Archivio per la categoria ‘Iran Diplomazia’

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Appena qualche giorno fa, rifiutando di certificare l’accordo nucleare con l’Iran, il Presidente americano Trump, ha rimandato al Congresso il JCPOA, al fine di arrivare ad una rinegoziazione dell’accordo stesso.

Apriti cielo: mentre quasi tutto il mondo arabo elogiava il presidente americano e la sua nuova strategia contro il regime iraniano – non solo l’Arabia Saudita, ma anche l’Egitto – in Europa si e’ aperta una gara per sottolineare come non sia possibile ne auspicabile cambiare nulla dell’accordo nucleare, firmato a Vienna nel luglio del 2015. Seguendo la linea di Teheran, diversi leader europei – capitanati dalla Mogherini – hanno sottolineato come quello firmato sia “il miglior accordo possibile”.

Si tratta di una bugia clamorosa, non solo sulla carta, ma anche sui fatti. Per quanto concerne la carta, infatti, il regime iraniano ha violato numerose volte l’accordo stesso. In particolare, Teheran ha violato l’accordo testando missili balistici con potenzialità di trasporto di una ogiva nucleare e non permettendo agli ispettori internazionali di accedere ad alcuni siti chiave (in primis Parchin), per verificare che il regime iraniano non stia ancora portando avanti progetti per la simulazione di esplosioni nucleari (Sezione T, allegato B, dell’accordo di Vienna).

Che sia impossibile rinegoziare un accordo e’ un falso anche nei fatti: nel 1979, sempre a Vienna, l’Amministrazione Carter firmo’ con i sovietici un accordo noto come SALT II, in cui sostanzialmente non si riducevano gli armamenti nucleari, ma si fissavano dei limiti alla crescita dei propri arsenali nucleari strategici. Con l’arrivo al potere del Presidente Reagan, non solo il trattato Salt non venne ratificato dal Senato americano, ma venne anche sostituito dagli accordi START, che avevano il preciso scopo di ridurre gli arsenali nucleari delle due superpotenze!

Un Occidente unito, sarebbe assolutamente capace di ottenere un nuovo accordo che, in primis, ottenga la possibilità per gli ispettori AIEA di verificare completamente lo stato del programma nucleare iraniano. Davanti alle ritrosie di Teheran, un Occidente unito, sarebbe assolutamente capace di imporre nuove sanzioni, in grado di provocare effetti politico economici all’interno della Repubblica Islamica, in grado di avere effetti devastanti sulla tenuta del regime. Un Occidente unito, quindi, non avrebbe alcun dubbio se inserire o meno i Pasdaran, all’interno delle liste delle organizzazioni terroristiche. 

Il problema e’ solo riuscire a trovare un Occidente unito e riuscire a trovare una o un rappresentante unico della Politica Estera e di Difesa UE, che non continui a fare costantemente la figura della nuova Lady Chamberlain…

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Lady Chamberlan, Federica Mogherini

 

 

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Il Parlamento di Teheran ha protestato “duramente” contro Roma, dopo che l’Ambasciata italiana ha chiesto a due parlamentari iraniani le impronte digitali per ottenere i visti per partire. I due parlamentari, Abolfazl Hassan Beigi e Mohammad Javad Jamali, dovevano venire in Italia come parte di una missione della Commissione Sicurezza Nazionale e Politica Estera, al fine di ispezionare il lavoro dell’Ambasciata iraniana a Roma.
Per il deputato Hassan Biegi, la richiesta delle impronte digitali da parte del personale del consolato italiano a Teheran, rappresenta “un insulto alla Repubblica Islamica” e il Parlamento non “permettera’ all’Ambasciata di continuare” con questi comportamenti offensivi (notoriamente, lo stile del regime iraniano e’ la minaccia…).
Secondo quanto riportato dai media iraniano, pare anche che il Presidente della Commissione parlamentare Sicurezza Nazionale e Politica Estera, Alaeddin Boroujerdi, ha “persino suggerito che l’Ambasciata prendesse le impronte digitali all’interno del Parlamento, ma loro (i diplomatici italiani, NdA), hanno rifiutato dietro vari pretesti”.
La visita dei due parlamentari iraniani e’ stata quindi rinviata di un mese, ma i deputati hanno chiarito che non partiranno se l’Ambasciata italiana a Teheran continuera’ a chiedere le impronte digitali.
Sotto una immagine del bellissimo giardino persiano oggi parte dell’edificio dell’Ambasciata d’Italia a Teheran

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L’Iran non riesce a nascondere il suo vero volto di regime terrorista, anche quando promette esattamente il contrario ai Paesi con cui collabora. Solamente qualche mese fa, infatti, lo Speaker del Parlamento iraniano Ali Larijani, ha visitato il Kenya e promesso una collaborazione con Nairobi nel contrasto al terrorismo.

La promessa non era da poco, visto che nel giugno 2013 una Corte del Kenya aveva condannato al carcere a vita due terroristi iraniani, reo confessi di essere membri della Forza Qods, accusati di pianificare attentati contro target Occidentali nel Paese africano. I due, Ahmad Abolfathi Mohammad e Sayed Mansour Mousavi, erano stati arrestati nel 2012, beccati sul fatto con oltre 15 chilogrammi di esplosivo pronto all’uso.

Nel 2015, quindi, due kenioti – Abubakar Sadiq Louw e Yassin Sambai Juma – avevano ammesso di aver dato assistenza all’intelligence iraniana, sempre al fine di compiere attacchi contro obiettivi Occidentali in Kenya. Anche loro, per la cronaca, ammisero di essere dei membri effettivi della Forza Qods, l’unità speciale dei Pasdaran adibita all’ “esportazione della rivoluzione khomeinista” fuori dai confini della Repubblica Islamica.

Purtroppo, come suddetto, il regime iraniano non riesce a mantenere promesse che non appartengono alla sua reale natura: la propensione a finanziare il terrorismo internazionale. Ecco allora che, in queste ore, giunge la notizia del nuovo arresto in Kenya di due terroristi iraniani, accusati di voler compiere un attentato contro l’Ambasciata di Israele a Nairobi. La parte più drammatica di questa storia è che, come accaduto in passato, il centro dell’organizzazione e della pianificazione di questi attentati, è stato ancora la rappresentanza diplomatica di Teheran. I due terroristi arrestati a Nairobi – Sayed Nasrollah Ebrahim e Abdolhosein Gholi Safaee –  sono stati arrestati mentre andavano in giro con una macchina con targa diplomatica, appartenente alla locale Ambasciata iraniana. Sempre per la cronaca, i due fermati avevano visitato qualche giorno prima i terroristi iraniani condannati al carcere a vita attualmente detenuti nella prigione di Kamiti. Sui loro telefonini sono state trovate fotografie e video dell’Ambasciata di Israele a Nairobi.

Ricordiamo che nel 1994 – come dimostrato dall’Interpol – l’attentato contro il centro AMIA di Buenos Aires, fu organizzato all’interno dell’Ambasciata iraniana in Argentina. In quell’attacco, purtroppo, perirono oltre 80 civili innocenti.

Mike Pompeo (a destra), Lee Zeldin e Frank LoBiondo, mentre si recano all'ambasciata pakistana - rappresentante degli interessi di Teheran negli USA - per chiedere il visto di ingresso in Iran

Mike Pompeo (a destra), Lee Zeldin e Frank LoBiondo, mentre si recano all’ambasciata pakistana – rappresentante degli interessi di Teheran negli USA – per chiedere il visto di ingresso in Iran

Era il febbraio del 2016, e nella Repubblica Islamica erano previste le elezioni parlamentari. In quella occasione, tre membri del Congresso americano – Mike Pompeo, Lee Zeldin e Frank LoBiondo – inviarono una lettera alla Guida Suprema Ali Khamenei e al Capo dei Pasdaran Ali Jafari, chiedendo di ricevere un visto di ingresso per visitare l’Iran. Il loro scopo, secondo quanto riportato nella lettera, era quello di: incontrare i leader iraniani, tra cui Mohsen Fakhriazadeh, il padre del programma nucleare iraniano; incontrare i cittadini americani detenuti in Iran; visitare i siti di Parchin, Arak e Fordow, dove il regime ha realizzato il suo programma nucleare e fatto test su esplosioni atomiche; affrontare la questione del programma missilistico iraniano e dei test realizzati dal regime dopo l’accordo nucleare (in piena violazione dell’accordo stesso); parlare dell’arresto dei 12 marines americani, detenuti nel gennaio 2016, in maniera non conforme alla Convenzione di Ginevra.

Per mesi il regime iraniano ha ignorato la richiesta dei tre parlamentari americani. Per questo, nell’aprile del 2016, i tre membri del Congresso hanno scritto una nuova lettera alle autorità di Teheran, rinnovando la richiesta di avere un visto di ingresso. Questa volta, la risposta è arrivata da parte di Javad Zarif: il Ministro degli Esteri iraniano, ha rigettato la richiesta dei rappresentanti americani, accusando i tre di voler unicamente colpire la Repubblica Islamica (No Pasdaran).

Purtroppo per Teheran, uno di quei tre membri del Congresso americano, per la precisione Mike Pompeo, è stato nominato da Donald Trump neo direttore della CIA. Poco prima di ricevere la nomina, Pompeo aveva espresso chiaramente il suo pensiero sull’accordo nucleare firmato nel luglio del 2015: un accordo pessimo, che ha messo solamente in maggiore pericolo gli Stati Uniti e i suoi alleati nel mondo. Non solo: Pompeo ha anche ricordato che, in un solo anno, Teheran ha più volte violato i patti, soprattutto realizzando test missilistici, con vettori capaci di trasportare potenzialmente delle bombe nucleare.

L’intevista che vi proponiamo qui sotto, realizzata da Fox News, è stata girata appena due settimane prima della nomina di Pompeo a capo della Central Intelligence Agency. Buona visione!!!

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Lo avevamo sottolineato sin dall’inizio: l’Iran, pur avendone approfittato, non ha gradito l’intervento di Mosca nella guerra siriana. Questo per tre motivi:

  1. l’intervento russo ha dimostrato che l’asse filo-Iran stava per crollare;
  2. le redline di Mosca in Siria non corrispondono a quelle di Teheran (compresa la sopravvivenza di Bashar al Assad);
  3. la geopolitica di Putin non corrisponde a quella iraniana. Putin, infatti, ha tutto l’interesse a costruire una alleanza tattica con l’Iran sul piano militare, ma non ha alcuna intenzione di sacrificare le relazioni con Israele e alcuni Paesi sunniti, per stringersi nella morsa dei Mullah (No Pasdaran).

Come noto, qualche giorno fa Mosca ha reso noto di aver inviato i bombardieri impegnati in Siria nella base iraniana di Hamedan, anche nota come base Nojeh (Iran occidentale). Si badi bene: questa mossa annunciate direttamente dalla Russia non era temporanea, ma era intesa ad essere duratura. Ciò è dimostrato dal fatto che Mosca aveva specificato le ragioni tecniche di questo cambiamento: risparmio di carburante e possibilità di caricare piu’ bombe per attaccare Aleppo. In quello stesso momento, la Russia aveva annunciato l’intesa con gli Stati Uniti per “combattere il terrorismo” ad Aleppo, una intesa poi smentita da Washington.

L’annuncio di Mosca ha generato il caos istituzionale in Iran. La Costituzione iraniana, infatti, vieta di offrire ad una paese straniero una base militare all’interno della Repubblica Islamica. Immediatamente, infatti, almeno 20 parlamentari iraniani hanno chiesto una immediata sessione speciale del Majlis, dedicate alla spiegazione di quanto stesse accadendo. In quelle prime ore, non casualmente, il potente speaker del Parlamento iraniano Ali Larijani, aveva addirittura negato la presenza di bombardieri russi in Iran.

Infine, meno di un paio di settimane dopo l’annuncio di tutte queste evoluzioni, un portavoce del Ministero degli esteri iraniano – Bahram Qassemi – ha dichiarato che la presenza russa ad Hamedan era temporanea e che l’operazione era ormai terminata. Purtroppo, Qassemi non aveva fatto i conti con i Pasdaran, da sempre assai poco capaci di affrontare le problematiche in maniera diplomatica e scaltra.

Il Ministro della Difesa iraniano, il Pasdaran Hossein Dehqan, ha sfruttato la situazione per andare in televisione e attaccare frontalmente la Russia: Dehqan, infatti, ha ammesso che l’operazione dell’arrivo dei bombardieri russi ad Hamedan doveva restare segreta, ma che questa segretezza era stata “tradita” dalla Russia, perchè Putin ha voluto dimostrare al mondo che la Russia “è una superpotenza e un Paese influente”. Non solo: parlando in merito alle richieste di chiarimenti da parte del Parlamento, Dehqan ha affermato che il Majlis “non ha niente a che fare con questa storia” (The Long War Journal).

Immediata la reazione di Mosca e del Parlamento iraniano alle parole di Hossein Dehqan: dalla Russia, il Ministero della Difesa ha voluto sottolineare che “nessuno ci ha cacciato da Hamedan e dall’Iran” (EA World View). Lo speaker iraniano Ali Larijani, ha quindi attaccato Hossein Dehqan, invitandolo a rispettare il Parlamento e sottolineando, tra le altre cose, che “i jet russi ad Hamedan non si sono fermati. L’Iran e la Russia sono uniti nella lotta al terrorismo e questa unione è un beneficio per tutti i mussulmani“. Ovviamente, dietro le parole di Ali Larijani c’era la Guida Suprema Ali Khamenei. Proprio per questo, dopo le critiche subite, il Ministro della Difesa Dehqan ha immediatamente fatto marcia indietro, inviando una lettera di scuse ad Ali Larijani (Mehr News).

Conclusione: un grande caos. Nessuno esclude ovviamente che, dietro lo scontro istituzionale scatenatosi dall’arrivo dei russi ad Hamedan, ci sia un gioco diplomatico di Mosca e Teheran per divertere l’attenzione dalle attuali operazioni militari ad Aleppo. Al di là delle supposizioni, però, ciò che resta è la nuova dimostrazione di estrema debolezza diplomatica del regime iraniano. Un regime che, come sempre, sembra piu’ capace di abbaiare che di mordere. L’arrivo dei bombardieri russi ad Hamedan, intendeva chiaramente essere una mossa di Teheran per costringere Mosca a considerare l’Iran un partner necessario (cosi come l’incontro organizzato in fretta e furia tra Zarif e la sua controparte turca, dopo il riavvicinamento tra Ankara e Mosca). Chiaramente, l’eventuale reale fine della presenza russa ad Hamedan e soprattutto gli attacchi lanciati dal Ministro della Difesa iraniano Dehqan, avranno un effetto concreto sulle posizioni della Russia e, chissà, sulle scelte di Putin in Siria.

 

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In questi giorni un caso internazionale sta investendo l’Italia e l’Iran. Come noto, si tratta del caso di Mehdi Khosravi, attivista e blogger iraniano dissidente, arrestato a Lecco il 6 agosto scorso su richiesta (tramite Interpol) del regime iraniano. Contro di lui, Teheran ha pronta una accusa di corruzione, una mera scusa per riportarlo nella Repubblica Islamica e punirlo. Dopo l’arresto di Khosravi, anche il figlio dell’ultimo Shah iraniano Reza Pahlavi si è appellato a Matteo Renzi, denunciando che il ritorno del blogger iraniano a Teheran, significherebbe per lui finire in carcere ed essere torturato dal regime (testo della lettera). Ricordiamo che a Mehdi Khosravi era stato concesso asilo politico in Gran Bretagna nel 2009.

Il caso Mehdi Khosravi, si badi bene, non deve preoccupare solamente per la singola questione e per il destino di un dissidente democratico iraniano, ma anche e soprattutto per il suo significato. In questo senso, poco cambia se la decisione italiana di fermare Khosravi sia stata dettata dalla (ennesima) volontà di accondiscendere alle volontà di Teheran per interessi economici (dopo il caso delle statue coperte), o se si sia trattato meramente dell’applicazione di una richiesta burocratica proveniente dall’Interpol. Ovviamente, se la decisione fosse dettata dalla prima motivazione, sarebbe totalmente sconfortante e umiliante per la democrazia italiana. Se invece si trattasse di una mera applicazione di una pratica burocratica, la questione sarebbe altrattato triste, richiamando alla memoria i lavori di Hanna Arendt in merito a quella “dispotica burocrazia”, origine dei peggiori totalitarismi. Purtroppo, però, il dramma peggiore di questa storia, è il significato generale dell’arresto di Mehdi Khosravi. Un arresto che sconforta, sia per quanto concerne la gestione delle normative internazionali, sia per la loro applicazione da parte del mondo democratico.

Come fa rilevare lo stesso comunicato della Procura di Lecco, Mehdi Khosravi è stato arrestato non in base ad un giudizio emesso da un organo neutrale, ma da un Tribunale di Teheran, ovvero una corte di un regime in cui la magistratura è totalmente politicizzata e in cui l’imputato in questione, viene considerate un nemico dagli apparati del potere. Ora; che Mehdi Khosravi venga giudicato e condannato in Iran, considerato quanto suddetto, non deve stupire e soprendere. Al contrario, deve drammaticamente sorprendere e far rabbrividire, che una sentenza emessa a Teheran contro un oppositore politico venga non solo accettata passivamente dall’Interpol, ma anche applicata in un Paese democratico come l’Italia.

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E’ questa la parte più drammatica della storia di Mehdi Khosravi. Perchè questo passaggio indica come, non solo il regime iraniano stia riuscendo a ribaltare la verità storica, ma anche ad inserire la sua narrazione all’interno della politica internazionale. La cosiddetta Onda Verde, è stata come si ricorderà un movimento di protesta popolare, sorto contro la rielezione falsata di un presidente negazionista e terrorista. Quella protesta popolare, in Iran viene chiamata dal regime la “fitna dell’88”, per marcare la protesta come un movimento di sedizione che intendeva dividere il popolo iraniano per conto delle potenze estere occidentale. Oggi, lo stesso Occidente che l’Iran accusa di aver creato l’Onda Verde, sembra quindi accettare la narrazione di Khamenei & Co., ammazzando ancora una volta – stavolta spiritualmente – quelle decine e decine di attivisti democratici uccisi dal regime dei Mullah tra il 2009 e il 2011.

Ricordiamo che, proprio in questi giorni, i leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, hanno “celebrato” i 2000 giorni di detenzione. Una detenzione illegale, imposta senza la formalizzazione di una accuasa contro gli imputati e senza neanche un processo. Anche in questo caso, l’Occidente ha scelto di tacere, preferendo un regime fondamentalista a chi ha provato a creare un Iran democratico (GaiaItalia.com).

Speriamo davvero che Renzi accolga l’appello per la liberazione di Mehdi Khosravi e che questo attivista non venga mandato a morire in una cella di isolamento in Iran. Speriamo davvero che Renzi ricordi nuovamente il periodo in cui era sindaco di Firenze, quando dichiarava appoggio e sostegno proprio al movimento dell’Onda Verde. Speriamo soprattutto, però, che si smetta di accettare la narrazione della storia che Teheran ci sta imponendo. Una narrazione falsa e artefatta. Ad essere arrestati in tutto il mondo per mandati di cattura dell’Interpol, semmai, dovrebbero essere proprio i membri del regime iraniano, responsabili quotidianamente dei peggiori abusi dei diritti umani e del peggior finanziamento del terrorismo internazionale.

Discorso di Renzi nel 2009, in supporto all’Onda Verde

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In pochi giorni il Presidente turco Erdogan sembra aver dato una svolta radicale alla politica estera della Turchia. Dopo il fallimento dell’ipotesi “zero nemici” e dell’abbattimento del regime di Bashar al Assad in Siria, il leader dell’AKP sembra aver deciso di voltare pagina.

A Roma e’ stata finalizzata la pace tra Israele e Turchia. In cambio di alcune riparazione economico-umanitarie per il caso della Mavi Marmara, i due Paesi hanno deciso di ristabilire le relazioni diplomatiche, economiche, militari e di sicurezza. Non solo, hanno anche deciso di approfondire le relazioni energetiche, un aspetto importante considerando i giacimento offshore scoperti al largo delle coste israeliane e il ruolo della Turchia come territorio di passaggio di importanti pipeline verso l’Europa (Hurriyet Daily News).

L’accordo tra Israele e Turchia cela la debolezza di Hamas, ormai un attore in cerca di sopravvivenza per mantenere il suo ‘statarello de facto’ a Gaza, ma anche il sostegno (o perlomeno il non ostacolo) anche dell’Arabia Saudita, un Paese che attualmente ha avviato una nuova collaborazione con il Presidente Erdogan. Il Re saudita Salman, ha infatti iniziato una politica di dialogo anche con la Fratellanza Mussulmana, di cui Erdogan e’ oggi il principale esponente.

Al fianco della riconciliazione con Israele, la Turchia avrebbe anche offerto a Mosca le sue scuse ufficiali per l’abbattimento del Su-24 avvenuto lo scorso anno. Nella lettera di scuse ufficiali, Erdogan ribadisce a Putin la centralità dei rapporti strategici tra la Russia e la Turchia (Russia Today). Si tratta di rapporti estremamente importanti sia in tema di interscambio commerciale e che di import energetico (per Ankara).

Nello stesso momento in cui Erdogan da prova di realismo, dall’Iran trapela la notizia del viaggio di Ali Shamkhani, segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale, a Mosca. Shamkhani e’ l’uomo chiave delle relazioni tra l’Iran e la Siria ed e’ stato da poco nominato anche come mediatore delle relazioni tra Teheran-Damasco e Mosca. Secondo le notizie ricevute, in Russia Shamkhani ha incontrato il suo omologo Nikolai Patrushev e l’inviato speciale di Putin per la Siria, Alexander Lavrentiev (EA WordView).

In merito al contenuto dei colloqui non ci sono informazioni ufficiali. E’ noto pero’ che i russi non sono contenti del comportamento dei comandanti iraniani nella campagna per la riconquista di Aleppo (mentre gli iraniani accusano l’aviazione russa di scarso supporto). Allo stesso modo, e’ noto che Mosca non considera Bashar al Assad un partner non sacrificabile.

Chiaramente, pero’, sul tavolo della discussione c’e’ stata anche la svolta compiuta da Erdogan, un partner che la Russia ritiene importante. Nonostante l’alleanza tattica tra Mosca e Teheran in Siria, Putin non vede la geopolitica della regione Mediorientale come Khamenei. Putin non intende portare lo scontro con il fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita fino allo stremo. Al contrario, il Presidente russo ritiene la monarchia saudita un partner necessario, anche per combattere il jihadismo wahhabita presente nel Caucaso.

Con la riconciliazione tra Israele e Turchia – tesa a bloccare l’espansionismo imperialista iraniano nel Mediterraneo, in primis in Siria e Libano – e con la normalizzazione dei rapporti russo-turchi, l’Iran comincia a sentire il peso della strategia a tenaglia che il fronte sunnita gli sta costruendo introno. Una strategia che intende isolare Teheran e premere sugli Stati Uniti per far fallire la normalizzazione dei rapporti tra Occidente e Repubblica Islamica.