad un anno di carcere dalla Corte Criminale di Teheran, Sezione 1091. Secondo la Corte, Maryam avrebbe “incoraggiato la corruzione rimuovendo il suo hijab“.

La protesta di Maryam, avvenuta il 23 febbraio del 2018 a Teheran, fu repressa in maniera particolarmente cruenta: Maryam non fu solo arrestata, ma fu fisicamente scaraventata per terra da un poliziotto e successivamente costretta ad essere operata per le conseguenze della caduta.

Maryam Shariatmadari, studentessa di informatica presso la Amir Kabir University, e’ la seconda donna che viene condannata al carcere per aver protestato contro il velo obbligatorio. Prima di lei, all’inizio di marzo, Narges Hosseini era stata condanna a due anni di detenzione per la stessa motivazione.

La cosa incredibile e’ che, mentre le ragazze iraniane vengono sbattute in prigione per aver lottato per la loro libertà e dignità, la Repubblica Islamica salva dal carcere personalità accusate di abusi sessuali. Il caso più noto e’ quello di Saeed Tousi, Tousi e’ uno dei recitatori del Corano più noti in Iran ed e’ il preferito dell’Ayatollah Khamenei. Accusato di pedofilia, Tousi e’ stato prima condannato a quattro anni di carcere e poi assolto completamente, grazie all’intervento diretto della Guida Suprema.

Le ragazze arrestate per aver protestato contro l’hjiab sono seguite anche dall’avvocatessa Nasrin Sotoudeh, nota a livello internazionale per la sua battaglia in favore dei diritti umani. Nasrin, con un collega, segue anche Shaparak Shajarizadeh, un’altra donna arrestata per le stesse ragioni.

Ricordiamo che, secondo l’articolo 638 del Codice Penale iraniano, “chiunque commetta un atto haram (impuro) in un luogo pubblico o per strada” oltre ad una condanna al carcere, rischia anche di ricevere ben 74 frustate.

Il video della protesta di Maryam Shariatmadari

 

 

 

atena daemi

Oggi e’ il compleanno di Atena Daemi, attivista per i diritti umani e contro la pena di morte, incarcerata dal regime sin dal novembre 2016. Atena e’ stata condannata a sette anni di carcere per aver criticato il regime e aver sostenuto sul suo profilo Facebook, la condanna degli artefici del massacro del 1988 contro gli oppositori politici (oltre 30,000 morti).

Da quando e’ stata rinchiusa in carcere, le condizioni di salute di Atena sono drasticamente peggiorate. Prima, in protesta contro la persecuzione dei suoi famigliari, Atena ha dichiarato lo sciopero della fame. Uno sciopero che l’ha totalmente sfiancata e ha drammaticamente deteriorato il suo stato fisico. Tanto che i medici hanno detto che Atena necessita di una operazione urgente, che ovviamente il regime le ha negato. Il 9 marzo scorso, Amnesty International ha denunciato che Atena Daemi e Golrokh Ebrahimi Iraee, altra prigioniera politica, sono state picchiate nel carcere di Shahr-e Rey, vicino Teheran.

In questi anni, purtroppo, in Occidente pochissime voci si sono levate per la liberazione di Atena Daemi. Soprattutto, assordante e’ stato il silenzio delle cosiddette “femministe”, in primis di quelle italiane. Donne che pretendono di esser riconosciute come “voci libere”, ma che in realtà in questi anni sono corse a Teheran tutte velate e non hanno proferito verbo sugli abusi dei diritti umani da parte della Repubblica Islamica.

Taleb-Basati-Vand

Ancora un decesso in carcere di un manifestante arrestato durante le proteste popolari, scoppiate alla fine di dicembre dell’anno scorso.Questa volta, a morire misteriosamente e’ lo studente Taleb Basati, 26 anni, arrestato il 18 febbraio 2018 nella Provincia di Ilam con l’accusa di aver filmato le proteste anti-regime.

Secondo quanto si apprende, dopo il suo arresto, Taleb e’ prima interrogato numerose volte, poi trasferito in un carcere. Qui, davanti a 18 altri detenuti, Taleb e’ morto improvvisamente. Per la cronaca, la data del decesso non e’ mai stata resa nota ufficialmente.

Cio’ che sappiamo, grazie al racconto di alcuni amici di Taleb, e’ che il corpo del giovane iraniano e’ stato restituito alla famiglia il 25 febbraio scorso e il regime ha minacciato i suoi cari di non chiedere alcuna autopsia ufficiale e di non parlare con alcun media di quanto accaduto.

Con il decesso di Taleb Basati, sono cinque i manifestanti arrestati durante le proteste popolari e deceduti in custodia. Tre di questi decessi, quello di Sina Ghanbari, di Vahid Heydari e di Kavous Seyed-Emami, sono stati classificati ufficialmente come “suicidio”.

Quattro importanti ONG per i diritti umani – Amnesty International, Human Rights Watch, Center for Human Rights in Iran e Justice for Iran – hanno firmato un comunicato congiunto, chiedendo la fine della persecuzione dei famigliari che chiedono di avere notizie dei loro cari arrestati e giustizia per coloro che sono morti in detenzione.

 

 

iran death penalty

La ONG Iran Human Rights, ha pubblicato ieri il report del 2017, relativamente alla pena capitale nella Repubblica Islamica. Secondo quanto denunciato nel report:

  • almeno 517 prigionieri sono stati condannati a morte nel 2017, una media di più di una esecuzione capitale al giorno;
  • Delle 517 condanne a morte, solamente 111 (il 21%) sono state comunicate ufficialmente dal regime. Le altre sono state eseguite segretamente;
  • Almeno 240 detenuti sono stati condannati a morte per omicidio (45% del totale), 98 in più rispetto al 2016;
  • Almeno 231 detenuti sono stati condannati a morte per reati relativi alla droga, 65 in meno rispetto all’anno precedente;
  • 31 esecuzioni sono state condotte in pubblico;
  • Tra i detenuti condannati a morte, almeno 5 erano stati arrestati e condannati in eta’ minorile, in violazione delle normative internazionali, sottoscritte dalla stessa Repubblica Islamica;
  • Almeno 10 condanne a morte riguardavano delle donne;
  • Delle 517 condanne a morte, 254 sono state decise dai Tribunali Rivoluzionari. Dal 2010, il numero di condanne a morte decise da questi tribunali sono oltre 3400;
  • 221 detenuti condannati a morte, si sono salvati grazie al perdono dei famigliari delle vittime.

Come denunciato da Mahmood Amiry-Moghaddam, responsabile della ONG Iran Human Rights, sotto la presidenza Rouhani, il numero di condanne a morte mensili e’ raddoppiato rispetto all’era Ahmadinejad: con Rouhani, infatti, le pene capitali mensili sono almeno 60, rispetto alle 35 del periodo Ahmadinejad!

Resta attualmente in carcere, a rischio di imminente esecuzione, Ahmadreza Djalali, il ricercatore medico iraniano – con passaporto svedese – accusato di spionaggio. La famiglia di Ahmadreza, ha denunciato che il reale obiettivo del regime e’ farlo morire in stato detentivo!